ETHICA SOCIETAS-Rivista di scienze umane e sociali
Deborah Breda NOTIZIE Psicologia Sociologia e Scienze Sociali

COME SE AVESSE TOLTO IL CIUCCIO A UN BAMBINO, Deborah Breda

La metafora del possesso nell’udienza per stalking e il buco nero della formazione di genere 

Deborah Breda

Abstract: Il contributo propone una riflessione critica, a partire da un’esperienza processuale diretta, sulla riproduzione delle dinamiche di potere patriarcali all’interno dell’aula di giustizia nei procedimenti per atti persecutori (art. 612-bis c.p.). Attraverso una lente interdisciplinare che integra criminologia, psicotraumatologia e diritto penale, l’articolo analizza la distanza tra evidenza investigativa e narrazione processuale, soffermandosi sui meccanismi di minimizzazione culturale della violenza di genere, sul fenomeno del patriarcato interiorizzato, nonché sulle reazioni neurobiologiche della vittima in sede dibattimentale. Viene evidenziata la persistente carenza formativa degli operatori del sistema giudiziario e l’urgenza di una formazione strutturale in materia di violenza di genere conforme agli obblighi europei derivanti dalla Direttiva 2012/29/UE e dalla giurisprudenza della Corte EDU (Talpis c. Italia, 2017).

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Introduzione: gli occhiali della violenza

Questo articolo nasce da un’esperienza vissuta in prima persona durante un procedimento penale per stalking (atti persecutori). Vivo questo racconto con una duplice lente professionale: da un lato quella dell’operatore di polizia giudiziaria, che attraversa il dualismo tra indagine e aula, raccoglie querele, cataloga messaggi e ricostruisce pedinamenti; dall’altro quella della psicologa specializzata in violenza di genere, abituata ad ascoltare il trauma, a decodificarne i sintomi e a riconoscere il linguaggio muto della paura.

È stato proprio questo secondo sguardo a rendere l’esperienza in aula particolarmente provante, quasi insostenibile a tratti. Perché ciò che si consumava davanti a me non era solo un dibattimento: era la possibile riproduzione, in forme giuridicamente ammesse, delle stesse dinamiche di potere e sopraffazione osservate nelle indagini.

Ma soprattutto, ho vissuto quell’udienza indossando gli “occhiali della violenza”: quegli stessi occhiali che tutti—magistrati, avvocati, operatori, cittadini—dovremmo imparare a portare per vedere ciò che altrimenti resta invisibile: il possesso, la manipolazione, la coercizione. La metafora del “ciuccio” dell’imputato e la strategia difensiva dell’avvocata, viste attraverso queste lenti, illuminano le radici culturali del fenomeno e le lacune formative nel sistema giudiziario. Perché senza quegli occhiali, la violenza di genere si mimetizza: diventa “un litigio finito male”, “una reazione impulsiva”, “una gelosia eccessiva”. Diventa normale.

Due mondi, un solo processo

Come operatore di polizia giudiziaria, mi sono trovata ad attraversare due mondi distinti, eppure complementari, nell’ambito dello stesso procedimento per atti persecutori: da un lato la mia attività investigativa — l’ascolto della vittima, la raccolta delle prove, la ricostruzione di un mosaico di terrore fatto di messaggi, pedinamenti e sguardi minacciosi — e dall’altro l’aula di tribunale, dove ho assistito alla deposizione dell’imputato.

È proprio in questo scarto tra evidenza investigativa e narrazione processuale che si annida il nucleo più profondo e inquietante della violenza di genere. Una violenza che, nonostante strumenti normativi avanzati, fatica a essere compresa nella sua radice culturale, perché quella radice affonda nel terreno del patriarcato.

Il lampo nella semioscurità: la metafora del “ciuccio”

Durante il suo esame, l’imputato, nel tentativo di spiegare – e forse, inconsciamente, di giustificare – la sua condotta persecutoria, ha pronunciato una frase che è risuonata come un lampo nella semioscurità dell’aula:

“Lei mi ha lasciato e io ho reagito così perché è stato come se avesse tolto il ciuccio ad un bambino”.

In questa frase, apparentemente banale e quasi grottesca, c’è la sintesi della mentalità predatoria e della cultura patriarcale che dovremmo aver lasciato alle spalle. Il “bambino” a cui viene tolto il “ciuccio” non è un adulto che subisce una delusione amorosa: è un individuo che considera la donna come un oggetto di sua proprietà, funzionale al proprio benessere emotivo, al proprio equilibrio. Un oggetto di conforto e potere. Quando questo oggetto viene “tolto”—ovvero quando la donna esercita la sua libertà e autodeterminazione scegliendo di andarsene—la reazione non è dolore, ma rabbia per la perdita di possesso.

Dallo “scatto di rabbia” alla persecuzione quotidiana

Qui risiede l’essenza dello stalking: una condotta che nasce dalla difficoltà di accettare la fine di una relazione e dall’incapacità di rinunciare al controllo. La persecuzione diventa il “capriccio violento” del bambino a cui è stato sottratto il giocattolo; ma nella pratica concreta si traduce in telefonate ossessive, appostamenti notturni, insulti e minacce — tutte azioni volte a riaffermare il dominio, a punire la donna per la sua “disobbedienza”, a farla sentire di nuovo sotto la propria influenza.

