Dalla ricerca di appartenenza alla fascinazione per l’élite, dalla trasgressione alla violenza: perché i confini ideologici dell’estremismo contemporaneo sono sempre più permeabili

Abstract: La radicalizzazione giovanile contemporanea sta assumendo forme che mettono in discussione le tradizionali categorie attraverso cui siamo abituati a interpretare l’estremismo. Jihadismo, neonazismo, suprematismo bianco e accelerationismo rimangono ideologie differenti, spesso reciprocamente incompatibili, ma gli ambienti digitali nei quali esse vengono consumate, condivise e rielaborate possono produrre fenomeni di contaminazione subculturale. In particolare, alcuni giovani possono essere attratti non tanto da un sistema ideologico coerente, quanto da ciò che questi ambienti sembrano offrire: appartenenza, riconoscimento, identità, élitismo, trasgressione, senso di superiorità e fascinazione per la violenza. In questo quadro, il neonazismo e il suprematismo bianco possono diventare, per alcuni giovani successivamente attratti dal jihadismo, modelli subculturali di radicalità: non necessariamente per l’adesione alla loro dottrina razziale, ma per la rappresentazione di una comunità chiusa, combattiva e percepita come superiore alla società circostante. Il jihadismo estremista aggiunge a questa struttura una particolare dimensione religiosa ed escatologica, trasformando la lotta terrena in una missione che può essere proiettata oltre la morte. La questione centrale non è dunque l’esistenza di una improbabile fusione tra ideologie incompatibili, ma la possibilità che giovani estremisti attraversino diversi ecosistemi ideologici mantenendo una medesima struttura identitaria: la convinzione di appartenere a una minoranza eletta, la costruzione di un nemico assoluto, la disumanizzazione dell’altro e la progressiva legittimazione della violenza. Comprendere questa trasformazione è fondamentale per una prevenzione capace di intervenire prima che la radicalizzazione ideologica si trasformi in violenza.
Keywords: #Radicalizzazione #Jihadismo #Neonazismo #SuprematismoBianco #EstremismoViolento #RadicalizzazioneGiovanile #RadicalizzazioneDigitale #RadicalizzazioneIbrida #Prevenzione #Intelligence#ElhemBeddouda #ethicasocietas #ethicasocietasrivista #rivistascientifica #scienzeumane #scienzesociali #ethicasocietasupli
Elhem Beddouda, educatrice professionale laureata in Scienze dell’educazione e dei processi formativi dell’università di Parma con una tesi dal titolo “Islam e funzione educativa. Prospettiva in tema di assistenza religiosa in carcere” , attualmente sono iscritta al corso di laurea “Global Studies For Sustainable Local and International Development and Cooperation” della stessa università.
english version
Introduzione
Per comprendere la nuova radicalizzazione giovanile è necessario abbandonare, almeno in parte, l’idea che ogni estremista debba necessariamente appartenere a una categoria ideologica precisa, riconoscibile e stabile. Per molto tempo abbiamo immaginato il percorso della radicalizzazione come una linea relativamente ordinata: un individuo entra in contatto con un’ideologia, ne assimila i principi, entra eventualmente in una rete organizzata e, nei casi più estremi, arriva alla violenza. Questo modello continua certamente a descrivere alcuni percorsi, ma appare sempre meno sufficiente per interpretare ciò che avviene negli ambienti digitali frequentati da adolescenti e giovani adulti. Il problema contemporaneo è infatti rappresentato anche dalla nascita di veri e propri ecosistemi estremisti nei quali contenuti differenti possono convivere, essere consumati dalla stessa persona e produrre forme di contaminazione che sarebbero state difficilmente immaginabili nelle precedenti generazioni. Un giovane può entrare in una comunità online attraverso contenuti apparentemente provocatori, meme, videogiochi, umorismo trasgressivo o discussioni sulla società e, progressivamente, incontrare contenuti misogini, complottisti, suprematisti, accelerationisti o jihadisti. Non significa che ogni percorso conduca al terrorismo, e sarebbe metodologicamente scorretto stabilire un rapporto automatico tra questi fenomeni, significa però che la radicalizzazione digitale può svilupparsi attraverso percorsi non lineari, nei quali la persona attraversa ambienti differenti prima ancora di possedere una precisa identità ideologica. È proprio questa trasformazione a rendere necessario parlare di radicalizzazione ibrida. Il termine non deve essere inteso come se esistesse una nuova ideologia composta dalla fusione di jihadismo e neonazismo, anche perchè una simile interpretazione sarebbe semplicistica e storicamente inesatta. Il jihadismo e il neonazismo rimangono infatti costruzioni ideologiche profondamente differenti. Ciò che può convergere è piuttosto il livello subculturale: linguaggi, estetiche, pratiche di gruppo, rappresentazioni della forza, culto della trasgressione e soprattutto una determinata concezione del rapporto tra un presunto gruppo eletto e un mondo esterno percepito come corrotto, decadente o nemico. È qui che il fenomeno diventa particolarmente interessante.
