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Francesco Mancini NOTIZIE Politica e Scienze Politiche

Emma Bonino, la libertà contro la morale degli altri

Dall’autodeterminazione delle donne agli Stati Uniti d’Europa, una vita politica attraversata dall’idea radicale che lo Stato debba garantire le libertà, non imporre una morale

Francesco Mancini

Abstract: La storia politica di Emma Bonino attraversa mezzo secolo di trasformazioni della società italiana ed europea mantenendo una continuità difficilmente separabile dalla tradizione radicale nella quale si è formata: la libertà individuale come limite al potere dello Stato, delle maggioranze e delle convenzioni sociali. Dalla disobbedienza civile per l’aborto alle campagne contro la pena di morte, dalle mutilazioni genitali femminili alla costruzione della Corte penale internazionale, fino alla difesa dell’integrazione europea e della prospettiva degli Stati Uniti d’Europa, la sua azione politica ha spesso preceduto il riconoscimento istituzionale dei diritti per i quali combatteva. Non tutte le sue posizioni sono diventate maggioritarie e alcune sono rimaste profondamente controverse, ma la coerenza del suo percorso può essere rintracciata proprio nel rifiuto di subordinare la libertà individuale alla morale dominante e nella convinzione che i diritti acquistino significato soprattutto quando proteggono chi si trova in minoranza. Il suo europeismo apparteneva alla stessa concezione: superare la sovranità assoluta degli Stati attraverso istituzioni comuni, diritto sovranazionale e responsabilità condivise. La sua morte, l’11 settembre 2026, chiude una delle esperienze più riconoscibili del radicalismo italiano, ma lascia aperta la questione che l’ha accompagnata per tutta la vita: fino a che punto una società libera è disposta a riconoscere libertà anche a chi compie scelte che la maggioranza non condivide?

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La libertà quando non è comoda

Emma Bonino è morta a Roma l’11 settembre 2026, a 78 anni, dopo avere attraversato oltre mezzo secolo della vita pubblica italiana ed europea ricoprendo incarichi che l’hanno portata dal Parlamento italiano a quello europeo, dal Governo alla Commissione europea e infine al Ministero degli Esteri, senza tuttavia permettere alla dimensione istituzionale di cancellare completamente quella dell’attivista radicale dalla quale tutto era cominciato. Ridurre la sua biografia alla successione degli incarichi significherebbe però raccontarne soltanto la parte più visibile, perché ciò che rende politicamente interessante la sua esperienza non è tanto l’essere riuscita a entrare nelle istituzioni quanto l’avere trascorso buona parte della propria vita cercando di costringerle a confrontarsi con questioni che, nel momento in cui venivano poste, erano spesso considerate scomode, divisive, moralmente controverse o semplicemente premature.

Esiste infatti un filo abbastanza riconoscibile che attraversa battaglie apparentemente lontane tra loro e che consente di leggere la sua storia al di là della cronologia: la libertà acquista il suo significato politico più profondo non quando protegge le scelte che la maggioranza considera normali e condivisibili, perché quelle raramente hanno bisogno di essere difese, ma quando garantisce all’individuo la possibilità di compiere scelte che altri giudicano sbagliate, immorali, sconvenienti o semplicemente diverse dalle proprie, fino al limite nel quale l’esercizio della libertà incontra i diritti e la libertà degli altri.

È una distinzione meno scontata di quanto possa sembrare, perché implica separare la sfera del diritto da quella della morale senza pretendere, ingenuamente, di espellere la morale dalla società: una comunità può continuare a considerare una determinata condotta sbagliata, una confessione religiosa può definirla peccato e ciascun individuo può ritenerla incompatibile con i propri valori, ma il problema propriamente politico comincia nel momento in cui ci si domanda se quella valutazione morale sia sufficiente a conferire allo Stato il potere di impedire anche agli altri di compiere quella scelta. Una parte considerevole della vicenda politica di Emma Bonino può essere letta proprio all’interno di questa tensione tra libertà, norma e morale collettiva.

Quando infrangere la legge significava chiedere di cambiarla

La battaglia per l’interruzione volontaria della gravidanza rappresenta probabilmente il caso più evidente, perché nella metà degli anni Settanta Bonino partecipò alle attività del CISA, il Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto, trasformando la pratica dell’autodenuncia e della disobbedienza civile in uno strumento attraverso il quale rendere visibile la distanza esistente tra l’ordinamento e una realtà sociale che il divieto penale non riusciva a eliminare, ma contribuiva piuttosto a confinare nella clandestinità. La sua esperienza personale e politica si saldò allora alla campagna per la legalizzazione dell’aborto, in un contesto nel quale parlare pubblicamente di interruzione della gravidanza significava ancora confrontarsi con una forte stigmatizzazione sociale e con la repressione penale.

