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Le emozioni ai tempi dei social

Come piattaforme, confronto sociale e algoritmi trasformano il modo in cui proviamo, raccontiamo e condividiamo ciò che sentiamo

Suela Scasseddu

Abstract: La digitalizzazione della vita quotidiana non ha modificato soltanto le modalità attraverso le quali comunichiamo, ma anche i tempi, gli spazi e le forme sociali entro cui le emozioni vengono percepite, elaborate e rappresentate. Le piattaforme digitali hanno trasformato esperienze tradizionalmente legate alla sfera dell’intimità in contenuti potenzialmente pubblici, misurabili attraverso like, visualizzazioni e condivisioni e sottoposti a sistemi di raccomandazione che selezionano ciò che appare maggiormente capace di produrre interazione. Il confronto con rappresentazioni idealizzate della vita altrui può alimentare fenomeni quali la Fear of Missing Out e l’insoddisfazione personale, mentre le emozioni moralmente intense, come indignazione e rabbia, possono acquisire una particolare capacità di circolazione negli ambienti digitali. Sarebbe tuttavia riduttivo attribuire alla tecnologia la scomparsa dell’autenticità affettiva o dell’empatia: i social media possono produrre connessione, appartenenza e sostegno, così come confronto sociale, sovraesposizione e polarizzazione emotiva. Il problema contemporaneo diventa quindi quello di costruire una nuova alfabetizzazione emotiva e digitale, capace di distinguere tra esperienza e rappresentazione, connessione e riconoscimento, visibilità e valore personale, restituendo alle emozioni anche il tempo, il silenzio e l’intimità necessari perché possano essere comprese prima ancora che condivise.

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Da Battisti alla società digitale: che cosa resta delle emozioni?

Era il 15 ottobre 1970 quando veniva pubblicato Emozioni, uno dei brani destinati a diventare più riconoscibili nella storia della musica italiana, composto da Lucio Battisti su testo di Giulio Rapetti, in arte Mogol, e pubblicato dalla Ricordi nel singolo Emozioni/Anna. A distanza di cinquantasei anni, già nel titolo di quella canzone sembra essere racchiusa una parola tanto comune quanto difficile da definire, perché tutti sappiamo intuitivamente che cosa significhi emozionarsi, mentre diventa molto più complesso spiegare che cosa accada realmente dentro di noi quando proviamo paura, gioia, rabbia, sorpresa o tristezza.

Le emozioni possono essere descritte, in termini generali, come risposte psicofisiche complesse attraverso le quali l’organismo reagisce a stimoli, eventi o rappresentazioni ritenuti significativi, coinvolgendo contemporaneamente esperienza soggettiva, processi cognitivi, modificazioni fisiologiche, espressioni corporee e tendenze all’azione; distinguerle rigidamente dai sentimenti è tuttavia più difficile di quanto suggerisca il linguaggio quotidiano, perché nella letteratura psicologica le definizioni variano in relazione al modello teorico adottato e non esiste una separazione universalmente accettata secondo la quale l’emozione sarebbe semplicemente breve e automatica e il sentimento necessariamente più lungo e consapevole.

Tra le teorie che hanno maggiormente influenzato la cultura contemporanea vi è quella associata allo psicologo statunitense Paul Ekman[1], il quale, sviluppando una linea di ricerca che risaliva alle intuizioni di Charles Darwin[2] sull’espressione delle emozioni, individuò un insieme di emozioni considerate fondamentali e studiò in particolare il rapporto tra esperienza emotiva ed espressioni facciali. La classificazione divenuta più celebre comprende gioia, tristezza, paura, rabbia, sorpresa e disgusto, considerate emozioni di base alle quali corrisponderebbero configurazioni espressive riconoscibili anche tra culture differenti[3]; a questa lista in seguito agggiunse in seguito: divertimento;  disprezzo; contentezza; imbarazzo; eccitazione; colpa; orgoglio dei propri successi; sollievo; soddisfazione; piacere sensoriale; vergogna[4].

La ricerca successiva ha però reso il quadro più articolato e lo stesso problema dell’universalità delle espressioni facciali continua a essere discusso così come diversi studi hanno mostrato che cultura, linguaggio e contesto contribuiscono al modo in cui interpretiamo i segnali del volto, mettendo in discussione una corrispondenza troppo semplice tra una determinata configurazione facciale e un’unica emozione universalmente riconosciuta. Più che abbandonare Ekman, dunque, occorre collocarlo nella storia della psicologia delle emozioni, riconoscendo l’enorme influenza delle sue ricerche senza trasformare un modello scientifico in una classificazione immutabile ed è proprio questa complessità a diventare particolarmente interessante quando dall’espressione del volto si passa a quella dello schermo.

