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Maria Rosa Surace NOTIZIE Sociologia e Scienze Sociali

Quando l’indagine smette di cercare

Tunnel vision, confirmation bias e il rischio che un’ipotesi diventi una verità investigativa

Maria Rosa Surace

Abstract: La tunnel vision investigativa costituisce uno dei principali rischi cognitivi nella ricostruzione dell’evento criminale, poiché può restringere progressivamente il campo delle ipotesi e orientare la selezione e l’interpretazione delle evidenze verso una spiegazione già formulata. Strettamente connesso al confirmation bias, il fenomeno può influenzare ogni fase dell’indagine, dalla scelta delle attività investigative alla valutazione delle prove scientifiche e digitali, generando un processo cumulativo che rende sempre più difficile riconoscere elementi disconfermativi. Attraverso la letteratura scientifica e l’analisi di casi emblematici, l’articolo esamina il rapporto tra bias cognitivi, metodologia investigativa ed errore giudiziario, evidenziando la necessità di procedure fondate sul confronto tra ipotesi alternative e sulla ricerca intenzionale di evidenze capaci di falsificare la ricostruzione dominante. L’affidabilità dell’indagine dipende, quindi, non dalla rapidità con cui si individua una spiegazione, ma dalla capacità di sottoporla costantemente a verifica e, quando necessario, di abbandonarla.

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Quando un’ipotesi smette di essere un’ipotesi

Formulare una prima ricostruzione significa ridurre temporaneamente l’incertezza. Un elemento può suggerire una direzione, una testimonianza può aprire una pista, un comportamento può rendere plausibile uno scenario. Ma plausibile non significa dimostrato, la tunnel vision si sviluppa quando una possibilità inizia progressivamente ad acquisire uno status diverso: non viene più trattata come una spiegazione da sottoporre a verifica, ma come la spiegazione attorno alla quale organizzare le informazioni successive. Gli studiosi Findley e Scott hanno evidenziato come il fenomeno possa interessare differenti livelli del procedimento penale, dalla fase investigativa fino alle fasi successive del processo. La sua caratteristica più insidiosa è proprio la progressività: una prima interpretazione può orientare decisioni successive e diventare, attraverso quelle stesse decisioni, sempre più difficile da mettere in discussione. Il confirmation bias opera a un livello complementare. Una volta che un orientamento si è formato, gli elementi compatibili con esso possono acquisire maggiore salienza, mentre quelli disconfermativi rischiano di essere considerati meno rilevanti o meno attendibili. Si crea così un circuito: ipotesi, ricerca orientata, nuove informazioni.  interpretazione, rafforzamento dell’ipotesi. Il problema è che questo processo può produrre una sensazione di conferma anche quando ciò che sta aumentando non è necessariamente la correttezza della teoria, ma la quantità di informazioni interpretate attraverso di essa. Lo studio di Elaad del 2022 è interessante proprio perché evita una lettura semplicistica del fenomeno. Negli scenari criminali ipotetici analizzati, gli investigatori risultavano maggiormente influenzati dalla tunnel vision rispetto ai partecipanti non investigatori e mostravano una maggiore fiducia nella colpevolezza del sospettato. Tuttavia, quando venivano presentate informazioni esonerative, anche la loro fiducia nella colpevolezza diminuiva. Il dato suggerisce che l’esperienza investigativa non renda automaticamente immuni dai bias cognitivi, ma neppure che gli operatori siano incapaci di recepire elementi contrari. L’esperienza permette di riconoscere più rapidamente schemi e anomalie. Ma la stessa rapidità può favorire l’associazione tra un caso nuovo e uno scenario già conosciuto. La questione, quindi, non è impedire all’investigatore di formulare ipotesi. È fare in modo che nessuna ipotesi diventi troppo costosa da abbandonare.