La legge n. 194 sarebbe arrivata nel 1978, al termine di un processo politico, sociale e parlamentare molto più ampio del solo movimento radicale e nel quale ebbero un ruolo determinante anche il movimento femminista, i partiti, le associazioni e la trasformazione culturale della società italiana; sarebbe quindi storicamente improprio attribuire a Bonino la conquista di quel diritto, così come sarebbe riduttivo cancellare il contributo delle mobilitazioni radicali alla trasformazione di una questione privata e clandestina in un problema politico del quale le istituzioni non potevano più evitare di occuparsi.

Ciò che rende quella vicenda ancora interessante, tuttavia, non è soltanto la questione dell’aborto, ma il principio di autonomia personale che vi era contenuto: difendere il diritto di una donna a interrompere una gravidanza non significava sostenere che ogni donna dovesse compiere quella scelta, né pretendere che essa fosse moralmente irrilevante, ma affermare che, entro i limiti e le garanzie stabiliti dall’ordinamento, la decisione non potesse essere trasferita integralmente allo Stato, a una confessione religiosa, a un partito o alla maggioranza sociale. È una concezione della libertà inevitabilmente più impegnativa di quella celebrata in astratto, perché obbliga ad accettare che un’altra persona possa utilizzare la propria autonomia per scegliere qualcosa che noi, nella stessa situazione, non sceglieremmo.

Nessuno è libero soltanto per le scelte che approviamo

È all’interno di questa impostazione che diventa possibile comprendere perché le battaglie radicali abbiano attraversato con tanta frequenza territori politicamente scomodi e difficilmente riducibili alla tradizionale divisione tra destra e sinistra: Bonino si impegnò per l’autodeterminazione delle donne, contro la pena di morte e le mutilazioni genitali femminili, contro la fame nel mondo e per la costruzione di una giustizia penale internazionale, portando avanti, insieme al mondo radicale, anche campagne su questioni che continuarono a incontrare fortissime resistenze culturali e politiche. La Commissione europea, nel ricordarla dopo la morte, ha ricondotto esplicitamente la sua esperienza europea alle battaglie per i diritti umani, i diritti delle donne, la giustizia internazionale e l’abolizione della pena capitale.

Non è necessario condividere ciascuna di queste posizioni per riconoscere la struttura politica e culturale che le teneva insieme; anzi, probabilmente il modo meno interessante di ricordare Emma Bonino sarebbe trasformarla, dopo la morte, in una figura sulla quale tutti siano improvvisamente d’accordo, cancellando proprio quella dimensione conflittuale che ha caratterizzato gran parte della sua presenza pubblica. Le sue battaglie incontrarono opposizioni politiche, religiose e culturali profonde, alcune entrarono progressivamente nell’ordinamento e nel costume sociale, altre rimasero minoritarie e altre ancora continuano a dividere l’opinione pubblica, ma è precisamente questa conflittualità a restituire il significato della sua esperienza, perché una concezione radicale della libertà non nasce dalla necessità di produrre consenso intorno a ogni scelta individuale, bensì dalla volontà di proteggere lo spazio nel quale il dissenso e la differenza possano continuare a esistere.

Il problema, in questa prospettiva, non consiste nel costruire una società priva di morale, ipotesi sociologicamente impossibile prima ancora che politicamente discutibile, ma nell’impedire che una determinata morale, semplicemente perché maggioritaria in un preciso momento storico, possa trasformarsi automaticamente nel potere di decidere come debbano vivere tutti gli altri. La libertà, se vale qualcosa, deve poter valere anche quando diventa scomoda.

Diritti senza confini

Con il passare degli anni quella concezione della libertà superò sempre più chiaramente i confini italiani, perché la battaglia contro la pena di morte, il contrasto alle mutilazioni genitali femminili, l’attenzione alle crisi umanitarie e il sostegno alla giustizia penale internazionale partivano da una medesima premessa: se i diritti fondamentali appartengono alla persona in quanto tale, la loro esistenza non può dipendere interamente dal passaporto posseduto o dal governo sotto il quale si è avuta la sorte di nascere.

Da commissaria europea, tra il 1995 e il 1999, Bonino ebbe tra le proprie responsabilità gli aiuti umanitari e seguì direttamente alcune delle più gravi crisi internazionali del periodo, dai Balcani al Ruanda fino all’Afghanistan; parallelamente, il suo impegno internazionale si legò alle campagne per la giustizia penale internazionale e contro la pena capitale, costruendo una relazione tra diritti, istituzioni sovranazionali e responsabilità internazionale che sarebbe rimasta riconoscibile nel resto della sua esperienza politica.

