Dalle magistrature urbane medievali alla sicurezza integrata, il ruolo della Polizia Locale nel governo delle città

Abstract: Il dibattito contemporaneo sulla riforma della Polizia Locale italiana è frequentemente dominato da questioni ordinamentali, professionali e organizzative che presuppongono una domanda raramente esplicitata: quale debba essere la missione fondamentale delle polizie locali nel XXI secolo. Il contributo propone una rilettura storica e comparata della questione. Attraverso l’analisi delle magistrature urbane europee e delle attuali esperienze francese, spagnola e tedesca, si sostiene che la funzione originaria delle polizie urbane non coincidesse con la repressione della criminalità, bensì con il governo della città. Da questa prospettiva, il futuro della Polizia Locale non risiede nella progressiva assimilazione alle forze di polizia statali, ma nel recupero della propria vocazione storica di istituzione deputata alla tutela della vivibilità urbana, della legalità territoriale e della qualità dello spazio pubblico.
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Una domanda formulata nel modo sbagliato
Da almeno tre decenni il dibattito italiano sulla Polizia Locale ruota attorno ad alcune questioni ricorrenti, quali l’armamento, il riconoscimento delle qualifiche professionali, le tutele del personale, l’accesso alle banche dati e il rapporto con le forze di polizia statali.
Si tratta certamente di questioni importanti, che tuttavia presuppongono un problema più profondo, raramente affrontato in modo diretto poiché ogni discussione sulla riforma sembra ruotare attorno a un interrogativo implicito: quanto la Polizia Locale debba assomigliare alle forze di polizia dello Stato.
La nozione stessa di sicurezza urbana, del resto, a partire dalle prime esperienze di applicazione e formalizzazione delle politiche di sicurezza integrata nei primi anni Duemila, ha conosciuto una progressiva attrazione nell’ambito delle politiche statali di sicurezza, pur conservando una dimensione strettamente connessa alle funzioni di governo del territorio.
La qualità del dibattito pubblico, posta su questo piano, ne risulta inevitabilmente condizionata e quindi, se il parametro di riferimento è costituito esclusivamente dalle forze statali, la Polizia Locale appare destinata a misurarsi continuamente sulla base di ciò che non è: non una polizia nazionale, non è una forza militare, è priva di competenze generali in materia di ordine pubblico e di alcune attribuzioni investigative proprie degli apparati statali.
Questa impostazione rischia però di generare un equivoco, ovvero quello di pensare la Polizia Locale, o meglio l’insieme delle polizie locali, quale un sistema di “polizie nane“, destinate a sanzionare un numerus clausus di illeciti a carattere locale e deputate a svolgere, in via sussidiaria e residuale, tutto ciò che le forze di polizia statali non possono o non vogliono svolgere.
Se però affrontiamo il problema alla luce di una lettura storica, la questione fondamentale potrebbe essere un’altra ossia non quale debba essere il grado di assimilazione alle forze statali, ma quale sia la funzione pubblica che le comunità urbane si attendono da una polizia locale o, meglio, quale sia il valore pubblico che soltanto queste istituzioni, per la loro particolare collocazione territoriale e amministrativa, sono in grado di generare.
Per rispondere a questa domanda è necessario uscire dal dibattito contemporaneo e tornare alle origini stesse dell’idea europea di polizia.
Ambrogio Lorenzetti e la città sicura
Esiste un’immagine che dovrebbe accompagnare ogni riflessione sul futuro delle polizie locali ed è quella del celebre ciclo del Buon Governo, realizzato da Ambrogio Lorenzetti nel Palazzo Pubblico di Siena tra il 1338 e il 1339.
Osservando l’affresco dedicato agli effetti del buon governo sulla città, qualunque osservatore noterà uno scenario di quiete e armonia all’interno delle mura cittadine, nel quale le attività economiche, le relazioni sociali e la vita collettiva sembrano svilupparsi secondo un ordine condiviso, in uno scenario nel quale ciascun attore, pubblico e privato, svolge un ruolo all’interno di un sistema di relazioni che appare regolato dalla giustizia e dalla concordia. In una parola, uno scenario sicuro.
