Tra Trecate, Oleggio e Castelletto Ticino, il corridoio fluviale è diventato una zona grigia dello spaccio: un territorio bellissimo, frammentato tra competenze diverse, dove le reti criminali si muovono con più continuità delle istituzioni

Abstract: La progressiva trasformazione di alcuni tratti marginali della sponda del Ticino in luoghi vulnerabili allo spaccio e al degrado, tra vegetazione fitta, accessi secondari, parcheggi periferici, confini amministrativi e presidio discontinuo del territorio. Il fenomeno non può essere letto soltanto come questione di ordine pubblico, né come somma di episodi isolati, perché rivela l’intreccio tra geografia fisica, mobilità criminale, percezione sociale dell’insicurezza, collaborazione civica debole e frammentazione istituzionale. In questa prospettiva, il corridoio fluviale tra Trecate, Oleggio, Castelletto Ticino e le aree limitrofe non appare semplicemente come paesaggio naturale da tutelare, ma come spazio pubblico complesso, nel quale la sicurezza dipende dalla capacità di leggere i flussi reali, coordinare gli interventi, coinvolgere la comunità e impedire che la bellezza ambientale diventi copertura involontaria dell’illegalità. Il territorio non si degrada soltanto quando viene occupato da condotte criminali, ma anche quando chi lo conosce smette di guardarlo e chi dovrebbe governarlo continua a dividerlo secondo confini che le reti illegali non rispettano.
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Roberto Ceffa è Comandante della Polizia Locale di Oleggio, con oltre trentacinque anni di esperienza, maturata in larga parte presso il Comune di Novara. Nel corso della sua carriera ha ricoperto incarichi di responsabilità nei settori della sicurezza urbana, ambientale, edilizia e commerciale, promuovendo prevenzione, prossimità con i cittadini, innovazione tecnologica, videosorveglianza, sicurezza partecipata e giustizia riparativa. Impegnato anche nella formazione professionale e nell’Unione Polizia Locale Italiana, ha ricevuto numerose attestazioni di merito e un encomio della Regione Piemonte.
Un territorio che si conosce fino a non vederlo più
Ci sono luoghi che si conoscono così bene da smettere quasi di guardarli. La sponda del Ticino è uno di questi, per chi lavora, attraversa o vive da anni in questo territorio. Un argine, una strada sterrata, un boschetto tra Trecate, Oleggio e Castelletto Ticino, un parcheggio laterale, una piazzola apparentemente priva di funzione, un sentiero che sembra appartenere soltanto alla vita lenta del fiume: paesaggi che appaiono immobili, quasi sospesi, e che invece cambiano continuamente, spesso senza produrre rumore pubblico, perché il degrado non arriva quasi mai con la forza dell’evento improvviso, ma con la progressiva normalizzazione dei segnali minori.
Chi conosce davvero un territorio impara a leggere indizi che non sempre entrano nei rapporti statistici o nelle narrazioni istituzionali: un’automobile ferma troppo a lungo in un punto privo di ragione apparente; un gruppo che si disperde appena intravede una divisa; mozziconi, involucri, bottiglie abbandonate in luoghi nei quali nessuno dovrebbe trattenersi se non per sottrarsi allo sguardo; piccoli movimenti ripetuti, orari ricorrenti, presenze che non appartengono alla fruizione ordinaria del fiume. Il paesaggio resta bello, il parco conserva la propria capacità di offrire un’immagine rassicurante, la natura continua a produrre un senso di distanza dall’urbanizzazione più dura; eppure, proprio lungo quei chilometri, può accadere ciò che non entra nei depliant turistici e che troppo spesso viene derubricato a fastidio locale, episodio isolato o problema di competenza altrui.
Il punto non è trasformare ogni bosco in un sospetto o ogni area appartata in una scena criminale, perché una simile lettura sarebbe ingiusta verso il territorio e inefficace sul piano operativo. Il punto, più seriamente, è comprendere che i luoghi marginali non sono mai neutri. Essi possono rimanere spazi di libertà, natura e socialità, oppure diventare zone di opportunità per economie illegali leggere, mobili e adattive. La differenza dipende dalla qualità del presidio, dalla manutenzione, dalla conoscenza istituzionale dei luoghi, dalla collaborazione dei cittadini e dalla capacità delle amministrazioni di non considerare periferico ciò che avviene ai margini.