Quando l’emozione diventa pubblica

Ciò che è profondamente cambiato è l’ambiente sociale nel quale le emozioni vengono manifestate, interpretate e restituite dagli altri. Per gran parte della storia umana l’interazione faccia a faccia ha rappresentato il principale spazio di costruzione delle relazioni, un processo nel quale parole, silenzi, espressioni, postura, tono della voce e tempi della risposta concorrono contemporaneamente alla comprensione reciproca; anche nell’era digitale, le interazioni in presenza rimangono centrali nella costruzione dei legami più stretti.

I social media hanno introdotto qualcosa di diverso: non hanno inventato il bisogno umano di essere riconosciuti, approvati, desiderati o ascoltati, ma hanno reso una parte di questo bisogno visibile, quantificabile e continuamente confrontabile.

Un’esperienza può essere fotografata, pubblicata e sottoposta quasi immediatamente alla reazione di decine, centinaia o migliaia di persone; una relazione sentimentale può acquisire una propria rappresentazione pubblica; una soddisfazione professionale può diventare un post; un viaggio, una cena, un corpo allenato, una nascita e persino un lutto possono entrare all’interno di una narrazione digitale nella quale la distinzione tra ciò che viene vissuto e ciò che viene mostrato diventa inevitabilmente più sottile.

Il punto non è sostenere che ciò che viene pubblicato sia necessariamente falso, poiché una fotografia felice può rappresentare una felicità autentica, così come la condivisione di una fragilità può costituire una richiesta reale di vicinanza. Il problema nasce quando la rappresentazione parziale dell’esistenza altrui viene interpretata come se coincidesse con la sua totalità, dimenticando che osserviamo spesso il risultato di una selezione: vediamo il viaggio e non la giornata ordinaria, il successo e non i tentativi falliti, il corpo nella fotografia scelta e non necessariamente quello vissuto ogni giorno, l’anniversario felice e non i conflitti che appartengono a qualunque relazione.

Il confronto con vite apparentemente perfette

È in questo spazio che il confronto sociale assume una dimensione nuova. Confrontarsi con gli altri non è certamente un comportamento nato con Instagram o TikTok, ma le piattaforme consentono di farlo continuamente, attraversando in pochi minuti una quantità di vite, corpi, esperienze e successi personali che nessuna generazione precedente avrebbe potuto osservare con la stessa frequenza.

Una recente revisione sistematica e meta-analisi, attualmente disponibile come preprint, che ha incluso 149 studi osservazionali e 77 studi sperimentali, ha rilevato un’associazione significativa tra il cosiddetto upward social comparison[5] — il confronto con persone percepite come migliori o in condizioni più desiderabili — e diversi indicatori di peggiore benessere psicologico, con una relazione particolarmente consistente rispetto all’insoddisfazione corporea. Gli autori sottolineano, correttamente, che soprattutto negli studi osservazionali associazione non equivale automaticamente a causalità, ma gli esperimenti inclusi nella revisione rafforzano l’ipotesi secondo cui determinate forme di confronto verso l’alto possano avere effetti negativi sul benessere.

La questione, allora, non è che sui social «tutti mentano», ma che ognuno tende inevitabilmente a confrontare la propria vita intera con frammenti selezionati della vita degli altri ed è un confronto strutturalmente asimmetrico: di noi conosciamo anche la paura, l’incertezza, il conto corrente, la stanchezza del mattino, la discussione avvenuta la sera precedente e tutto ciò che non vorremmo mostrare; degli altri vediamo invece prevalentemente ciò che hanno deciso di rendere visibile.

La paura di essere altrove

Dentro questa trasformazione trova spazio la Fear of Missing Out, ormai universalmente abbreviata nell’acronimo FoMO. Contrariamente a quanto potrebbe suggerire il suo uso quotidiano, non si tratta soltanto di un’espressione generazionale o di uno slogan nato sui social: il concetto è entrato nella ricerca psicologica e nel 2013 Andrew Przybylski[6] e colleghi ne hanno proposto una delle definizioni scientifiche più influenti, descrivendola come la persistente apprensione che altre persone possano vivere esperienze gratificanti dalle quali si è assenti, accompagnata dal desiderio di rimanere continuamente connessi a ciò che gli altri stanno facendo. Nei loro studi, livelli più elevati di FoMO risultavano associati a una minore soddisfazione di alcuni bisogni psicologici, a minore soddisfazione di vita e a un maggiore coinvolgimento nell’uso dei social media.