Quando l’ideologia non è il punto di partenza
Una delle caratteristiche più significative della radicalizzazione contemporanea è che l’ideologia può non essere il punto di partenza. Può essere, almeno in alcuni casi, il punto di arrivo di una ricerca identitaria precedente. Il giovane non necessariamente si avvicina inizialmente a un movimento perché ne condivide la dottrina politica o religiosa, può avvicinarsi perché quella comunità gli permette di sentirsi importante, gli offre un linguaggio attraverso cui interpretare la propria frustrazione, un gruppo nel quale essere riconosciuto, una gerarchia nella quale occupare un posto e soprattutto una narrazione nella quale il proprio disagio acquisisce un significato. Questo aspetto è fondamentale perché consente di comprendere la funzione dell’appartenenza. In adolescenza e nella prima età adulta la costruzione dell’identità rappresenta un processo particolarmente delicato: la necessità di essere riconosciuti dai propri pari, di distinguersi dalla massa e di trovare una comunità nella quale sentirsi accettati può diventare estremamente potente. Gli ambienti estremisti possono sfruttare questa vulnerabilità offrendo un’appartenenza apparentemente straordinaria: non una semplice comunità, ma una comunità di “eletti”. Il messaggio implicito diventa: non sei escluso, ma sei diverso; non sei marginale, ma sei parte di una minoranza che ha compreso la verità; non sei debole, ma sei uno dei pochi disposti a combattere. Questa trasformazione psicologica è molto più importante del semplice contenuto propagandistico, perché modifica il modo in cui il giovane interpreta se stesso e il mondo circostante. La radicalizzazione diventa allora anche un processo di identificazione.
La fascinazione per la trasgressione
In questo processo la trasgressione svolge una funzione particolare. Il giovane può essere attratto dall’estremismo proprio perché l’estremista appare come colui che non riconosce i limiti imposti dalla società ordinaria: l’insulto, la provocazione, il linguaggio violento e persino l’esibizione dell’odio possono diventare strumenti attraverso i quali dimostrare di non appartenere più alla maggioranza. Il fenomeno è particolarmente evidente negli ambienti digitali perché Internet permette di trasformare la trasgressione in una forma di spettacolo e dare notorietà al suo autore; ciò che nella vita reale sarebbe difficilmente pronunciabile può essere pubblicato, condiviso, trasformato in meme e ripetuto fino a diventare normale all’interno di una determinata comunità. Il problema non è quindi necessariamente il singolo contenuto estremo, è la progressiva modificazione della soglia di accettabilità. Ciò che inizialmente appare scioccante può diventare ironico; ciò che diventa ironico può essere condiviso; ciò che viene condiviso può essere normalizzato; ciò che viene normalizzato può essere successivamente difeso. A quel punto l’utente non è più soltanto spettatore del contenuto: è diventato parte della comunità che lo produce e lo legittima. La radicalizzazione digitale può quindi essere interpretata anche come un processo di progressiva normalizzazione.