Nella rappresentazione degli effetti del Buon Governo sulla città, Lorenzetti non affida la percezione della sicurezza all’esibizione di apparati repressivi, ma alla raffigurazione di uno spazio urbano nel quale la vita economica e sociale può svilupparsi ordinatamente.
L’affresco non costituisce naturalmente una rappresentazione documentaria delle istituzioni di sicurezza del Trecento, né consente di affermare che l’assenza di pattuglie armate risponda a una precisa intenzione dell’artista, ma sul piano dell’interpretazione iconografica, tuttavia, la sicurezza emerge come una delle manifestazioni della qualità del governo cittadino, piuttosto che come il risultato esclusivo dell’esercizio della forza.
Non è dunque la repressione a occupare il centro della rappresentazione, ma la capacità delle istituzioni di garantire le condizioni nelle quali l’economia prospera insieme alla pace e alla concordia e quindi la sicurezza appare così come un bene che nasce anche quale effetto del buon governo cittadino, offrendo una delle chiavi interpretative più utili per comprendere le trasformazioni contemporanee della sicurezza urbana.
Quando la polizia non era soltanto la lotta al crimine
La progressiva identificazione della polizia con apparati specializzati nella prevenzione e repressione dei reati, nella tutela dell’ordine pubblico e nella sicurezza dello Stato costituisce l’esito di una lunga trasformazione istituzionale, sviluppatasi tra l’età moderna e quella contemporanea e consolidatasi, con caratteristiche differenti nei diversi ordinamenti europei, nel corso del XIX secolo.
Per gran parte della storia europea, invece, il termine “polizia” non ha designato principalmente la repressione dei reati, ma il complesso delle attività necessarie al buon ordine della comunità e, per questo, nella cultura amministrativa dell’età moderna la polizia coincideva, in larga misura, con il buon governo della città.
Il grande trattato di Nicolas de La Mare¹, pubblicato in più volumi a partire dal 1705 e destinato a influenzare la cultura amministrativa europea, attribuiva alla polizia competenze estremamente ampie, quali l’approvvigionamento alimentare, la disciplina dei mercati e del commercio, la regolazione dei mestieri, la sanità pubblica, la manutenzione delle strade, la pulizia urbana, la gestione della povertà, il controllo dei prezzi, nonché la sicurezza e la tranquillità degli abitanti, anche attraverso forme di vigilanza sulle persone considerate potenzialmente pericolose secondo le categorie giuridiche e sociali dell’epoca.
Ciò che oggi considereremmo competenze appartenenti ad amministrazioni differenti veniva allora ricondotto a una medesima funzione pubblica e la polizia coincideva con l’ordine della città e non esclusivamente con il contrasto della criminalità.
Per questa ragione, nella ricostruzione storico-istituzionale, la polizia dell’età moderna può essere interpretata come una forma di amministrazione generale dello spazio urbano, nella quale il controllo dei comportamenti individuali si intrecciava con la regolazione delle attività economiche e delle condizioni materiali della vita collettiva e quindi l’obiettivo principale non consisteva soltanto nel perseguire il reo, ma nel creare e conservare le condizioni affinché la città funzionasse.
Occorre inoltre considerare che ci collochiamo in un’epoca antecedente alla piena affermazione del moderno principio di separazione dei poteri, nella quale funzioni amministrative, normative e giurisdizionali potevano sovrapporsi all’interno delle medesime istituzioni, mentre le comunità urbane disponevano, secondo gli ordinamenti e le epoche, di significativi spazi di autonomia nella produzione delle proprie regole.
Le magistrature urbane italiane
La storia italiana offre esempi particolarmente significativi di questa concezione.
Le città comunali svilupparono magistrature specializzate incaricate di garantire il funzionamento materiale della comunità urbana.
Mercati, approvvigionamenti, edilizia, strade, ponti, mura, pulizia, sicurezza delle vie e gestione degli spazi pubblici appartenevano a un medesimo universo amministrativo, nel quale la tutela dell’ordine cittadino non poteva essere separata dalla regolazione delle condizioni materiali della convivenza.
Le magistrature preposte alla conservazione e alla disciplina delle strade, documentate in diverse realtà comunali italiane, rappresentano un esempio particolarmente significativo di questa organizzazione.
