ETHICA SOCIETAS-Rivista di scienze umane e sociali
Francesca Zaza NOTIZIE Psicologia Sociologia e Scienze Sociali

TRA SPETTACOLARIZZAZIONE, SOFFERENZA EMOTIVA E ARCHETIPI DELLA SOFFERENZA PUBBLICA, Francesca Zaza

Dallo spazio intimo ai feed social: il dolore del lutto e la sua rappresentazione nell’era digitale

Francesca Zaza

Abstract: Il lutto, esperienza umana universale, ha da sempre rappresentato una fase critica di transizione, tanto sul piano individuale quanto su quello collettivo. Se in passato esso era prevalentemente confinato alla sfera privata e regolato da pratiche rituali e narrazioni culturali condivise, l’avvento delle piattaforme digitali ha progressivamente spostato il dolore nel dominio pubblico. In questi spazi virtuali, il lutto non si limita a essere raccontato: viene esposto, performato, giudicato e rinegoziato, modificando radicalmente le forme attraverso cui viene espresso, accolto o, anche, stigmatizzato. Un esempio emblematico di questa trasformazione riguarda le madri di giovani vittime di violenza, la cui esposizione pubblica del dolore — soprattutto attraverso i social network — ha suscitato reazioni profondamente polarizzate. Queste risposte, tutt’altro che puramente emotive, rivelano un complesso intreccio di aspettative archetipiche (come quella della Madre Dolens), codici culturali e norme implicite sulla legittimità dell’espressione del lutto nello spazio pubblico. La crescente mediatizzazione delle esperienze di perdita solleva interrogativi cruciali sul rapporto tra lutto, identità e norme sociali, delineando un campo di indagine che attraversa la psicologia, gli studi culturali e l’analisi delle tecnologie digitali. A partire da un’analisi teorica arricchita da esempi tratti dalla cronaca contemporanea, il presente contributo esplora le tensioni tra l’elaborazione soggettiva del dolore e la sua spettacolarizzazione pubblica, interrogandosi sulle nuove forme di regolazione affettiva nell’epoca della sorveglianza emotiva e della performance sociale.

Keywords: #luttodigitale #dolorepubblico #madriinlutto #madredolens #socialmediaelutto #spettacolarizzazionedeldolore #sorveglianzaemotiva #performancesociale #psicologiadellutto #cyberbullismo #femminicidio #narrazionedeltrauma #FrancescaZaza #ethicasocietas #ethicasocietasrivista #rivistascientifica #scienzeumane #scienzesociali #ethicasocietasupli 


english version


Il lutto tra intimità e visibilità digitale

Il lutto è un’esperienza universale e, al tempo stesso, profondamente culturale. Si vive nella dimensione più intima dell’essere umano, ma prende forma attraverso rituali, narrazioni e norme sociali che ne orientano l’espressione e il riconoscimento collettivo. Nelle società occidentali contemporanee, la morte è spesso rimossa dal discorso pubblico; eppure, con l’avvento delle piattaforme digitali, il dolore per la perdita si è progressivamente spostato in uno spazio di visibilità permanente.

In questo nuovo contesto, il lutto non è soltanto condiviso: viene osservato, interpretato e valutato. L’espressione del dolore sembra così sottoposta a criteri impliciti di legittimità, che definiscono cosa sia considerato “autentico”, “appropriato” o “accettabile”. A partire da questa tensione tra interiorità ed esposizione, il presente contributo esplora le trasformazioni del lutto nell’era digitale, interrogandosi sui dispositivi etici, psicologici e culturali che regolano oggi la sofferenza pubblica.

Cronaca, adolescenza e violenza: il dolore di vite spezzate

Qualche mese fa, due tragici episodi di cronaca nera hanno avuto come protagoniste adolescenti le cui vite sono state spezzate in modo brutale e profondamente ingiusto: una per mano di un giovane che si professava innamorato, l’altra schiacciata dal peso dell’adolescenza, del cyberbullismo e della pressione sociale.

