ETHICA SOCIETAS-Rivista di scienze umane e sociali
Deborah Breda NOTIZIE Psicologia

LA CADUTA SILENZIOSA: PERCHÉ ANNA DEMOCRITO E LE ALTRE NON SONO STATE VISTE IN TEMPO, Deborah Breda

Depressione post partum, burnout da lavoro in RSA e fallimento sistemico: il caso di Catanzaro come specchio dell’abbandono delle madri sole e delle vittime di violenza di genere

Deborah Breda

Abstract: Il 22 aprile 2026, a Catanzaro, Anna Democrito, 46 anni, operatrice in una RSA e madre di tre figli, si è gettata dal terrazzo della propria abitazione insieme ai bambini, provocando la morte propria e di due di loro. Le prime ricostruzioni investigative hanno qualificato la vicenda come ipotesi di omicidio-suicidio, mentre l’attenzione degli inquirenti e dei media si è concentrata anche sul possibile quadro di sofferenza psichica successivo al parto. Questo articolo propone una rilettura sociologica e criminologica dell’evento, senza negare la dimensione clinica, ma rifiutando che essa esaurisca la spiegazione. Attraverso la teoria dei sistemi sociali di Niklas Luhmann e la letteratura sul burnout, sul trauma cumulativo e sul filicidio, il caso viene interpretato come punto di emersione di un fallimento sistemico che coinvolge famiglia, sanità, lavoro, diritto e politica. L’articolo individua inoltre un parallelismo strutturale tra madri in grave sofferenza psichica e donne vittime di violenza di genere: in entrambi i casi ricorrono isolamento, stigma, paura di chiedere aiuto e timore di perdere i figli. Alla luce della letteratura criminologica sul filicidio, viene distinta la dimensione altruistica o pseudo-protettiva di alcuni filicidi materni dalle dinamiche possessive e rivendicative più frequenti in alcuni filicidi paterni, evitando generalizzazioni assolute ma valorizzando la distinzione ai fini preventivi.

Keywords: #depressionepostpartum #psicosipuerperale #filicidio #omicidiosuicidio #burnout #RSA #traumacumulativo #violenzadigenere #isolamentosociale #fallimentosistemico #Luhmann #Resnick #Catanzaro #responsabilitàdiffusa #DeboraBreda #EthicaSocietas #EthicaSocietasMagazine #RivistaScientifica #ScienzeSociali #ScienzeUmane #ethicasocietasupli


english version


Introduzione: il paradosso apparente e il rischio della vittimizzazione secondaria

Il 22 aprile 2026, una madre di quarantasei anni si è gettata dal terzo piano con i suoi tre bambini; due figli e la donna sono morti, mentre la primogenita è sopravvissuta in condizioni critiche. Il caso di Catanzaro ha sconvolto l’Italia non soltanto per l’enormità dell’evento, ma anche perché ha costretto l’opinione pubblica a confrontarsi con una domanda che la cronaca, da sola, non è in grado di sostenere: come possa una madre arrivare a concepire la morte dei propri figli come parte del proprio crollo e la risposta non può essere confinata entro la categoria della tragedia familiare, né può essere liquidata mediante la sola chiave psichiatrica, poiché ciò che appare, nella sua manifestazione estrema, come un gesto individuale si colloca in realtà all’intersezione tra sofferenza psichica, maternità recente, isolamento, lavoro di cura e insufficienza dei dispositivi sociali di prevenzione.

Anna Democrito lavorava in una RSA, aveva partorito da pochi mesi e, secondo le prime ricostruzioni, il suo stato psichico era al centro degli accertamenti, tra i quali figurava anche l’ipotesi di una grave sofferenza legata al periodo successivo al parto. Nessun presidio, almeno per quanto emerge dalle informazioni disponibili, sembra essere riuscito a trasformare quel disagio in una presa in carico tempestiva. Per tentare di comprendere questo terribile evento si approfondiranno tre nodi intrecciati: la depressione post partum come emergenza silenziosa; il burnout da lavoro in RSA come fattore di rischio spesso trascurato; e il parallelismo con le vittime di violenza di genere, accomunate dallo stesso abbandono istituzionale e dalla stessa paura di chiedere aiuto. A ciò si aggiunge una distinzione criminologica fondamentale tra filicidio altruistico o pseudo-protettivo materno e filicidio possessivo o rivendicativo paterno (Resnick, 1969; Sidebotham et al., 2022). L’obiettivo non è giudicare, ma comprendere in quali condizioni un dolore non visto possa diventare irreversibile e quali strumenti possano impedire che accada ancora.

