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IL CERVELLO IN OSTAGGIO: IL SEQUESTRO NEUROCHIMICO DELLA VIOLENZA DOMESTICA, Deborah Breda

Neurobiologia del trauma, dipendenza relazionale e implicazioni operative del trauma bonding per le Forze di Polizia e il codice rosso

Deborah Breda

Abstract: Il contributo propone una rilettura della violenza domestica alla luce della neurobiologia del trauma, della dissociazione peritraumatica e dei meccanismi di attaccamento traumatico, mostrando come la permanenza nella relazione abusante non possa essere interpretata come libera adesione, debolezza morale o incoerenza volontaria. La violenza reiterata altera infatti i sistemi dello stress, della ricompensa e della regolazione emotiva, favorendo una forma di dipendenza relazionale che presenta significative analogie funzionali con i processi additivi. Entro tale prospettiva, il ciclo della violenza viene analizzato come processo progressivo che compromette memoria, valutazione del rischio, capacità di decisione e autodifesa. Il saggio si sofferma inoltre sulle implicazioni operative di questa lettura per le Forze di Polizia, i servizi sociali e la rete territoriale, con particolare attenzione alla prevenzione della vittimizzazione secondaria, alla valutazione del rischio e alla centralità del no contact quale condizione essenziale di protezione e recupero.

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Introduzione: il paradosso apparente e il rischio della vittimizzazione secondaria

“Perché non lo denuncia?”, “Perché, dopo averlo denunciato, torna da lui?”, “Perché si contraddice nelle deposizioni?”. Questi interrogativi, ricorrenti nell’operatività quotidiana delle Forze dell’Ordine, nei servizi sociali e nel dibattito pubblico, appaiono formalmente legittimi. Tuttavia, se formulati senza adeguata consapevolezza scientifica e clinica, rischiano di trasformarsi in una forma indiretta di accusa, alimentando quel fenomeno di vittimizzazione secondaria che sposta il baricentro dell’attenzione dall’autore della violenza alla persona che la subisce, aggravandone isolamento, vergogna e auto-colpevolizzazione (Ulivieri, 2019; Breda, 2025b).

Il primo errore interpretativo consiste nel leggere la permanenza nella relazione come una scelta pienamente libera e razionale. Il secondo consiste nel confondere l’ambivalenza con l’inaffidabilità. Il terzo, ancora più grave, consiste nel sovrapporre alla sofferenza traumatica una presunzione di corresponsabilità. In realtà, la letteratura sul trauma mostra con chiarezza che l’esposizione reiterata alla violenza produce alterazioni profonde nei sistemi di difesa, nei processi mnestici, nella regolazione emotiva e nella valutazione del pericolo, rendendo la fuoriuscita dalla relazione abusante un processo assai più complesso di quanto suggerisca il senso comune (Herman, 2015; Van der Kolk, 2015).

Occorre allora un mutamento di paradigma. Non siamo dinanzi, nella maggior parte dei casi, a un deficit di volontà, né a una forma occulta di complicità, né a una manipolazione strumentale dei fatti. Siamo dinanzi a un intreccio di trauma, condizionamento, dipendenza relazionale e sequestro neurobiologico, entro il quale il partner violento diviene al tempo stesso fonte della minaccia e apparente fonte del sollievo. In questa dinamica si radica il cosiddetto trauma bonding, cioè quel legame patologico che si consolida proprio attraverso l’alternanza fra paura, umiliazione, attesa, violenza e riconciliazione (Walker, 1979; Herman, 2015).

La violenza domestica come dipendenza relazionale: una lettura neuroscientifica

La letteratura neuroscientifica e psicotraumatologica non consente scorciatoie riduzionistiche, ma offre oggi elementi sufficienti per sostenere che la violenza da partner intimo incide profondamente sui sistemi di stress, attaccamento e ricompensa. In particolare, alcuni modelli teorici hanno evidenziato come l’amore romantico intenso e l’attaccamento possano coinvolgere circuiti di motivazione e ricompensa parzialmente sovrapponibili a quelli studiati nelle dipendenze, soprattutto sul versante dopaminergico e della ricerca compulsiva dell’oggetto relazionale (Fisher et al., 2016; Liebowitz, 1983).

