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IN NOME DI DIO? Valentina Lilla

Fede, potere e responsabilità morale nell’età della disumanizzazione

Valentina Lilla

Abstract: Il contributo analizza il rapporto tra fede, responsabilità morale e potere, muovendo dalla celebre affermazione nietzscheana della “morte di Dio” intesa non come negazione del sacro, bensì come crisi della responsabilità etica dell’uomo. Attraverso un confronto filosofico e storico, con particolare riferimento a Tommaso Moro e alla tradizione umanistica, il testo indaga i processi attraverso cui la religione, da spazio di interrogazione e senso, può trasformarsi in dispositivo normativo ed escludente. L’analisi mette in luce i rischi del sacro quando diventa identità politica o strumento di dominio morale, evidenziando la necessità di una spiritualità fondata su dignità umana, libertà di coscienza ed empatia, come antidoto ai fondamentalismi contemporanei.

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Valentina Lilla è storica e critica d’arte, dottoressa in Scienze dei beni culturali e direttrice del Museo Académie Vitti di Atina (FR). Progettista culturale, si occupa di patrimonio, contemporaneo e linguaggi della scena, con particolare attenzione ai temi della memoria e dell’identità. Ha curato mostre, progetti di valorizzazione e pubblicazioni, collaborando con istituzioni museali, università e realtà culturali.


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LA MORTE DI DIO COME CRISI DELLA RESPONSABILITÀ

«Dio è morto. Dio resta morto. E noi lo abbiamo ucciso.» Con questa affermazione, Friedrich Nietzsche non proclamava la fine della fede, bensì denunciava la fine della responsabilità morale dell’uomo davanti a ciò che chiama Dio[1]. La sua non è un’operazione teologica, ma etica. È l’accusa rivolta a un’umanità che ha smesso di interrogarsi sul senso delle proprie azioni, delegando al sacro la giustificazione del male.[5] Da allora, ogni volta che il riferimento religioso viene utilizzato per legittimare odio, esclusione o violenza, quella morte simbolica si rinnova.[3]

PLURALITÀ DELLE FEDI E UMANITÀ COME VALORE FONDANTE

Già nel XVI secolo, Tommaso Moro, nella sua Utopia, immaginava una società in cui la pluralità religiosa non costituiva una minaccia, ma una risorsa.[2] In quel modello ideale, ciascun individuo poteva professare il proprio credo senza timore di esclusione, poiché il valore fondante non era l’ortodossia, bensì l’umanità condivisa. Moro aveva compreso — e la storia continua a confermarlo — che quando una religione pretende di imporsi con la forza, cessa di essere fede e si trasforma in dominio.[6] L’utopia non consisteva nell’assenza di Dio, ma nell’assenza della paura.

QUANDO LA FEDE SMETTE DI INTERROGARE

Esiste un momento, nella storia delle società umane, in cui la fede smette di interrogare e comincia a comandare. È un passaggio silenzioso, spesso impercettibile, ma profondamente distruttivo. Da quel momento il sacro non consola più: seleziona. Non accompagna: giudica. Non ama: condanna. Ciò accade quando una religione si percepisce come custode esclusiva della verità, quando il dubbio viene equiparato a debolezza e la coscienza individuale a eresia.[7] In questo contesto, l’obbedienza prevale sulla compassione, e Dio non è più una domanda aperta, ma una sentenza.

IL SACRO COME STRUMENTO DI POTERE

In nome della spiritualità si giustifica l’umiliazione; in nome dei “valori” si legittima la violenza morale; in nome della famiglia si sacrifica l’individuo; e in nome della vita si accetta, senza tremore, la sofferenza inflitta.[8] È qui che la fede tradisce se stessa. Una spiritualità che ignora l’essere umano non è elevazione, ma potere. E il potere, quando indossa il sacro, diventa intoccabile, impermeabile alla critica, sordo al dolore⁶. Si parla ossessivamente di ordine naturale, di ruoli, di ciò che è giusto e sbagliato, mentre empatia, misericordia e amore scompaiono dal discorso pubblico.[9]

FEDE, IDENTITÀ E FANATISMO NEL MONDO CONTEMPORANEO

Nel mondo contemporaneo queste dinamiche non sono scomparse. Cambiano i simboli e i linguaggi, ma il meccanismo resta invariato: si costruisce un “noi” moralmente superiore e un “loro” da correggere, redimere o espellere.[10] Donne, persone LGBTQ+, individui non allineati e coscienze critiche diventano colpevoli di esistere fuori dallo schema. In questo modo la religione non è più un ponte, ma un confine. Quando il sacro si trasforma in identità politica o tribale, il passo verso il fanatismo è breve[3], come dimostrano i fondamentalismi di ogni latitudine e l’ossessione per il controllo dei corpi, delle scelte e dell’intimità⁸.