Una caduta che non è solo fisica

Il 22 aprile 2026, a Catanzaro, Anna Democrito ha preso con sé i suoi tre figli, uno di quattro anni, uno di pochi mesi e una bambina più grande, portandoli verso il terrazzo del terzo piano; poi è avvenuta la caduta, nella quale la madre e i due bambini più piccoli sono morti, mentre la figlia maggiore è sopravvissuta.¹ Le prime ricostruzioni hanno parlato di omicidio-suicidio e, tra le ipotesi considerate, vi è stata quella di un quadro di grave sofferenza psichica nel periodo successivo al parto, forse aggravato da vulnerabilità pregresse. Il marito era in casa al momento del gesto e, secondo quanto riportato dalla cronaca, non avrebbe percepito in tempo ciò che stava accadendo. Questa è la cronaca, ma la cronaca, da sola, non spiega nulla, perché registra la sequenza degli eventi senza restituire il sistema di fragilità, omissioni, silenzi e mancati attraversamenti istituzionali dentro cui quegli eventi maturano.

Dire che una donna “era depressa” può essere clinicamente vero, ma socialmente insufficiente. La sofferenza psichica non nasce e non agisce nel vuoto, bensì si colloca dentro relazioni, ruoli, attese, carichi di cura, sistemi sanitari, luoghi di lavoro, forme di stigma e mancate comunicazioni istituzionali ed è in questo punto che la vicenda di Anna smette di essere soltanto un caso individuale e diventa uno specchio collettivo, perché obbliga a interrogare non soltanto la patologia, ma anche il modo in cui i sistemi sociali riconoscono, traducono o rimuovono i segnali del dolore (Luhmann, 1990; Bauman, 2000).

Il peso invisibile del lavoro in RSA: burnout e trauma cumulativo

Un dettaglio che non è marginale
Un elemento emerso dalle ricostruzioni giornalistiche merita un’attenzione particolare: Anna Democrito lavorava in una RSA, una Residenza Sanitaria Assistenziale per anziani e questo non è un dettaglio marginale, perché il lavoro di cura, soprattutto quando si svolge a contatto continuativo con fragilità, decadimento, morte e lutto, può rappresentare un possibile fattore aggravante, da trattare con prudenza ma anche con serietà.[1] Non si può affermare, in assenza di accertamenti clinici e lavorativi specifici, che il lavoro in RSA abbia causato il gesto; si può tuttavia osservare che alcune professioni della cura espongono in modo continuativo alla perdita, all’impotenza e alla necessità di restare emotivamente disponibili anche quando la sofferenza incontrata diventa ripetitiva, cumulativa e difficilmente elaborabile e quando questa esposizione si somma a maternità recente, isolamento, carico familiare e sofferenza psichica, essa può entrare a far parte di un quadro di vulnerabilità complesso (Maslach & Leiter, 2016; Rando, 1985).

Doppio carico emotivo
Chi lavora in RSA, specialmente come operatore socio-sanitario, infermiere o figura assistenziale, è esposto quotidianamente a un doppio carico emotivo: da un lato, la cura di persone fragili, spesso non autosufficienti, con cui si instaurano legami affettivi profondi; dall’altro, la perdita ripetuta di quegli stessi anziani, che muoiono come esito prevedibile di percorsi di malattia, decadimento e fine vita. La letteratura sul burnout e sul trauma cumulativo mostra come l’esposizione ripetuta alla sofferenza e alla morte possa produrre esaurimento emotivo, distacco difensivo, senso di impotenza, perdita di significato e vissuti depressivi (Maslach & Leiter, 2016; Rando, 1985) e non si tratta soltanto del classico burnout da sovraccarico lavorativo, ma di una forma più specifica di logoramento, nella quale l’accumulo di lutti, l’impossibilità di salvare tutti e l’obbligo di continuare a funzionare mentre ciò che si vede ogni giorno continua a ferire diventano elementi strutturali della professione.

