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Cristina Di Silvio Geopolitica NOTIZIE

Essere pronti

La nuova grammatica della sicurezza NATO dopo Copenaghen

Cristina Di Silvio

Abstract: La sicurezza euro-atlantica sta attraversando una trasformazione nella quale la deterrenza non può più essere misurata esclusivamente attraverso la consistenza degli apparati militari. La Conferenza del Comitato militare NATO svoltasi a Copenaghen il 18 e 19 settembre 2026 rende evidente il progressivo spostamento dell’attenzione dell’Alleanza verso la readiness: la capacità concreta di prevenire, assorbire e fronteggiare una crisi attraverso forze disponibili, infrastrutture, mobilità militare, produzione industriale, tecnologie emergenti, intelligence, resilienza civile e coordinamento interistituzionale. Il passaggio assume particolare rilievo alla luce delle decisioni assunte al Vertice dell’Aia del 2025 e del successivo Vertice di Ankara del 2026, che hanno progressivamente trasformato l’obiettivo dell’aumento della spesa per la difesa in una più ampia agenda di capacità, produzione e preparazione. In questa prospettiva, l’articolo analizza la readiness come categoria strategica e giuridico-istituzionale, evidenziando il rapporto tra l’articolo 3 e l’articolo 5 del Trattato di Washington, tra difesa militare e resilienza della società, nonché tra NATO e Unione europea. L’ipotesi proposta è che la nuova sicurezza collettiva non dipenda soltanto dalla capacità di reagire a un attacco, ma dalla possibilità di mantenere operative istituzioni, infrastrutture, filiere produttive, sistemi informativi e servizi essenziali durante una crisi prolungata. La preparedness diviene così una forma di responsabilità collettiva e di governance multilivello.

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Copenaghen e il significato della parola “pronti”

Essere pronti. È una formula apparentemente semplice, ma nella sicurezza contemporanea contiene una trasformazione profonda del concetto stesso di difesa.

La Conferenza del Comitato militare della NATO, svoltasi a Copenaghen il 18 e 19 settembre 2026, si colloca infatti in una fase nella quale l’Alleanza non è più chiamata soltanto a definire le minacce, né semplicemente a stabilire quanto gli Stati debbano investire nella difesa. Il problema successivo è molto più concreto: quanto rapidamente quelle risorse possono diventare capacità effettivamente disponibili?

I 32 Capi di Stato Maggiore della Difesa dell’Alleanza si sono riuniti per discutere il seguito delle decisioni assunte al Vertice di Ankara, con particolare riferimento al rafforzamento della deterrenza e della difesa collettiva, all’innovazione tecnologica e al sostegno all’Ucraina.[1] La circostanza è significativa anche per un’altra ragione. Copenaghen rappresenta una sorta di laboratorio della nuova sicurezza euro-atlantica. La Danimarca occupa una posizione geografica che collega il Baltico, il Nord Atlantico e l’Artico, aree nelle quali la sicurezza marittima, le infrastrutture critiche, la libertà di navigazione, le rotte energetiche, la mobilità militare e la dimensione tecnologica si sovrappongono.

Non si tratta dunque soltanto di “avere” forze armate. Si tratta di poterle muovere, alimentare, proteggere, coordinare e sostenere in condizioni di crisi. La differenza è sostanziale. Una capacità militare che esiste sulla carta ma non può essere rapidamente dispiegata, rifornita o integrata con le altre capacità alleate non equivale necessariamente a una capacità operativa.

La readiness nasce precisamente da questo problema.

Dalla deterrenza dichiarata alla deterrenza verificabile

La NATO ha costruito la propria identità strategica intorno alla deterrenza e alla difesa collettiva. L’articolo 5 del Trattato di Washington costituisce il riferimento fondamentale: un attacco armato contro uno o più membri viene considerato un attacco contro tutti.[2] Ma l’articolo 5, per poter essere credibile, presuppone qualcosa che lo precede. Presuppone l’esistenza di una capacità concreta di reagire.