In questo registro semiotico, la violenza non si configura come esplosione di un sentimento, ma come linguaggio strutturato di potere (Stark, 2007).

L’avvocata e il paradosso del patriarcato interiorizzato

Se la frase dell’imputato ha offerto la metafora del problema, un’altra presenza in aula ha svelato la complessità sistemica: la difesa era esercitata da un’avvocata. Nel tentativo di delegittimare l’azione penale, l’avvocata ha trasformato una dichiarazione della vittima (“mi hanno obbligato a denunciare”) in spunto per smontare la credibilità della testimonianza, rivolgendomi domande come agente di polizia giudiziaria piuttosto che interrogare direttamente la persona offesa.

Quell’avvocata, nel suo ruolo, non stava solo difendendo un uomo: stava, forse inconsapevolmente, legittimando la narrativa di possesso. La sua competenza professionale si è messa al servizio di una cultura che — in ultima analisi — danneggia anche lei in quanto donna. E questo è forse l’aspetto più subdolo: vedere il copione del patriarcato recitato da una delle presunte vittime dello stesso sistema. In questo modo, la violenza di genere si normalizza non solo tra gli uomini, ma anche tra chi, per status e ruolo, dovrebbe avere strumenti interpretativi per riconoscerla e contrastarla.

La paura in aula: amplificatore traumatico

La dinamica processuale si è fatta specchio di quella violenza subita fuori dall’aula. Una vittima di stalking, chiamata a testimoniare davanti al suo aguzzino — seduto a pochi metri dal banco dei testimoni — non è testimone come le altre. La paura persiste, cronica e irrazionale per chi non la vive, fisiologica per chi opera nel campo. Un vissuto traumatico già sperimentato ritorna amplificato: dal terrore di non essere creduta, alla minaccia percepita di una nuova prevaricazione.

La persona offesa è costretta a riportare la propria esperienza in presenza di chi l’ha manipolata e minacciata, con tutte le componenti neurobiologiche del trauma: freezing, timore di ritorsioni, pressioni familiari o comunitarie, senso di colpa interiorizzato, meccanismi di attaccamento traumatico, mancanza di protezioni immediate — tutte paure convergono lì, davanti a tutti e soprattutto davanti a lui (Porges, 2011; van der Kolk, 2014).

Il buco nero della formazione

La capacità di decodificare questo linguaggio, di riconoscere la violenza di genere nelle sue forme più subdole, è ancora gravemente carente. La formazione specialistica al contrasto del fenomeno è lontana dall’essere efficace e capillare. Questa lacuna si ripercuote in ogni contesto — da quello educativo a quello sanitario, fino a quello giudiziario.

Se chi è chiamato a giudicare o anche solo ad ascoltare non ha strumenti per vedere dietro le esitazioni della vittima il grido di una paura ancestrale, o dietro la metafora del “ciuccio” l’ammissione di una logica di possesso, si rischia di banalizzare la violenza, di ridurla a un “eccesso passionale” o a una reazione emotiva. Ma non è così: è la messa in scena di un copione antico quanto il patriarcato.

La domanda che resta

Di fronte al proprio aggressore, il cervello della vittima può attivare meccanismi di sopravvivenza primordiali che portano a minimizzare, ritrattare, o dire ciò che sembra ridurre la minaccia percepita. Dire “mi hanno obbligato” non è necessariamente una menzogna: può essere indice di paura tale che solo un’autorità esterna (il commissario) ha potuto rompere quel muro di omertà e terrore. Se l’avvocata lo sapeva o no, questo rimane un problema di formazione.

La dinamica del potere e del possesso, che fuori dall’aula si chiama stalking, dentro l’aula può riproporsi con altri mezzi, sfruttando le ferite della vittima per vincerla una seconda volta.

Guardare in faccia quella frase è stato come guardare in faccia il “mostro”: non eccezionale nella forma, ma perfettamente rappresentativo di una cultura che fatica a vedere le donne come soggetti e non come oggetti. Il mio compito, come polizia giudiziaria, è raccogliere le prove. Il compito di tutti noi, come società, è continuare a formare, educare, rendere visibile ciò che resta invisibile. Solo così potremo dire di combattere davvero la violenza di genere, non solo di rincorrerne le conseguenze.


BIBLIOGRAFIA

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Breda, D. (2025). 25 novembre: La lotta contro la violenza di genere è ancora aperta. Ethica Societas — Rivista di scienze umane e sociali. https://www.ethicasocietas.it/lotta-contro-violenza-di-genere-aperta/

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Consiglio dell’Unione europea. (2012). Direttiva 2012/29/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 25 ottobre 2012 che istituisce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato. Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, L 315, 57–73. https://eur-lex.europa.eu

Corte europea dei diritti dell’uomo. (2017). Talpis v. Italy (Application no. 41237/14), Judgment of 2 March 2017. https://hudoc.echr.coe.int

Herman, J. L. (1992). Trauma and recovery. Basic Books.

Italia. (2009). Legge 23 aprile 2009, n. 38. Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana.

Porges, S. W. (2011). The polyvagal theory. W. W. Norton.

Stark, E. (2007). Coercive control. Oxford University Press. https://doi.org/10.1093/acprof:oso/9780195384048.001.0001

van der Kolk, B. A. (2014). The body keeps the score. Viking.


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