Un paradosso doloroso
Eppure, c’è un paradosso che rende tutto più doloroso. Gli stessi ospiti e conoscenti che hanno ricordato Anna l’hanno descritta come una donna solare, generosa, alla quale era impossibile non voler bene; una descrizione che ritorna spesso nelle storie di chi crolla senza essere stato visto, perché alcune persone proteggono gli altri dalla propria sofferenza, sorridono per non pesare, offrono cura e ascolto senza chiedere nulla in cambio. Il dolore, in questi casi, diventa invisibile proprio perché viene coperto dalla generosità: non esplode in forme immediatamente riconoscibili, non sempre chiede aiuto, non sempre disturba, ma continua a servire, lavorare, accudire e sorridere fino al punto di rottura.

Un mix potenzialmente esplosivo
Sovrapponiamo ora questa condizione a quella di una neo-madre di quarantasei anni: un figlio di pochi mesi, una possibile sofferenza psichica post partum, un lavoro di cura esposto alla fragilità e alla morte, tre figli piccoli e un contesto familiare che, almeno secondo le informazioni note, non ha intercettato in tempo la crisi. Il risultato non è una spiegazione automatica, ma un campo di rischio. La depressione post partum grave può associarsi, in una minoranza di casi, a ideazione suicidaria, pensieri intrusivi o quadri psicotici del puerperio; non si tratta di una progressione inevitabile dalla tristezza alla psicosi, né di una condizione da banalizzare o stigmatizzare, ma di una vulnerabilità clinica che diventa più pericolosa quando incontra isolamento, stanchezza estrema, assenza di presa in carico, paura di chiedere aiuto e contesti lavorativi emotivamente logoranti (Brockington, 2017). Nessuna fonte ufficiale consente, allo stato, di stabilire una correlazione causale tra il lavoro di Anna e il gesto, ma la ricerca sul burnout, sul trauma cumulativo e sul lutto professionale impone almeno una domanda: chi si prende cura di chi cura? (Maslach & Leiter, 2016; Rando, 1985).

Il rito di scarico del lutto cittadino

Il Comune di Catanzaro ha proclamato il lutto cittadino per il giorno dei funerali, compiendo un gesto necessario e umanamente doveroso[2], eppure, in chiave sociologica, il lutto collettivo rischia di funzionare come un rito di scarico: la comunità piange, si stringe attorno al dolore, espia simbolicamente la propria impotenza e poi, lentamente, riprende la vita quotidiana senza modificare le condizioni strutturali che hanno reso possibile la tragedia.

Nelle società contemporanee il dolore pubblico viene spesso consumato in cerimonie brevi, immagini, dichiarazioni, minuti di silenzio e titoli di giornale, per poi essere rimosso (Bauman, 2000). Commemorare le vittime è giusto, ma trasformare quella commemorazione in obbligo di riforma è un’altra cosa; il lutto cittadino non salverà la prossima Anna se resta solo rito, mentre può diventare responsabilità se costringe istituzioni, sanità, luoghi di lavoro e comunità a chiedersi che cosa non ha funzionato prima della caduta.

Madri sole e vittime di violenza: lo stesso abbandono

Le donne vittime di violenza spesso non chiedono aiuto perché temono di non essere credute, di essere giudicate, di perdere i figli, di subire ritorsioni o di essere lasciate sole dopo la denuncia; dall’altro lato, le madri che affondano in una depressione post partum grave vengono spesso lasciate in una solitudine diversa ma strutturalmente simile, fatta di consultori sottofinanziati, screening non sempre sistematici, medici non sempre formati, famiglie impreparate e luoghi di lavoro incapaci di leggere il disagio. In entrambi i casi, la donna è posta davanti a un paradosso: deve chiedere aiuto a un sistema che, talvolta, teme più del proprio dolore, perché l’aiuto può trasformarsi in giudizio, valutazione, sospetto di inadeguatezza o minaccia alla propria funzione materna.