Martina Carbonaro era una quattordicenne di Afragola, in provincia di Napoli, uccisa con estrema violenza dal suo ex fidanzato diciannovenne. Secondo le ricostruzioni, il rifiuto di un abbraccio avrebbe scatenato una reazione spietata: la ragazza sarebbe stata colpita alla testa con un sasso mentre era di spalle. Il corpo fu successivamente occultato in un armadio abbandonato in una zona periferica. L’autore del delitto, con inquietante freddezza, partecipò anche alle ricerche della giovane, fingendo preoccupazione.

Larimar Annaloro aveva quindici anni e viveva a Piazza Armerina, in provincia di Enna. Fu trovata impiccata nel giardino di casa. Le indagini parlarono di pressioni psicologiche legate a dinamiche scolastiche e relazionali, accuse di aver “rubato” il fidanzato a una coetanea e possibile diffusione non consensuale di immagini intime. Sebbene il caso sia stato definito come suicidio, rimangono interrogativi inquietanti e le circostanze della sua morte continuano a suscitare dubbi.

Il caso Martina Carbonaro e la spettacolarizzazione del dolore

Il caso di Martina ha suscitato un’ondata di indignazione collettiva, non solo per la brutalità dell’omicidio, ma anche per la complessità giuridica e simbolica della relazione tra i due giovani. Secondo quanto emerso, il legame sarebbe iniziato quando Martina aveva appena dodici anni, configurando una dinamica di adultizzazione precoce e potenzialmente illegittima.

A rendere ancora più controverso il dibattito pubblico è stato il comportamento della madre della vittima, la cui esposizione mediatica ha generato reazioni polarizzate. Fin dalle prime apparizioni televisive, la donna è stata accusata di non manifestare un dolore “adeguato”, di essere troppo composta, quasi distante. Alcuni hanno invocato il rispetto per la soggettività del trauma, sottolineando che lo shock può anestetizzare le reazioni emotive. Tuttavia, l’assenza di una “disperazione visibile” ha alimentato sospetti e giudizi.

Il punto di rottura si è verificato quando un influencer locale ha pubblicato su TikTok un video in cui presentava un panino dedicato a Martina. Nel video compariva anche la madre della ragazza, che, sorridendo, dichiarava che quel panino era il suo preferito. L’operazione, percepita da molti come una forma di spettacolarizzazione del lutto, ha suscitato sdegno e condanne. Il video è stato rimosso, ma il danno reputazionale era ormai compiuto: la donna è stata accusata di cinismo, di ricerca di visibilità, di “non soffrire abbastanza”.

Accuse simili, seppur in contesti differenti, erano state rivolte anche ai familiari di Giulia Cecchettin, altra giovane vittima di femminicidio. In entrambi i casi, il dolore privato è stato sottoposto a una vera e propria sorveglianza pubblica, trasformandosi in oggetto di valutazione collettiva.

La madre di Larimar e il giudizio dei social

Anche la madre di Larimar Annaloro è diventata, suo malgrado, una figura controversa. Attraverso TikTok e altri social, ha scelto di rendere visibile il proprio dolore, denunciando pubblicamente la convinzione che la figlia non si sia suicidata, ma sia stata uccisa. Nei suoi video — talvolta girati al cimitero, accanto alla tomba della figlia — esprime rabbia, fede e disperazione, indossando abiti colorati o scollati. Anche in questo caso, il giudizio sociale non si è fatto attendere: da un lato chi la sostiene come madre coraggiosa e combattiva; dall’altro chi l’accusa di non rispettare il “galateo del dolore”.

I social media come tribunali emotivi

Questi casi mostrano con chiarezza quanto la società contemporanea sia incline a misurare l’autenticità del lutto sulla base dell’apparenza. Come se esistesse un copione universale del dolore, e chi non lo segue diventasse automaticamente sospetto. I social media, da strumenti di espressione, si trasformano così in tribunali emotivi, dove ogni gesto, parola o abito viene sottoposto a giudizio.

Tutto ciò solleva interrogativi profondi: come si può vivere il lutto nell’epoca della visibilità permanente? Qual è il confine tra intimità ed esposizione? E cosa significa, oggi, essere una madre in lutto sotto lo sguardo costante dei social? Esiste davvero un modo “giusto” di soffrire, o soltanto aspettative normative che rischiano di schiacciare ulteriormente chi ha già perso tutto?