A Roma, la tradizione delle magistrature competenti sulla viabilità e sullo spazio pubblico, attestata già nel periodo medievale e successivamente sviluppatasi attraverso differenti assetti istituzionali, consente di comprendere come funzioni che oggi definiremmo di governo del territorio, vigilanza edilizia, igiene urbana e tutela della circolazione fossero esercitate da autorità dotate, secondo i rispettivi ordinamenti, di attribuzioni amministrative e talvolta giurisdizionali.²
Il riferimento ai magistri aedificiorum et stratarum e alle altre magistrature cittadine non deve naturalmente essere interpretato come prova di una continuità giuridica diretta con gli attuali corpi di Polizia Locale, ma come testimonianza di una tradizione funzionale nella quale la regolazione dello spazio urbano costituiva una componente essenziale del governo della comunità.
La nostra tesi, dunque, è che il riconoscimento alla Polizia Locale di strumenti operativi e poteri adeguati alle funzioni esercitate non debba necessariamente comportare una coincidenza generalizzata con le attribuzioni delle forze di polizia statali, poiché differenti rimangono la collocazione istituzionale e le finalità alle quali tali strumenti sono preordinati.
Le città, già in epoca medievale, non erano considerate soltanto come la somma di settori amministrativi separati, ma come organismi complessi che necessitavano di un governo complessivamente inteso e di conseguenza, il controllo dell’igiene urbana, la disciplina dei mercati e delle fiere, l’organizzazione dello spazio pubblico e la sicurezza delle vie venivano percepiti come parti di una medesima funzione.
Questa funzione era il governo della città.
L’Ottocento e la separazione delle funzioni
L’affermazione dello Stato contemporaneo produce una trasformazione radicale.
Tra il XVIII e il XX secolo, attraverso percorsi differenti nei diversi ordinamenti europei, emergono apparati sempre più specializzati nella tutela dell’ordine pubblico, nella prevenzione della criminalità e nella sicurezza dello Stato.
È l’epoca delle rivoluzioni, delle trasformazioni economiche e sociali, dei disordini e dei tumulti politici, durante la quale gli Stati tendono progressivamente a concentrare e organizzare su scala nazionale le funzioni considerate essenziali per la conservazione dell’ordine pubblico.
Si consolidano così le moderne forze di polizia statali, mentre le funzioni storicamente attribuite alle magistrature urbane si frammentano progressivamente, fino ad assumere assetti amministrativi sempre più specializzati.
La sanità viene distinta dalle funzioni di sicurezza.
L’urbanistica e il governo del territorio acquisiscono una propria autonomia amministrativa.
Le attività economiche vengono affidate a differenti apparati di regolazione e controllo, mentre le funzioni giurisdizionali vengono progressivamente separate da quelle amministrative secondo i principi dello Stato di diritto.
La città sembra così perdere quella figura istituzionale che, per secoli, aveva esercitato una responsabilità complessiva sul funzionamento dello spazio urbano, pur attraverso forme di governo profondamente differenti da quelle contemporanee.
Il Comune moderno e contemporaneo rappresenta, sotto il profilo storico e istituzionale, uno degli eredi delle antiche autonomie cittadine. Nell’ordinamento italiano, esso esercita le funzioni amministrative attribuitegli dalla legislazione vigente, nel quadro dei principi costituzionali e della ripartizione delle competenze delineata dal Titolo V della Costituzione.
La Polizia Locale, tuttavia, assume in tale contesto una rilevanza e una peculiarità che non possono essere sottovalutate dal legislatore.
Essa si colloca infatti trasversalmente rispetto a numerose materie di governo della città, contribuendo, attraverso la presenza sul territorio, non soltanto alla conoscenza delle esigenze della comunità e all’individuazione delle criticità che richiedono l’intervento amministrativo, ma anche all’effettività delle decisioni assunte dall’ente.
La funzione di vigilanza e controllo rappresenta, in questa prospettiva, uno degli strumenti attraverso i quali le politiche pubbliche territoriali possono tradursi in comportamenti concretamente osservati e in condizioni di ordinata convivenza.