Perché, in fondo, vige una convinzione implicita e crudele: la maternità sarebbe di per sé una condizione di completezza. La donna che diventa madre viene investita di un’aura di capacità naturale, come se il solo fatto di aver generato la rendesse automaticamente forte, competente, immune allo smarrimento; ci si aspetta che l’istinto basti, che l’amore supplisca a tutto, che la fatica e il crollo ormonale non abbiano diritto di cittadinanza. Così la madre non può essere fragile, perché la sua vulnerabilità non trova spazio né compassione, ma viene scambiata per inadeguatezza, mancanza di tempra o persino colpa. Nessuno le concede il lusso di non farcela, poiché la società ha già deciso, per lei, che una madre deve essere all’altezza, punto.

Lo stesso meccanismo colpisce molte donne vittime di violenza, le quali devono dimostrare di essere credibili, lucide, razionali, protettive e “buone madri”, temendo che chiedere aiuto si trasformi in una valutazione contro di loro, e così anche loro imparano che il sistema, talvolta, vede la donna solo quando è già ferita, o quando è già morta. Questa analogia non serve a confondere fenomeni diversi, ma a mostrare la comune radice istituzionale dell’abbandono: la difficoltà di riconoscere il dolore femminile prima che esso diventi emergenza, referto, procedimento o lutto pubblico.

Non era “pazza”: era una madre dentro una crisi che nessuno ha saputo leggere in tempo

L’attivista Francesca Bubba, commentando la morte di Anna, ha pronunciato una frase che dovremmo scolpire da qualche parte: “Anna non era pazza, ma una mamma come noi lasciata sola”[3]. Ridurre il gesto alla categoria della “follia” impedisce di vedere la complessità del quadro, nel quale sofferenza psichica, maternità recente, isolamento, lavoro di cura, esposizione alla fragilità, paura di chiedere aiuto e insufficienza dei presìdi di prevenzione si intrecciano fino a rendere invisibile il punto di non ritorno. Non si tratta di negare la malattia mentale, perché la depressione post partum grave e, nei casi più estremi, la psicosi puerperale sono condizioni cliniche reali, che possono includere alterazioni profonde del giudizio, deliri, ideazione suicidaria e pensieri di morte rivolti anche ai figli; si tratta, piuttosto, di rifiutare l’idea che la diagnosi basti a chiudere il discorso.

La malattia non cade dal cielo e non agisce mai in un vuoto sociale, diventa più pericolosa quando si combina con isolamento, stigma, carenza di ascolto, assenza di percorsi clinici accessibili e lavori emotivamente usuranti (Brockington, 2017; Resnick, 1969). La ricerca criminologica lo conferma: i filicidi materni non possono essere liquidati come “atti folli” isolati dal contesto, perché sono spesso l’esito estremo di una combinazione tra vulnerabilità individuale, pressioni di ruolo, solitudine, condizioni lavorative traumatiche e carenze delle istituzioni (Resnick, 1969; Sidebotham et al., 2022). L’interrogativo più importante non è se Anna fosse malata, ma perché quella malattia, quel dolore o quella crisi non siano diventati, prima della caduta, una comunicazione efficace per il sistema che avrebbe dovuto proteggerla.

Un cortocircuito tra sottosistemi: dalla parte di Luhmann

Se usiamo il linguaggio della teoria dei sistemi sociali di Niklas Luhmann, possiamo dire che la tragedia di Catanzaro appare come il prodotto di un cortocircuito tra sottosistemi sociali che non hanno saputo comunicare tra loro (Luhmann, 1990). Il sottosistema famiglia, come spesso accade nelle sofferenze psichiche profonde, non è riuscito a trasformare eventuali segnali di disagio in allarme condiviso; il sottosistema sanità non sembra aver intercettato la crisi con un percorso strutturato di screening e presa in carico; il sottosistema lavoro, almeno come modello generale, raramente dispone di protocolli stabili di supporto psicologico per operatori esposti a morte ripetuta e trauma cumulativo; il sottosistema diritto interviene per sua natura dopo il fatto, quando la morte è già avvenuta e la qualificazione giuridica non può più prevenire nulla; il sottosistema politica reagisce spesso con cordoglio, lutto cittadino e dichiarazioni, ma fatica a trasformare il dolore in priorità di bilancio, personale, formazione e servizi.