Da questa prospettiva emerge un passaggio ulteriore, perché la sovranità dello Stato non viene considerata un principio da abolire, ma neppure un alibi assoluto dietro il quale qualsiasi potere possa sottrarsi a limiti esterni: è una concezione tornata particolarmente controversa in una fase storica nella quale la sovranità nazionale ha recuperato centralità nel dibattito europeo e internazionale, ma proprio per questo aiuta a comprendere perché, nella biografia politica di Bonino, europeismo e diritti individuali non siano mai stati due capitoli separati.

L’Europa non come geografia, ma come scelta politica

Emma Bonino non era europeista semplicemente perché favorevole all’Unione europea esistente, poiché il suo europeismo apparteneva a una tradizione federalista molto più esigente e guardava alla prospettiva degli Stati Uniti d’Europa come al possibile superamento di un sistema nel quale problemi sempre più transnazionali continuavano a essere governati attraverso strutture politiche prevalentemente nazionali. Dopo la sua morte, Sergio Mattarella ha ricordato proprio l’unità e la maggiore integrazione dell’Unione europea come una delle priorità che avevano caratterizzato gli ultimi anni del suo impegno pubblico.

Non era dunque l’Europa contemplata come un progetto già compiuto, ma l’Europa considerata precisamente nella sua incompletezza: economie fortemente integrate, una moneta comune per gran parte dell’Unione, ordinamenti giuridici interconnessi e uno spazio nel quale milioni di cittadini studiano, lavorano e si muovono attraversando frontiere che hanno perso buona parte del significato che possedevano per le generazioni precedenti continuano infatti a convivere con una politica estera, una politica di difesa e una capacità decisionale ancora largamente dipendenti dalle sovranità nazionali.

Nella visione boniniana, il federalismo europeo diventava quindi la prosecuzione, su una scala differente, della stessa diffidenza nei confronti della concentrazione assoluta del potere che aveva attraversato le battaglie sui diritti individuali: prima impedire allo Stato di assorbire integralmente la libertà della persona, poi impedire alla sovranità nazionale di diventare l’orizzonte invalicabile della politica europea. È naturalmente possibile contestare questa soluzione, preferire un’Europa maggiormente confederale o attribuire un valore superiore alla sovranità degli Stati; ciò che rimane storicamente riconoscibile è la continuità con cui Bonino sostenne la propria alternativa, anche quando l’ipotesi federalista appariva lontana dalle priorità politiche del momento.

La coerenza non significa rimanere immobili

Definire coerente una vita politica durata cinquant’anni non dovrebbe significare costruirne retrospettivamente una linearità artificiale, come se fosse stata priva di contraddizioni, errori, sconfitte, compromessi o cambiamenti, perché nessuna esperienza politica reale potrebbe superare un criterio del genere e sottrarre Bonino a questa complessità significherebbe, paradossalmente, impoverirne la biografia proprio nel momento in cui si pretende di celebrarla.

La sua storia attraversò alleanze differenti, incarichi istituzionali, trasformazioni del radicalismo italiano, divisioni e anche la dolorosa rottura con Marco Pannella negli ultimi anni della vita di quest’ultimo; eppure Bonino continuò a riconoscere quanto quell’incontro avesse determinato la propria formazione politica, ricordando ancora nel 2026 che Pannella aveva segnato la sua vita «come nessun altro».

La coerenza più interessante, del resto, non è quella di chi ripete per mezzo secolo le stesse formule davanti a una società che cambia, ma quella di chi conserva alcuni criteri fondamentali e prova ad applicarli a problemi nuovi; nel caso di Bonino questi criteri sono rimasti abbastanza riconoscibili nell’autodeterminazione individuale, nella laicità delle istituzioni, nello Stato di diritto, nella tutela delle minoranze, nella responsabilità personale, nell’universalizzazione dei diritti e nella prospettiva di un’Europa politicamente più integrata.

In questo senso, la sua capacità di occupare incarichi istituzionali di primo piano senza identificarsi completamente con la politica di apparato costituisce una delle caratteristiche più particolari della sua traiettoria: l’attivista che aveva utilizzato la disobbedienza civile per contestare una legge sarebbe diventata commissaria europea e ministra degli Esteri, ma il passaggio dalla protesta all’istituzione non avrebbe cancellato l’idea che anche le istituzioni possano e debbano essere messe in discussione quando smettono di proteggere la libertà delle persone.

