Una riflessione comparativa tra giurisprudenza islamica e tecnologia avanzata

Abstract: L’emergere della robotica umanoide e delle tecnologie di simulazione cognitiva impone una riflessione interdisciplinare che attraversa filosofia, antropologia religiosa, etica della tecnica e studi sociali sulla modernità. Questo articolo propone un’analisi comparativa tra il dibattito contemporaneo sui robot umanoidi e la tradizione giuridico-teologica islamica relativa al divieto di riprodurre forme animate. In particolare, il lavoro prende in esame i detti profetici (aḥādīth) nei quali si afferma che, nel Giorno del Giudizio, coloro che avranno prodotto immagini o simulacri di esseri viventi saranno invitati a “soffiare l’anima” nelle proprie creazioni, senza esserne capaci. Attraverso una lettura sociologica e filosofica, l’articolo interpreta tale narrazione non soltanto come proibizione iconica, ma come delimitazione ontologica del potere umano rispetto all’atto creativo divino.
Elhem Beddouda, educatrice professionale laureata in Scienze dell’educazione e dei processi formativi dell’università di Parma con una tesi dal titolo “Islam e funzione educativa. Prospettiva in tema di assistenza religiosa in carcere” , attualmente sono iscritta al corso di laurea “Global Studies For Sustainable Local and International Development and Cooperation” della stessa università.
Introduzione
Nel XXI secolo la robotica umanoide occupa uno spazio crescente nell’immaginario globale. Aziende tecnologiche, centri di ricerca e governi investono nella costruzione di macchine capaci non soltanto di svolgere compiti meccanici, ma anche di imitare il linguaggio, le espressioni facciali, la postura, le emozioni e perfino alcuni processi decisionali umani. L’obiettivo implicito di molta ricerca contemporanea non è più soltanto produrre strumenti efficienti, ma avvicinarsi progressivamente alla simulazione della presenza umana.
Parallelamente, nelle tradizioni religiose monoteiste esiste una lunga riflessione sul significato della creazione del vivente. Nel pensiero islamico, la questione della rappresentazione figurativa degli esseri animati ha generato un vasto dibattito giuridico e teologico. Tra i testi più discussi vi sono alcuni aḥādīth attribuiti al Profeta Muḥammad nei quali si afferma che i “fabbricatori di immagini” saranno interrogati da Dio e invitati a dare vita alle proprie creazioni. In una versione riportata nelle raccolte canoniche, si legge:
“Coloro che fanno queste immagini saranno puniti nel Giorno della Resurrezione e sarà detto loro: date vita a ciò che avete creato.”
In un’altra formulazione:
“Chi imita la creazione di Dio sarà invitato a soffiare l’anima in ciò che ha prodotto, ma non ne sarà capace.”
Questi testi sono stati interpretati in modi differenti nel corso della storia islamica. Alcuni giuristi li hanno letti come un divieto quasi assoluto della rappresentazione figurativa; altri hanno distinto tra idolatria, arte decorativa, funzione pedagogica e intenzione spirituale. Tuttavia, al di là delle differenze interpretative, emerge una questione centrale: l’essere umano può imitare la forma del vivente, ma non possiede il potere di conferirgli realmente la vita.
Nel contesto contemporaneo, questa riflessione assume nuova rilevanza. La robotica umanoide non produce semplici immagini statiche, ma corpi artificiali capaci di movimento, interazione e apprendimento. Ciò apre interrogativi profondi: quando una macchina imita perfettamente il comportamento umano, cosa rimane specificamente umano? Qual è il confine tra simulazione e vita? E in che misura il desiderio di creare un “essere artificiale” rappresenta una forma moderna di superamento simbolico del limite umano?
La rappresentazione del vivente nella giurisprudenza islamica
La questione delle immagini nel mondo islamico non può essere ridotta a una semplice opposizione tra arte e religione. Storicamente, la giurisprudenza islamica ha sviluppato una riflessione complessa attorno alla rappresentazione del vivente, influenzata dal contesto della penisola araba del VII secolo, nel quale l’idolatria politeista occupava ancora un ruolo significativo.
Molti giuristi classici interpretarono gli aḥādīth contro i “musawwirūn” (fabbricatori di immagini) come una misura preventiva contro l’idolatria. Il problema principale non era l’arte in sé, bensì il rischio che l’essere umano attribuisse sacralità alle proprie creazioni. Per questo motivo, nelle società islamiche si sviluppò una forte tradizione estetica non figurativa, fondata sulla calligrafia, sulla geometria e sull’arabesco.
Tuttavia, ridurre questi testi alla sola prevenzione idolatrica sarebbe insufficiente. Una lettura più profonda mostra che la critica riguarda anche la pretesa antropologica implicita nell’imitazione del vivente. Il gesto umano di riprodurre il corpo animato viene presentato come un tentativo di avvicinarsi all’atto creativo divino.
Nel Corano, la creazione dell’essere umano viene descritta come un processo che culmina nel soffio divino:
“Poi lo plasmò armoniosamente e soffiò in lui del Suo Spirito.”
