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Impegno Sociale Katiuscia Girolametti NOTIZIE

Dai diritti alla pratica: quando la comunità si fa carico del futuro

Dall’inclusione sportiva alla reciprocità sociale, un modello di welfare che restituisce alle persone con disabilità il ruolo di protagoniste della comunità

Katiuscia Girolametti

Abstract: Il riconoscimento formale dei diritti delle persone con disabilità rappresenta una condizione necessaria, ma non sufficiente, per costruire una società realmente inclusiva. L’effettività dei diritti dipende infatti dalla capacità delle comunità di trasformare principi, servizi e politiche sociali in relazioni, opportunità di partecipazione e spazi nei quali ciascuna persona possa esercitare un ruolo attivo. Le esperienze promosse dalla Rete Italiana Disabili APS, dall’attività sportiva inclusiva del progetto “A Tutto Campo” alle iniziative di reciprocità realizzate nei servizi della Caritas, mostrano una possibile evoluzione dal welfare prevalentemente assistenziale verso un modello rigenerativo, nel quale la persona con disabilità non è soltanto destinataria di sostegno, ma soggetto capace di generare valore sociale. Inclusione, accessibilità universale, partecipazione e responsabilità condivisa diventano così componenti di una cittadinanza sostanziale, nella quale istituzioni, Terzo settore, imprese e cittadini concorrono alla costruzione della comunità.

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Dal riconoscimento dei diritti alla loro effettività

Esiste una distanza, talvolta considerevole, tra il riconoscimento formale di un diritto e la possibilità concreta di esercitarlo, ed è precisamente all’interno di questa distanza che si misura la capacità di una società di trasformare i propri principi in condizioni reali di cittadinanza. Parlare di inclusione, accessibilità e partecipazione significa quindi andare oltre la pur indispensabile dimensione normativa, interrogandosi su ciò che accade quando la persona entra materialmente in una scuola, in un luogo di lavoro, in un impianto sportivo, in un servizio sociale o semplicemente nello spazio quotidiano della propria comunità.

Quando, nell’aprile scorso, avevo indicato sulle pagine di Ethica Societas la necessità di muoversi verso una “società del riconoscimento”, il punto centrale era proprio questo: superare una concezione nella quale la persona con disabilità, la famiglia e il caregiver vengono prevalentemente collocati nella posizione di destinatari dell’assistenza, per costruire invece un sistema di relazioni nel quale possano essere riconosciuti come soggetti della cittadinanza e della vita collettiva. Oggi quella riflessione può essere osservata attraverso alcune esperienze concrete, nelle quali i principi stanno progressivamente assumendo la forma di progetti, collaborazioni e spazi di partecipazione.

Il cambiamento culturale richiesto è tutt’altro che marginale, perché riguarda il modo stesso nel quale interpretiamo la fragilità: se continuiamo a considerarla esclusivamente come una condizione che genera bisogno, la risposta sociale sarà inevitabilmente organizzata intorno all’assistenza; se invece riconosciamo che ogni persona, pur con differenti necessità di sostegno, conserva capacità relazionali, desideri, competenze e possibilità di contribuire alla vita collettiva, allora il welfare può diventare uno strumento non soltanto di protezione, ma di partecipazione.

Lo sport come spazio di cittadinanza

Lo sport costituisce uno dei luoghi nei quali questa differenza diventa particolarmente evidente, perché ancora troppo frequentemente l’attività sportiva delle persone con disabilità viene rappresentata attraverso una narrazione eccezionale, pietistica o eroica, nella quale l’attenzione si concentra sulla persona che sarebbe riuscita a “superare” la propria condizione, piuttosto che sull’ambiente sociale che ha finalmente rimosso gli ostacoli alla sua partecipazione.

È un capovolgimento di prospettiva importante: non dovrebbe essere la persona a dover dimostrare continuamente di poter superare la barriera, ma il contesto a essere progettato affinché quella barriera non impedisca la partecipazione.

Da questa impostazione nasce l’esperienza di “A Tutto Campo”, il programma di padel e tennis inclusivo promosso dalla Rete Italiana Disabili APS, avviato a Ciampino e successivamente esteso tra Roma e provincia. Il progetto mette in relazione volontari dell’associazione, tecnici FISDIR, operatori sociosanitari quando la complessità delle situazioni lo richiede, circoli sportivi, associazioni sportive dilettantistiche e maestri, costruendo percorsi calibrati sulle differenti necessità delle persone e aperti anche alle disabilità intellettive più complesse.