In questo quadro, la “sostanza” non è un agente esterno, bensì la relazione stessa. L’aggressore non agisce soltanto come autore di condotte lesive, ma anche come controllore della distribuzione di paura e sollievo: destabilizza, svaluta, terrorizza, quindi interrompe la sofferenza con promesse, gesti affettuosi, pentimento o apparente ritorno all’amore iniziale. È questa oscillazione a costruire il legame traumatico e a renderlo resistente alla rottura (Walker, 1979; Herman, 2015).

A tale prospettiva offre un ulteriore sostegno la recente ricerca sperimentale di Agrimi e colleghi, che ha evidenziato, in un modello preclinico di violenza reiterata, alterazioni rilevanti a carico dell’ippocampo, dei recettori estrogenici beta e del BDNF, confermando la plausibilità neurobiologica di un impatto profondo e duraturo della violenza sui sistemi di regolazione emotiva e comportamentale (Agrimi et al., 2024). Sul piano scientifico, è opportuno mantenere il necessario rigore: non si tratta di trasferire meccanicamente il dato sperimentale all’esperienza clinica umana, ma di riconoscere che la difficoltà di uscire dalla relazione non può essere liquidata come mera “mancanza di volontà”, poiché essa si colloca all’intersezione tra trauma, stress cronico, dipendenza affettiva indotta e compromissione della capacità di autoregolazione.

Il ciclo della violenza: analisi neurochimica di un sequestro cerebrale

Il ciclo della violenza, già descritto in termini psicodinamici e relazionali, può essere compreso anche come un dispositivo di cattura neurochimica. Ogni fase modifica l’assetto interno della vittima, producendo adattamenti che, nell’immediato, servono a sopravvivere, ma nel medio periodo consolidano la subordinazione al partner violento (Walker, 1979; Herman, 2015).

La fase iniziale: idealizzazione, intensità e aggancio emotivo

La relazione si apre frequentemente con modalità iperintensive: attenzioni costanti, regali, messaggi continui, dichiarazioni assolutizzanti, promesse rapide di convivenza o matrimonio. Ciò che appare come passione straordinaria è spesso una forma accelerata di costruzione del vincolo affettivo. Sul piano neurochimico, l’esperienza amorosa intensa è associata all’attivazione dei circuiti della ricompensa, con coinvolgimento di dopamina, noradrenalina e, secondo una parte della letteratura divulgativa e clinica, della feniletilamina, spesso richiamata come molecola implicata negli stati euforici dell’innamoramento (Liebowitz, 1983). Il partner viene così registrato come fonte privilegiata di piacere, senso e appartenenza.

Questa prima fase è decisiva perché costruisce il fondamento psichico della dipendenza successiva. La vittima non si lega a un aggressore percepito fin dall’inizio come tale; si lega a una promessa di amore assoluto, a una forma di intensità emotiva che sembra colmare vuoti, bisogni di riconoscimento e desideri di stabilità. Proprio per questo, il successivo passaggio al controllo e alla violenza produce un effetto dirompente: non distrugge un legame fragile, ma colpisce un investimento affettivo già fortemente consolidato.

La fase della tensione: camminare sui gusci d’uovo

Progressivamente il partner diviene irritabile, svalutante, imprevedibile. Una parola, un gesto, un ritardo minimo o una divergenza banale diventano possibili inneschi di rabbia. La donna entra così in una condizione di ipervigilanza permanente: osserva il tono di voce, misura le parole, anticipa gli umori altrui, modifica spontaneamente i propri comportamenti nel tentativo di prevenire l’esplosione.