Il corridoio fluviale come infrastruttura invisibile dello spaccio
Il tratto fluviale tra Trecate, Oleggio, Castelletto Ticino e le aree limitrofe possiede molte delle caratteristiche che rendono un territorio potenzialmente vulnerabile allo spaccio di prossimità: vegetazione fitta, vie secondarie, accessi poco presidiati, aree di sosta periferiche, connessioni rapide con centri abitati e direttrici stradali, spazi nei quali è relativamente facile arrivare, attendere, scambiare e sparire. La geografia, in questi casi, non è soltanto sfondo dell’illegalità, ma condizione materiale che può favorire o ostacolare determinati comportamenti.
A questo si aggiunge un elemento decisivo: il confine amministrativo tra Piemonte e Lombardia. Sulla carta esso è una linea ordinata, necessaria alla distribuzione delle competenze e delle responsabilità istituzionali; nella realtà operativa, tuttavia, può trasformarsi in una frattura, perché cambiano Prefetture, comandi, banche dati, priorità, procedure, referenti politici e amministrativi. Ciò che per lo Stato è complessità organizzativa, per le reti illegali può diventare opportunità logistica, perché chi spaccia non ragiona per confini comunali o regionali, ma per convenienza, rapidità, copertura, accessibilità e rischio percepito.
Le reti di spaccio non presidiano necessariamente il territorio secondo il modello tradizionale della piazza stabile e riconoscibile. Possono muoversi in modo più fluido, adattarsi ai controlli, cambiare parcheggio, spostarsi di pochi chilometri, modificare orari e punti di consegna, usare canali digitali o relazioni personali per ridurre l’esposizione. La Direzione Centrale per i Servizi Antidroga descrive da anni un mercato degli stupefacenti articolato, capace di combinare reti criminali strutturate, distribuzione territoriale e modalità operative sempre più differenziate (Direzione Centrale per i Servizi Antidroga [DCSA], 2025). La Relazione annuale al Parlamento sulle tossicodipendenze conferma, a sua volta, la necessità di leggere il fenomeno non soltanto dal lato repressivo, ma anche attraverso consumi, prevenzione, vulnerabilità giovanile e trasformazione dei canali di accesso alle sostanze (Dipartimento per le politiche antidroga, 2025).
In tale quadro, il Ticino non è soltanto un luogo. È una funzione. Può diventare cerniera tra aree diverse, spazio di transito, zona di occultamento temporaneo, margine operativo tra sistemi amministrativi non sempre perfettamente coordinati. La sua bellezza ambientale, se non accompagnata da governo, manutenzione e presenza istituzionale, rischia di produrre un equivoco: credere che ciò che appare naturale sia automaticamente protetto, mentre proprio alcuni spazi naturali, quando scarsamente presidiati, possono diventare più vulnerabili di un centro urbano affollato.
La comunità vede, ma raramente collabora davvero
Il paradosso è che molti sanno o, quantomeno, intuiscono. I ragazzi sanno dove si compra. Alcuni genitori hanno più di un sospetto. Chi frequenta certi parcheggi, certi argini o certe zone isolate ha visto qualcosa. Eppure la collaborazione attiva resta spesso debole, intermittente, timorosa o sostituita dalla lamentela. Molto più frequente è il reclamo rivolto al Comune, il commento sui social, l’indignazione nelle riunioni pubbliche, la domanda generica su dove siano le Forze dell’ordine. Sono reazioni comprensibili, ma incomplete, perché la sicurezza non è mai soltanto ciò che un’autorità deve garantire dall’alto; è anche ciò che una comunità decide di proteggere, segnalare, difendere e non normalizzare.
Naturalmente la paura è reale e non può essere banalizzata. Nessuno può chiedere al cittadino di esporsi in modo irresponsabile, di sostituirsi alle autorità o di trasformarsi in investigatore improvvisato. La sicurezza partecipata non coincide con la delazione, né con il controllo sociale indiscriminato, né con la costruzione di sospetti generalizzati. Tuttavia, tra il silenzio e l’eroismo esiste una zona di responsabilità civile: segnalare con precisione, utilizzare i canali istituzionali corretti, documentare senza esporsi, distinguere il fatto dall’impressione, evitare la complicità passiva dell’abitudine.
La letteratura sul capitale sociale ha mostrato come la qualità delle istituzioni non dipenda soltanto dalla loro architettura formale, ma anche dalla densità della partecipazione civica e dalla fiducia cooperativa tra cittadini e amministrazioni (Putnam et al., 1993). Questo principio, applicato alla sicurezza locale, significa che un territorio diventa più vulnerabile quando chi lo abita smette di considerarlo bene comune e inizia a trattarlo come spazio di competenza esclusiva di qualcun altro. L’illegalità prospera non solo dove mancano pattuglie, ma anche dove si indebolisce la responsabilità diffusa.