La vita, in questa prospettiva, non coincide semplicemente con la forma biologica. La materia può essere modellata, ma il principio vitale appartiene esclusivamente a Dio. L’essere umano può imitare l’apparenza del vivente, ma non può produrre il rūḥ, il soffio spirituale.
Il detto profetico relativo all’impossibilità di “soffiare l’anima” nelle immagini assume quindi un significato ontologico. Il problema non è solo fare immagini, ma dimenticare la differenza radicale tra imitazione esteriore e creazione autentica.
Robotica umanoide e desiderio prometeico
La modernità tecnologica ha progressivamente trasformato il rapporto tra l’essere umano e la natura. Se nelle epoche preindustriali la tecnica era principalmente concepita come strumento di adattamento all’ambiente, la modernità avanzata tende invece a considerare la tecnica come mezzo di superamento dei limiti naturali.
La robotica umanoide rappresenta uno degli esempi più radicali di questa trasformazione. L’obiettivo di molti laboratori contemporanei non consiste soltanto nel creare macchine utili, ma nel produrre sistemi artificiali sempre più simili all’essere umano sotto il profilo cognitivo, relazionale ed emotivo.
Questa dinamica può essere letta attraverso la categoria del desiderio prometeico: la volontà dell’essere umano di appropriarsi di prerogative tradizionalmente attribuite al divino. Nella mitologia greca, Prometeo ruba il fuoco agli dèi; nella modernità tecnologica, l’essere umano tenta simbolicamente di appropriarsi del potere creativo.
L’interesse contemporaneo per androidi realistici, intelligenza artificiale generale e simulazione della coscienza mostra che il progetto tecnologico non riguarda soltanto l’efficienza economica. Esso tocca dimensioni simboliche profonde: il desiderio di replicare la vita, di estendere l’intelligenza oltre il corpo biologico e, in alcuni casi, di immaginare una possibile trascendenza tecnica della morte.
In questo senso, la robotica umanoide può essere interpretata come una nuova forma di antropopoiesi: l’essere umano produce un’immagine animata di sé stesso, cercando di riflettersi in una creatura artificiale.
Simulazione della vita e questione dell’anima
Uno degli aspetti centrali del dibattito contemporaneo riguarda la distinzione tra simulazione della vita e vita autentica. I robot umanoidi possono imitare il linguaggio, apprendere modelli comportamentali, riconoscere emozioni e produrre risposte complesse. Tuttavia, resta aperta la domanda fondamentale: l’imitazione della coscienza equivale alla coscienza?
Dal punto di vista delle scienze cognitive, non esiste ancora consenso sulla natura della coscienza umana. Alcune correnti materialiste ritengono che la mente emerga da processi computazionali sufficientemente complessi; altre sostengono che l’esperienza soggettiva non possa essere ridotta a mera elaborazione di informazioni.
La tradizione islamica introduce qui una distinzione significativa tra forma, intelletto e anima. Il rūḥ non è semplicemente un principio energetico o cognitivo, ma una dimensione trascendente che sfugge alla piena comprensione umana. Nel Corano si legge:
“Ti chiedono dello Spirito. Di’: lo Spirito appartiene all’ordine del mio Signore, e voi avete ricevuto ben poca conoscenza.”
Questa affermazione stabilisce un limite epistemologico fondamentale. L’essere umano può conoscere e manipolare la materia, ma non possiede accesso totale al mistero della vita.
Se applicata al dibattito contemporaneo, tale prospettiva suggerisce che nessun livello di sofisticazione tecnica possa automaticamente trasformare una simulazione in un essere vivente nel senso pieno del termine. Un androide può imitare il comportamento umano, ma ciò non implica necessariamente presenza interiore, coscienza fenomenica o anima.
Il detto profetico sul “soffiare l’anima” assume qui una sorprendente attualità simbolica. Esso può essere letto come metafora permanente del limite umano: la capacità di riprodurre la forma non coincide con il potere di creare la vita.
Spiritualità e tecnologia: opposizione o complementarità?
Interpretare la tradizione islamica esclusivamente come rifiuto della tecnica sarebbe storicamente scorretto. La civiltà islamica classica contribuì in modo significativo allo sviluppo della matematica, dell’astronomia, della medicina e dell’ingegneria. Il problema, dunque, non è la tecnica in sé, ma il rapporto etico e spirituale che l’essere umano intrattiene con essa.
La tecnologia può essere considerata strumento di cura, miglioramento delle condizioni di vita e ampliamento delle possibilità umane. I robot umanoidi potrebbero assistere anziani, svolgere lavori pericolosi, facilitare la riabilitazione medica o supportare attività educative.
Tuttavia, la questione cambia quando la tecnologia non si limita più a servire la vita, ma tenta di sostituirla simbolicamente. In questo passaggio emerge un nodo filosofico decisivo: l’essere umano costruisce macchine per estendere la propria umanità o per emanciparsi dalla propria condizione?