Per questo l’articolo 3 del Trattato assume oggi una rilevanza crescente. Esso impegna gli Alleati a mantenere e sviluppare, individualmente e collettivamente, la capacità di resistere a un attacco armato.[3]

È proprio nella relazione tra gli articoli 3 e 5 che può essere individuata una delle chiavi interpretative della nuova fase della NATO. L’articolo 5 definisce la solidarietà collettiva di fronte all’aggressione. L’articolo 3 costruisce le condizioni materiali affinché quella solidarietà possa essere effettiva.

La deterrenza, pertanto, non è soltanto una dichiarazione politica. È un sistema. E un sistema è credibile soltanto quando le sue componenti sono funzionanti. Questa è la ragione per cui il concetto di readiness tende progressivamente a comprendere dimensioni che, in passato, venivano considerate separate: forze armate, industria, trasporti, energia, telecomunicazioni, cyber-resilienza, infrastrutture, protezione civile, continuità istituzionale e capacità decisionale.

La NATO stessa definisce oggi la resilienza come la capacità di prepararsi, resistere, reagire e recuperare rapidamente da shock e interruzioni.[4] Il paradigma si è quindi ampliato. La sicurezza non coincide più soltanto con la capacità di combattere. Coincide anche con la capacità di continuare a funzionare mentre si combatte.

Dall’Aia ad Ankara: dalla spesa alle capacità

Il processo che conduce a Copenaghen non nasce a Copenaghen. Il primo passaggio decisivo è rappresentato dal Vertice dell’Aia del giugno 2025, quando gli Alleati hanno assunto l’impegno di arrivare entro il 2035 a una spesa equivalente al 5% del PIL per la difesa e la sicurezza, articolata in almeno il 3,5% destinato alle esigenze militari fondamentali e fino all’1,5% per infrastrutture, resilienza e altri settori connessi alla sicurezza.[5]

Quel dato non deve però essere letto soltanto come un indicatore economico. La questione centrale è ciò che la spesa deve produrre. Una maggiore disponibilità finanziaria diventa strategicamente significativa soltanto se si traduce in personale addestrato, munizionamento, difesa aerea e missilistica, sistemi senza equipaggio, capacità spaziali e cyber, intelligence, logistica, mobilità e produzione industriale. È il passaggio dalla spending capacity alla capability delivery.

Il Vertice di Ankara dell’8 luglio 2026 ha rafforzato esattamente questa impostazione. Nella dichiarazione finale, gli Alleati hanno riaffermato l’impegno alla difesa collettiva e alla prospettiva a 360 gradi, evidenziando contemporaneamente l’aumento degli investimenti, il rafforzamento della base industriale, nuove capacità e una maggiore responsabilità degli Alleati europei e del Canada.[6] Secondo la NATO, dal 2025 gli Alleati europei e il Canada hanno incrementato di oltre 139 miliardi di dollari gli investimenti nelle esigenze fondamentali della difesa.[7]

Ma Ankara ha introdotto un elemento ancora più importante: il problema non è più soltanto fissare un obiettivo; è consegnare ciò che l’obiettivo promette.

È questa la logica nella quale deve essere interpretata Copenaghen.

Readiness: quando la preparazione diventa una capacità strategica

La readiness può essere tradotta come prontezza operativa, ma una definizione esclusivamente militare rischia di essere riduttiva. Una NATO realmente pronta deve poter identificare rapidamente una minaccia, assumere decisioni tempestive, trasferire forze e materiali, garantire rifornimenti, proteggere le infrastrutture, mantenere funzionanti le comunicazioni, garantire energia e trasporti, sostenere le popolazioni, assicurare la continuità delle istituzioni, ripristinare rapidamente ciò che viene danneggiato e coordinare Stati, forze armate, settore industriale e soggetti privati.

La NATO ha adottato il 15 settembre 2026 i nuovi Resilience Baseline Requirements, sottolineando espressamente la necessità di accelerare gli sforzi per rafforzare la resilienza, soprattutto rispetto al sostegno civile alle operazioni militari.[8] Il documento individua un problema particolarmente rilevante: in una società interconnessa, una vulnerabilità nazionale può produrre effetti a cascata sull’intero spazio operativo dell’Alleanza.