Il lutto come processo psicologico, filosofico e antropologico

Nella cultura occidentale contemporanea, la morte è ben lontana dall’essere accolta come “Sorella Morte”, così come evocata da Francesco d’Assisi nel Cantico delle Creature, né si avvicina alla concezione orientale che la interpreta come parte di un ciclo naturale, una trasformazione dell’energia vitale piuttosto che una cessazione definitiva.

Tradizionalmente, il lutto era vissuto come un’esperienza intima, limitata al nucleo familiare o a ristretti contesti comunitari. I rituali funebri rappresentavano modi riservati e discreti per onorare la perdita e mantenere un contatto con la memoria del defunto. Con l’avvento dei social network, però, il dolore ha trovato nuove forme espressive: è divenuto pubblico, condiviso, spesso esposto in tempo reale.

Sempre più persone affidano ai canali digitali pensieri, fotografie, ricordi e messaggi rivolti a chi non c’è più. Questa digitalizzazione del lutto, se da un lato può offrire conforto e senso di vicinanza, dall’altro apre a dinamiche complesse legate alla visibilità, alla pressione emotiva e alla normatività sociale del dolore.

Uno dei modelli più celebri nell’ambito della psicologia del lutto è quello elaborato dalla psichiatra Elisabeth Kübler-Ross, che identifica cinque fasi fondamentali nell’elaborazione della perdita: negazione, rabbia, patteggiamento, depressione e accettazione.

Un contributo significativo arriva anche dallo psicologo William Worden, che ha proposto un modello basato su quattro compiti fondamentali: accettare la realtà della perdita; elaborare il dolore del lutto; adattarsi a un mondo in cui la persona amata non è più presente; e infine trovare un modo per ricollocare emotivamente il defunto, mantenendo spesso un legame simbolico con chi è scomparso.

In questa stessa direzione si inserisce il Dual Process Model di Margaret Stroebe e Henk Schut, che descrive il lutto come un’oscillazione continua tra il confronto diretto con il dolore e il tentativo di riorganizzare la propria esistenza quotidiana.

Le teorie psicoanalitiche, in particolare quelle di Sigmund Freud, descrivono il lutto come un processo in cui l’energia affettiva rivolta al defunto viene progressivamente disinvestita e reinvestita in nuovi oggetti relazionali. Nel saggio Lutto e melanconia, Freud distingue tra il lutto come risposta naturale alla perdita e la melanconia come condizione patologica caratterizzata da autosvalutazione e identificazione distruttiva con l’oggetto perduto.

John Bowlby, padre della teoria dell’attaccamento, ha evidenziato come la perdita di una figura significativa possa sconvolgere profondamente l’equilibrio emotivo e identitario della persona. In questa prospettiva si inserisce anche il sociologo Colin Murray Parkes, che interpreta il lutto come un processo di ricostruzione del sé.

Per lo psicologo Robert Neimeyer, invece, il lutto rappresenta un vero e proprio compito narrativo: la perdita interrompe la continuità della storia personale e costringe il soggetto a ricostruire nuovi significati.

Particolarmente rilevante è anche la teoria dei continuing bonds, secondo cui mantenere un legame simbolico con il defunto non costituisce un sintomo patologico, ma può rappresentare una risorsa fondamentale nel processo di elaborazione della perdita.

In questo contesto si inserisce l’approccio clinico proposto da Claudio Lalla nel saggio Perdita e ricongiungimento, ispirato al lavoro di Allan Botkin sull’IADC (Induced After-Death Communication), tecnica terapeutica che mira a favorire esperienze soggettive percepite come incontri con i defunti.

Il collegamento con il mondo digitale è immediato attraverso i cosiddetti griefbot, modelli computazionali capaci di simulare conversazioni con persone scomparse utilizzando dati digitali lasciati in vita. In questo scenario, la morte diventa una soglia porosa: la tecnologia consente di evocare voci, parole e stili comunicativi di chi non c’è più, ridefinendo radicalmente il confine tra presenza e assenza.

La riflessione sul lutto appartiene anche alla filosofia. Martin Heidegger interpreta la perdita come un’esperienza che costringe l’essere umano a confrontarsi con la propria finitezza. La morte dell’altro ci ricorda la nostra mortalità e ci obbliga a ridefinire il senso dell’esistenza.