Perché il neonazismo può diventare un modello subculturale
È in questo punto che si inserisce la questione più delicata: la possibile fascinazione di alcuni giovani attratti dal jihadismo verso ambienti neonazisti e suprematisti bianchi. Apparentemente siamo di fronte a una contraddizione insanabile. Il suprematismo bianco fonda la propria identità sulla superiorità di un gruppo razziale; il jihadismo estremista costruisce la propria identità su una concezione radicalizzata e totalizzante dell’appartenenza religiosa. Le due visioni possono essere reciprocamente ostili e non devono essere presentate come un’unica ideologia. Tuttavia, l’osservazione cambia se ci spostiamo dal piano dottrinale a quello subculturale. Ciò che può esercitare fascinazione non è necessariamente la teoria razziale del suprematismo bianco, ma l’immagine di una comunità estremamente coesa, disciplinata, aggressiva, trasgressiva e convinta di appartenere a una minoranza superiore. È l’estetica dell’élite, della forza e della ribellione che può diventare attrattiva. Questo è un passaggio importante: un giovane può imitare una forma di appartenenza senza condividere l’intera ideologia che quella appartenenza rappresenta. Può osservare nel neonazismo un modello di radicalità e successivamente trasferire quella stessa struttura identitaria in un altro universo ideologico. In altre parole, può cambiare il contenuto mantenendo la forma.
L’élite come risposta alla marginalità
Qui emerge il ruolo dell’élitismo: molti ambienti estremisti costruiscono una netta separazione tra chi appartiene al gruppo e chi ne è escluso. L’appartenenza viene rappresentata come qualcosa di raro e prezioso. Non tutti sono capaci di comprendere la verità; non tutti hanno il coraggio di ribellarsi; non tutti sono disposti a sacrificarsi. La massa viene quindi contrapposta all’élite. Nel suprematismo bianco, questa élite può essere definita attraverso la razza, nel neonazismo, attraverso un’immagine gerarchica e totalitaria della società e nel jihadismo estremista, attraverso la contrapposizione tra i presunti “veri credenti” e coloro che vengono considerati infedeli, apostati o devianti. Le differenze ideologiche sono enormi e devono essere mantenute. Tuttavia, sul piano della psicologia dell’appartenenza, può esistere una struttura ricorrente: noi siamo gli autentici, loro sono gli altri. Il giovane che si sente insignificante nella società può trovare in questa rappresentazione una straordinaria compensazione identitaria perchè la marginalità viene trasformata in superiorità. Quindi l’idea è che si crea è la seguente: non sono escluso, sono scelto, non sono solo, appartengo a una minoranza, non sono impotente, faccio parte di qualcosa di forte. È proprio questo passaggio che può rendere l’estremismo particolarmente seducente per una parte dei giovani vulnerabili alla radicalizzazione.
Dalla superiorità razziale alla superiorità religiosa estremizzata
È necessario, tuttavia, procedere con grande attenzione quando si confrontano suprematismo bianco e jihadismo. Non esiste una equivalenza tra i due sistemi ideologici e sarebbe un errore trasformare il concetto di appartenenza religiosa musulmana in una forma di suprematismo. L’Islam, nella sua complessità teologica e storica, non può essere identificato con il jihadismo contemporaneo. Il fenomeno da analizzare è invece la costruzione ideologica operata dal jihadismo estremista. Il gruppo jihadista può rappresentarsi come depositario dell’autentica religione, contrapposto non soltanto ai non musulmani ma anche ai musulmani considerati insufficientemente ortodossi, devianti o apostati. La distinzione tra “noi” e “loro” viene così radicalizzata fino a diventare una distinzione morale assoluta. La religione viene trasformata in un criterio di selezione identitaria. È questa pretesa di autenticità assoluta che può svolgere una funzione analoga, sul piano della costruzione dell’identità collettiva, a quella svolta dal mito della superiorità razziale negli ambienti suprematisti. Non perché le due ideologie siano uguali, ma perché entrambe possono costruire una comunità nella quale l’appartenenza viene presentata come superiore rispetto all’esterno.
