ETHICA SOCIETAS-Rivista di scienze umane e sociali
Criminologia Massimiliano Mancini NOTIZIE

CRIMINI E SUICIDI NELLE FORZE DI POLIZIA: INTERVISTA AL COMANDANTE DI VENEZIA, Massimiliano Mancini

Il caso dell’operatore di Polizia Locale assassino e dei suicidi: la necessità di rafforzare prevenzione, controlli e supporto psicologico nell’opinione di Marco Agostini

Massimiliano Mancini

Abstract: Il caso di omicidio che ha coinvolto un agente della Polizia Locale di Venezia, pur restando un fatto riconducibile alla responsabilità personale — come in tutti gli episodi criminali che hanno interessato le forze di polizia — così come l’impressionante numero di suicidi che colpiscono indistintamente tutte le divise, solleva interrogativi rilevanti sui meccanismi di controllo all’interno delle forze di polizia e sulle criticità organizzative legate alla prevenzione dei comportamenti devianti, alla verifica dei requisiti psicofisici e al supporto del personale. Attraverso un’intervista al Comandante generale della Polizia Locale di Venezia, l’articolo propone una riflessione etica e istituzionale volta a individuare possibili miglioramenti normativi e organizzativi, finalizzati a rafforzare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni deputate alla sicurezza.

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Il caso che ha coinvolto un agente della Polizia Locale di Venezia, accusato di aver ucciso un ragazzo venticinquenne a Malcontenta di Mira (VE), ha riportato al centro del dibattito pubblico il tema della responsabilità individuale e dei controlli all’interno delle forze di polizia, locali e nazionali.

Marco Agostini

Mentre le indagini dell’autorità giudiziaria sono tuttora in corso per chiarire la dinamica dei fatti e le responsabilità penali, l’episodio solleva interrogativi che non possono essere elusi sul funzionamento delle strutture organizzative e sui meccanismi di prevenzione dei comportamenti devianti. Pur trattandosi, evidentemente, di un evento eccezionale imputabile alle scelte e alle azioni del singolo, si impone una riflessione più ampia sulla capacità delle istituzioni di intercettare segnali di disagio, di intervenire tempestivamente e di garantire che l’esercizio di funzioni così delicate avvenga sempre nel rispetto dei principi etici e della legalità. Il tema riguarda non solo l’uso delle armi, ma anche la selezione del personale, i controlli interni, il supporto psicologico e il ruolo della responsabilità collettiva all’interno delle forze di polizia nel loro complesso.

A ciò si unisce l’impressionate sequenza di suicidi nelle forze di polizia, che colpiscono indifferentemente tutte le divise e ciò rende ancor più urgente intervenire con una serie di strumenti di valutazione preliminare e di suppoto permamente psicologico.

Su questi temi Ethica Societas ha intervistato Marco Agostini, Comandante generale della Polizia Locale di Venezia e responsabile del Corpo di cui faceva parte Riccardo Salvagno, l’operatore accusato del grave omicidio. L’obiettivo è offrire ai lettori uno sguardo informato e non emotivo sul caso, andando oltre la cronaca per comprendere quali strumenti siano oggi disponibili, cosa possa essere migliorato e quali scelte organizzative e normative possano contribuire a rafforzare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni deputate alla sicurezza.

Domanda: Cosa è successo e ci sono stati dei segni premonitori?

«Le notizie salite agli onori delle cronache, che vedono protagonista un agente della Polizia Locale di Venezia, Riccardo Salvagno, sono ancora oggetto di approfondimenti investigativi da parte della Procura della Repubblica e dei Carabinieri, forza di polizia procedente.

I fatti sono chiari: l’agente, probabilmente facendo uso della pistola di ordinanza -pur detenendo legittimamente una propria arma personale- ha ucciso un cittadino straniero, tossicodipendente, dopo averlo sequestrato con la complicità di un altro soggetto straniero, attualmente latitante, portandolo in aperta campagna dove è stato esploso un unico colpo mortale.

Nel corso dell’interrogatorio di garanzia successivo alla cattura, il soggetto ha sostanzialmente ammesso il fatto, fornendo però una motivazione radicalmente diversa da quella inizialmente ipotizzata dagli investigatori connessa allo spaccio di sostanze stupefacenti. Ha infatti delineato un possibile ricatto a sfondo sessuale, legato alla frequentazione di locali notturni equivoci: una versione che potrebbe anche risultare credibile, ma che ovviamente non muta né la gravità dei fatti né la responsabilità penale dell’agente.

Rispetto all’episodio specifico non vi sono stati segnali premonitori evidenti; tuttavia, nei mesi precedenti l’agente si era assentato dal servizio, adducendo una crisi depressiva connessa a cattivi rapporti all’interno della struttura in cui operava. Per tale ragione il Comando lo aveva inizialmente destinato alla sala operativa e successivamente al servizio di piantone, dopo che era stato sorpreso a tentare un uso improprio delle nostre telecamere di videosorveglianza per “verificare” un locale dove lavorava la vittima, ma anche una donna con cui lo stesso agente aveva o aveva avuto una relazione.

Tali elementi, tuttavia, non lasciavano presagire un esito drammatico come quello poi avvenuto, ma inducevano esclusivamente il Comando a valutare il soggetto come scarsamente affidabile e caratterialmente difficile, evenienza che in un’organizzazione complessa come la nostra, composta da quasi 600 operatori, può purtroppo capitare.