Nessun sottosistema, da solo, ha la responsabilità esclusiva, ma il problema è proprio questo: nessuno ha tradotto il disagio in una comunicazione efficace tra i sistemi e questo non è un caso accidentale, bensì la struttura normale di una società che lascia la sofferenza femminile, e quella degli operatori della cura, nella zona grigia tra privato e pubblico, tra malattia e colpa, tra “aiutala” e “lasciala stare”. Luhmann aiuta a comprendere che il fallimento non consiste soltanto nell’assenza di empatia, ma nell’incapacità dei sistemi di convertire un segnale umano in procedura, obbligo, presa in carico e responsabilità istituzionale.

La bambina sopravvissuta: il dovere di non trasformarla in simbolo

La figlia maggiore di Anna è sopravvissuta e proprio per questo non deve diventare un simbolo a disposizione della nostra emozione pubblica. Non deve essere nominata, raccontata, immaginata o trasformata in personaggio, perché la tutela della minore viene prima di ogni esigenza narrativa.[3]

Tuttavia, la sua sopravvivenza impone comunque una domanda collettiva: perché nessuno ha aiutato sua madre in tempo? Questa domanda non appartiene solo a lei, ma riguarda ogni donna sopravvissuta alla violenza, alla depressione non curata o all’abbandono istituzionale, e dovrebbe diventare la domanda che la società civile si pone ogni volta che legge una notizia come questa. Non per cercare un capro espiatorio, ma per costruire una prevenzione reale.

Perché lo ha fatto? La distinzione di genere tra filicidio altruistico e filicidio possessivo

Una domanda che inevitabilmente sorge, leggendo una tragedia come quella di Catanzaro, è perché una madre possa uccidere i propri figli. La criminologia e la psichiatria forense hanno risposto con decenni di ricerche, e la risposta rivela alcuni pattern motivazionali che non devono essere trasformati in stereotipi, ma che possono aiutare la prevenzione (Resnick, 1969; Sidebotham et al., 2022)

Nei casi materni assume spesso rilievo il filicidio altruistico o pseudo-protettivo: la madre, in un quadro depressivo grave o psicotico, può sviluppare la convinzione delirante che la morte sia una forma di protezione, destinata a risparmiare ai figli una sofferenza futura, un abbandono o una vita percepita come insostenibile. È il cosiddetto suicidio esteso, nel quale il gesto omicidiario viene inserito dentro una logica distorta di salvezza, fondata sull’idea di morire insieme, non lasciarli soli, sottrarli a un mondo che appare irrimediabilmente ostile (Resnick, 1969; Brockington, 2017).

La triade cognitiva di Beck, fondata su una visione pessimistica di sé, del mondo e del futuro, può amplificare questo schema fino a renderlo, nella mente malata, un gesto di protezione (Beck, 1976) ed è proprio qui che la malattia mentale mostra la sua dimensione più tragica: non cancella necessariamente l’amore, ma può deformarlo fino a renderlo distruttivo.

Nei casi paterni, soprattutto in contesti di separazione conflittuale, violenza domestica pregressa e perdita di controllo sulla partner o sui figli, ricorrono più frequentemente dinamiche possessive o rivendicative, sintetizzabili nella formula “con me o con nessun altro” e il figlio può diventare strumento di punizione della madre, oggetto di controllo estremo, mezzo attraverso cui esercitare potere anche dopo la rottura della relazione (Sidebotham et al., 2022).