Sul piano neurobiologico, questa fase corrisponde a una persistente attivazione dei sistemi di stress. Il cortisolo tende a mantenersi elevato; il sistema nervoso autonomo resta orientato alla minaccia; l’amigdala aumenta la propria reattività; la corteccia prefrontale, sottoposta a condizioni di allarme cronico, perde progressivamente efficienza nella pianificazione, nella valutazione critica e nell’inibizione delle risposte emotive più immediate (Van der Kolk, 2015; Carnell, 2022). In tale condizione, la vittima non decide in piena libertà, ma adatta la propria condotta a un ambiente percepito come costantemente pericoloso.

È in questa fase che si consolida il devastante processo di auto-colpevolizzazione. La mente traumatizzata cerca una spiegazione all’irrazionale, e l’ipotesi più accessibile diventa spesso la più crudele: “se ho sbagliato io, forse posso evitare che accada di nuovo”. Il pensiero di colpa, pur essendo falso, offre una paradossale illusione di controllo. Per questo risulta così resistente: non è soltanto il prodotto della manipolazione del maltrattante, ma anche un tentativo disperato di ripristinare prevedibilità entro il caos (Herman, 2015; Breda, 2025a).

La fase dell’esplosione: trauma acuto, terrore e dissociazione

La violenza esplode in forma fisica, verbale, psicologica o sessuale. In questo momento il cervello della vittima attiva meccanismi di sopravvivenza estremi. Il sistema simpatico aumenta la frequenza cardiaca, accelera il respiro, prepara alla fuga o al congelamento. Ma quando la fuga reale non è possibile, il corpo e la mente possono ricorrere a una difesa più radicale: la dissociazione peritraumatica (Van der Kolk, 2015; Herman, 2015).

La dissociazione non è assenza di dolore, né passività volontaria, né indifferenza affettiva. È, al contrario, una risposta estrema a un evento percepito come intollerabile. La persona può riferire di essersi sentita fuori dal proprio corpo, di aver osservato la scena da lontano, di aver avvertito un rallentamento del tempo o un’ovattatura sensoriale. La memoria stessa può risultarne frammentata, con lacune, confusione cronologica e apparenti contraddizioni nel racconto successivo. Proprio per questo, il linguaggio giudicante sulla “contraddittorietà” della vittima è non soltanto ingiusto, ma scientificamente infondato.

È spesso in questa fase che la donna denuncia o manifesta la volontà di separarsi. Tale passaggio non discende da un freddo calcolo, bensì da una soglia di allarme neurobiologico e psichico che non può più essere ignorata. Quando il sistema di sopravvivenza valuta che l’incolumità propria o dei figli è a rischio imminente, si apre una finestra di rottura del silenzio. Ed è proprio questa finestra che va riconosciuta come momento di massimo rischio e massima opportunità di intervento.

La letteratura criminologica, l’esperienza dei centri antiviolenza e la prassi operativa convergono nell’indicare che il momento della separazione o della denuncia possa coincidere con un picco di pericolosità, perché l’aggressore percepisce la perdita del controllo come una ferita narcisistica e una minaccia al proprio dominio (Walker, 1979; Breda, 2025c). Per questa ragione, ogni intervento istituzionale in tale fase deve essere rapido, coordinato e concretamente protettivo. In questa prospettiva si collocano anche le procedure accelerative introdotte dal cosiddetto Codice Rosso, che impongono una corsia preferenziale ai procedimenti in materia di violenza domestica e di genere.

Il no contact come misura clinica e operativa di protezione

Una volta aperta la fase della rottura, il criterio più rigoroso ed efficace è il no contact. Non si tratta di una formula moralistica, ma di una misura di protezione con fondamento clinico, investigativo e criminologico. Interrompere ogni contatto diretto o indiretto con l’autore della violenza significa sottrarre la vittima agli stimoli che riattivano il ciclo traumatico: messaggi, telefonate, incontri “per chiarire”, pressioni mediate da parenti o amici, richieste di perdono, contatti strumentalmente centrati sui figli.