Il paradosso è evidente poiché gli strumenti costruiti per consentirci di essere costantemente presenti nella vita degli altri possono ricordarci altrettanto costantemente tutti i luoghi nei quali non siamo presenti.

Mentre siamo a casa possiamo vedere chi è a una festa; mentre lavoriamo possiamo osservare chi viaggia; durante una vacanza possiamo imbatterci nella vacanza apparentemente più bella di qualcun altro e persino durante un’esperienza felice possiamo essere indotti a domandarci se altrove ne stia accadendo una ancora più gratificante. La connessione permanente non elimina quindi necessariamente la sensazione di esclusione: in determinate condizioni può renderla più visibile.

L’economia dell’attenzione incontra le emozioni

Esiste poi una trasformazione ulteriore che distingue radicalmente la comunicazione digitale dalla conversazione tradizionale: ciò che vediamo sui social non è semplicemente ciò che le persone pubblicano, ma il risultato di sistemi di selezione e raccomandazione che decidono quali contenuti rendere maggiormente visibili sulla base di molteplici segnali, tra cui le interazioni degli utenti.

Questo significa che l’emozione non possiede soltanto un valore umano e relazionale, ma può acquisire anche un valore economico, perché un contenuto capace di catturare l’attenzione, produrre interazione e trattenere l’utente sulla piattaforma contribuisce agli obiettivi economici dell’ambiente digitale nel quale circola.

Occorre evitare la formula semplicistica secondo cui «gli algoritmi vogliono farci arrabbiare»: un algoritmo non possiede intenzioni psicologiche e i sistemi di raccomandazione sono differenti tra piattaforme e cambiano nel tempo. Esiste però un problema documentato quando il ranking viene ottimizzato intorno all’engagement. Un audit algoritmico preregistrato pubblicato nel 2025 ha rilevato, nel contesto studiato di Twitter, che il ranking basato sull’interazione amplificava rispetto a una sequenza cronologica contenuti politicamente più carichi sul piano emotivo e maggiormente ostili verso gruppi esterni; significativamente, gli utenti non dichiaravano neppure di preferire quei contenuti, mostrando che ciò che produce maggiore interazione non coincide necessariamente con ciò che le persone affermano di voler vedere.

È una distinzione decisiva: ciò che ci fa reagire non è necessariamente ciò che ci fa stare bene.

La rabbia che circola

Tra le emozioni che meglio consentono di osservare questo meccanismo vi è la rabbia, soprattutto quando assume la forma dell’indignazione morale. Nel 2017 uno studio molto citato sul linguaggio morale ed emotivo utilizzato su Twitter osservò che, nel campione analizzato, ogni parola moralmente ed emotivamente connotata era associata a un incremento di circa il 20% nella diffusione dei messaggi, soprattutto all’interno delle reti ideologicamente omogenee. Quel risultato è stato successivamente sottoposto a importanti critiche metodologiche, che invitano a non trasformare una correlazione osservata in una legge generale della comunicazione digitale.

La ricerca successiva ha però fornito ulteriori elementi interessanti. In uno studio comprendente oltre 7.000 utenti e 12,7 milioni di tweet, insieme a esperimenti comportamentali preregistrati, William Brady e colleghi hanno trovato evidenze coerenti con un processo di apprendimento sociale: quando l’espressione di indignazione riceveva feedback sociali positivi, aumentava la probabilità che l’utente esprimesse nuovamente indignazione in futuro, mentre le norme del gruppo digitale contribuivano a modellare ciò che veniva espresso.

Ancora più interessante è un’altra conseguenza: non soltanto possiamo esprimere molta indignazione online, ma possiamo percepirne più di quanta gli altri dichiarino effettivamente di provare. Una ricerca pubblicata su Nature Human Behaviour nel 2023[7] ha mostrato come gli osservatori tendessero a sovrastimare l’intensità dell’indignazione morale provata dagli autori di determinati messaggi, contribuendo a costruire una percezione esagerata dell’ostilità tra gruppi.

Il risultato sociologicamente più interessante è che la piazza digitale può apparire più arrabbiata della società che pretende di rappresentare.

Emozionarsi davanti a un pubblico

Il cambiamento prodotto dai social non riguarda però soltanto quali emozioni esprimiamo, ma il fatto che sempre più spesso sappiamo di esprimerle davanti a un pubblico.