Questa distinzione non è assoluta, poiché esistono padri che uccidono in contesti depressivi e madri che uccidono per vendetta o controllo; tuttavia, la letteratura inaugurata da Philip Resnick nel 1969, e sviluppata dagli studi successivi, mostra che le motivazioni del filicidio non sono tutte uguali e che confonderle significa sbagliare prevenzione. Tornando ad Anna Democrito, il suo caso, per quanto oggi ricostruibile dalle informazioni disponibili, sembra collocarsi più vicino al pattern del filicidio materno altruistico o pseudo-protettivo che a quello possessivo o vendicativo: non risultano, dalle ricostruzioni pubbliche, elementi di separazione conflittuale o vendetta relazionale, mentre risultano maternità recente, possibile sofferenza psichica, isolamento e un contesto di vita e lavoro ad alto carico emotivo.

Riconoscere questa distinzione non è un esercizio accademico, ma il presupposto per progettare interventi diversi. Per le madri a rischio servono screening precoci, supporto psicologico accessibile, continuità assistenziale e rimozione della paura di chiedere aiuto; per i padri a rischio, soprattutto nei contesti di violenza domestica e separazione conflittuale, servono valutazione del rischio, programmi per autori di violenza, protezione delle vittime, monitoraggio giudiziario e interventi tempestivi sulla conflittualità distruttiva. Se confondiamo i profili, applichiamo la risposta sbagliata, e il prezzo, come abbiamo visto, può essere la vita di bambini innocenti.

Responsabilità diffusa

Non esiste un colpevole unico in questa storia, non c’è un funzionario da licenziare e non c’è una legge da abrogare che, da sola, risolverebbe tutto, sussiste invece una responsabilità diffusa: la nostra, che leggiamo queste notizie a colazione e poi riprendiamo la giornata; la vostra, che siete operatori sanitari, assistenti sociali, insegnanti, responsabili di RSA, comandanti di polizia o amministratori pubblici, e magari avete incontrato una donna come Anna, o un agente come quelli descritti in altri contributi di questa rivista, ma non avevate strumenti, tempo, mandato o formazione per riconoscere il punto di rottura; la mia, che scrivo questo articolo sapendo che, senza un seguito politico e culturale, resterà forse solo un testo ben scritto.

La domanda non è soltanto “chi ha sbagliato?”, ma se, dopo aver letto, faremo qualcosa di diverso.

Per cambiare, servono tre cose concrete

Non basta indignarsi, perché l’indignazione, se non si traduce in procedure, formazione e servizi, resta una forma momentanea di consumo emotivo del dolore. Servono almeno tre proposte minime, realizzabili, che nessuna Regione può più permettersi di ignorare.

Prima proposta: screening sistematico per la depressione perinatale nei consultori, nei reparti di ostetricia e nei percorsi pediatrici del primo anno di vita.
Lo screening della depressione post partum non deve dipendere dalla sensibilità del singolo medico o dalla capacità della madre di chiedere aiuto. Strumenti come l’Edinburgh Postnatal Depression Scale sono ampiamente utilizzati a livello internazionale, ma il punto decisivo non è solo somministrare un questionario: è costruire un percorso successivo di valutazione clinica, presa in carico, accesso rapido a supporto psicologico o psichiatrico, monitoraggio familiare e protezione non punitiva della madre (Cox et al., 1987; Levis et al., 2020). Molte madri non dicono di stare male perché temono giudizio, stigma o conseguenze sui figli; uno screening sistematico, se collegato a servizi reali, può trasformare il silenzio in domanda di aiuto.

Seconda proposta: supporto psicologico strutturato e gratuito per operatori di RSA, professioni della cura e Forze dell’Ordine esposti a morte ripetuta e trauma cumulativo.
Chi lavora ogni giorno con la sofferenza non può essere lasciato solo a gestire ciò che vede. RSA, ospedali, servizi domiciliari, Polizia Locale, Polizia di Stato, Carabinieri e altri corpi esposti a rischio e trauma devono prevedere percorsi stabili di supervisione psicologica, debriefing, monitoraggio del burnout e accesso riservato a supporto specialistico (Maslach & Leiter, 2016; Rando, 1985; Breda, 2025a, 2025b, 2025c, 2026a). Il trauma cumulativo non sempre produce sintomi rumorosi, ma spesso si presenta come cinismo, insonnia, irritabilità, distacco, perdita di senso, abuso di alcol, isolamento o pensieri di morte; aspettare che l’operatore chieda aiuto significa intervenire troppo tardi.