In prospettiva storica, la Polizia Locale assume così il ruolo di un’istituzione che continua a collocarsi all’intersezione tra sicurezza, intesa nelle sue specifiche dimensioni giuridiche e operative, territorio, mobilità, attività economiche e spazio pubblico.
Ecco dunque che il sistema della Polizia Locale, diffuso nei Comuni italiani e presente, secondo i rispettivi ordinamenti, anche a livello provinciale e metropolitano, assume una rilevanza significativa nel più ampio sistema nazionale della sicurezza integrata.
Francia, Spagna e Germania: una convergenza europea
Il confronto con le principali esperienze europee rivela un fenomeno particolarmente interessante.
Nonostante le differenze ordinamentali, le istituzioni municipali incaricate delle funzioni di polizia e di regolazione dello spazio urbano sembrano condividere alcuni obiettivi riconducibili alla tutela della convivenza, alla prevenzione dei conflitti e alla qualità della vita cittadina.
Non si tratta di modelli perfettamente sovrapponibili, poiché l’organizzazione delle competenze e il rapporto tra amministrazioni territoriali e apparati statali variano sensibilmente, ma di esperienze che consentono di individuare una comune attenzione alla dimensione urbana della sicurezza.
Il modello francese
La Police municipale francese si inserisce nella tradizione del potere di polizia amministrativa del sindaco, consolidatasi attraverso l’evoluzione dell’ordinamento amministrativo francese.
La tutela del buon ordine (bon ordre), della tranquillità, della sicurezza e della salubrità pubblica costituisce il riferimento fondamentale delle attribuzioni di polizia municipale, secondo quanto previsto dall’articolo L2212-2 del Code général des collectivités territoriales.
Occorre distinguere, sotto il profilo giuridico, i poteri di polizia amministrativa attribuiti al sindaco dalle specifiche competenze degli agenti della Police municipale, ma l’elemento centrale rimane la connessione tra esercizio delle funzioni di vigilanza e governo delle condizioni di convivenza urbana.
La missione municipale non coincide, pertanto, con la repressione generalizzata della criminalità, ma comprende il mantenimento delle condizioni che consentono un’ordinata utilizzazione dello spazio pubblico.
L’idea stessa di salubrità pubblica richiama una tradizione amministrativa che affonda le proprie radici nelle antiche funzioni di governo delle città.
Il modello spagnolo
Le principali polizie municipali spagnole, in particolare quelle delle grandi città, hanno sviluppato una significativa vocazione alla gestione della convivenza urbana.
La sicurezza stradale, il controllo dello spazio pubblico, la gestione delle attività ricreative e della vita notturna, l’intervento nei conflitti di quartiere, la vigilanza sulle attività economiche e l’attenzione alle situazioni di fragilità sociale costituiscono dimensioni importanti della loro attività, nel quadro delle attribuzioni previste dalla legislazione nazionale e dalle normative territoriali.
L’articolo 53 della Ley Orgánica 2/1986, relativa alle forze e ai corpi di sicurezza, individua infatti una pluralità di funzioni delle polizie locali, comprendenti la regolazione della circolazione, la polizia amministrativa, la collaborazione con le altre forze di sicurezza e, nei casi previsti, la partecipazione alla prevenzione e alla gestione dei conflitti.
Non è casuale che in numerose esperienze amministrative spagnole emerga il concetto di convivencia ciudadana, attraverso il quale la sicurezza urbana viene interpretata anche come qualità delle relazioni sociali e corretta utilizzazione dello spazio pubblico.
Si tratta di un orientamento che assume caratteristiche differenti nelle singole realtà territoriali, ma che conferma la rilevanza della dimensione municipale nella regolazione della vita collettiva.
Il modello tedesco
Particolarmente significativa, pur nella diversità delle strutture istituzionali, appare l’esperienza tedesca degli Ordnungsämter e, laddove istituiti, dei servizi comunali di ordine pubblico, spesso denominati Kommunaler Ordnungsdienst.
Rumore, rifiuti, commercio, utilizzo degli spazi pubblici, sicurezza percepita, tutela degli animali, ordine urbano e qualità dell’ambiente cittadino costituiscono ambiti ricorrenti della loro attività.