Erving Goffman descriveva la vita sociale attraverso la metafora teatrale della rappresentazione del sé molto prima dell’esistenza dei social network[8]: nelle diverse situazioni sociali gli individui regolano ciò che mostrano di sé, adattando comportamento, linguaggio e immagine al contesto e alle aspettative degli interlocutori. La società digitale non ha inventato questa dimensione performativa dell’identità, ma l’ha resa potenzialmente permanente, archiviabile e misurabile.

Il pubblico, inoltre, può essere invisibile. Quando si parla davanti a una persona, il suo volto restituisce continuamente informazioni: interesse, disagio, sorpresa, noia, approvazione. Quando si pubblica un contenuto, invece, ci si rivolge a un insieme di persone che può comprendere amici intimi, conoscenti, colleghi, sconosciuti e utenti che incontreranno quel contenuto soltanto perché un sistema di raccomandazione lo avrà collocato davanti ai loro occhi.

La reazione arriva dopo e spesso sotto forma numerica: 10 like, 100, 10.000.

Il rischio culturale consiste nel confondere progressivamente la misurazione della reazione con il valore dell’esperienza e così una giornata non diventa più felice perché la fotografia che la rappresenta ha ottenuto mille apprezzamenti, così come un dolore non diventa meno reale perché nessuno lo ha visto.

I social non hanno distrutto l’empatia

Sarebbe tuttavia scientificamente scorretto concludere che la comunicazione digitale abbia semplicemente eliminato il dialogo autentico e prodotto una generazione incapace di empatia. La realtà empirica è molto meno lineare.

Le piattaforme possono consentire di mantenere relazioni a distanza, trovare comunità di persone che condividono condizioni rare o esperienze di marginalizzazione, ottenere sostegno in momenti di difficoltà e stabilire relazioni che altrimenti non sarebbero mai nate. Una revisione sistematica e meta-analisi pubblicata nel 2026 sul rapporto tra uso dei social ed empatia negli adolescenti mostra proprio la presenza di due ipotesi concorrenti: quella dell’augmentation, secondo cui la comunicazione digitale può ampliare opportunità di connessione ed empatia, e quella dello social displacement, secondo cui può invece sostituire parte delle interazioni faccia a faccia e delle relative occasioni di esercizio empatico.

Non siamo quindi davanti alla scomparsa delle relazioni, ma a una loro trasformazione, e proprio questa trasformazione richiede di comprendere quali forme di uso favoriscano il benessere e quali possano invece accentuare confronto, isolamento, dipendenza dalla validazione o conflittualità.

Il diritto di non mostrare tutto

Forse è proprio qui che la questione delle emozioni ai tempi dei social diventa culturale prima ancora che tecnologica, perché abbiamo conquistato una capacità straordinaria di raccontarci e, contemporaneamente, rischiamo di perdere la percezione che non tutto ciò che viviamo debba necessariamente diventare contenuto.

Esiste un valore psicologico e relazionale dell’intimità che non coincide con la segretezza. Proteggere un’emozione non significa vergognarsene, così come non pubblicare una relazione non significa viverla meno intensamente; significa riconoscere che alcune esperienze hanno bisogno di tempo prima di essere narrate e che non ogni dolore deve trasformarsi immediatamente in un post, non ogni felicità in una fotografia e non ogni indignazione in una reazione pubblica.

Il tempo emotivo e quello digitale, del resto, rispondono a logiche differenti: il primo può richiedere esitazione, elaborazione, ripensamento e persino silenzio; il secondo premia spesso la rapidità della risposta. Una notifica ci chiede di reagire adesso, mentre comprendere ciò che proviamo può richiedere ore, giorni o anni.

La vera competenza emotiva contemporanea potrebbe allora consistere anche nella capacità di non reagire immediatamente.

Una nuova alfabetizzazione emotiva

Il sopraggiungere dei social non cancella dunque l’autenticità delle emozioni e non rende inevitabilmente superficiali le relazioni, ma rende necessaria una forma nuova di alfabetizzazione, contemporaneamente emotiva e digitale, attraverso la quale imparare a riconoscere ciò che proviamo prima di trasformarlo in comunicazione, comprendere che la rappresentazione della vita altrui non coincide con la sua totalità, accettare l’imperfezione come caratteristica ordinaria dell’esistenza e distinguere il bisogno umano di relazione dalla ricerca potenzialmente infinita di validazione.