È un cambio di prospettiva fondamentale. Se un porto non funziona, una rete ferroviaria viene interrotta, una dorsale energetica subisce un attacco, una rete di telecomunicazioni viene compromessa o un sistema satellitare diventa indisponibile, il problema non è necessariamente “civile” o “militare”. È contemporaneamente entrambi.

La distinzione tradizionale tra fronte e retro tende così a perdere significato.

La società civile entra nello spazio della deterrenza

La dimensione più interessante della nuova readiness è probabilmente quella civile. La NATO individua tre funzioni essenziali della preparazione civile: la continuità del governo, la continuità dei servizi essenziali alla popolazione e il supporto civile alle operazioni militari.[9]

È una concezione estremamente ampia della sicurezza. Un esercito moderno dipende infatti da una rete di infrastrutture e servizi che, nella maggior parte dei casi, appartengono al mondo civile.

Trasporti, porti, aeroporti, ferrovie, energia, telecomunicazioni, cloud, data center, satelliti, ospedali, catene logistiche e industria possono diventare componenti della sicurezza strategica. Persino la disponibilità di acqua e alimenti può assumere una rilevanza di sicurezza. La guerra contemporanea ha inoltre dimostrato quanto rapidamente possano sovrapporsi attacchi convenzionali, cyberattacchi, sabotaggio, disinformazione, interferenze elettromagnetiche, pressioni economiche e operazioni di influenza.

Per questo la NATO parla sempre più di un approccio whole-of-government e whole-of-society. La sicurezza non è più soltanto una funzione del Ministero della Difesa. È una responsabilità distribuita.

L’industria della difesa come infrastruttura della sicurezza

Un’altra conseguenza della nuova impostazione riguarda l’industria. Una forza armata può disporre di sistemi tecnologicamente avanzati, ma se non esiste la capacità industriale di sostituire rapidamente ciò che viene consumato o distrutto, la superiorità iniziale può progressivamente ridursi. La produzione diventa quindi parte della deterrenza.

La NATO ha dichiarato esplicitamente che l’aumento dei bilanci non è sufficiente: è necessario che l’industria della difesa disponga della capacità produttiva necessaria a consegnare le capacità richieste dalle forze alleate.[10]

Questa trasformazione ha implicazioni economiche ma anche geopolitiche. Le filiere produttive della difesa devono essere sufficientemente robuste, diversificate e resilienti. Le dipendenze strategiche diventano vulnerabilità. Le strozzature nelle catene di approvvigionamento possono trasformarsi in problemi di sicurezza. La capacità di produrre rapidamente munizioni, sistemi di difesa aerea, droni, sensori, componentistica elettronica e sistemi di comunicazione diventa parte della capacità di deterrenza.

In questo senso, la base industriale della difesa assume una funzione quasi infrastrutturale. Non è più soltanto un settore economico che rifornisce le forze armate. È una componente della sicurezza collettiva.

Il nuovo campo di battaglia è multidominio

La readiness contemporanea deve inoltre essere multidominio. Terra, mare e aria restano fondamentali, ma non esauriscono più lo spazio strategico. Cyber, spazio, dati, intelligenza artificiale, sistemi autonomi e infrastrutture digitali sono ormai parte integrante della capacità militare.

La dichiarazione di Ankara ha indicato tra le capacità prioritarie anche sistemi senza equipaggio, tecnologie avanzate, intelligence, capacità di attacco di precisione a lunga distanza e difesa integrata contro minacce aeree e missilistiche.[11]

Questa trasformazione modifica anche il rapporto tra tempo e decisione. Un attacco cyber può produrre effetti in pochi secondi. Un sistema autonomo può acquisire e trasmettere dati in tempo reale. Una campagna di disinformazione può modificare il contesto informativo prima ancora che venga identificato l’evento che l’ha generata.

La readiness diventa quindi anche cognitive readiness. Non basta essere pronti a reagire fisicamente. Occorre essere pronti a comprendere.

