Una metafora filosofica della transizione ecologica

Abstract: La transizione ecologica viene spesso descritta come un’operazione in cui lo Stato rende conveniente ciò che il mercato, lasciato a sé, non premierebbe: inclina il piano e lascia che le decisioni private scivolino nella direzione desiderata. L’articolo assume sul serio questa metafora e la sottopone a verifica, fino al punto in cui cede. Ciò che emerge dalla riflessione è che il piano orizzontale non è mai esistito, perché la convenienza delle fonti fossili è essa stessa il deposito di decisioni pubbliche dimenticate; che togliere l’incentivo non riporta il sistema al punto di partenza, ma lo restituisce a una pendenza più antica; e che nessuno può sapere in anticipo se la spinta produrrà nel sistema una deformazione permanente o soltanto un movimento destinato a cessare con essa. Ne deriva una conclusione che riguarda meno l’economia che la memoria collettiva: una scelta pubblica riesce davvero quando smette di essere riconoscibile come scelta.
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Le scelte collettive accadono.
Accadono quando milioni di decisioni private, prese ogni giorno da persone che non si consultano fra loro, finiscono per andare tutte nella stessa direzione. E quella direzione non è necessariamente quella che abbiamo dichiarato di voler prendere. È quella più conveniente, oppure quella che siamo obbligati a prendere.
Il resto può essere deciso, scritto, senza che per questo accada. Possiamo stabilire che un Paese debba consumare meno energia, produrre meno rifiuti o abbandonare progressivamente i combustibili fossili. Ma nessuna di queste decisioni contiene ancora le milioni di decisioni individuali necessarie a realizzarla.
È in questo scarto che si gioca buona parte della transizione ecologica.
La transizione, vista da questa angolatura, è un’operazione semplice. Consiste nel rendere conveniente qualcosa che, in normali condizioni di mercato, non lo sarebbe. Contributi, crediti d’imposta, tariffe incentivanti, fondi a copertura del differenziale: strumenti diversi che fanno tutti la stessa cosa, cioè spostare il punto in cui il calcolo privato si chiude in attivo.
Lo Stato non obbliga nessuno: non ne ha bisogno. Gli basta inclinare il piano e lasciare che l’energia potenziale si trasformi in cinetica.
Metafora suggestiva, il piano inclinato – me lo dico da solo. E tuttavia, mentre lo dico, non posso fare a meno di pensare che una buona metafora può rendere convincente anche ciò che non lo è ancora del tutto. È il classico colpo ad effetto.
In questo caso, il ragionamento presenta più di qualche crepa.
La prima è anche la più politica.
Dire che lo Stato inclina il piano presuppone che il piano, prima, fosse orizzontale. Presuppone, cioè, che esista una configurazione neutra delle convenienze, un fondo di cose come stanno rispetto al quale l’intervento pubblico rappresenta un’alterazione, un’interferenza. Ma se parliamo di fonti energetiche, la convenienza del fossile non è un dato geologico. È il risultato stratificato di un secolo di decisioni pubbliche: quali infrastrutture sono state costruite con denaro pubblico e ora esistono, per cui usarle costa poco e non usarle costa comunque; quali regimi fiscali, nati per ragioni congiunturali e mai più discussi, si sono sedimentati fino a diventare sfondo.
Un esempio su tutti. Nel 1935 fu istituita con Regio Decreto un’addizionale sui carburanti per finanziare la guerra d’Etiopia. La guerra è finita, l’impero è finito, il regime che l’aveva voluta è finito. Per fortuna. Il prelievo, formalmente abrogato, è stato assorbito nell’aliquota ordinaria, perché rinunciarvi avrebbe significato rinunciare a un’entrata ormai consolidata. Nessuno, oggi, facendo benzina, sta pagando una guerra coloniale.
Il prezzo di un litro di carburante non misura una proprietà della materia. Misura una lunga sequenza di scelte su cosa mettere dentro il prezzo e cosa, invece, lasciare fuori.
Il piano orizzontale, insomma, non è mai esistito. Il piano non si inclina, semmai si contro-inclina.
Chi descrive l’incentivo come un’alterazione del corso naturale delle cose sta raccontando la seconda operazione come se fosse la prima, e lo fa perché la prima è invisibile — le inclinazioni antiche hanno il privilegio di apparire come pianura.
Letto in questa chiave, anche il principio secondo cui chi inquina paga smette di essere una forzatura. Un’obiezione frequente è che imponga un costo nuovo a chi prima non l’aveva. Ma il costo esisteva già, perché esisteva il danno: un suolo degradato, un’acqua che nessuno può più usare, una bonifica che qualcuno dovrà pagare sono costi reali, e reali erano anche quando nessuna norma li aveva ancora nominati. Ricadevano semplicemente su soggetti che non avevano preso la decisione né incassato il profitto — chi sta a valle, chi arriva dopo. Il principio, allora, non fa altro che riportare una voce di costo su chi la produce.
La seconda crepa riguarda la domanda che, prima o poi, chiunque pone a chi difende l’incentivo: quel costo viene in qualche modo riassorbito? In altre parole, si tratta di un sacrificio che accettiamo in nome di un mondo più pulito e più sostenibile, oppure di un investimento destinato, prima o poi, a produrre anche un ritorno concreto, per esempio sotto forma di una riduzione dei costi energetici?
