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L’UNICA DOMANDA DA PORSI SULL”INTELLIGENZA ARTIFICIALE”, Lorenzo Tamos

È UN’IDIOZIA DOMANDARSI SE L'”INTELLIGENZA ARTIFICIALE” SIA BUONA O CATTIVA: CIO’ CHE RILEVA SAPERE È SE SIA BELLA!

Lorenzo Tamos

Abstract – L’ultimo mito tecnico dell’occidente: un folle confronto tra intelligenze cosiddette “naturali” e “artificiali” poste al cospetto dell’invincibile immagine di un futuro tecnico raccontato dall’oblò di un grande apparato tecnologico. Parlare di “intelligenza naturale” o, ancora peggio, chiedersi se l’“intelligenza artificiale” sia o meno pericolosa (“buona” o “cattiva”), in base all’uso che della stessa l’umanità sarebbe in grado di farne, è una domanda tanto retorica quanto priva di senso poiché sorge e immediatamente muore nell’apparato tecnico che oggi fa mondo. Ciò che, pertanto, ci si potrebbe ancora domandare è solo se e come l’impropriamente definita “intelligenza artificiale” sia bella!      

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L’invincibile immagine del futuro tecnologico

È arduo scrivere onestamente intorno a ciò che già nel 1995 Jeremy Rifkin definiva l’invincibile immagine positiva di un futuro sempre più tecnologico[1].

Appare difficile anche solo tentare di non farsi condizionare da tale suadente “invincibilità”. E questo non certo a causa delle stucchevoli narrazioni asservite allo sviluppo della tecnica e che impoveriscono la “psiche collettiva[2]” animando il teatrino mediatico e giuridico sulla cosiddetta “Intelligenza Artificiale”: infatti, ciò che davvero insidia il formarsi di un reale pensiero critico sulla tecnologia è la verità della tecnica in sé quale elemento sociale atavico, cruciale, insuperato e a cui, tuttavia, ben poche forze mediatiche o giuridiche dedicano i contenuti e lo spazio che tale centrale fattore meriterebbe.

Larga parte dei mass media ritengono di gran lunga preferibile imbastire “talk show superficiali e dogmatici che, dopo aver servito un apologo più o meno futurista, intrattengano il pubblico sulle mode del momento quali, ad esempio, “chat-GPT” di Open A.I. o “Bing” di Microsoft; e ciò sebbene si tratti di applicazioni tecniche dall’essenza ben poco nuova e per nulla “epocale” posto che l’era della sofisticata tecnologia domina l’occidente da circa mezzo secolo.

Tale deludente scenario divulgativo dovrebbe indignare? Credo di no, che non ci si possa indignare perché tutto ciò nemmeno suscita più meraviglia visto che il potenziamento infinito della tecnica fa oramai parte del subconscio sociale e, quindi, dell’attesa collettiva di sempre nuova “buona” tecnica da parte di chi già la abita più o meno inconsapevolmente[3]. Si tratta di una inconsapevolezza profondamente legata all’apparato tecnico che costituisce la più parte del mondo dominante e che non è superabile per mezzo della mera volontà: sia essa sociale o giuridica. La volontà, difatti, dovrebbe prima svincolarsi dal gigantesco presupposto tecnico contro il quale la stessa non è in grado di agire nel mentre lo vive sempre più radicalmente e irreversibilmente.

Un sagace pensatore britannico, Geoff Simons, circa quaranta anni fa, occupandosi dell’inesorabile sopravanzare delle tecniche informatiche, ha al suddetto proposito raccontato un aneddoto significativo e poco ricordato.

Simons spiegò bene con un disarmante esempio l’attuale situazione occidentale. Lo espose così: “immaginiamo che due computer stiano conversando tra loro. A questi viene domandato da un essere umano di cosa stiano parlando, ma nel tempo necessario a formulare la domanda, le due macchine si sono scambiate più parole di quante ne abbiamo pronunciate tutti gli esseri umani vissuti sulla faccia della terra dai tempi dell’Homo Sapiens a oggi[4].

Questo aneddoto ha delineato bene due elementi di fondo: i) il grande presupposto tecnico in cui oggi è inscritto il modo di vivere dell’occidentale; ii) l’impotenza umana di confrontarsi direttamente con la “nuova” tecnica se non mediante l’uso di sempre più potenti mezzi tecnologici che si allontanano dall’essenza dello strumento che, un tempo, si poteva osservare, maneggiare, comprendere e replicare.