Ogni riattivazione del contatto può infatti riprodurre, in forma abbreviata, la medesima dinamica neurochimica: aumento dello stress, attesa angosciosa, promessa di riparazione, sollievo illusorio, ricaduta nel legame. Per questo il no contact non rappresenta un eccesso di rigidità, ma un presupposto minimo di astinenza protetta. Solo in assenza della fonte traumatica il cervello può gradualmente ridurre l’iperattivazione, la corteccia prefrontale può recuperare capacità di giudizio e l’esperienza può essere rielaborata senza continua ri-esposizione (Van der Kolk, 2015; Carnell, 2022).

Per amici e familiari, sostenere il no contact significa non fungere da tramite, non trasmettere informazioni, non minimizzare i tentativi di contatto dell’aggressore. Per le istituzioni, significa garantire che la protezione sia effettiva e non soltanto formale o cartolare.

La fase della luna di miele: il sollievo che consolida la dipendenza

Dopo l’esplosione, l’aggressore può apparire pentito, amorevole, vulnerabile. Porta fiori, piange, promette cambiamento, si dichiara pronto alla terapia, invoca il bene dei figli, richiama i momenti felici. Per la vittima, provata da paura e stress estremi, tale apparente trasformazione produce un sollievo potentissimo. È qui che si salda il nucleo della dipendenza traumatica.

Il crollo della tensione viene vissuto come una liberazione. Il ritorno dell’affetto produce gratificazione, tregua, riduzione dell’angoscia, sensazione che l’uomo “vero” sia quello buono e che la violenza sia stata un’eccezione, magari provocata dallo stress, dall’alcol, dalla gelosia o da un errore relazionale riparabile. In questa fase, l’ossitocina e i sistemi dell’attaccamento possono rafforzare nuovamente il legame, mentre la memoria del trauma viene reinterpretata alla luce della riconciliazione (Fisher et al., 2016; Herman, 2015).

È proprio in questo passaggio che la relazione violenta assume una configurazione funzionalmente analoga alla dipendenza: alla fase di tensione e di crisi segue una fase di sollievo che rinforza il legame con la stessa persona che ha generato la sofferenza. Da qui nasce l’apparente paradosso del ritorno. La vittima non torna semplicemente “da lui”; torna verso ciò che il suo sistema nervoso, dopo il terrore, registra come unica fonte immediata di tregua.

La dipendenza traumatica come sequestro neurochimico

Nel loro insieme, queste fasi sequestrano progressivamente i meccanismi di ricompensa del cervello, creando un pattern neurobiologico che presenta analogie rilevanti con i processi additivi. Lo stress estremo delle fasi di tensione ed esplosione corrisponde, sul piano funzionale, a una condizione di crisi; il sollievo intenso della riconciliazione agisce come rinforzo della dipendenza. I circuiti coinvolti — in particolare quelli dopaminergici mesolimbici — sono gli stessi che la letteratura ha posto al centro dei meccanismi di attaccamento intenso e di dipendenza (Fisher et al., 2016).

Ciò non significa banalmente equiparare l’amore alla droga, ma riconoscere che l’alternanza fra deprivazione, paura, ricompensa e sollievo può produrre una forma di apprendimento patologico estremamente resistente. Il cervello apprende che la fonte del sollievo coincide con il partner violento, e proprio questa coincidenza rende così difficile spezzare il legame con la sola forza di volontà.

Parallelismo cinematografico: C’è ancora domani

Sul piano culturale e simbolico, una delle rappresentazioni più efficaci di questa dinamica si rinviene nel film C’è ancora domani di Paola Cortellesi. Il volto della protagonista Delia, spesso sospeso, assente, sottratto all’immediatezza dell’evento violento, restituisce allo spettatore non l’apatia, ma il linguaggio corporeo della sopravvivenza traumatica. Lo straniamento, l’afasia emotiva, il corpo presente e la mente altrove costituiscono una resa cinematografica persuasiva di ciò che la clinica descrive come dissociazione. La forza del film risiede proprio nell’aver visualizzato il trauma senza cadere nella spettacolarizzazione della violenza: non la passività della vittima, ma il costo neuropsichico della sopravvivenza (Cortellesi, 2023).