Qui la metafora si rivela più di una mera trovata suggestiva.
Nel piano inclinato, il corpo scende perché glielo impone la geometria, ma, se si riporta il piano in orizzontale, non torna indietro e nemmeno si ferma. Semplicemente, smette di accelerare e conserva il moto acquisito.
Tradotto, togliere l’incentivo non disfa gli impianti né cancella le competenze maturate; viene meno, semmai, la spinta che alimentava le decisioni nuove. E il ritorno indietro, che pure può essere osservato, non viene dalla meccanica del piano, ma dal fatto che sotto quella pendenza artificiale sopravvive un’altra, più antica, orientata in senso contrario. Rimuovere la contro-inclinazione, allora, non produce quiete: restituisce il sistema alla pendenza originaria.
Se la transizione funzionasse così, l’incentivo sarebbe una spesa perpetua e la sua rimozione un ritorno al punto di partenza, il che è precisamente l’argomento di chi la considera un’illusione costosa. Ma in economia accade a volte il contrario: il passaggio dei corpi ridisegna il terreno. I volumi abbassano i costi unitari, le filiere si formano e cominciano a competere fra loro, le competenze si depositano in persone che restano, le infrastrutture una volta costruite non si disfano.
In questi casi, l’incentivo è un investimento in una modifica permanente della geometria e lavora per rendersi superfluo: il momento del suo successo è quello in cui può essere tolto senza che nulla ritorni indietro.
Esistono tuttavia situazioni in cui il divario non dipende dall’attività incentivata, ma da un prezzo che si forma altrove e sul quale l’attività non ha influenza. Un materiale riciclato che debba competere con un materiale vergine più economico non diventa competitivo diventando più efficiente: resta dipendente da una differenza che non può controllare. Lì il piano va tenuto inclinato a forza, a tempo indefinito, e chiamare transizione quello stato è un abuso di linguaggio — è una condizione stazionaria sostenuta dall’esterno.
Il punto scomodo è che i due regimi si riconoscono solo a posteriori. Quando si decide di sussidiare non si sa se la spinta modificherà il sistema o si limiterà a sostenerlo, l’unico modo per saperlo è l’esperimento stesso: la risposta arriva soltanto dopo aver sussidiato, e quando arriva la spesa è già stata sostenuta. Qualunque risposta sicura a questa incertezza è ideologica: chi afferma che l’incentivo si ripaga sempre e chi afferma che non si ripaga mai stanno entrambi sostituendo una previsione con una preferenza. La transizione è, sotto questo profilo, una scommessa sulla capacità del sistema di generare deformazioni plastiche sotto la pressione dell’incentivo — di conservare cioè, quando la spinta cessa, una parte della forma assunta — e come tutte le scommesse ha esiti che si conoscono solo alla fine.
C’è poi una terza crepa.
È naturale collocare l’obbligo sullo stesso piano concettuale dell’incentivo, come se fosse una pendenza semplicemente più ripida. In realtà, non lo è. L’obbligo non modifica il gradiente, modifica l’insieme delle strade percorribili: non è un piano, è un muro. E il comportamento che produce è di natura diversa, perché un corpo che non può scendere non scivola più lentamente, cerca un’altra strada. Sono queste strade alternative che l’esperienza amministrativa registra da sempre — qualificazioni compiacenti, deroghe costruite su misura, ricollocazioni in ordinamenti dove quella prescrizione non c’è — e sono la conseguenza del fatto che qualunque costruzione linguistica, anche quella su cui si basa un obbligo, è fatta di parole, e le parole hanno margini negoziabili. Nessuno attacca mai la norma dove è inattaccabile: si preferisce lavorarla ai fianchi.
Per questo un obbligo non è un incentivo rafforzato.
Che cosa resta, allora, della nostra metafora dopo che l’abbiamo portata al punto di rottura una crepa dopo l’altra?
Resta la parte che riguarda il metodo: lo Stato, quando vuole cambiare la direzione di milioni di decisioni private, fa in modo di creare le condizioni. Cade, invece, la parte che riguarda l’idea di un punto di partenza, un equilibrio interferito che prima dell’intervento statale si reggeva da sé. In questo senso, non c’è un piano orizzontale a cui tornare. Perché ogni pendenza, se dura abbastanza a lungo, a un certo punto smette di essere percepita come tale. Le decisioni pubbliche che hanno reso conveniente il fossile non sembrano decisioni, sembrano il modo in cui stanno le cose.
Se la transizione riuscirà davvero — se la spinta produrrà quelle deformazioni permanenti di cui non possiamo avere certezza in anticipo — accadrà la stessa identica cosa: fra qualche decennio nessuno riconoscerà più come artificio ciò che oggi discutiamo come sussidio. Sarà semplicemente ciò che è.
C’è un che di vertiginoso in tutto questo. Significa che il criterio del successo coincide con la scomparsa della sua tracciabilità, con l’oblio del ricordo, che le scelte meglio riuscite sono quelle che ci tolgono la possibilità di tornare a discuterle.
Chi verrà dopo di noi non erediterà le nostre ragioni: erediterà un falsopiano. E lo scambierà per una pianura.

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