DIO, DIGNITÀ E LIBERTÀ DI COSCIENZA

Nessuna divinità degna di questo nome può esigere la disumanizzazione dell’uomo⁷. Se Dio è perfezione, non ha bisogno di difensori aggressivi. Se Dio è amore, non teme la diversità. Se Dio è giustizia, non può fondarsi sull’umiliazione.[9] Il problema non è la fede in sé, ma l’uso che se ne fa. Per questo oggi è necessario rompere il silenzio: non con l’insulto, ma con il pensiero; non con la violenza, ma con la cultura; non con l’odio, ma con il coraggio di affermare che una spiritualità senza umanità è solo una gabbia ben decorata.[10]

LA PAROLA COME ATTO DI LIBERTÀ

La verità non chiede permesso. Si dice, anche quando disturba, soprattutto quando viene etichettata come provocazione, scandalo o eresia. La storia insegna che ogni sistema che teme le domande ha già qualcosa da nascondere.[1] Non esiste spiritualità autentica che pretenda silenzio, né fede che si nutra di paura. Esiste invece la responsabilità dell’uomo, la dignità dell’individuo e il diritto di dissentire senza essere marchiati come nemici.[4] E se tutto questo significa essere scomodi, allora lo si sia fino in fondo. Perché non è la parola a dividere gli uomini, ma la menzogna accettata per quieto vivere.

INQUADRAMENTO GIURIDICO-COSTITUZIONALE

La critica all’uso strumentale del sacro trova un solido fondamento nei principi costituzionali contemporanei. La libertà di coscienza e di religione è riconosciuta come diritto fondamentale e inviolabile, in particolare dall’art. 19 della Costituzione italiana e dall’art. 9 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.[11] Tali disposizioni tutelano non solo il diritto di professare una fede, ma anche quello di non professarne alcuna, nonché di dissentire da interpretazioni religiose dominanti senza subire discriminazioni. Il principio di eguaglianza sostanziale (art. 3 Cost.) e il rispetto della dignità umana (art. 2 Cost.) impongono allo Stato e alla società civile di impedire che convinzioni religiose vengano utilizzate per giustificare trattamenti degradanti, esclusioni sociali o limitazioni arbitrarie dell’autodeterminazione personale¹². In questa prospettiva, il pluralismo religioso non rappresenta una concessione, ma una condizione strutturale dello Stato costituzionale di diritto.


NOTE

[1] Friedrich Nietzsche, La gaia scienza, trad. it. di Ferruccio Masini (Milano: Adelphi, 1977), §125.

[2] Tommaso Moro, Utopia, trad. it. di Tommaso Fiore (Roma-Bari: Laterza, 2002).

[3] Charles Taylor, L’età secolare, trad. it. di Pierangelo Schiera (Milano: Feltrinelli, 2009).

[4] Hannah Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, trad. it. di Piero Bernardini (Milano: Feltrinelli, 2017).

[5] Paul Ricoeur, Il male. Una sfida alla filosofia e alla teologia, trad. it. di Giuseppe Grampa (Brescia: Morcelliana, 2004).

[6] Max Weber, Economia e società, trad. it. di Tullio Bagiotti et al. (Milano: Edizioni di Comunità, 2001).

[7] Jürgen Habermas, Tra scienza e fede, trad. it. di Michele Nicoletti (Roma-Bari: Laterza, 2006).

[8] Zygmunt Bauman, Modernità e Olocausto, trad. it. di Massimo Baldini (Bologna: Il Mulino, 2010).

[9] Martha C. Nussbaum, Le nuove frontiere della giustizia, trad. it. di Claudia Marseguerra (Bologna: Il Mulino, 2007).

[10] Michel Foucault, Sorvegliare e punire, trad. it. di Alcesti Tarchetti (Torino: Einaudi, 2014).

[11] Convenzione europea dei diritti dell’uomo, art. 9; Costituzione della Repubblica italiana, art. 19.

[12] Costituzione della Repubblica italiana, artt. 2 e 3.


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