Implicazioni operative per le Forze di Polizia: riconoscere la dipendenza per intervenire efficacemente

Comprendere i meccanismi neurobiologici della violenza non è un esercizio teorico, ma una leva operativa essenziale per gli operatori delle Forze di Polizia. Ogni giorno, Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri, Polizia Locale e altri corpi intervengono in casi di maltrattamenti, stalking e procedimenti riconducibili al Codice Rosso. Per essere efficaci, è necessario andare oltre l’approccio tradizionale e integrare la conoscenza del trauma bonding, della dissociazione e della dipendenza dalla relazione violenta (Breda, 2025c).

Un operatore formato sul trauma non si chiederà più “perché non lo lascia?”, ma “di quale supporto specifico ha bisogno per uscire da questa dipendenza relazionale?”. Abbandonare il giudizio significa riconoscere che l’apparente ambivalenza della vittima non è inaffidabilità, ma il sintomo di un sequestro neurochimico e di una strategia di sopravvivenza.

Questa consapevolezza deve riflettersi anche sulla valutazione del rischio. La conoscenza della dissociazione peritraumatica e del trauma bonding consente di interpretare correttamente segnali quali sguardo assente, distacco emotivo, vuoti di memoria o minimizzazione, evitando di leggerli come indici automatici di inattendibilità. Tale lettura deve integrarsi con gli strumenti già in uso — tra cui protocolli di valutazione del rischio, checklist di letalità e strumenti strutturati di analisi della pericolosità — affinché la risposta sia più completa, accurata e orientata alla protezione effettiva.

Il diario della consapevolezza: strumento di supporto e possibile ausilio investigativo

In questa prospettiva, può risultare utile suggerire, quando possibile e in condizioni di sicurezza, un diario della consapevolezza, nel quale la vittima annoti fatti, parole testuali, luoghi, testimoni, emozioni, sensazioni corporee e contesti. Per la persona offesa, ciò consente di trasformare il caos in una sequenza riconoscibile, aiutandola a visualizzare la ricorsività del ciclo violento e a prendere distanza cognitiva dalla manipolazione. Per l’attività investigativa, può costituire un utile supporto ricostruttivo, soprattutto nei casi di violenza reiterata e progressiva, in cui la singola condotta rischia di apparire isolata se non collocata nel suo contesto dinamico.

Registrare in modo strutturato i fatti, le parole esatte, le emozioni e le sensazioni fisiche, nonché il luogo e gli eventuali testimoni, può contribuire a rafforzare la leggibilità del quadro complessivo e a restituire maggiore continuità narrativa a un’esperienza che il trauma tende a frammentare.

L’importanza dell’astinenza protetta

La fuoriuscita dalla violenza non è un atto puntiforme, ma un processo di disintossicazione relazionale. Come in ogni quadro di dipendenza, la distanza dalla fonte di riattivazione è condizione necessaria, anche se non sufficiente, per il recupero. Il cervello traumatizzato ha bisogno di tempo per ridurre l’iperattività dell’amigdala, riequilibrare la risposta allo stress, recuperare funzioni esecutive e riacquisire un senso di continuità del sé (Van der Kolk, 2015; Carnell, 2022).

La rete di supporto, pertanto, non deve limitarsi a incoraggiare astrattamente la separazione, ma deve renderla concretamente sostenibile: protezione fisica, accesso a strutture protette ove necessario, sostegno legale, supporto psicologico specializzato, accompagnamento economico e contenimento dei tentativi di contatto del maltrattante. L’astinenza protetta, in questa prospettiva, non è un dettaglio accessorio, ma la soglia minima entro cui può iniziare la guarigione.

Conclusioni: verso un’etica della complessità

Comprendere la violenza domestica in termini neurobiologici non significa ridurre tutto alla chimica del cervello, ma sottrarre il fenomeno alle semplificazioni moralistiche. Significa riconoscere che il comportamento della vittima si sviluppa in un contesto di minaccia, manipolazione, dipendenza affettiva e alterazione dei sistemi di difesa. Significa, soprattutto, spostare il giudizio dalla donna alla struttura della violenza che la intrappola.