Il sospettato può diventare il centro della domanda sbagliata

L’identificazione di un sospettato modifica inevitabilmente la direzione dell’indagine. Diventa possibile studiarne gli spostamenti, le relazioni, le comunicazioni, i comportamenti e le possibili motivazioni. Ma esiste una differenza sostanziale tra indagare su una persona e indagare per dimostrare che quella persona è responsabile. Nel primo caso, la domanda rimane aperta. Nel secondo, il sospettato diventa il centro attorno al quale vengono organizzati gli elementi disponibili. Questa differenza può influenzare persino quali attività investigative verranno svolte. La ricerca di Rassin, Eerland e Kuijpers del 2010 ha mostrato che la valutazione iniziale della colpevolezza può orientare la scelta delle successive attività investigative. Nei loro studi, all’aumentare della percezione di colpevolezza aumentava anche la selezione di attività orientate alla ricerca di elementi incriminanti. Gli autori precisavano tuttavia che, complessivamente, le attività incriminanti non risultavano sempre preferite in termini assoluti. È un passaggio cruciale. Il bias non interviene necessariamente soltanto nell’interpretazione della prova. Può intervenire prima, contribuendo a stabilire quale prova verrà cercata. Lo stesso meccanismo può manifestarsi nelle dichiarazioni e negli interrogatori. Una risposta evasiva può essere interpretata come un tentativo di nascondere qualcosa. Una risposta molto dettagliata può apparire costruita. Una contraddizione può essere letta come indice di menzogna. Il rischio è che comportamenti diversi vengano ricondotti alla medesima conclusione. Quando una teoria è sufficientemente consolidata, infatti, una risposta può essere utilizzata per confermarla indipendentemente dal suo contenuto specifico. Questo problema riguarda anche le confessioni. Una confessione può apparire come l’elemento capace di chiudere definitivamente una ricostruzione. Ma il suo valore non può essere separato dal resto delle evidenze. Deve essere confrontata con la cronologia, i dati materiali, le conoscenze effettivamente disponibili al soggetto e le informazioni indipendenti. Se una confessione entra in conflitto con gli elementi oggettivi, non è necessariamente la realtà a dover essere adattata alla confessione. Potrebbe essere la confessione a dover essere rimessa in discussione. Lo stesso vale per la testimonianza. La memoria è ricostruttiva e può essere influenzata dal tempo, dalle informazioni acquisite successivamente e dalle modalità delle domande. Per questo una dichiarazione non dovrebbe essere valutata soltanto in base a quanto sostiene una determinata ipotesi, ma anche considerando come, quando e in quali condizioni è stata prodotta.

Quando il bias entra nella prova

La prova scientifica viene spesso considerata il punto in cui la soggettività dell’indagine dovrebbe arrestarsi. Una traccia biologica, un’impronta, un reperto o un dato tecnico sembrano infatti parlare da soli. Ma la traccia non arriva direttamente alla decisione. Prima deve essere individuata, acquisita, conservata, analizzata e interpretata ed è proprio nell’interpretazione che il contesto può assumere un peso rilevante. Il forensic confirmation bias indica il rischio che aspettative e informazioni contestuali influenzino la valutazione di una prova forense. Kassin, Dror e Kukucka hanno evidenziato come la letteratura psicologica e forense mostri la vulnerabilità delle valutazioni tecniche agli effetti del contesto, sottolineando la necessità di procedure capaci di limitarne l’influenza. Un caso emblematico è quello di Brandon Mayfield che nel 2004, durante le indagini sugli attentati di Madrid, l’FBI identificò erroneamente Mayfield, cittadino statunitense residente in Oregon, come corrispondente a un’impronta rinvenuta su un reperto collegato agli attentati. Mayfield fu arrestato come testimone materiale e rimase detenuto per circa due settimane. L’identificazione fu successivamente ritirata quando la polizia spagnola attribuì l’impronta a un cittadino algerino. Il rapporto dell’Inspector General del Dipartimento di Giustizia statunitense individuò diversi fattori alla base dell’errore, tra cui criticità nella procedura di esame e un riesame non adeguato dell’identificazione dopo l’emersione di informazioni contrarie. Il valore del caso non sta nel dimostrare che la dattiloscopia sia un metodo intrinsecamente inaffidabile, sta nel mostrare qualcosa di più complesso: anche un’analisi altamente specializzata può essere influenzata dal modo in cui le informazioni vengono osservate, confrontate e interpretate. È proprio in questo contesto che la letteratura forense ha sviluppato strategie di gestione delle informazioni contestuali, tra cui il sequential unmasking: l’idea di rendere disponibili le informazioni contestuali secondo una sequenza strutturata, evitando per quanto possibile che dati non necessari alla valutazione tecnica condizionino l’analisi. La stessa questione assume oggi una dimensione ulteriore con le tracce digitali. Un dispositivo può contenere migliaia di elementi: messaggi, fotografie, ricerche, localizzazioni, cronologie, accessi, contatti e metadati, ma una maggiore quantità di dati non produce automaticamente una maggiore certezza. Un dato digitale può essere autentico e, contemporaneamente, ambiguo. Una ricerca online non dimostra necessariamente un’intenzione criminale. Una localizzazione non dimostra da sola la partecipazione a un evento. Un messaggio può perdere significato se separato dal contesto. Una fotografia può assumere un significato diverso a seconda della ricostruzione temporale. La domanda investigativa, quindi, non può limitarsi a: «Che cosa contiene il dispositivo?», ma deve comprendere anche: «Che cosa possiamo realmente concludere da ciò che contiene?» È una distinzione sempre più importante in un’indagine nella quale la disponibilità di dati rischia di essere confusa con la disponibilità di risposte.

