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L’IDENTITÀ INDIVIDUALE NELLA SOCIETÀ TECNOCRATICA, Lorenzo Tamos

Città, individui, identità, macchine e dati personali

Lorenzo Tamos

Abstract: Una riflessione ontologica e teleologica sul trattamento dei dati personali sempre più delegato all’apparato tecnologico.

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Aristotele(1), nella sua visione della “Politica”, avvertiva che non è possibile entrare nella città credendo di poter fare a meno degli altri poiché, in definitiva, chi lo pensasse o è bestia o è Dio (1). Infatti, il riconoscimento che proviene dagli altri, e dalla socialità che con gli altri si crea, è al contempo una necessità e un dono sociale di cui l’individuo non ha mai potuto fare a meno.

L’identità individuale, seppur da piazzare al centro di un instabile crocevia delle scienze sociali e tecniche, ha avuto da sempre una propria vitale utilità che dipende dal contesto sociale abitato e da cui ci attendiamo un riconoscimento quotidiano che ci permetta di vivere la nostra vita con gli altri e, soprattutto, grazie agli altri.

Ma da quando siamo entrati definitivamente – e, forse, irreversibilmente – nell’era digitale e, da ultimo, in quella della c.d. intelligenza artificiale, questo antico paradigma sociale è stato eroso dalla tecnologia che è riuscita a sostituire il riconoscimento proveniente dagli altri con sé stessa. Non si tratta di una sostituzione priva di effetti radicali poiché l’identità individuale – di per sé mutevole e flessibile quanto il nostro “io” – non ritrova più la propria risonanza sociale negli altri ma nell’artificio della tecnologia.

L’esempio di questo cambiamento – i cui effetti di lungo periodo non siamo affatto in grado di prevedere – è tanto evidente ed attuale quanto da molti inconsapevolmente accettato o, peggio, subito passivamente in assenza di qualsiasi riflessione.

Al proposito, invece, occorrerebbero delle profonde riflessioni che oggi potrebbero muovere, ad esempio, da ciò che è accaduto rispetto alle misure normative ed organizzative iscritte ad anelato rimedio tecnologico della “crisi sanitaria”. Tra tali misure spiccarono le “certificazioni digitali interoperabili” (o “Green Pass”) nazionali ed europei che, peraltro, hanno avuto seri problemi di riconoscimento sociale da cui è dipesa l’offesa all’esercizio di un diritto fondamentale: la libera circolazione delle persone e l’accesso alla vita sociale.

Questi problemi da “certificazione digitale” – che, in definitiva, sono la difettosa risonanza tra la richiesta di riconoscimento sociale e la macchina tecnologica – non sono stati pochi, né di scarsa importanza. Eppure, le insidiose criticità di tale difettoso sistema, senza dubbio di grande peso sociale e da molti ben evidenziate, non colgono il sostrato più profondo del cambiamento che viviamo e su cui ci muoviamo e che, oggi, fa “nuovo mondo” sotto più profili: alcuni dei quali più delicati di altri.

Le disfunzioni delle nuove tecnologie, al di là del disagio iniziale che le stesse palesemente protestano, mutano nel profondo il paradigma ancestrale che vede l’identità individuale quale retroflessione proveniente dagli altri esseri umani: infatti, il rapporto tra la domanda e la risposta che incide sulle relazioni sociali non pare più semplicemente mediato dallo strumento tecnologico ma è esso stesso tecnologico.

E, del resto, la cattiva risposta che “la macchina tecnologica” (inizialmente) consegna è, in “verità”, una disfunzione da cui presto quella stessa macchina tecnica si allontanerà così come è accaduto in tutti gli altri casi in cui l’uomo è stato sostituito dall’apparato tecnologico quale mezzo destinato a costantemente perfezionare sé stesso sulla base del superamento delle prime imperfezioni applicative. Basti ad esempio pensare che, oggi, dopo molti errori (anche tragici, o che hanno messo a rischio la vita delle persone e) che hanno permesso di migliorare la tecnica aviatoria, un pilota di un volo di linea controlla manualmente l’aeroplano solo per il 3% del tempo di crociera e non perché sia realmente necessario che egli lo faccia, nemmeno in fase di atterraggio.

In questo nuovo scenario, due sono gli elementi sociali a cui è stata data una impressionante spinta verso una dimensione qualitativa e quantitativa diversa: (A) il diritto c.d. della tecnologia (o della nuova tecnica) e (B) i dati personali delle persone fisiche.

(A) Il primo elemento sociale che tale orizzonte emergenziale stressa è da ricercarsi nella produzione normativa che, in ragione dell’espansione degli apparati tecnologici, soffre sempre più di ipertrofia. Ipertrofia legislativa che, in sostanza, porta alla incontrollabilità dell’applicazione esatta del precetto normativo (posto che, come noto ai giuristi, non esiste una verità materiale che possa essere traslata nella verità processuale) e, dunque, all’impossibilità di applicazione sostanziale delle regole sociali da cui lo stesso trae origine.