Il degrado, infatti, si radica quando diventa paesaggio. Non quando viene visto una volta, ma quando viene visto ogni giorno e accettato ogni giorno come inevitabile. La normalizzazione dell’anomalia è uno dei meccanismi più insidiosi della perdita di controllo territoriale: ciò che all’inizio scandalizza, dopo un certo tempo infastidisce soltanto; ciò che prima avrebbe generato una segnalazione, poi diventa argomento da bar; ciò che un tempo appariva eccezionale finisce per essere percepito come parte naturale del luogo.
Il limite del controllo episodico
Il problema non si risolve con il solo intervento occasionale. Le operazioni di polizia sono necessarie, producono risultati, interrompono flussi, identificano soggetti, sottraggono sostanze al mercato, aumentano il rischio percepito dalle reti criminali e restituiscono temporaneamente visibilità allo Stato. Ma se restano isolate, prive di continuità e di una strategia territoriale integrata, rischiano di spostare il fenomeno più che ridurlo. Lo spaccio minuto, soprattutto quando si serve di luoghi periferici o semi-naturali, sa attendere, arretrare, riapparire, cambiare punto, cambiare orario, cambiare sponda.
La risposta pubblica, invece, è spesso appesantita dalla divisione delle competenze: Comune per Comune, provincia per provincia, regione per regione, ente per ente. È la vecchia debolezza del “non è di mia competenza”, formula burocratica che le organizzazioni criminali non pronunciano mai, perché per esse tutto ciò che funziona è immediatamente di competenza. La sicurezza urbana integrata, come modello affermatosi anche con il decreto-legge n. 14 del 2017, nasce proprio dall’esigenza di superare la lettura strettamente repressiva e statale della sicurezza, includendo vivibilità, decoro, qualità urbana, intervento amministrativo, prevenzione e cooperazione tra livelli istituzionali (Nobili et al., 2018).
Serve quindi un coordinamento stabile tra Forze dell’ordine, Polizie locali, Prefetture, enti parco, amministrazioni comunali e servizi sociali. Non per trasformare il Ticino in una zona militarizzata, ma per impedire che continui a essere una zona grigia. La differenza è sostanziale: militarizzare significa presidiare un territorio come se fosse permanentemente ostile; governare significa renderlo meno disponibile all’illegalità, aumentando la qualità dell’uso legittimo, la manutenzione, l’illuminazione, la presenza ordinaria, la fruibilità sociale e la capacità di intervento tempestivo.
Jane Jacobs aveva colto con grande lucidità che la sicurezza degli spazi urbani non dipende soltanto dalla forza dell’apparato repressivo, ma dalla vitalità dei luoghi, dalla presenza di usi legittimi, dalla sorveglianza naturale prodotta da comunità vive e dalla continuità degli sguardi sociali nello spazio pubblico (Jacobs, 1961/2009). Anche se il suo riferimento era la città americana e non un corridoio fluviale tra Piemonte e Lombardia, il principio resta utile: uno spazio abbandonato alla sola occasionalità, privo di funzioni riconoscibili e scarsamente attraversato da presenze legittime, diventa più facilmente appropriabile da usi devianti.
Sicurezza, prevenzione e responsabilità istituzionale
La lotta allo spaccio lungo il Ticino non può essere ridotta a una questione di ordine pubblico. È anche una questione sociale, educativa, urbanistica, ambientale e amministrativa. Dove i giovani sanno come procurarsi droga con facilità, significa che esiste un mercato; dove un mercato si stabilizza, significa che il territorio offre condizioni favorevoli; dove le condizioni favorevoli persistono, significa che la risposta istituzionale non è ancora sufficiente o non è sufficientemente coordinata.
Occorrono controlli mirati, certamente, ma occorrono anche illuminazione dove compatibile con la tutela ambientale, manutenzione dei percorsi, videosorveglianza nei punti nei quali sia utile e proporzionata, recupero delle aree marginali, presenza visibile delle istituzioni, educazione nelle scuole, ascolto delle famiglie, collaborazione tra Comuni confinanti e canali di segnalazione chiari. Occorre soprattutto smettere di affrontare un fenomeno mobile con strumenti fermi.
Il territorio va letto come lo leggono le reti criminali: non per confini formali, ma per flussi reali. Strade, sentieri, parcheggi, accessi al fiume, punti di sosta, luoghi di aggregazione giovanile, collegamenti con i centri maggiori, canali digitali, orari di minore presenza, aree nelle quali la vegetazione offre copertura e quelle in cui la fruizione legittima si interrompe. Solo così si può costruire una prevenzione intelligente, capace di anticipare e non soltanto inseguire.