La specificità del jihadismo: la proiezione oltre la morte
Nel caso del jihadismo estremista esiste inoltre una componente che rende il fenomeno particolarmente complesso: la dimensione escatologica. La costruzione identitaria non si limita alla vita presente. Il combattente può essere rappresentato come appartenente a una comunità destinata alla vittoria e il sacrificio personale può essere associato alla promessa di una ricompensa ultraterrena. Questa dimensione introduce un elemento che va oltre la semplice ricerca di prestigio sociale.
Il sacrificio può diventare una forma di realizzazione.
La morte può essere reinterpretata come vittoria.
L’esistenza terrena può essere subordinata a una missione percepita come eterna.
È importante sottolineare nuovamente che questa rappresentazione appartiene alla propaganda e all’ideologia jihadista estremista e non all’Islam nel suo complesso. Il jihadismo opera una selezione radicale e politicizzata di concetti religiosi per costruire una narrativa di conflitto e legittimazione della violenza. Ma proprio questa proiezione post mortem può rendere la struttura identitaria estremamente potente: il giovane non viene semplicemente invitato a essere diverso dagli altri, ma può essere convinto di appartenere a una minoranza destinata a un destino superiore anche oltre la morte.
La stessa grammatica, ideologie differenti
È forse qui che possiamo individuare il vero punto di contatto tra questi fenomeni. Non è corretto dire che neonazismo e jihadismo siano la stessa cosa, non è corretto sostenere che i giovani jihadisti diventino automaticamente suprematisti bianchi e non è corretto neppure parlare di una nuova alleanza politica stabile tra queste realtà. È invece interessante osservare che differenti ideologie estremiste possono utilizzare una grammatica identitaria simile. Una grammatica composta da appartenenza, élite, nemico, purezza, trasgressione, sacrificio e violenza. Questa grammatica può sopravvivere al cambiamento dell’ideologia: unn giovane può attraversare diversi ambienti estremisti mantenendo la stessa necessità di sentirsi parte di una comunità speciale. Cambia il simbolo, cambia il nemico, cambia la narrazione, ma rimane il bisogno di essere “qualcuno”. È questa possibilità che rende appropriato parlare di radicalizzazione “metamorfica”. Il giovane non necessariamente percorre una traiettoria lineare verso una determinata ideologia, può muoversi attraverso diversi ambienti estremisti, assorbendo da ciascuno elementi che contribuiscono alla costruzione della propria identità.
Il ruolo dell’accelerationismo
In questo scenario assume particolare rilevanza anche l’accelerationismo. Alcune correnti accelerationiste sostengono, in forme differenti, che l’ordine sociale esistente debba essere accelerato verso una crisi o una distruzione tale da rendere possibile una nuova realtà. Quando questa concezione si combina con la fascinazione per la violenza, il risultato può essere particolarmente pericoloso: la distruzione non viene più percepita come una conseguenza indesiderata, ma come uno strumento di trasformazione. Anche qui possono emergere elementi condivisi con altre subculture estremiste: il rifiuto della società esistente, il disprezzo per la moderazione, la glorificazione dell’azione e la convinzione che la crisi sia necessaria. Questo non significa che accelerationismo, neonazismo e jihadismo costituiscano un unico fenomeno, significa che l’ambiente digitale permette a concetti appartenenti a tradizioni differenti di circolare nello stesso spazio e di essere consumati dallo stesso individuo. È precisamente questa permeabilità a rendere la radicalizzazione ibrida una questione di sicurezza e di prevenzione.