Non dovrebbe pertanto sfuggire che il primo elemento di cui ha “bisogno” la tecnica per implementare sé stessa è il mantenimento del più vasto apparato tecnologico possibile. Tale presupposto è alla stessa tecnica tanto più necessario quanto maggiormente si viene costretti ad incrementare l’uso delle “macchine decisionali”, ossia di ciò che, in un’estate del 1956, venne in modo accattivante definita da John McCarthy “intelligenza artificiale [5].

La forza centripeta della verità tecnica

Chi ha bisogno della nuova tecnologia per produrre beni o servizi è attratto dal desiderio di poterla usare per velocizzare il raggiungimento dei propri scopi; chi, invece, è già stato spiazzato dal sopravanzare della stessa e “non ne avrebbe più bisogno”, dalla indotta curiosità di provarla.

Del resto, anche per l’“intelligenza artificiale” ci si trova al cospetto dell’atavica “regina[6]; ossia di fronte alle funzionalità della tecnica che da sempre spiega da sé la propria attraente verità materiale. Spiegazione molto più potente delle ancora potentissime parole che, come ama ricordare spesso Carlo Sini, sono i più alti strumenti eso-somatici di cui il genere umano si è trovato dotato a partire dai primi vocalizzi degli “ominini” che ne hanno consentito l’evoluzione.

Una applicazione tecnica, infatti, nel momento in cui funziona, non solo permette di raggiungere (o realizzare) più facilmente uno scopo ritenuto utile ma, al contempo, disvela la propria verità che non ha bisogno di giustificazioni, né accetta critiche teoriche. Essa non necessita di parole. È un fatto. Va semplicemente constatata come verità funzionale non superabile da un discorso (così come ci convincerebbero le magistrali parole di Carlo Sini) [7].

Pure la teoria del reale — definita “scienza” — è impotente rispetto all’applicazione tecnologica se non si trasforma rapidamente in un fatto materiale tecnico in grado di dimostrare da sé la nuova funzionalità e, pertanto, la propria verità.

La verità della funzionalità tecnica è talmente forte che nemmeno l’umano concetto del “bello” ne è mai rimasto immune: anzi, esso stesso è in primo luogo una necessità e al contempo un disvelamento tecnico.

Quando un oggetto non è tecnicamente funzionale è (e al di là delle eccentricità, rimane) una mera espressione biografica cui può essere attribuito un valore economico convenzionale, incerto e mutevole. Ma al netto di ciò, “nessuno”, potendoselo permettere, si sognerebbe mai di acquistare o collezionare un’automobile considerata “brutta”. E ciò, di fondo, perché “nessuno” troverebbe bello un veicolo che, per fare un esempio estremo, avesse in ipotesi le ruote montate sul tetto e non sotto il telaio. Lo stesso si potrebbe dire per una forchetta, un pugnale, un tornio o per un vestito.

La bellezza d’uso dello strumento

La funzionalità d’uso dello strumento realizzato in vista di scopi è già inscritta nello stesso. Lo è da sempre, anche ove la funzionalità sia nascosta o posta in apparente contrasto con l’utilità materiale rispetto a cui l’oggetto è stato inizialmente concepito o la cui funzionalità d’uso sia stata appena intuita.

Si tratti del pugnale usato per colpire più efficacemente, ovvero di una pelle di animale cucita per difendersi dal freddo durante una battuta di caccia, la verità della bellezza d’uso di tali mezzi è, in ogni caso, sottesa all’oggetto impiegato in vista di scopi e non dell’unico fine primario che ne ha determinato il primo uso.

A ciò si potrebbe obiettare che nel corso della “storia umana” conosciuta l’arma, quale strumento, è stata spesso appesantita da ornamenti bizzarri e l’abito reso goffo perché irrigidito da orpelli “inutili”, tanto da far perdere a tali oggetti la loro funzionalità strumentale primaria.

Eppure, sin anche il troppo decorato pugnale esibito in un antico cerimoniale tribale ritrova la propria funzionalità nella rappresentazione simbolica che esso ha avuto in un contesto sociale organizzato tecnicamente. E lo stesso vale per gli orpelli che ornavano gli abiti dei regnanti seicenteschi: sebbene scomodi e pesanti da indossare, mantenevano infatti una propria efficace bellezza funzionale basata sul necessario riconoscimento dei gradi sociali – convenzionalmente prestabiliti da regole tecniche sociali – su cui una certa umanità era al tempo venuta a delinearsi portando con sé la necessità (lo scopo identitario) di differenziarsi da altri umani.