Alcune correnti transumaniste contemporanee immaginano un futuro nel quale la coscienza umana possa essere trasferita in supporti artificiali, superando i limiti biologici del corpo. In queste narrazioni, la morte stessa appare come un problema tecnico da risolvere.
La prospettiva spirituale islamica introduce invece un’altra idea di limite. Il limite non è necessariamente una debolezza da eliminare, ma una condizione costitutiva dell’essere umano. La mortalità, la vulnerabilità e l’incompletezza fanno parte della struttura antropologica della creatura.
Da questo punto di vista, la robotica umanoide diventa un luogo privilegiato di confronto tra due visioni del mondo:
- una visione tecnicista, nella quale il limite umano deve essere progressivamente superato;
- una visione spirituale, nella quale il limite ricorda all’essere umano la propria condizione creaturale.
Il corpo artificiale come specchio della crisi contemporanea
L’interesse crescente verso androidi realistici non deriva soltanto da esigenze industriali. Esso riflette anche trasformazioni profonde nella percezione contemporanea del corpo e dell’identità.
Nelle società tardo-moderne il corpo umano viene progressivamente concepito come entità modificabile, ottimizzabile e potenzialmente sostituibile. La diffusione di biotecnologie, chirurgia estetica, realtà virtuale e intelligenza artificiale contribuisce a ridefinire il rapporto tra identità personale e materialità biologica.
Il robot umanoide rappresenta l’estremizzazione simbolica di questa tendenza. Esso è un corpo costruito artificialmente che tenta di riprodurre presenza, relazione ed emozione. La sua esistenza produce spesso una sensazione ambigua: familiarità e inquietudine allo stesso tempo. Tale fenomeno è stato descritto dalla teoria della uncanny valley, secondo cui un’entità quasi umana genera disagio proprio a causa della sua imperfetta somiglianza con il vivente.
Da un punto di vista sociologico, questa inquietudine potrebbe derivare dal fatto che il robot umanoide mette in crisi i confini tradizionali tra umano e non umano, naturale e artificiale, organismo e macchina.
La riflessione islamica sul limite creativo umano acquista qui una nuova funzione interpretativa. Essa non riguarda soltanto la liceità delle immagini, ma la necessità di preservare una distinzione simbolica tra creatura vivente e costruzione artificiale.
Oltre la tecnica: il limite come categoria antropologica
Una delle caratteristiche fondamentali della modernità avanzata è la difficoltà ad accettare il limite. La cultura tecnologica contemporanea tende a interpretare ogni limite come ostacolo da superare mediante innovazione, calcolo e potenziamento.
Tuttavia, l’idea di limite occupa un ruolo centrale in molte tradizioni spirituali. Nel pensiero islamico, il riconoscimento del limite umano non implica passività, ma consapevolezza ontologica. L’essere umano è investito di responsabilità morale e capacità razionale, ma resta creatura.
Il rischio contemporaneo non consiste semplicemente nello sviluppo di macchine sofisticate, bensì nella trasformazione della tecnica in orizzonte metafisico totale. Quando la tecnologia assume implicitamente il ruolo di nuova promessa salvifica, essa smette di essere strumento e diventa ideologia.
Il confronto tra robotica umanoide e tradizione islamica permette dunque di formulare una critica più ampia alla modernità tecnocratica. Il problema non è che l’essere umano costruisca macchine avanzate, ma che dimentichi progressivamente la differenza tra potere tecnico e potere ontologico.
La possibilità di simulare il comportamento umano non equivale alla capacità di produrre coscienza, interiorità o anima. In questo senso, il detto profetico sul “soffiare l’anima” non appare come semplice condanna moralistica, ma come memoria permanente di una soglia che la tecnica può avvicinare senza oltrepassare realmente.
Conclusione
La robotica umanoide costituisce uno dei luoghi più significativi nei quali la modernità contemporanea interroga sé stessa. Dietro lo sviluppo di androidi realistici e intelligenze artificiali avanzate emerge una domanda antica: che cosa significa creare la vita?
La giurisprudenza islamica relativa alla rappresentazione degli esseri animati, letta alla luce dei detti profetici sul “soffiare l’anima”, offre una prospettiva originale per interpretare questa trasformazione. Più che un semplice rifiuto dell’immagine, essa esprime una riflessione sul limite ontologico dell’essere umano.
L’essere umano può modellare la materia, imitare il vivente e costruire macchine sempre più sofisticate. Tuttavia, la capacità di produrre un’autentica interiorità resta radicalmente problematica. La distanza tra simulazione e vita non è soltanto tecnica, ma metafisica.
In questo senso, il confronto tra spiritualità islamica e robotica umanoide non deve essere interpretato come opposizione tra religione e progresso. Esso può invece aprire uno spazio critico nel quale interrogare il significato umano della tecnica contemporanea.
La domanda decisiva non è soltanto fino a dove l’essere umano possa spingersi tecnologicamente, ma quale idea di umanità venga costruita lungo questo percorso. La modernità tecnologica tende a considerare il limite come fallimento da superare; la prospettiva spirituale ricorda invece che il limite può costituire una condizione necessaria per preservare il senso stesso dell’umano.
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