L’organizzazione di tali servizi varia sensibilmente tra i Länder e tra le amministrazioni comunali, e non sempre essi possono essere considerati corpi di polizia municipale direttamente comparabili con quelli italiani.
Il confronto riguarda quindi soprattutto le funzioni esercitate e non l’equivalenza giuridica delle istituzioni.
Ciò che appare significativo è che numerosi fenomeni spesso considerati marginali rispetto alle attività tradizionali di polizia giudiziaria rappresentano invece una componente centrale dell’azione amministrativa municipale tedesca.
La regolazione delle condizioni quotidiane della convivenza urbana assume così un ruolo essenziale nella costruzione dell’ordine cittadino.
La sicurezza urbana come governo della vivibilità
Alla luce di queste esperienze, la definizione italiana di sicurezza urbana³ assume un significato particolarmente rilevante.
La sicurezza urbana non può essere ridotta a un segmento minore della sicurezza pubblica, poiché rappresenta anche una politica integrata di governo della città, nella quale prevenzione, regolazione dello spazio pubblico, qualità ambientale, mobilità, coesione sociale e tutela della legalità concorrono alla costruzione delle condizioni di vivibilità.
La Polizia Locale, parimenti, non è e non deve essere considerata la sorella minore delle forze di polizia statali, ma una componente essenziale di un sistema territoriale di sicurezza nel quale corpi e servizi, attraverso il sapere professionale e l’impegno quotidiano dei propri appartenenti, contribuiscono a costruire condizioni di sicurezza che non derivano soltanto da interventi imposti dall’alto, ma anche dalla conoscenza delle comunità e dalla capacità di rispondere alle loro esigenze.
In questo contesto, la sicurezza urbana non costituisce una competenza esclusiva della Polizia Locale, ma il risultato dell’interazione tra differenti politiche pubbliche e soggetti istituzionali, comprendenti le amministrazioni comunali, le strutture regionali, le autorità statali, i servizi sociali e sanitari e le diverse articolazioni della società civile.
La specificità della Polizia Locale consiste nella sua capacità di operare all’interno di tale sistema, collegando la presenza territoriale, l’esercizio delle funzioni di vigilanza e il contributo all’effettività delle politiche amministrative.
Un ulteriore riferimento può essere individuato nella tradizione britannica del policing by consent, associata all’esperienza della Metropolitan Police istituita nel 1829 su iniziativa di Robert Peel, allora ministro dell’Interno britannico.
Pur appartenendo a un differente contesto istituzionale, questa tradizione richiama l’importanza della legittimazione sociale dell’azione di polizia e del rapporto fiduciario con la comunità, elementi che assumono particolare significato anche nella riflessione contemporanea sulla polizia di prossimità.
Ancora oggi, molte delle questioni che incidono maggiormente sulla qualità della vita quotidiana non sono esclusivamente criminali, ma riguardano l’utilizzo degli spazi pubblici, la sicurezza stradale, il degrado urbano, l’abusivismo, la marginalità sociale, la qualità dell’ambiente urbano, la vivibilità dei quartieri e la fruibilità dei servizi.
Si tratta di fenomeni che richiedono capacità di integrazione e coordinamento, oltre all’esercizio delle necessarie funzioni di controllo e repressione degli illeciti.
Poiché la rappresentazione del buon governo proposta da Lorenzetti suggerisce che la sicurezza possa essere interpretata anche come risultato di un ordine urbano fondato sulla giustizia e sulla qualità delle relazioni sociali, e non soltanto sull’esibizione della forza repressiva, appare necessario sviluppare una corretta consapevolezza del ruolo delle polizie locali nel sistema contemporaneo della sicurezza multilivello.
Dalla misurazione dell’attività alla produzione di valore pubblico
Se la sicurezza urbana viene interpretata come una componente della qualità del governo cittadino, anche la valutazione dell’efficacia della Polizia Locale deve necessariamente superare una concezione esclusivamente quantitativa della prestazione, nella quale il numero degli accertamenti, delle sanzioni e degli interventi costituisce il principale indicatore dell’attività svolta.
La capacità di produrre valore pubblico si manifesta infatti anche nella prevenzione dei rischi, nella continuità della presenza territoriale, nella conoscenza delle dinamiche sociali, nell’effettività delle regolazioni amministrative e nel contributo alla fruibilità degli spazi collettivi.
