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19 LUGLIO 1992, L’URGENZA DI AMMAZZARE ANCHE PAOLO BORSELLINO Massimiliano e Francesco Mancini

30 anni di depistaggi per avere la sola certezza che dopo Falcone bisognava ammazzare anche Borsellino che era arrivato troppo vicino alla verità

di Massimiliano Mancini

Abstract: Nel ricordo della Strage di via D’Amelio a 30 anni (1992-2022) dall’autobomba che fece strage del giudice Paolo Borsellino e della sua scorta, 57 giorni dopo la Strage di Capaci che uccise l’amico Giovanni Falcone, restano i tanti dubbi sui reali mandanti di questo gesto affrettato e contestato anche all’interno della cupola mafiosa, sui depistaggi e collusioni, a cominciare dalla scomparsa dell’agenda rossa, sulla trattativa Stato mafia mai completamente chiarita.

 

e di Francesco Mancini

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Il contesto sociopolitico: il carcere duro e l’ergastolo ostativo per i mafiosi dopo la Strage di Capaci

Il “carcere duro“, come viene chiamato il regime speciale previsto dall’art.41 bis della legge 26 luglio 1975, n. 354 “Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della liberta”, è stato introdotto dalla cosiddetta legge Gozzini ed era in origine applicabile solo a casi di emergenza interne alle carceri, prevedendo: “In casi eccezionali di rivolta o di altre gravi situazioni di emergenza, il Ministro della giustizia ha facoltà di sospendere nell’istituto interessato o in parte di esso l’applicazione delle normali regole di trattamento dei detenuti e degli internati. La sospensione deve essere motivata dalla necessità di ripristinare l’ordine e la sicurezza e ha la durata strettamente necessaria al conseguimento del fine suddetto“.

Dopo la strage di Capaci che il 23 maggio 1992 aveva ucciso il giudice Giovanni Falcone e la sua scorta,  era stato approvato il  decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306, “Modifiche urgenti al nuovo codice di procedura penale e provvedimenti di contrasto alla criminalità mafiosa“, il cosiddetto Decreto antimafia Martelli-Scotti ma più famoso come “decreto Falcone“, che tra l’altro aveva esteso il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso di cui all’art.416 bis del codice penale alle ipotesi di scambio politico mafioso e introdotto nuove e più agevoli procedure d’indagini. Con questa riforma era stato aggiunto un secondo comma all’art.41 bis con il quale si consente al Ministro della Giustizia di sospendere le garanzie e gli istituti dell’ordinamento penitenziario, per applicare “le restrizioni necessarie” nei confronti dei detenuti per mafia, con l’obiettivo di impedire il passaggio di ordini e comunicazioni tra i criminali in carcere e le loro organizzazioni sul territorio.

La decisione improvvisa della strage mentre si è in attesa della probabile decadenza del decreto legge sul 41 bis per i mafiosi

In Parlamento si era scatenata una dialettica molto forte ed era prevalente, come risulta dalle testimonianze in vari processi, una maggioranza garantista che era contraria a convertire in legge quel decreto che scadeva il 7 agosto, il boss Pippo Calò aveva raccomandato a tutti di non muoversi e di stare fermi perché era altamente probabile che il decreto non venisse convertito.

Totò Riina invece di aspettare la scadenza del Decreto Falcone, quindi la mancata introduzione del 41 bis e dell’ ergastolo ostativo, all’improvviso decise un gesto eclatante, assumendosene la responsabilità contro il parere di tutti gli altri capi, che temevano la risposta eclatante dello Stato, decidendo in pochi giorni l’attentato contro il giudice Borsellino.

Come ha dichiarato l’ex procuratore di Palermo Roberto Scarpinato [1]: «Riina fa una cosa folle: invece di aspettare i giorni che separavano la data del 19 luglio al 7 agosto e raccogliere a piene mani il risultato di incassare la mancata conversione del Decreto Falcone, quindi la mancata introduzione del 41 bis e dell’ ergastolo ostativo cosa fa? Decide di fare una strage il 19 luglio ottenendo risultati che tutti si aspettavano. È chiaro che dinanzi a un evento drammatico come quello (…) anche chi in Parlamento era restio a convertire in Legge il Decreto, fa un passo indietro e il Decreto Falcone viene convertito. È talmente assurda questa decisione, che quando Riina comunica a Ganci, a Cancemi e ai suoi fedelissimi, improvvisamente, questa decisione, lo prendono per pazzo (…). Riina non riesce a dare una spiegazione logica, coerente con gli interessi di Cosa Nostra, taglia corto e dice di assumersi la responsabilità, e Cancemi racconta che a quel punto capirono che lui non faceva gli interessi di Cosa Nostra ma doveva rispondere a qualcuno (…). Il secondo fattore è il supporto logistico che fu fornito ai mafiosi per l’esecuzio».

La strage

Il 19 luglio 1992 , dopo aver pranzato a Villagrazia di Carini con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia, Paolo Borsellino si recò insieme alla sua scorta in via D’Amelio, dove vivevano sua madre e sua sorella Rita.