Infatti, partendo da presupposti stabiliti a priori, il diritto, rispetto alle proprie applicazioni processuali sfocianti in una decisione, dovrebbe avere quale ambizione quella di raggiungere l’esatto, non certo il vero. Ossia avere l’anelata finalità di raggiungere un buon grado di corrispondenza tra i presupposti artificiosamente posti ab initio e la decisione “finale” che sugli stessi presupposti si dovrebbe basare.

Oggi, però, in ragione dell’ipertrofia normativa e decisionale, messo in disparte il concetto di vero (da intendere quale verità materiale), neppure l’esatto è più raggiungibile.  Il sistema normativo che riceve una doppia pericolosa spinta ipertrofica non può più reggere nemmeno l’ambizione di poter raggiungere l’esattezza decisionale nei termini descritti poiché i presupposti del reale e, dunque, normativi e giurisprudenziali, si moltiplicano costantemente a dismisura.

Da una parte, infatti, si crea la necessità di normare le tecnicamente indotte esigenze primarie degli individui e, dall’altra, bisogna al contempo disciplinare, attraverso una serie di provvedimenti e norme di completamento, l’ipertrofico apparato tecnologico mediante il quale dare applicazione e risposta concreta all’esigenza primaria: tutto ciò rende piuttosto prevedibile che, a breve, come già sperimentato da alcuni paesi del nord Europa, l’utilizzo della c.d. intelligenza artificiale in ambito giuridico si renderà necessario (e non sarà affatto, di per sé, un male necessario: tutt’altro!).

(B) Avuto invece riguardo ai dati personali delle persone fisiche, la riflessione da compiere può considerarsi ancora più profonda e radicale.

Rispetto all’importanza che nell’ultimo ventennio hanno acquisito i dati personali non abbiamo mai trovato del tutto esaustive o persuasive le (valide ma limitate) risposte date da coloro che, invero, l’hanno individuata e spiegata con riguardo, ad esempio, alle finalità distopiche da intravedere nella volontà di controllo massivo dei cittadini e da ricondursi a ordite volontà del “capitalismo della sorveglianza”: qui in disparte, a tale ultimo proposito, la considerazione “timidamente” esponibile (e per nulla considerata da Shoshana Zuboff nel suo noto “best seller”) circa l’autosufficienza della tecnica anche rispetto al capitale tradizionale, finanziario ovvero, oggi, al c.d. “tecno-capitalismo”, in quanto destinato ad essere marginalizzato dopo aver scontato un breve periodo di suo asservimento, quale mezzo, alla tecnica stessa (ma questo è un discorso a parte che sarebbe interessante affrontare in un’altra sede).

Crediamo infatti, tornando al centro del nostro tema, che l’importanza dei dati personali sia oggi più che mai da ascrivere nel concetto (seppur mutevole) di identità personale di tipo sociale, ossia in quel tipo di riconoscimento identitario che ogni individuo cerca nella collettività in risposta ai propri bisogni.

Tale identità, che chiede riconoscimento, non proviene più (o proviene sempre meno)  dagli altri, bensì dal funzionamento di apparati tecnologici, se non anche direttamente dall’apparato tecnologico. E si tratta di un funzionamento che dipende in primo luogo dal corretto trattamento quale generazione, individuazione, inserimento, trasmissione e conservazione di dati personali delle persone fisiche che poi la “macchina” (quale enorme apparato tecnologico, composto da infiniti sotto-apparati) processa e restituisce in termini di riconoscimento identitario in grado di soddisfare bisogni e libertà primarie individuali che la stessa macchina, rispettivamente, ha creato e può dare l’idea di soddisfare seguendo lo stesso schema utilizzato dai giuristi che applicano il diritto: in disparte il vero, la macchina raggiunge l’esatto quale epilogo dell’applicazione di presupposti indotti.

Ciò è inquietante?  Si, senza dubbio. Tutto ciò può e deve inquietare: non perché la macchina decisionale sia peggio della natura umana, ma in primo luogo poiché non è possibile prevedere gli effetti futuri di tale radicale mutamento dei/nei rapporti identitari, né sapere sino a che punto e come l’essere umano (che Martin Heidegger definisce come l’essere dalla natura più violenta e terribile) sarà in grado di adattarsi (così come ha sempre fatto con alternanza di fortuna in passato) alla impressionante velocità della moderna tecnica e quali conseguenze comporterà tale adattamento, sia che esso ‘‘riesca’’ completamente, oppure no. E sempre ammesso che ci si possa mettere d’accordo sul variegato significato da attribuirsi al termine “riuscire”.

NOTE

(1)  Aristotele, Opere, Laterza, Bari, 1973, vol. IX.

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