Terza proposta: formazione obbligatoria per medici di base, ginecologi, pediatri, responsabili di RSA, assistenti sociali, insegnanti, comandanti e operatori delle Forze dell’Ordine.
La prevenzione non può essere affidata all’intuizione, perché richiede competenze riconoscibili sui segnali di depressione post partum, sugli indicatori di psicosi puerperale, sul rischio suicidario, sulle dinamiche di violenza domestica, sull’escalation separativa, sul burnout professionale, sul trauma cumulativo e sulla paura di chiedere aiuto. Chi incontra per primo una donna in crisi spesso non è lo psichiatra, ma il medico di base, il pediatra, il datore di lavoro, l’insegnante, il collega, l’assistente sociale o l’operatore di polizia chiamato per una lite familiare; se queste figure non sono formate, il sistema resta cieco.

La Calabria ha pianto Anna e i suoi bambini, e l’Italia intera piange ogni donna, ogni madre, ogni operatore e ogni appartenente alle istituzioni che si spezza nel silenzio. Ma il vero omaggio non è il cordoglio: è fare in modo che la prossima Anna, madre, lavoratrice della cura e donna sola, e il prossimo operatore divorato dalla sindrome del corridoio o schiacciato dallo stigma vengano visti, ascoltati e fermati prima che sia troppo tardi.


NOTE

[1] Per la ricostruzione cronachistica del caso si rinvia alle fonti giornalistiche nazionali e locali pubblicate nei giorni immediatamente successivi alla tragedia. In assenza di un provvedimento giudiziario definitivo, l’articolo utilizza formule prudenziali quali “ipotesi”, “prime ricostruzioni” e “accertamenti in corso”, evitando di presentare come accertata una qualificazione processuale definitiva.

[2] La dichiarazione è richiamata come intervento pubblico e fonte di commento sociale, non come fonte clinica o giudiziaria. La frase viene utilizzata per evidenziare il rischio di ridurre la tragedia alla categoria stigmatizzante della “follia”, senza negare la possibile rilevanza di un quadro psicopatologico grave.

[3] La scelta di non indicare il nome della minore, né reale né simbolico, risponde a un criterio di tutela rafforzata della persona minorenne sopravvissuta e al principio di essenzialità dell’informazione, particolarmente rilevante nei fatti di cronaca che coinvolgono minori vittime o superstiti.

BIBLIOGRAFIA

Bauman, Z. (2000). Modernità liquida. Roma-Bari: Laterza.

Beck, A. T. (1976). Cognitive therapy and the emotional disorders. New York, NY: International Universities Press.

Breda, D. (2025a, 27 settembre). Non eroi, ma umani: il dolore nascosto di chi indossa una divisa, una corazza che uccide. Ethica Societas, Rivista di Scienze Umane e Sociali.

Breda, D. (2025b, 9 ottobre). La sindrome del corridoio: quando la divisa pesa sull’anima. Ethica Societas, Rivista di Scienze Umane e Sociali.

Breda, D. (2025c, 18 ottobre). Quei giubbotti a terra. Oltre il dovere, oltre la morte. Ethica Societas, Rivista di Scienze Umane e Sociali.

Breda, D. (2026a, 6 febbraio). Numeri opachi, dolore chiaro: il confronto europeo sui suicidi in divisa e la costruzione di un supporto psicologico sistemico in Italia. Ethica Societas, Rivista di Scienze Umane e Sociali.

Brockington, I. (2017). Suicide and filicide in postpartum psychosis. Archives of Women’s Mental Health.

Bubba, F. (2026). Intervento pubblico in occasione della tragedia di Catanzaro [dichiarazione stampa].

Cox, J. L., Holden, J. M., & Sagovsky, R. (1987). Detection of postnatal depression: Development of the 10-item Edinburgh Postnatal Depression Scale. The British Journal of Psychiatry, 150(6), 782–786.