Il diritto di essere minoranza

Forse esiste una parola capace di leggere meglio di altre la vita politica di Emma Bonino: minoranza. Molte delle cause alle quali dedicò la propria attività nacquero infatti quando erano minoritarie, impopolari o apertamente scandalose, alcune sarebbero diventate, decenni più tardi, parte della normalità giuridica e culturale italiana, mentre altre non avrebbero mai raggiunto quella condizione; ed è precisamente in questa distanza tra ciò che una società considera accettabile in un determinato momento e ciò che potrebbe considerare normale una generazione più tardi che la sua esperienza acquista un significato che supera la celebrazione delle singole battaglie vinte.

Una democrazia liberale, infatti, non si misura soltanto attraverso la possibilità della maggioranza di governare, principio essenziale di qualsiasi sistema democratico, ma anche attraverso la quantità di libertà che quella stessa maggioranza è disposta a riconoscere a chi non le assomiglia, non ne condivide i valori o sceglie di vivere diversamente; se la libertà continua a essere riconosciuta soltanto finché viene esercitata nel modo che riteniamo moralmente corretto, ciò che stiamo concedendo non è propriamente una libertà, ma un permesso condizionato alla conformità.

Bonino portò questa concezione fino a posizioni che molti italiani hanno contestato e che altri continueranno legittimamente a contestare, ma proprio questo dissenso consente di cogliere il punto: una cultura liberale non richiede che tutti approvino le medesime scelte individuali, richiede piuttosto che rimanga politicamente comprensibile la distanza tra «non condivido ciò che fai» e «voglio che lo Stato ti impedisca di farlo».

È probabilmente questo uno degli aspetti della sua eredità che rischierebbe maggiormente di scomparire se la memoria collettiva la riducesse all’immagine rassicurante della grande battagliera dei diritti, perché i diritti che oggi appaiono rassicuranti sono spesso quelli per i quali non è più necessario combattere, mentre la misura effettiva di una società libera continua a trovarsi nei diritti che dividono, disturbano e costringono la maggioranza a confrontarsi con chi non le assomiglia.

Continuare senza trasformarla in un monumento

Alle esequie di Stato del 15 settembre 2026, celebrate in forma laica nella Sala della Protomoteca del Campidoglio alla presenza delle più alte cariche dello Stato, la memoria pubblica di Emma Bonino ha inevitabilmente ricomposto in un’unica figura esperienze che durante la sua vita erano state molto più conflittuali: il radicalismo, l’europeismo, i diritti civili, la giustizia internazionale, le battaglie delle minoranze e quella concezione della libertà che aveva portato una militante arrestata negli anni Settanta a diventare, decenni dopo, una delle figure italiane più riconoscibili nelle istituzioni europee.

È il destino delle personalità che entrano nella memoria collettiva: una volta scomparse tendono a diventare meno controverse di quanto fossero quando potevano ancora intervenire, disturbare, contraddire e dividere. Per Emma Bonino sarebbe però un paradosso particolarmente evidente, perché ricordarla non dovrebbe significare attribuirle retrospettivamente una ragione assoluta né trasformare tutte le sue battaglie in verità sottratte alla discussione, ma conservare la domanda politica che le rendeva possibili: quale potere siamo disposti a riconoscere alla maggioranza sulla vita di chi maggioranza non è?

Ha vissuto abbastanza a lungo da vedere alcune battaglie passare dallo scandalo alla discussione pubblica, dalla discussione alla legge e, infine, dalla legge alla normalità sociale, mentre non ha visto realizzata quell’Europa federale alla quale continuava a guardare; proprio nella distanza tra questi due esiti si può forse individuare la parte più interessante della sua coerenza, perché fare politica per una libertà che ancora non esiste significa accettare di combattere senza sapere se quella battaglia sarà vinta, se sarà compresa e persino se si vivrà abbastanza a lungo da vederne gli effetti.

È una concezione della politica molto distante dall’immediatezza contemporanea del consenso, delle metriche e della comunicazione istantanea, perché non domanda soltanto che cosa pensi oggi la maggioranza, ma quale società si stia costruendo per chi oggi si trova fuori da quella maggioranza. Ed è forse questa la domanda più giovane, e insieme più radicale, che la storia di Emma Bonino continua a lasciare a una generazione cresciuta dando per scontate libertà che per quella precedente erano ancora reati, scandali o battaglie: quanto siamo realmente disposti a difendere la libertà quando a esercitarla è qualcuno che sceglie diversamente da noi?


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