Alle 16:58 una Fiat 126 rossa imbottita di tritolo, che era parcheggiata sotto l’abitazione della madre al civico 19 di via Mariano D’Amelio, esplose al passaggio del giudice, uccidendo oltre al cinquantaduenne Borsellino anche i cinque agenti di scorta Emanuela Loi (1967-1992), prima donna della Polizia caduta in un’attentato, Agostino Catalano (1949-1992), Vincenzo Li Muli (1970-1992), Walter Eddie Cosina (1961-1992) e Claudio Traina (1965-1992).

Non doveva esserci nessun’auto in quel piazzale eppure quel giorno non si riusciva a trovare un posto libero, doveva esserci un presidio di sicurezza, ma non c’era nemmeno un’auto di passaggio della Polizia di Stato o dei carabinieri.

L’unico sopravvissuto fu l’agente Antonino Vullo, scampato perché al momento della deflagrazione stava parcheggiando uno dei veicoli della scorta.

Il 24 luglio 1992 si celebrarono i funerali in forma privata del giudice Borsellino, poiché i familiari avevano rifiutato i funerali di Stato accusando il Governo di non averlo protetto, con la partecipazione di circa 10 000 persone, nella chiesa periferica di Santa Maria Luisa di Marillac, dove il giudice ascoltava la messa domenicale quando poteva. Pochi i politici: il presidente Scalfaro, Francesco Cossiga, Gianfranco Fini, Claudio Martelli. Qualche giorno prima, ai funerali dei 5 agenti di scorta, che si erano svolti nella Cattedrale di Palermo, la folla inferocita sfondò il cordone di sicurezza della polizia gridando: “Fuori la mafia dallo Stato” quando arrivarono i rappresentanti dello Stato, compreso il neopresidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.

L’orazione funebre fu pronunciata da Antonino Caponnetto, il vecchio giudice che aveva diretto l’ufficio di Falcone e Borsellino: «Caro Paolo, la lotta che hai sostenuto dovrà diventare e diventerà la lotta di ciascuno di noi».

La salma è stata tumulata nel Cimitero di Santa Maria di Gesù a Palermo.

L’accertamento della verità e i depistaggi

Ad oggi è stato condannato all’ergastono Giuseppe Graviano accusato da vari pentiti di essere stato lui ad azionare il telecomando dell’autobomba che uccise il giudice Borsellino, ma non è ancora certo chi lo abbia davvero fatto e chi siano stati i mandanti occulti e chi abbia organizzato i depistaggi. Manca la verità che in 4 processi non si è ancora riuscita a trovarla.

Le conseguenze

L’uccisione di Giovanni Falcone, avvenuta 57 giorni prima, il 23 maggio 1992, aveva determinato:

  • l’elezione improvvisa, il 25 maggio 1992, di Oscar Luigi Scalfaro Presidente della Repubblica, contro le aspirazioni di Giulio Andreotti;
  • l’introduzione del carcere duro e dell’ergastolo ostativo l’8 giugno 1992 con il decreto-legge 306/92 emesso sull’onda emotiva della strage di Capaci.

L’uccisione di Paolo Bosellino, avvenuta il 19 luglio 1992, determinò:

  • nei giorni del funerale otto sostituti procuratori della Procura di Palermo ed ex colleghi del magistrato ucciso: Roberto Scarpinato, Antonio Ingroia, Alfredo Morvillo, Teresa Principato, Ignazio De Francisci, Vittorio Teresi, Giovanni Ilarda e Nino Napoli, minacciarono le dimissioni di massa in segno di protesta contro il procuratore capo Pietro Giammanco, al quale veniva addebitata la responsabilità di avere progressivamente isolato Falcone e Borsellino, il Consiglio superiore della magistratura fu costretto ad intervenire e indusse il procuratore Giammanco a chiedere il trasferimento sostituito qualche mese dopo da Gian Carlo Caselli;
  • l’approvazione definitiva del carcere duro e dell’ergastolo ostativo con la legge 7 agosto 1992, n. 356 “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306, recante modifiche urgenti al nuovo codice di procedura penale e provvedimenti di contrasto alla criminalita’ mafiosa.“.
I misteri irrisolti
  • Chi fece pressioni su Totò Riina al punto da convincerlo a decidere un gesto così autolesionista.
  • La scomparsa dell’agenda rossa, vista chiaramente sulla scena dell’attentato e mai più ritrovata.
  • Perché non sono state rimosse le auto nel piazzale antistante l’abitazione della madre di Borsellino, come lui aveva richiesto alla Questura di Palermo venti giorni prima dell’attentato, come ha riferito Antonino Caponnetto a Gianni Minà[2].

 

NOTE:

[1] Sul sito del Movimento 19 luglio 1992: https://www.19luglio1992.com/2021/09/13/.

[2] http://www.giannimina.it/index.php?option=com_content&task=view&id=95&Itemid=46.

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