Le immagini che accompagnano il contributo rendono visibile proprio questa dimensione: non l’atleta isolato rappresentato attraverso la propria disabilità, ma il campo sportivo come luogo condiviso, occupato da persone, tecnici, famiglie e volontari. È una differenza apparentemente piccola, ma culturalmente significativa.

L’inclusione, infatti, non consiste semplicemente nel consentire a qualcuno di entrare in uno spazio precedentemente pensato per altri, ma nel progettare quello spazio riconoscendo fin dall’origine la pluralità delle persone che potranno abitarlo.

Oltre la retorica del “superamento della disabilità”

Questa prospettiva consente anche di mettere in discussione una delle rappresentazioni più persistenti della disabilità, quella secondo cui il valore sociale della persona emergerebbe soprattutto quando riesce, attraverso uno sforzo straordinario, a superare i limiti attribuiti alla propria condizione.

Una simile narrazione può apparire positiva, ma rischia di trasferire nuovamente sull’individuo la responsabilità dell’inclusione: se riesci a praticare uno sport, lavorare, studiare o partecipare alla vita sociale nonostante gli ostacoli, diventi un esempio; se invece hai bisogno di sostegni maggiori, rischi di rimanere confinato nella categoria della dipendenza.

Il paradigma dell’accessibilità universale suggerisce una direzione differente, nella quale non si chiede alla persona di diventare eccezionale per poter partecipare, ma alla comunità di organizzarsi affinché la partecipazione possa diventare ordinaria.

In questo senso, l’esperienza sportiva assume una funzione che supera largamente il beneficio fisico dell’attività: il campo diventa uno spazio di socializzazione, autonomia, costruzione delle relazioni e riconoscimento reciproco, all’interno del quale la persona torna a essere prima di tutto un partecipante alla vita collettiva.

Quando chi riceve aiuto diventa qualcuno che aiuta

La stessa impostazione emerge, in una forma differente, nel progetto “Nessuno è troppo povero per donare un sorriso”, attraverso il quale persone che sperimentano direttamente condizioni di fragilità partecipano alle attività delle mense e dei servizi della Caritas mettendo a disposizione tempo, presenza e capacità di ascolto.

È forse questo uno dei passaggi più interessanti dell’intera esperienza, perché interviene sulla tradizionale distinzione tra chi aiuta e chi viene aiutato.

Il welfare assistenziale tende inevitabilmente a costruire ruoli relativamente stabili: da una parte chi dispone delle risorse, delle competenze o dell’autorità per erogare una prestazione e dall’altra chi, trovandosi in una situazione di bisogno, la riceve. Questa relazione è spesso necessaria e non può essere semplicemente eliminata, ma diventa problematica quando finisce per definire socialmente la persona esclusivamente attraverso ciò che le manca.

La reciprocità modifica questa rappresentazione perché riconosce che una persona può avere bisogno di sostegno in una dimensione della propria esistenza e contemporaneamente essere capace di offrirlo in un’altra. Non esistono quindi soltanto soggetti forti che assistono soggetti fragili, ma persone interdipendenti che, in momenti e condizioni differenti, possono dare e ricevere.

È qui che il welfare acquista una dimensione rigenerativa: non soltanto trasferisce risorse verso chi si trova in difficoltà, ma produce relazioni, appartenenza e responsabilità condivisa.

Dalla fragilità al capitale sociale

La questione assume anche una rilevanza sociologica più ampia, perché una comunità non è costituita esclusivamente dalle istituzioni che erogano servizi, ma dalla densità delle relazioni che riesce a produrre tra le persone che la compongono.

Quando una persona viene sistematicamente considerata soltanto destinataria di prestazioni, una parte delle sue capacità sociali rimane inutilizzata; quando, invece, le viene riconosciuta la possibilità di contribuire alla vita collettiva, quella stessa persona può diventare produttrice di capitale sociale, inteso come insieme di relazioni, fiducia, reciprocità e cooperazione che consente a una comunità di funzionare.

La disabilità smette allora di rappresentare il criterio attraverso il quale definire complessivamente l’individuo e torna a essere una delle condizioni nelle quali quella persona vive, con bisogni che richiedono risposte adeguate ma anche con capacità, relazioni e aspirazioni che non possono essere assorbite dalla categoria dell’assistenza.