La lezione più importante, per le istituzioni e per le professioni dell’aiuto, è che la compassione non basta se non è informata. Serve una compassione competente, capace di leggere il trauma senza tradurlo in colpa, l’ambivalenza senza tradurla in menzogna, la dissociazione senza tradurla in inattendibilità. Per le Forze di Polizia, ciò si traduce in una responsabilità ulteriore: essere il primo presidio che interrompe non solo la violenza materiale, ma anche la catena simbolica della vittimizzazione secondaria.

La rappresentazione cinematografica di Delia in C’è ancora domani ricorda che dietro ogni sguardo assente, dietro ogni apparente passività, vi è spesso un cervello che lotta per sopravvivere con gli unici mezzi che ha a disposizione. Il corpo è in ostaggio, ma la mente cerca rifugio altrove, in attesa che diventi finalmente possibile fuggire davvero.

Prevenire la vittimizzazione secondaria significa allora formare operatori capaci di riconoscere il trauma bonding, la dissociazione, il sequestro neurochimico e la finestra di massimo rischio che coincide con la denuncia o con la separazione. Significa sostituire la domanda accusatoria con l’intervento tempestivo, la distanza giudicante con la protezione concreta, l’incomprensione con la conoscenza. In questo senso, il compito delle istituzioni non è soltanto reprimere la violenza, ma rendere possibile, per chi la subisce, il ritorno alla libertà, alla continuità del sé e alla dignità relazionale.


BIBLIOGRAFIA

Agrimi, J., Bernardelle, L., Sbaiti, N., D’Angelo, D., Canato, M., Marchionni, I., Oeing, C. U., Barbara, G., Vignoli, B., Canossa, M., Kaludercic, N., Raffaello, A., Spolverato, G., Dal Maschio, M., & Paolocci, N. (2024). Reiterated male-to-female violence disrupts hippocampal estrogen receptor β expression, prompting anxiety-like behavior. iScience, 27(9), 110585.

Breda, D. (2025a). Il linguaggio come strumento di violenza e di riscatto. Ethica Societas – Rivista di scienze umane e sociali.

Breda, D. (2025b). La forma della violenza sul partner e la colpevolizzazione delle vittime. Ethica Societas – Rivista di scienze umane e sociali.

Breda, D. (2025c). Il ruolo della polizia locale nella prevenzione e nel contrasto della violenza di genere. Ethica Societas – Rivista di scienze umane e sociali.

Breda, D. (2025d). 25 novembre: la lotta contro la violenza di genere è ancora aperta. Ethica Societas – Rivista di scienze umane e sociali.

Carnell, S. (2022). La neuroscienza del trauma. Guida pratica alla guarigione usando la mente e il cervello. Giovanni Fioriti Editore.

Cortellesi, P. (Regista). (2023). C’è ancora domani [Film]. Wildside; Vision Distribution.

Fisher, H. E., Xu, X., Aron, A., & Brown, L. L. (2016). Intense, passionate, romantic love: A natural addiction? How the fields that investigate romance and substance abuse can inform each other. Frontiers in Psychology, 7, 687.

Herman, J. L. (2015). Trauma e guarigione. La sofferenza e la cura nella violenza domestica, negli abusi sessuali e nel terrorismo politico. Magi Edizioni.

Liebowitz, M. R. (1983). The chemistry of love. Little, Brown and Company.

Ulivieri, S. (a cura di). (2019). Corpi violati. Condizionamenti educativi e violenze di genere. FrancoAngeli.

Van der Kolk, B. A. (2015). Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatiche. Raffaello Cortina Editore.

Walker, L. E. (1979). The battered woman. Harper & Row.

SITOGRAFIA ESSENZIALE

1522: Numero antiviolenza e stalking. https://www.1522.eu/

D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza: https://www.direcontrolaviolenza.it/

Istat (2024). La percezione della sicurezza. Anni 2022-2023. Roma: Istituto Nazionale di Statistica. https://www.istat.it/it/archivio/296982 (o report equivalente su sicurezza donne).


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