Ciò non significa ridimensionare l’importanza delle funzioni di polizia giudiziaria, di polizia stradale e di pubblica sicurezza esercitate nei limiti e secondo le modalità previste dall’ordinamento, ma collocarle all’interno di una prospettiva più ampia, nella quale l’azione di polizia rappresenta una componente del sistema di governo della città.
La misurazione dell’efficacia dell’attività della Polizia Locale dovrebbe quindi considerare non soltanto i risultati immediatamente quantificabili, ma anche il contributo alla riduzione delle situazioni di rischio, alla qualità della circolazione, alla tutela dell’ambiente urbano, alla prevenzione dei conflitti e all’effettiva osservanza delle regole che disciplinano la vita collettiva.
Naturalmente, occorre distinguere i risultati direttamente attribuibili all’azione della Polizia Locale dagli effetti complessivi delle politiche pubbliche comunali, poiché la vivibilità urbana dipende da una pluralità di fattori economici, sociali, infrastrutturali e istituzionali.
In tale contesto, la specificità della Polizia Locale consiste nella possibilità di integrare conoscenza del territorio, esercizio delle attribuzioni di vigilanza e collaborazione con le diverse strutture amministrative, contribuendo alla realizzazione degli obiettivi pubblici senza sostituirsi alle responsabilità istituzionali degli altri soggetti coinvolti.
È proprio questa capacità di collegamento tra amministrazione e territorio a rappresentare uno degli elementi distintivi della polizia della città.
Il futuro: la polizia della città
Da questa ricostruzione emerge una conclusione controcorrente: il futuro della Polizia Locale non sembra consistere necessariamente nella sua progressiva assimilazione alle forze statali poiché la sua specificità non deriva esclusivamente da ciò che la distingue in termini di competenze, ma dalla funzione pubblica che è chiamata a svolgere e dal rapporto che tale funzione conserva, pur nella profonda discontinuità degli ordinamenti, con la tradizione europea del governo urbano.
La Polizia Locale appare sempre più come una delle istituzioni pubbliche chiamate a contribuire alla tutela della qualità dello spazio urbano, attraverso l’esercizio di attribuzioni che si collocano all’intersezione tra sicurezza, regolazione amministrativa, prevenzione e governo del territorio.
Non una forza di polizia incompiuta o minore, e neanche una miniatura in scala comunale delle polizie statali, ma un’istituzione contemporanea che può riconoscere nella storia delle magistrature urbane una significativa tradizione funzionale.
La tradizione del governo della città.
Le tecnologie digitali, gli osservatori territoriali, la polizia di prossimità, l’analisi dei dati e la governance collaborativa non rappresentano necessariamente una rottura rispetto a questa storia, ma possono costituire gli strumenti contemporanei attraverso i quali perseguire, secondo i principi e le garanzie dell’ordinamento democratico, una missione antica.
Garantire il buon governo della città.
L’approvazione definitiva, il 13 ottobre 2026, della legge delega per il riordino delle funzioni e dell’ordinamento della Polizia Locale⁴ apre una nuova fase del confronto istituzionale, nella quale la definizione dei decreti legislativi attuativi offrirà l’occasione per interrogarsi non soltanto sull’estensione delle attribuzioni, sulle qualifiche e sulle tutele professionali, ma anche sul modello di polizia territoriale che il legislatore intende delineare.
Il dibattito sulla riforma può dunque essere letto in modo differente.
L’alternativa non è necessariamente tra una polizia amministrativa tradizionale e una forza sempre più assimilabile alle polizie statali, poiché la vera questione riguarda l’individuazione del ruolo che la Polizia Locale deve assumere nella costruzione delle condizioni di vivibilità urbana, nel rispetto delle competenze delle altre istituzioni e all’interno di un sistema di sicurezza integrata.
L’esperienza storica delle magistrature cittadine, la tradizione amministrativa europea e le più recenti evoluzioni delle istituzioni municipali francesi, spagnole e tedesche suggeriscono una possibile risposta.