Peraltro, il soggetto era arrivato da noi da relativamente poco tempo, dopo essere stato assunto e aver lavorato in due Comandi di capoluogo provinciale della Regione Veneto, a seguito di uno scambio con un altro agente che aveva la necessità di avvicinarsi alla propria residenza.»

Domanda: I criminali capitano in tutte le forze di polizia. Cosa si può fare, in particolare nella Polizia Locale, per evitare il ripetersi di questi casi?

«Episodi che coinvolgono soggetti criminali all’interno delle forze di polizia, compresa la Polizia Locale, possono verificarsi. Tuttavia, sarebbe opportuno adottare — previa adeguata previsione normativa — contromisure di natura organizzativa, istituendo un servizio di “affari interni” con il compito di verificare le segnalazioni dei cittadini sui comportamenti del personale, nonché di svolgere indagini riservate sulle condizioni di vita, sul tenore di vita e sui comportamenti extra-lavorativi che potrebbero costituire indicatori di possibili abusi.

È evidente che ciò debba essere previsto normativamente: chi sceglie di svolgere il ruolo di poliziotto locale deve accettare di essere sottoposto a controlli anche sulla propria vita privata, oltre che sul comportamento in servizio, poiché non si tratta di un normale lavoratore, ma di un soggetto che esercita poteri che nessun altro dipendente comunale di pari qualifica possiede.

Tutto ciò si scontra con notevoli difficoltà organizzative: se nei grandi Corpi tale modello è astrattamente realizzabile, lo è molto meno nei Servizi e nei piccoli Corpi. Anche in questo caso potrebbe essere di supporto la Regione, che potrebbe istituire un ufficio ispettivo regionale per la Polizia Locale, eventualmente articolato su base provinciale.

Fondamentale, però, è anche il cosiddetto “controllo sociale” da parte dei colleghi, che devono comprendere come segnalare ai superiori comportamenti anomali non significhi “fare la spia”, ma aiutare un collega a prevenire situazioni critiche. Nel caso specifico, questo meccanismo non ha funzionato, se non a fatti ormai avvenuti.

Vi è poi la necessità di dare concreta applicazione al Codice etico per la polizia, approvato dal Consiglio d’Europa oltre vent’anni fa, che contiene linee guida di assoluta rilevanza.

Dopo il fatto accaduto, abbiamo avviato una fase di autoverifica per comprendere quali ulteriori misure possano essere adottate, anche in forma sinergica con altri Comandi della regione, così come già avvenuto negli ultimi due anni in materia di formazione.»

Domanda: Nell’assegnazione dell’arma di ordinanza deve cambiare qualcosa?

«Onestamente ritengo che l’utilizzo della pistola di ordinanza sia stato un fattore accidentale e che la scelta di usarla, anziché l’arma personale legittimamente posseduta, possa essere dipesa da una fantasiosa idea di coprire le tracce del delitto.

Ciò non significa che non si debba affrontare il tema della verifica dei requisiti psicofisici dei soggetti a cui viene attribuita un’arma.

Ritengo che la Polizia Locale debba essere interamente armata, con facoltà per il personale di portare l’arma senza necessità di porto d’armi su tutto il territorio nazionale, e che in tutte le regioni debbano essere istituite commissioni medico-psicologiche per la verifica dei requisiti. Questo perché la Polizia Locale non dispone di un proprio servizio sanitario e non è pensabile gravare ulteriormente i servizi di medicina legale delle ASL.

La Regione potrebbe finanziare e istituire una struttura sanitaria dedicata alla Polizia Locale, cui affidare le visite al momento dell’assunzione, la verifica della permanenza dei requisiti psico-fisici e anche le funzioni di medico del lavoro, considerato che per questo personale esistono esigenze diverse rispetto ai normali dipendenti comunali.

I grandi Comandi potrebbero anche auto-organizzarsi, ma una struttura unica a livello regionale, o comunque finanziata dalla Regione, con la presenza di specialisti — inclusi psichiatri e psicologi — sarebbe sicuramente più efficace.»

Domanda: Considerando anche i casi di suicidio, la valutazione psicologica deve essere introdotta normativamente? E come, e in quali casi?

«La valutazione psicologica è già oggi possibile, prevedendola nel regolamento del Corpo. Noi l’abbiamo introdotta nel 2017 nell’ambito delle visite mediche per la verifica dei requisiti psicofisici e, a seguito delle previsioni del “Patto per Venezia Sicura”, essa è svolta dagli psicologi selettori della Polizia di Stato.

Purtroppo l’agente autore dell’omicidio, essendo pervenuto per mobilità a seguito di scambio, non è stato sottoposto a tali verifiche, e questo rappresenta certamente un aspetto da migliorare.

Ritengo inoltre che tutto il personale armato debba essere sottoposto a verifiche psicofisiche ogni 3-5 anni, avvalendosi di un servizio sanitario specializzato, eventualmente su base regionale come sopra proposto, e che tali verifiche possano essere anticipate, senza necessità di specifica motivazione, qualora il Comandante ne ravvisi l’opportunità.

Infine, devo osservare che, avendo riscontrato una certa fragilità psicologica nelle giovanissime generazioni — che sembrano faticare ad accettare insuccessi e difficoltà — sarebbe opportuno istituire un servizio di assistenza psicologica interno al Comando, affiancando uno psicologo al lavoro già svolto dall’assistente spirituale, che nel nostro caso è un diacono permanente ed ex Commissario del Corpo per molti anni.»


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