Il giovane estremista del futuro potrebbe non avere un’unica ideologia
La conseguenza più importante di questa trasformazione riguarda il modo in cui definiamo il soggetto radicalizzato. Il giovane estremista di domani potrebbe non essere facilmente classificabile come “jihadista”, “neonazista” o “suprematista”, potrebbe aver attraversato tutti questi ambienti senza aderire pienamente a nessuno di essi, potrebbe aver preso dal neonazismo l’estetica della forza, dal suprematismo l’idea della superiorità, dall’accelerationismo il desiderio di distruzione e dal jihadismo l’idea della missione e del sacrificio. Il risultato non sarebbe necessariamente una nuova ideologia coerente, potrebbe essere qualcosa di più instabile e, proprio per questo, più difficile da prevedere: un’identità estremista costruita per assemblaggio. Questa è una delle ragioni per cui la radicalizzazione contemporanea deve essere studiata come processo e non soltanto come appartenenza.
Dalla propaganda al percorso
La conseguenza per la prevenzione è fondamentale. Se cerchiamo soltanto il contenuto jihadista, rischiamo di perdere una parte del percorso che conduce alla radicalizzazione, il giovane potrebbe iniziare molto prima, attraverso la ricerca di appartenenza, la fascinazione per l’odio, la crescente disumanizzazione dell’altro, il culto della violenza e la convinzione di essere diverso dalla massa. Il problema non è il singolo meme, il singolo video e non è nemmeno necessariamente il singolo simbolo. È la combinazione progressiva di comportamenti, narrazioni e appartenenze. La prevenzione deve quindi imparare a osservare la traiettoria. Quando un adolescente passa dal semplice interesse alla partecipazione attiva, quando la provocazione diventa odio, quando l’odio diventa disumanizzazione e quando la disumanizzazione comincia a rendere pensabile la violenza, il fenomeno ha già superato la semplice trasgressione. È in questo spazio intermedio che dovrebbe intervenire la prevenzione della radicalizzazione.
Una nuova sfida per l’intelligence
Questa trasformazione pone interrogativi importanti anche per l’intelligence. La domanda non può essere soltanto: “A quale organizzazione appartiene?”, occorre chiedersi anche: “Quali ecosistemi frequenta?”, Quali comunità considera autorevoli? Quali contenuti condivide? Quali figure considera modelli? Quale rappresentazione ha del “nemico”? Quanto è diventata normale per lui la violenza? Sta cercando una dottrina o sta cercando un’identità? Sono domande differenti, ma possono essere decisive. L’analisi dell’estremismo contemporaneo richiede quindi una collaborazione sempre maggiore tra sicurezza, psicologia, sociologia, educazione e analisi delle dinamiche digitali, perché la radicalizzazione non avviene soltanto nella mente dell’individuo, avviene nelle relazioni, nelle comunità e negli ambienti comunicativi che contribuiscono a definire ciò che è normale, desiderabile e legittimo.
La prevenzione deve precedere l’ideologia
La vera sfida, allora, consiste nell’intervenire prima che il giovane abbia necessariamente adottato un’ideologia terroristica compiuta. Non per criminalizzare il disagio, per sorvegliare indiscriminatamente gli adolescenti, per confondere una provocazione con una radicalizzazione, ma per riconoscere quando una serie di segnali comincia a convergere verso una trasformazione dell’identità. La radicalizzazione soft rappresenta proprio questo territorio: una fase nella quale il giovane può non essere ancora un estremista violento, ma ha iniziato a costruire le condizioni culturali e identitarie che rendono l’estremismo progressivamente accettabile. È una zona nella quale la prevenzione può ancora essere educativa, relazionale e sociale, prima di diventare esclusivamente securitaria.