Dal canto suo, l’antropologia culturale ci ricorda che il dolore non è soltanto individuale, ma anche collettivo. I rituali funebri, le commemorazioni pubbliche e i momenti di condivisione sociale servono a ricucire il tessuto della comunità dopo il trauma della perdita.

È in questo quadro che la riflessione di Michel Foucault appare particolarmente attuale. Le società esercitano un controllo sulle emozioni attraverso norme implicite che stabiliscono come si debba soffrire, quando sia lecito piangere e quale forma debba assumere il dolore.

Il caso delle madri di Martina e Larimar solleva interrogativi cruciali sulla libertà emotiva: è davvero possibile vivere il dolore secondo la propria autenticità, senza doverlo performare per soddisfare lo sguardo degli altri?

Infine, il lutto può anche diventare trasformazione del sé. Secondo Hannah Arendt, il dolore può rappresentare un’occasione di ridefinizione del significato dell’esistenza. La forza mostrata da alcune figure pubbliche del lutto potrebbe dunque essere interpretata non come assenza di sofferenza, ma come tentativo di dare ordine al caos e trasformare la perdita in qualcosa di narrabile e condivisibile.

Per una interpretazione archetipica del lutto: la “Madre Dolens” dal pianto sacro al reel virale

Quando si parla di archetipi, ci si riferisce a modelli universali dell’esperienza umana, immagini profonde che emergono nei momenti di crisi, trasformazione e rinascita. Il lutto rappresenta uno dei territori privilegiati in cui tali archetipi si manifestano.

L’Archetipo dell’Ombra racchiude dolore, vulnerabilità e paura. La morte di una persona amata costringe l’individuo a confrontarsi con questa dimensione oscura della propria interiorità. Tale esperienza può assumere la forma di una vera e propria “discesa agli inferi”, ma anche trasformarsi in un processo di integrazione psicologica.

Chi attraversa il lutto può allora assumere inconsapevolmente il volto del Viandante, colui che attraversa territori sconosciuti alla ricerca di un nuovo senso del sé. Se il dolore viene elaborato, il cammino può condurre all’incontro con l’archetipo del Saggio, simbolo della trasformazione della sofferenza in conoscenza.

Nel contesto della rappresentazione pubblica del dolore, tuttavia, l’archetipo centrale è quello della Madre Dolens: la madre sofferente che incarna il dolore della perdita, del sacrificio e della compassione.

Nel contesto digitale contemporaneo, soprattutto su TikTok, la Madre Dolens viene reinterpretata attraverso i linguaggi della viralità e della performance mediatica. Video di madri che piangono, raccontano la perdita o condividono rituali di commemorazione diventano contenuti algoritmici, sottoposti alle logiche dell’engagement.

Il passaggio dal “pianto sacro” al “reel virale” segna una mutazione culturale profonda: la madre in lutto non è più figura appartata e silenziosa, ma protagonista di una narrazione pubblica, continua e frammentata.

L’ambiente digitale contribuisce così alla costruzione di nuove forme di identità performativa. Le figure pubbliche del lutto vengono spesso interpretate attraverso l’archetipo della Maschera, ossia l’immagine sociale che la collettività si aspetta da loro.

Quando il comportamento materno non coincide con i codici socialmente accettati — disperazione visibile, abiti sobri, silenzio rituale — emerge uno scarto tra aspettativa e realtà che produce disagio, sospetto e giudizio morale.

Alcune madri, di fronte alla tragedia, assumono invece l’archetipo della Guerriera, trasformando il dolore in azione, denuncia e ricerca di giustizia. Questo atteggiamento può rappresentare una strategia adattiva: il dolore non viene negato, ma convertito in lotta simbolica.

Come osservava Erving Goffman, il comportamento umano può essere interpretato come una forma di performance sociale. In questo senso, anche il lutto diventa una scena pubblica nella quale chi soffre sembra costretto a dimostrare visibilmente il proprio dolore per ottenere legittimazione sociale.