Questo richiede anche una diversa cultura amministrativa. Il Parco del Ticino non può essere considerato soltanto come bene naturalistico o paesaggio da valorizzare, ma anche come spazio pubblico complesso, nel quale tutela ambientale, fruizione sociale e sicurezza devono essere pensate insieme. La documentazione istituzionale del Parco naturale del Ticino e degli enti competenti mostra la rilevanza ambientale e territoriale di quest’area, che comprende comuni come Castelletto Ticino, Oleggio e Trecate e si inserisce in una più ampia rete di protezione ecologica e paesaggistica (Ente di gestione delle aree protette del Ticino e del Lago Maggiore, n.d.; Regione Piemonte, n.d.). Proprio per questo, l’eventuale degrado di alcuni punti non può essere trattato come questione minore: non è soltanto un problema di ordine pubblico, ma una lesione della qualità complessiva del territorio.
Il Ticino non può diventare il retrobottega dello spaccio
Il Ticino è un patrimonio naturale, sociale e identitario, ma proprio per questo non può essere lasciato a una lenta normalizzazione dell’illegalità. Non si tratta di alimentare allarmismi, né di trasformare ogni boschetto in un sospetto o ogni presenza giovanile in un indizio. Si tratta, più seriamente, di riconoscere che la bellezza di un luogo non lo protegge automaticamente dal degrado. Anzi, i territori più belli sono spesso quelli più vulnerabili quando vengono considerati soltanto come paesaggio e non come spazio pubblico da governare.
Il fiume non può diventare il retrobottega dello spaccio, il luogo dove ciò che non si vuole vedere viene tollerato perché abbastanza nascosto da non disturbare l’immagine ufficiale. La sicurezza, quando è seria, non è propaganda muscolare. È continuità, coordinamento, conoscenza del territorio, fiducia tra cittadini e istituzioni, manutenzione ordinaria, intelligenza preventiva, proporzione degli strumenti e capacità di integrare repressione, educazione e cura dello spazio.
È anche coraggio civile: non il coraggio imprudente di esporsi al rischio, ma quello più sobrio e più difficile di non voltarsi dall’altra parte, di non accontentarsi della lamentela, di pretendere una risposta pubblica efficace e, insieme, di fare la propria parte. La comunità non deve sostituirsi allo Stato, ma lo Stato non può funzionare davvero se la comunità si ritira interamente nel ruolo di spettatrice indignata.
Lungo il Ticino, la droga può viaggiare meglio dei controlli non per destino naturale, ma per una somma di vuoti: vuoti di presidio, di coordinamento, di manutenzione, di collaborazione, di responsabilità. E ogni vuoto, prima o poi, qualcuno lo occupa. La questione decisiva è allora impedire che la marginalità diventi infrastruttura, che il confine diventi occasione, che il paesaggio diventi copertura e che la conoscenza quotidiana del territorio si trasformi nella più pericolosa delle cecità: quella di chi ha visto così tante volte da non vedere più.
Bibliografia
Dipartimento per le politiche antidroga. (2025). Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia. Anno 2025. Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Direzione Centrale per i Servizi Antidroga. (2025). Relazione annuale 2025. Ministero dell’Interno.
Ente di gestione delle aree protette del Ticino e del Lago Maggiore. (n.d.). Parco naturale del Ticino. https://parcoticinolagomaggiore.com
Istituto Nazionale di Statistica. (2024). Sicurezza e stato di degrado delle città e delle loro periferie. ISTAT.
Jacobs, J. (1961). The death and life of great American cities. Random House.
Jacobs, J. (2009). Vita e morte delle grandi città: Saggio sulle metropoli americane (G. Scattone, Trad.). Einaudi. (Opera originale pubblicata nel 1961)
Ministero dell’Interno. (2025). Relazione sull’attività delle Forze di polizia, sullo stato dell’ordine e della sicurezza pubblica e sulla criminalità organizzata. Ministero dell’Interno.
Nobili, G. G., Giupponi, T. F., & Ricifari, E. (a cura di). (2018). La sicurezza delle città: La sicurezza urbana e integrata. FrancoAngeli.
Putnam, R. D., Leonardi, R., & Nanetti, R. Y. (1993). Making democracy work: Civic traditions in modern Italy. Princeton University Press.
Regione Piemonte. (n.d.). Piano d’area del Parco naturale del Ticino. Regione Piemonte.

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