È perciò la tecnica che, di gran lunga, ha abituato il genere umano a vedere belli gli oggetti strumentali che funzionano bene per raggiungere degli scopi in un certo contesto sociale. Tutti gli oggetti, senza eccezioni.

Non importa se si tratta di un’armatura, di una navetta spaziale, di un sommergibile turistico, del David di Michelangelo o del quadro futurista realizzato con tecniche innovative, l’importante è che essi siano tecnicamente tesi al perfetto, poiché più l’oggetto è reso funzionale allo scopo che in quel momento si vuole o si deve ottenere è più lo stesso verrà considerato “bello”.

L’unica domanda che rimane da porsi

La domanda che, forse, vale la pena porsi non è, dunque, quella che ha dato vita ad un incessante infantile ritornello (che ha pure condizionato la proposta di regolamento UE del 2021: l’“A.I. Act”) [8] sulla temuta pericolosità della impropriamente definita “intelligenza artificiale” (“debole” o “forte” che possa essere) ma, piuttosto, se tale “intelligenza” sia da considerarsi “bella” nel senso appena preliminarmente tracciato.

Orbene, prima di provare a rispondere a questa “domanda” pare utile accordarci – ove ciò sia possibile – rispetto ad alcune premesse di fondo necessarie per proseguire il nostro discorso. Altrimenti, al pari dell’asino di Buridano di aristotelica memoria[9], ognuno di noi rimarrà amico delle proprie idee e delle proprie romantiche indecisioni o, alla peggio, adagiato su credenze ritenute più confortevoli poiché maggiormente antropocentriche (o “troppo umane”, come ci ricorderebbe Friedrich Nietzsche con il suo “Umano, troppo Umano[10]).

In prima battuta vi sarebbe da dire che la tecnica non è separabile dal genere umano. Ove c’è uomo c’è tecnica. Non pare potersi dubitare di tale strettissimo ancestrale connubio.

La caratteristica di fondo del genere umano è l’uso della tecnica e, ancor prima, l’incrementata capacità degli “ominini” e, poi, degli “ominidi” di osservare ciò che era già presente nel mondo per poi farne strumenti da conservare e replicare all’interno di un gruppo anch’esso organizzato in modo funzionale, ossia tecnico.

In seconda battuta, andrebbe evidenziato che il concetto di intelligenza è frutto di una convenzione umana che ha intercettato la misura della stessa nei limiti in cui l’osservatore (umano) è stato via via in grado di farlo. E, inevitabilmente, lo ha sempre fatto trascurando la differenza tra quantità percepibile e qualità non comprensibile delle varie forme di convenzionalmente definita “intelligenza”, ovvero di mancanza della stessa.

I limiti dell’umana percezione

Sono i limiti della percezione che hanno determinato un pregiudizio sull’intelligenza delle creature “animate” che, così, in tale limitato modo biologico (corporeo) di giudicare, sono state poi definite più o meno intelligenti; e non perché davvero comprese quali forme di vita ma in quanto confrontate rispetto ad un modello rigido e prestabilito ad esclusiva misura d’uomo.

Sicché uno scimpanzè è stato considerato più intelligente di una carpa e la pianta pressoché priva di ogni forma di percepibile intelligenza anche se, tutto ciò, non ha mai avuto una reale ragione di fondo e nemmeno  avrebbe potuto reggere al di fuori di uno schema sociale umanizzato e reso con la forza tecnica dominante. Schema che, invero, è da (troppo poco) tempo messo in seria, profonda e lungimirante discussione critica.

In terza battuta si dovrebbe dubitare dell’esistenza di una cosiddetta ‘‘intelligenza naturale’’ da contrapporre a quella definita ‘‘artificiale’’. E lo si dovrebbe fare muovendo il discorso da una circostanza osservabile consistente nel fatto che la ridetta intelligenza convenzionale, anche nella forma più elementare, non può provenire dal sé primario. Essa richiede sempre la dimensione plurale di un “noi”.