Le città contemporanee continuano ad avere bisogno di soggetti istituzionali capaci di collegare sicurezza, mobilità, spazio pubblico, commercio, ambiente, legalità urbana e coesione sociale.
In questa prospettiva, la Polizia Locale non rappresenta una funzione residuale delle competenze comunali o statali, ma costituisce una delle espressioni contemporanee di una tradizione di governo urbano nella quale la tutela della convivenza e l’effettività dell’azione amministrativa assumono un ruolo centrale.
Come nell’affresco di Lorenzetti, la sfida non consiste semplicemente nel contrastare il disordine, ma nel creare le condizioni affinché la città possa continuare a funzionare, attraverso istituzioni capaci di coniugare legalità, giustizia, qualità dello spazio pubblico e attenzione alle esigenze della comunità.
E quando una città funziona, normalmente, è anche più sicura.
Note
1. De La Mare, N. (1705–1738). Traité de la police, où l’on trouvera l’histoire de son établissement, les fonctions et les prérogatives de ses magistrats; toutes les lois et tous les règlements qui la concernent. 4 voll. Paris, Jean et Pierre Cot. Il trattato costituisce una delle principali testimonianze della concezione amministrativa della polizia nell’età moderna.
2. Carbonetti, C. (2023). Il Comune di Roma e la salvaguardia delle strade tra XIII e XIV secolo. In L. Barelli, M. G. Sclavi e P. Scarafia (a cura di), Viae Urbis. Le strade a Roma nel Medioevo. Atti del Convegno Internazionale (Roma, 18–20 novembre 2021) (pp. 209–216). Viella.
3. Articolo 4, comma 1, del decreto-legge 20 febbraio 2017, n. 14, convertito, con modificazioni, dalla legge 18 aprile 2017, n. 48, recante «Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città». La disposizione definisce la sicurezza urbana come bene pubblico riferito alla vivibilità e al decoro delle città, da perseguire anche attraverso interventi di riqualificazione urbana, sociale e culturale, prevenzione della criminalità, contrasto alla marginalità e promozione della coesione sociale.
4. Disegno di legge recante delega al Governo per il riordino delle funzioni e dell’ordinamento della Polizia Locale, A.S. 1903, già A.C. 1716, approvato definitivamente il 13 ottobre 2026. Il riferimento alla legge delega dovrà essere aggiornato con gli estremi ufficiali della legge promulgata e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale, una volta disponibili.
Bibliografia
Bayley, D. H. (1985). Patterns of policing: A comparative international analysis. Rutgers University Press.
Brodeur, J.-P. (2010). The policing web. Oxford University Press.
Carbonetti, C. (2023). Il Comune di Roma e la salvaguardia delle strade tra XIII e XIV secolo. In L. Barelli, M. G. Sclavi e P. Scarafia (a cura di), Viae Urbis. Le strade a Roma nel Medioevo. Atti del Convegno Internazionale (Roma, 18–20 novembre 2021) (pp. 209–216). Viella.
De La Mare, N. (1705–1738). Traité de la police, où l’on trouvera l’histoire de son établissement, les fonctions et les prérogatives de ses magistrats; toutes les lois et tous les règlements qui la concernent. 4 voll. Jean et Pierre Cot.
Foucault, M. (2007). Security, territory, population: Lectures at the Collège de France, 1977–1978. Palgrave Macmillan.
Garland, D. (2001). The culture of control: Crime and social order in contemporary society. University of Chicago Press.
Goldstein, H. (1990). Problem-oriented policing. McGraw-Hill.
Reiner, R. (2010). The politics of the police (4th ed.). Oxford University Press.
Skogan, W. G. (2006). Police and community in Chicago: A tale of three cities. Oxford University Press.
Fonti normative
Francia. Code général des collectivités territoriales, art. L2212-2.
Italia. Costituzione della Repubblica italiana, Titolo V, Parte II.
Italia. Decreto-legge 20 febbraio 2017, n. 14, convertito, con modificazioni, dalla legge 18 aprile 2017, n. 48. Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città.
Italia. Legge 7 marzo 1986, n. 65. Legge-quadro sull’ordinamento della polizia municipale.
Spagna. Ley Orgánica 2/1986, de 13 de marzo, de Fuerzas y Cuerpos de Seguridad.

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