Eppure, proprio questa esposizione crea anche uno spazio di ritualità collettiva, dove il dolore può essere condiviso e riconosciuto. Il rischio, tuttavia, è che l’archetipo della Madre Dolens venga svuotato della sua dimensione simbolica e trasformato in contenuto replicabile, consumabile e rapidamente dimenticabile.

Per Martina, Larimar e per tutte le persone amate che hanno attraversato la soglia della morte, non vi è forse nulla di più drammatico che diventare soltanto immagini da scorrere in un feed infinito.


BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

  • Sigmund Freud, Lutto e melanconia, Bollati Boringhieri.
  • Elisabeth Kübler-Ross, On Death and Dying, Scribner.
  • John Bowlby, Attachment and Loss, Basic Books.
  • William Worden, Grief Counseling and Grief Therapy, Springer Publishing.
  • Margaret Stroebe, Henk Schut, “The Dual Process Model of Coping with Bereavement”.
  • Robert Neimeyer, Meaning Reconstruction and the Experience of Loss, American Psychological Association.
  • Martin Heidegger, Essere e Tempo, Longanesi.
  • Michel Foucault, Sorvegliare e punire, Einaudi.
  • Hannah Arendt, La vita della mente, Il Mulino.
  • Erving Goffman, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino.
  • Claudio Lalla, Perdita e ricongiungimento.
  • Klass, D., Silverman, P., Nickman, S., Continuing Bonds: New Understandings of Grief, Taylor & Francis.


ULTIMI ARTICOLI DELLA STESSA AUTRICE

LA SOCIETÀ CHE NON SENTE PIÙ: IL FEMMINICIDIO COME FRATTURA COLLETTIVA E IL LUTTO COMPLESSO DI CHI SOPRAVVIVE

DENTRO IL DOLORE, OLTRE LA DIVISA: UNA TERRIBILE STORIA DI SOLITUDINE

OLTRE L’ETÀ: FULLGEVITY ED INCLUSIONE SOCIALE COME SFIDE DELLA MODERNITÀ

LA LOTTA PER L’UGUAGLIANZA DI GENERE E IL SUO CONTRIBUTO ALLA COSTRUZIONE DI UN MONDO SOSTENIBILE

ULTIMI 5 ARTICOLI SULLA PSICOLOGIA

POVERTÀ VITALE, ALGORITMI E PREVENZIONE DELL’ABUSO SESSUALE SUI MINORI

L’AMORE NELL’ERA DELL’INDIVIDUALISMO

DAL DOLORE AL BENE COMUNE: QUANDO LA FRAGILITÀ DIVENTA PARADIGMA SOCIALE

LA CONSAPEVOLEZZA OLTRE LA FORZA COME FONDAMENTO DELLA DIFESA E DELLA LIBERTÀ FEMMINILE

SHAGHAF (شغف): QUANDO L’AMORE RAGGIUNGE LA MEMBRANA DEL CUORE

ULTIMI 5 ARTICOLI PUBBLICATI

GEOPOLITICA DELL’ENERGIA E INSTABILITÀ MACROFINANZIARIA

POVERTÀ VITALE, ALGORITMI E PREVENZIONE DELL’ABUSO SESSUALE SUI MINORI

INDAGINI E REVISIONE PROCESSO

IL QUADRO NEGOZIALE TRA POLIZIA LOCALE E PREFETTURE NELLA GESTIONE DELLA VIDEOSORVEGLIANZA URBANA

IL LAVORO COME VARIABILE GEOPOLITICA: IL 1° MAGGIO NELL’ORDINE MULTIPOLARE


Ethica Societas è una testata giornalistica gratuita e non profit edita da una cooperativa sociale onlus
Copyright Ethica Societas, Human&Social Science Review © 2026 by Ethica Societas UPLI onlus.
ISSN 2785-602X. Licensed under CC BY-NC 4.0

Related posts

ENERGY GEOPOLITICS AND MACROFINANCIAL INSTABILITY – Cristina Di Silvio

@Direttore

TWO SUICIDES ON THE SAME DAY: A CARABINIERI OFFICER TAKES HIS OWN LIFE IN VARAZZE – Massimiliano Mancini

@Direttore

DALLA SUPERIORITÀ ALLA SOSTITUZIONE, Elhem Beddouda

@Direttore