Se un neonato venisse semplicemente nutrito ed assistito nei bisogni elementari, lo stesso non acquisirebbe alcun grado di intelligenza sociale né, tanto meno, convenzionalmente apprezzabile.

L’intelligenza degli esseri umani, ossia quella che “fa uomo”, è pertanto solo ‘‘artificiale’’ poiché si acquisisce mediante un lungo processo sociale organizzato ed indotto che, di fondo, è tecnico (e, si badi, è e rimane tecnico anche nella risonanza biologica delle c.d. emozioni [11]).

Infine, è necessario osservare che la principale trascurata differenza tra le due (di per loro assai improprie) definizioni di intelligenza – “artificiale” e “naturale” – non risiede affatto nell’azione e nello scopo che con esse si intende ottenere, bensì nella conformazione materiale di ciò che consente l’azione (ritenuta o meno decisionale) sottesa ad ogni genere di ‘‘intelligenza” [12].

Come abbiamo già avuto modo di spiegare mutuando delle parole dal linguaggio informatico, si potrebbe perciò esemplificare molto tale argomentazione dicendo che l’ontologica essenza della differenza tra ‘‘intelligenze’’ non risiede nel “software” ma nell’“hardware” da cui le stesse muovono, quale (più o meno potente e differenziato) mezzo o corpo materiale che consente di esprimere azioni in vista di scopi [13].

Ma quindi, la cosiddetta  “Intelligenza Artificiale” è bella?

Non è stato fatto mistero che lo sia.

L’“intelligenza artificiale” è decisamente “bella”: ha infatti acquisito il più alto grado di indotta necessità d’uso nel grande apparato tecnico che oggi fa mondo. E’ entrata a far parte del presupposto tecnico che il genere umano abita.

L’“Intelligenza Artificiale” è fatalmente indispensabile per far funzionare meglio e più velocemente il grande apparato tecnico venerato dai paesi occidentalizzati. Essa è il “mezzo decisionale” massimamente lontano dalla capacità umana di utilizzare e replicare strumenti eso-somatici quali il bastone, il pugnale, il tornio, le parole, la voce, e che, oggi, si è persino trasformata in àbitat” di scopo. È la forza tecnica in grado di manovrare la grande nave tecnologica che, solcando un oceano lontano dall’orizzonte delle costeculla un’umanità sempre meno capace di fare a meno di essa.

Lorenzo TAMOS (lorenzo.tamos@avvocatinteam.com), avvocato del Foro Milanese; commentatore, scrittore e saggista; patrocinatore presso le giurisdizioni nazionali superiori e internazionali; esperto nella materia del diritto delle nuove tecnologie, della comunicazione on line e delle piattaforme digitali; esperto della materia del trattamento dei dati personali, nonché della regolamentazione e uso dell’intelligenza artificiali; avvocato amministrativista e del diritto pubblico dell’economia; DPO di realtà pubbliche e private d’eccellenza sia nazionali che internazionali; presidente di organismi di vigilanza ex Dlgs n. 231/2001 nel settore socio sanitario para pubblico; ex ufficiale della Guardia di Finanza e componente di comitati scientifici nazionali.

NOTE:

[1] Jeremy Rifkin, “Il declino della forza lavoro globale e l’avvento dell’era post-mercato” (“La fine del Lavoro”) Mondadori, ed. 1995.

[2] cfr. “Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica“,  Umberto Galimberti, Feltrinelli, ed. 2000: “Noi continuiamo a pensare la tecnica come uno strumento a nostra disposizione, mentre la tecnica è diventata l’ambiente che ci circonda e ci costituisce secondo quelle regole di razionalità che, misurandosi sui soli criteri della funzionalità e dell’efficienza, non esitano a subordinare le esigenze dell’uomo alle esigenze dell’apparato tecnico. Inconsapevoli, ci muoviamo ancora con i tratti tipici dell’uomo pre-tecnologico che agiva in vista di scopi iscritti in un orizzonte di senso, con un bagaglio di idee e un corredo di sentimenti in cui si riconosceva. Ma la tecnica non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela verità: la tecnica funziona”.

[3]     “La questione della Tecnica”, di Martin Heidegger, 1953: «Il mondo si trasforma in un completo dominio delle tecnica. Di gran lunga più inquietante è che l’uomo non è affatto preparato a questo radicale mutamento del mondo» (Lezione di M. Heidegger 1955, cfr. “L’abbandono”, 1959).