Significa anche comprendere il funzionamento degli ambienti nei quali ci muoviamo: sapere che il feed non è uno specchio neutrale del mondo, che ciò che diventa virale non è necessariamente ciò che è più importante, che ciò che produce molte reazioni non è necessariamente ciò che produce maggiore benessere e che una società osservata esclusivamente attraverso i contenuti maggiormente amplificati dalle piattaforme può apparire più perfetta, più felice, più ricca, più bella e contemporaneamente più furiosa di quanto sia realmente.

Cinquantasei anni dopo Emozioni, la parola scelta da Mogol conserva dunque intatta la propria forza, ma il contesto nel quale viviamo quelle emozioni è profondamente cambiato: continuiamo ad avere paura, gioire, desiderare, soffrire, invidiare, amare e arrabbiarci come esseri umani, mentre per la prima volta nella storia disponiamo di strumenti capaci di trasformare una parte di queste esperienze in dati, contenuti, metriche e segnali utilizzabili per decidere ciò che vedremo successivamente.

La sfida non consiste allora nel diventare meno emotivi, e neppure nel rifugiarsi nostalgicamente in un mondo precedente alla tecnologia, ma nel recuperare una distinzione che rischia di diventare sempre più difficile: quella tra provare un’emozione e rappresentarla, condividere un’esperienza e cercarne la validazione, essere connessi ed essere realmente in relazione.

Perché un’emozione non acquista valore nel momento in cui qualcuno mette un like. Esiste prima dello schermo, continua a esistere quando lo schermo si spegne e, qualche volta, ha ancora bisogno di ciò che nessun algoritmo può misurare: tempo, silenzio e un’altra persona realmente presente.


Note

[1] Paul Ekman (1934–2025) è stato uno psicologo statunitense e professore di psicologia presso il Department of Psychiatry della University of California, San Francisco (UCSF), dove ha svolto gran parte della propria carriera accademica. Tra i principali studiosi contemporanei delle emozioni e del comportamento non verbale, ha condotto ricerche sulle espressioni facciali, sulla comunicazione non verbale e sugli indizi comportamentali associati all’inganno, contribuendo inoltre allo sviluppo del Facial Action Coding System (FACS).

[2] Ekman, P. (Ed.). (1973). Darwin and Facial Expression: A Century of Research in Review. New York: Academic Press.

[3] Attraverso una serie di studi interculturali, comprendenti ricerche condotte presso comunità della Nuova Guinea allora scarsamente esposte alla cultura occidentale, Ekman individuò evidenze a sostegno dell’esistenza di componenti universali nell’espressione e nel riconoscimento di alcune emozioni. Da queste ricerche derivò la nota classificazione di sei emozioni di base — rabbia, disgusto, paura, gioia, tristezza e sorpresa — associate a configurazioni espressive riconoscibili attraverso culture differenti. La tesi dell’universalità non esclude tuttavia l’influenza della cultura sulle modalità attraverso le quali le emozioni vengono espresse, regolate e interpretate.

Ekman, P., Friesen, W. V., & Ellsworth, P. (1972). Emotion in the Human Face: Guidelines for Research and an Integration of Findings. New York: Pergamon Press.

[4] Nel 1992 Ekman sviluppò ulteriormente il modello delle emozioni di base, discutendo un insieme più ampio di stati e famiglie emotive, tra cui divertimento, disprezzo, contentezza, imbarazzo, eccitazione, colpa, orgoglio per i propri successi, sollievo, soddisfazione, piacere sensoriale e vergogna. L’ampliamento non implica tuttavia che ciascuna di queste emozioni possieda necessariamente una distinta espressione facciale universale.

Ekman, P. (1992). An argument for basic emotions. Cognition and Emotion, 6(3–4), 169–200. https://doi.org/10.1080/02699939208411068

[5] Hoppen, T. H., Höfer, L., Schlechter, P., Holling, H., Mutz, J., & Morina, N. (2026). Social comparisons on social media and mental health: A systematic review and meta-analysis. medRxiv [preprint]. https://doi.org/10.64898/2026.09.15.26363124.

[6] Przybylski, A. K., Murayama, K., DeHaan, C. R., & Gladwell, V. (2013). Motivational, emotional, and behavioral correlates of fear of missing out. Computers in Human Behavior, 29(4), 1841–1848. https://doi.org/10.1016/j.chb.2013.02.014

[7] Goldenberg, A., & Willer, R. (2023). Amplification of emotion on social media. Nature Human Behaviour, 7, 845–846. https://doi.org/10.1038/s41562-023-01604-x

[8] Goffman, E. (1959). The Presentation of Self in Everyday Life. Garden City, NY: Doubleday.


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