Questa trasformazione riguarda anche le famiglie e i caregiver, perché una società realmente inclusiva non può continuare a delegare prevalentemente alla dimensione familiare il peso organizzativo, economico ed emotivo della disabilità, salvo poi intervenire attraverso servizi frammentati quando quella capacità di cura diventa insufficiente. La comunità deve essere parte della risposta non come sostituto della famiglia, ma come rete che impedisce alla famiglia di diventare l’unico luogo nel quale la fragilità viene sostenuta.

Un welfare che costruisce comunità

Parlare di welfare rigenerativo significa, quindi, immaginare un sistema nel quale la prestazione rimane necessaria ma non esaurisce la relazione sociale, perché il sostegno economico, sanitario, educativo o assistenziale deve diventare anche lo strumento attraverso cui la persona può esercitare autonomia, costruire relazioni e partecipare alla vita della comunità.

Questo modello richiede inevitabilmente una pluralità di soggetti: istituzioni pubbliche, Terzo settore, associazioni sportive, professionisti, famiglie, volontari, imprese e cittadini. Nessuno di questi attori, isolatamente, possiede infatti tutte le risorse necessarie per costruire ambienti realmente inclusivi, mentre la loro cooperazione può trasformare iniziative circoscritte in infrastrutture sociali capaci di durare nel tempo.

L’esperienza di “A Tutto Campo” è significativa proprio perché il progetto non viene costruito interamente da un singolo soggetto: l’associazione mette a disposizione volontari e competenze, i tecnici assicurano la dimensione sportiva, gli operatori intervengono quando sono necessari sostegni più complessi, mentre circoli e associazioni sportive rendono disponibili strutture e professionalità.

L’inclusione diventa così un’architettura di responsabilità condivise, piuttosto che una prestazione erogata unilateralmente.

Anche l’impresa è parte della comunità

Un modello di questo tipo, tuttavia, non può essere sostenuto indefinitamente attraverso la sola disponibilità dei volontari. Portare attività inclusive nei territori, garantire personale qualificato, assicurare continuità ai progetti e raggiungere persone con bisogni complessi richiede risorse economiche e organizzative stabili.

Da qui nasce la necessità di coinvolgere anche imprese, fondazioni, professionisti e donatori, ma il rapporto con il mondo economico può essere interpretato in una prospettiva più ampia della tradizionale sponsorizzazione: sostenere un progetto sociale significa partecipare alla costruzione della qualità sociale del territorio nel quale l’impresa stessa opera.

Il testo originario rivolge infatti un appello esplicito ad aziende, imprenditori e donatori affinché diventino partner stabili dei progetti, non attraverso una beneficenza occasionale, ma assumendo un ruolo nel cambiamento culturale e sociale che essi intendono produrre.

È una concezione della responsabilità sociale che supera la dimensione reputazionale e restituisce all’impresa una funzione comunitaria: contribuire all’accessibilità di uno spazio sportivo, alla continuità di un servizio o alla partecipazione di persone che altrimenti ne rimarrebbero escluse significa intervenire direttamente sulle condizioni attraverso le quali un territorio distribuisce opportunità di cittadinanza.

Una comunità nella quale tutti possono dare e ricevere

Il passaggio dai diritti alla pratica avviene precisamente qui, nel momento in cui l’inclusione smette di essere considerata un settore specialistico destinato ad alcune categorie di persone e diventa una caratteristica attraverso la quale valutare la qualità complessiva della comunità.

Non si tratta di sostituire i diritti con la solidarietà, né le responsabilità pubbliche con il volontariato; al contrario, i diritti rimangono il fondamento che impedisce alla partecipazione delle persone con disabilità di dipendere dalla disponibilità occasionale di qualcuno. Ma proprio perché esistono diritti riconosciuti, la sfida successiva consiste nel costruire le condizioni sociali che permettano di esercitarli pienamente.

Una società inclusiva non è quindi quella nella quale alcune persone generosamente si occupano di altre considerate fragili, ma quella nella quale nessuno viene definito soltanto attraverso il proprio bisogno e ciascuno conserva la possibilità di essere, contemporaneamente, destinatario e produttore di valore sociale.

È questa, probabilmente, la trasformazione più profonda che un welfare realmente rigenerativo può produrre: passare dalla domanda “che cosa possiamo fare per queste persone?” a una domanda radicalmente diversa, “che cosa possiamo costruire insieme?”.

Perché una comunità comincia davvero a farsi carico del proprio futuro quando comprende che l’inclusione non consiste nel lasciare indietro meno persone possibile, ma nel riconoscere che senza la partecipazione di tutti la comunità stessa è più povera.


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