[4] Geoffrey Leslie Simons 23 novembre 1939 – 31 agosto 2011 – Geoff Simons, Silicon Shock: “The menace of the Computer Invasion”, New York, Basil Blackwell, 1985, pag. 165.

[5] John McCarthy, nato a Boston, il 4 settembre 1927 – morto a Stanford, il 24 ottobre 2011- Informatico statunitense che ha vinto il Premio Turing nel 1971. Ha coniato il termine «intelligenza artificiale» nel 1955 (in una proposta per creare un gruppo di lavoro che si è riunito al Dartmouth College nell’estate del 1956).

6] Cfr. “L’Alba dei nuovi dei – Da Platone ai Big Data”, Andrea Colamedici, Maura Gancitano, Ed. Mondadori 2021.

[7] Cfr. Carlo Sini, “L’uomo, la macchina l’automa” – “Lavoro e conoscenza tra futuro prossimo e passato remoto”, edizione 2009, Bollati Boringhieri.

[8] Bruxelles, 21.4.2021, COM(2021) 206 final 2021/0106(COD), Proposta di REGOLAMENTO DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO CHE STABILISCE REGOLE ARMONIZZATE SULL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE (LEGGE SULL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE) E MODIFICA ALCUNI ATTI LEGISLATIVI DELL’UNIONE (https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX%3A52021PC0206).

[9] Cfr. “L’elogio del dubbio”, Victoria Camps, ed. Hoepli 2021, pagg. 13 e ss.

[10] Cfr. Friedrich Nietzsche, “Umano, troppo umano”, I Traduzione di Sossio Giametta, Piccola Biblioteca Adelphi, 82, 1979, 19ª ediz., pp. XVI-329.

[11] Cfr., su questa stessa rivista, “L’Io e il Noi chi sono oggi”, dell’autore.

[12] E non pare potersi segnare una reale differenza tra “intelligenza naturale” e “artificiale” poiché discutere di questo tema partendo dalla definizione convenzionale di “intelligenza artificiale” significherebbe allontanarsi dall’argomento centrale e, dopo poco, ci si dovrebbe mettere d’accordo sul fatto che, in realtà, si intende(rebbe) parlare delle “macchine decisionali’’ che consentono di ottenere scopi da spendere nel grande apparato tecnologico che l’occidente abita. Se, del resto, non fosse questo l’oggetto reale della discussione, come dovrebbe qualificarsi l’intelligenza di Dolly, la pecora clonata nel 1996 e vissuta per sette anni? Chi, ad esempio, sostiene ancora che l’intelligenza artificiale sia stupida non solo si esonera dallo spiegare che cosa si debba o si possa intendere per intelligenza, e come e perché si dovrebbe decidere il grado di presenza della stessa, ma tende a conferire una certa dose di intelligenza (in senso umano o animale) alle macchine per finire quindi nell’implodere miseramente nella negazione della propria premessa maggiore.

[13] In questo ragionamento manca, però, la principale amica dell’anzidetta assottigliatasi differenza. A chi scrive non sfugge che a reggere il presidio ad una ulteriore grande differenza tra le due presunte “intelligenze” vi sarebbe la cosiddetta “creatività”. Pressoché unanimemente esclusa dal processo decisionale delle ‘‘macchine’’ e riservata a favore esclusivo degli esseri umani. Anche questa supposizione convenzionale, tuttavia, vacilla. Infatti, bisognerebbe chiedersi chi decide cosa sia la creatività e, ancor prima, se la stessa possa davvero essere sottoposta ad una decisione. Le risposte a tali domande si trasformano in mere opinioni senza sostrato. Appare quindi molto più realistico tratteggiare un genere di creatività partendo dalle premesse dell’azione progettata per realizzare lo scopo prefigurato. “Gli algoritmi” (id est: le macchine decisionali) possono commettere degli errori piuttosto bizzarri. Sono ben note, ad esempio, le immagini digitali che hanno riprodotto delle carpe dotate di dita umane a causa di un processo di ‘‘machine learning” che ha erroneamente scansionato fotografie di pescatori che tenevano tra le mani il pescato. Anche questo è un errore “folle” o, se vogliamo dirla utilizzando le parole degli informatici riunitisi al Dartmouth college di Hanover, in un agosto del 1956 nel New Hampshire, ‘‘bizzarro’’ e, dunque, creativo.


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