Levis, B., Negeri, Z., Sun, Y., Benedetti, A., Thombs, B. D., & DEPRESsion Screening Data (DEPRESSD) EPDS Group. (2020). Accuracy of the Edinburgh Postnatal Depression Scale for screening to detect major depression among pregnant and postpartum women: Systematic review and meta-analysis of individual participant data. BMJ, 371, m4022.

Luhmann, N. (1990). Sistemi sociali. Lineamenti di una teoria generale. Bologna: Il Mulino.

Maslach, C., & Leiter, M. P. (2016). Burnout: il costo della cura. Roma: Edizioni Lavoro.

Rando, T. A. (1985). Cumulative trauma and grief in caregiving and nursing home contexts. Death Studies.

Resnick, P. J. (1969). Child murder by parents: A psychiatric review of filicide. American Journal of Psychiatry, 126(3), 325–334.

Sidebotham, P., Retzer, A., Atkins, B., & Bailey, S. (2022). Filicide: A systematic review of literature. Trauma, Violence, & Abuse.

Spinelli, M. (2023). Filicidio e violenza di genere: un’analisi criminologica. Rivista Italiana di Criminologia, 17(2), 112–130.


ALTRI ARTICOLI DELLA STESSA AUTRICE

IL CERVELLO IN OSTAGGIO: IL SEQUESTRO NEUROCHIMICO DELLA VIOLENZA DOMESTICA

COME SE AVESSE TOLTO IL CIUCCIO A UN BAMBINO

DALLA LOGICA DEL BISOGNO ALLA PRESUNZIONE DI AUTOTUTELA ARMATA (DL 48/2025)

NUMERI OPACHI, DOLORE CHIARO

SOLO SE GRIDI ABBASTANZA: UNA BRUTTA RIFORMA SULLA VIOLENZA SESSUALE

ULTIMI 5 ARTICOLI SULLA VIOLENZA DI GENERE

LA VIOLENZA DI GENERE COME FENOMENO CLINICO E DI SALUTE PUBBLICA: LA CARTA DI PADOVA 2026

LA SOCIETÀ CHE NON SENTE PIÙ: IL FEMMINICIDIO COME FRATTURA COLLETTIVA E IL LUTTO COMPLESSO DI CHI SOPRAVVIVE

UNA SVOLTA STORICA: LA LEGGE 181/2025 RICONOSCE LA SPECIFICITÀ DEL FEMMINICIDIO

25 NOVEMBRE: LA LOTTA CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE È ANCORA APERTA

VIOLENZA PSICOLOGICA NELLE RELAZIONI DIGITALI

ULTIMI 5 ARTICOLI PUBBLICATI

TRA SPETTACOLARIZZAZIONE, SOFFERENZA EMOTIVA E ARCHETIPI DELLA SOFFERENZA PUBBLICA

GEOPOLITICA DELL’ENERGIA E INSTABILITÀ MACROFINANZIARIA

POVERTÀ VITALE, ALGORITMI E PREVENZIONE DELL’ABUSO SESSUALE SUI MINORI

INDAGINI E REVISIONE PROCESSO

IL QUADRO NEGOZIALE TRA POLIZIA LOCALE E PREFETTURE NELLA GESTIONE DELLA VIDEOSORVEGLIANZA URBANA


Ethica Societas è una testata giornalistica gratuita e non profit edita da una cooperativa sociale onlus
Copyright Ethica Societas, Human&Social Science Review © 2026 by Ethica Societas UPLI onlus.
ISSN 2785-602X. Licensed under CC BY-NC 4.0

Related posts

QUANDO LA “PRASSI” DIVENTA FALSO: LA CASSAZIONE SUL DOVERE DI VERITÀ NEGLI ATTI DELLA POLIZIA LOCALE, Massimiliano Mancini

@Direttore

DRAGHI PARLA DEL FUTURO IN UNA EUROPA CHE ANCORA PENSA NEL PASSATO, Francesco Mancini

@Direttore

IL LAVORO COME VARIABILE GEOPOLITICA: IL 1° MAGGIO NELL’ORDINE MULTIPOLARE, Cristina Di Silvio

Elhem Beddouda