Come un errore può diventare una struttura

La conseguenza più grave della tunnel vision si manifesta quando il bias non rimane confinato a una singola decisione, ma viene trasmesso lungo il procedimento. Un’ipotesi orienta la ricerca, la ricerca produce determinate informazioni, quelle informazioni contribuiscono alla costruzione della teoria accusatoria, la teoria condiziona la lettura degli elementi successivi. A quel punto l’errore può diventare cumulativo. Non è necessario che ogni soggetto coinvolto commetta un errore evidente. È sufficiente che ciascuno lavori su informazioni già selezionate o interpretate nella fase precedente. Una decisione può quindi apparire ragionevole se osservata isolatamente e contribuire, insieme alle altre, a una conclusione errata. È possibile distinguere tre livelli. Il primo è l’errore investigativo: una pista non adeguatamente verificata, un sospettato individuato prematuramente o un’informazione trascurata. Il secondo riguarda l’interpretazione della prova: un dato tecnico, una confessione o una testimonianza vengono letti all’interno di una ricostruzione senza considerare adeguatamente le alternative. Il terzo è l’errore giudiziario, quando il procedimento conduce alla condanna di una persona innocente. Nel sistema italiano esistono garanzie che impongono di considerare anche gli elementi favorevoli alla persona sottoposta alle indagini. L’art. 358 c.p.p. prevede che il pubblico ministero svolga anche accertamenti su fatti e circostanze a favore dell’indagato. L’art. 326 c.p.p. individua nelle indagini necessarie alle determinazioni inerenti all’esercizio dell’azione penale la finalità dell’attività investigativa. L’art. 192 c.p.p. stabilisce, inoltre, i criteri di valutazione della prova e, per gli indizi, richiede che questi siano gravi, precisi e concordanti. Ma esiste una domanda precedente alla valutazione finale: quali informazioni sono arrivate davanti al decisore e quali non sono mai state cercate? Una valutazione rigorosa può correggere un’interpretazione errata. È molto più difficile correggere ciò che non è mai entrato nel percorso investigativo. Per questo la tunnel vision non riguarda soltanto il rischio di interpretare male una prova. Riguarda anche il rischio di non arrivare mai a cercare la prova capace di contraddire la teoria dominante.

La vera garanzia non è essere infallibili, ma poter cambiare idea

Se i bias cognitivi fanno parte dei normali processi decisionali, chiedere agli operatori di “essere obiettivi” non può bastare. L’obiettività deve essere sostenuta da una metodologia investigativa. Il primo passaggio consiste nel formulare più scenari compatibili con le evidenze disponibili. Non soltanto: «Chi è il responsabile?» ma: «Quali ricostruzioni dell’evento sono compatibili con ciò che sappiamo?» E poi: «Quale elemento dovrebbe essere presente se questa ricostruzione fosse corretta?» Soprattutto: «Quale elemento potrebbe dimostrare che è sbagliata?» È qui che entra in gioco la falsificazione. Verificare significa cercare elementi compatibili con un’ipotesi. Falsificarla significa cercare attivamente ciò che potrebbe contraddirla. Una ricerca pubblicata nel 2026 da Sarah Lenz, Tara Zohrevand, Eric Rassin e Bruno Verschuere su PLOS ONE ha confrontato un orientamento investigativo centrato sul sospettato con uno centrato sulle evidenze e sulla ricostruzione degli scenari, associandoli a strategie di verifica o falsificazione. Lo studio, condotto su 293 tra agenti di polizia tedeschi in servizio e futuri agenti attraverso un caso reale di condanna ingiusta, non ha rilevato un effetto diretto delle manipolazioni sulle valutazioni di colpevolezza. Ha però mostrato che l’orientamento alla prova aumentava la probabilità di proporre successive attività investigative maggiormente centrate sull’evidenza, mentre l’orientamento alla falsificazione favoriva attività dirette a mettere alla prova le assunzioni precedenti. È un risultato importante proprio perché non promette una soluzione semplice. Non dimostra che basti dire a un investigatore “cerca di falsificare” per eliminare il bias. Suggerisce qualcosa di più concreto: il metodo può modificare il modo in cui vengono progettati i passi successivi dell’indagine. Lo stesso studio si richiama allo Scenario Reconstruction Method, sviluppato nel contesto della polizia olandese dopo il caso dell’omicidio del parco di Schiedam. In quel caso, Kees B. fu condannato nonostante elementi incompatibili con la ricostruzione accusatoria; anni dopo il vero autore confessò e le prove genetiche confermarono la sua responsabilità. L’esperienza contribuì allo sviluppo di strumenti di controllo e confronto delle ipotesi nell’attività investigativa olandese. La logica è semplice ma tutt’altro che banale: spostare il punto di partenza da “chi lo ha fatto?” a “che cosa è accaduto?” Da questa prospettiva derivano alcuni presìdi concreti:

· formulare esplicitamente ipotesi alternative;

· individuare in anticipo gli elementi che potrebbero smentirle;

· documentare perché una pista viene privilegiata;

· cercare intenzionalmente informazioni disconfermative;

· prevedere, quando possibile, una revisione indipendente;

· limitare nell’analisi forense l’esposizione a informazioni contestuali non necessarie;

· documentare criteri e modalità con cui vengono selezionati e interpretati i dati digitali.

Nessuno di questi strumenti elimina completamente il bias. La loro funzione è diversa: impedire che una singola ipotesi possa controllare da sola l’intero percorso investigativo.

Quando l’indagine smette di cercare

Il momento più delicato di un’indagine potrebbe non essere quello in cui manca una risposta. Potrebbe essere quello in cui una risposta sembra finalmente sufficiente. È lì che una teoria rischia di smettere di essere una domanda e di diventare una certezza. Una traccia sembra collegare gli elementi. Una testimonianza sembra confermare la ricostruzione. Una confessione sembra chiudere il cerchio. Una sequenza di dati sembra rendere tutto coerente. E proprio allora dovrebbe iniziare una fase diversa dell’indagine. Non quella della ricerca di ulteriori conferme. Quella della ricerca di ciò che potrebbe farci cambiare idea. Perché il vero rischio della tunnel vision non è soltanto sbagliare interpretazione. È arrivare a un punto in cui ogni nuova informazione viene utilizzata per proteggere la teoria invece che per metterla alla prova. Un’indagine rigorosa, allora, non è quella che costruisce più velocemente una spiegazione convincente. È quella che conserva abbastanza spazio per poterla abbandonare. Perché una giustizia affidabile non nasce dall’idea di un investigatore infallibile. Nasce da un metodo che sappia mettere in crisi anche la propria spiegazione migliore. E forse è proprio qui che si misura la qualità di un’indagine: non nella velocità con cui arriva a una risposta, ma nella capacità di continuare a cercare anche dopo averla trovata. Perché il giorno in cui l’indagine non cerca più ciò che potrebbe smentirla, non sta necessariamente avvicinandosi alla verità. Potrebbe semplicemente aver smesso di cercarla.


BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

  • Dror, I. E., “Cognitive and Human Factors in Expert Decision Making: Six Fallacies and the Eight Sources of Bias”, Analytical Chemistry.
  • Elaad, E. (2022), studi sperimentali sulla tunnel vision e sui processi di valutazione investigativa.
  • Findley, K. A. – Scott, M. S., “The Multiple Dimensions of Tunnel Vision in Criminal Cases”, Wisconsin Law Review.
  • Kassin, S. M. – Dror, I. E. – Kukucka, J., “The Forensic Confirmation Bias: Problems, Perspectives, and Proposed Solutions”, Journal of Applied Research in Memory and Cognition.
  • Lenz, S. – Zohrevand, T. – Rassin, E. – Verschuere, B. (2026), studio su orientamento investigativo, falsificazione delle ipotesi e ricostruzione degli scenari, PLOS ONE.
  • Rassin, E. – Eerland, A. – Kuijpers, I. (2010), studi sull’influenza della valutazione iniziale di colpevolezza nella selezione delle attività investigative.
  • Codice di procedura penale italiano, artt. 192, 326 e 358.
  • U.S. Department of Justice, Office of the Inspector General, documentazione e analisi relative al caso Brandon Mayfield.
  • Letteratura metodologica sullo Scenario Reconstruction Method e sulle strategie investigative sviluppate nel contesto della polizia olandese dopo il caso del parco di Schiedam.


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