Conclusione: oltre le etichette
La nuova radicalizzazione giovanile ci obbliga dunque a superare le categorie troppo rigide. Jihadismo, neonazismo, suprematismo bianco e accelerationismo non sono la stessa cosa: hanno origini, ideologie, obiettivi e nemici differenti, confonderli significherebbe impoverire e stigmatizzare l’analisi ma sarebbe altrettanto riduttivo ignorare le contaminazioni che possono verificarsi negli ambienti digitali. Il vero punto di incontro può essere rappresentato non dall’ideologia, ma dalla struttura identitaria. L’estremismo può offrire al giovane ciò che egli sta cercando: un’identità forte, un’appartenenza esclusiva, un’élite alla quale sentirsi parte, un nemico contro il quale definire se stesso e una missione capace di trasformare la propria esistenza in qualcosa che percepisce come straordinario. Il neonazismo può offrire l’immaginario della superiorità razziale e della ribellione; il suprematismo bianco quello della presunta appartenenza a una razza eletta; l’accelerationismo quello della distruzione dell’ordine esistente; il jihadismo estremista quello della missione religiosa, della lotta assoluta e, nella sua propaganda, della ricompensa ultraterrena. Sono narrazioni diverse, ma possono incontrare lo stesso bisogno psicologico: smettere di essere uno dei tanti e diventare parte di qualcosa percepito come superiore. È forse questo il punto più importante da comprendere: il giovane radicalizzato non cerca necessariamente, all’inizio, una teoria, ma può cercare una comunità. Non cerca necessariamente una guerra, ma può cercare un’identità. Non cerca necessariamente la morte, ma può cercare un significato. L’estremismo gli offre una risposta per tutte e tre le cose. Ed è proprio per questo che la prevenzione non può aspettare che compaia la violenza, deve intervenire molto prima, quando la ricerca di appartenenza, la fascinazione per l’élite, la trasgressione, la disumanizzazione e la normalizzazione della violenza iniziano a trasformarsi in una visione del mondo. Perché il problema della radicalizzazione contemporanea potrebbe non essere più soltanto capire quale ideologia ha scelto un giovane, ma comprendere perché abbia bisogno di un’ideologia capace di dirgli che lui è uno degli eletti e che qualcun altro merita di essere escluso, combattuto o distrutto ed è proprio in quella trasformazione dell’identità che la prevenzione deve imparare a intervenire.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
- Europol, European Union Terrorism Situation and Trend Report (TE-SAT), European Union Agency for Law Enforcement Cooperation.
- Europol, European Union Terrorism Situation and Trend Report 2025, Publications Office of the European Union, 2025.
- European Commission, Radicalisation Awareness Network (RAN), pubblicazioni e materiali sulla prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo violento.
- United Nations Office of Counter-Terrorism (UNOCT), materiali sulla prevenzione dell’estremismo violento e sulla radicalizzazione giovanile.
- Berger, J. M., Extremism, MIT Press, 2018.
- Horgan, J., The Psychology of Terrorism, Routledge, 2014.
- McCauley, C., Moskalenko, S., Friction: How Radicalization Happens to Them and Us, Oxford University Press, 2011.
- Neumann, P. R., Radicalized: New Jihadists and the Threat to the West, I.B. Tauris, 2016.
- Schmid, A. P. (ed.), The Routledge Handbook of Terrorism Research, Routledge, 2011.

ULTIMI 5 ARTICOLI DELLA STESSA AUTRICE
ULTIMI 5 ARTICOLI SULLA SOCIOLOGIA
Quando l’indagine smette di cercare
Giogiò, la musica interrotta che Napoli non può dimenticare
Le architetture invisibili della coerenza
Le Parole delle istituzioni non sono mai Neutre
Il Gioco d’azzardo Online e la Nuova economia della criminalità Organizzata
ULTIMI 5 ARTICOLI PUBBLICATI
Galleria Regina Margherita: la rigenerazione sospesa nel cuore di Roma
Quando l’indagine smette di cercare
Giogiò, la musica interrotta che Napoli non può dimenticare
Consulente e Ausiliario del Giudice, il TAR richiama i Palazzi: modificare le indennità
Ethica Societas è una testata giornalistica gratuita e non profit edita da una cooperativa sociale onlus
Copyright Ethica Societas, Human&Social Science Review © 2026 by Ethica Societas UPLI onlus.
ISSN 2785-602X. Licensed under CC BY-NC 4.0