Il fattore umano: decisione, responsabilità, controllo

La crescente automazione introduce tuttavia una questione che non può essere risolta soltanto con la tecnologia. Chi decide? Chi autorizza? Chi risponde dell’errore? Chi verifica l’informazione? Chi stabilisce se un’anomalia è un incidente, un attacco o una manipolazione?

Il progresso tecnologico può accelerare la risposta, ma può anche accelerare l’errore. La readiness non può quindi essere ridotta alla velocità. Una decisione rapidissima basata su informazioni errate non è necessariamente una buona decisione.

Da qui emerge una dimensione etica della preparazione. Essere pronti significa anche disporre di procedure di verifica, catene di responsabilità, meccanismi di supervisione e criteri di legittimità.

In una democrazia costituzionale, la sicurezza non elimina il diritto. Al contrario, proprio durante la crisi il diritto diventa uno degli strumenti attraverso i quali la società mantiene il controllo dell’apparato di sicurezza. La readiness deve quindi essere contemporaneamente operativa e giuridica.

NATO e Unione europea: complementarità, non sovrapposizione

La sicurezza europea richiede inevitabilmente un rapporto sempre più stretto tra NATO e Unione europea. Le due organizzazioni non svolgono la stessa funzione. La NATO rimane l’organizzazione politico-militare centrale della difesa collettiva per i suoi membri. L’Unione europea dispone invece di strumenti economici, regolatori, industriali, finanziari e di protezione civile che possono rafforzare la resilienza complessiva.

Il rapporto tra le due dimensioni diventa quindi particolarmente importante in materia di infrastrutture critiche, mobilità militare, cyber-resilienza, industria, sicurezza energetica, protezione civile e contrasto alle minacce ibride. L’11º rapporto sui progressi della cooperazione UE-NATO, pubblicato nel giugno 2026, sottolinea proprio l’intensificazione della cooperazione in materia di minacce ibride, resilienza e preparedness.[12]

La complementarità non deve però trasformarsi in duplicazione. Una delle principali sfide della governance europea della sicurezza consiste nel coordinare competenze differenti senza creare sovrapposizioni istituzionali. È una questione eminentemente giuridica e organizzativa. Ed è anche una questione di efficienza.

Copenaghen e la geografia della sicurezza europea

La scelta della Danimarca per la Conferenza del Comitato militare non è priva di significato strategico. Il Paese si trova al crocevia tra Mar Baltico, Mare del Nord, Atlantico settentrionale e Artico.

La sicurezza di queste aree è collegata alla protezione delle rotte marittime, delle infrastrutture energetiche e digitali, delle comunicazioni sottomarine e delle capacità di mobilità militare. Il quadro strategico si è inoltre ampliato verso il Nord. L’Artico non può più essere considerato una periferia distante della sicurezza euro-atlantica. La competizione strategica, il cambiamento climatico, l’apertura di nuove rotte, la presenza di infrastrutture critiche e la crescente attenzione militare rendono il Grande Nord una componente sempre più rilevante della pianificazione.

Copenaghen diventa così simbolicamente e geograficamente significativa: il luogo nel quale si incontrano diverse direttrici della nuova sicurezza europea.

La prontezza come responsabilità democratica

La parola readiness rischia di essere interpretata esclusivamente attraverso una lente militare. Sarebbe un errore.

Una società pronta non è necessariamente una società militarizzata. È una società capace di conoscere le proprie vulnerabilità e di predisporre strumenti per affrontarle.

La preparazione riguarda anche la popolazione. Riguarda la capacità delle istituzioni di comunicare durante una crisi. Riguarda la protezione delle infrastrutture. Riguarda la sicurezza delle informazioni. Riguarda la capacità degli ospedali di operare sotto pressione. Riguarda la continuità delle amministrazioni pubbliche. Riguarda la resilienza delle imprese. Riguarda persino la capacità di distinguere un’informazione attendibile da una campagna manipolativa.

In questo senso la preparedness assume una dimensione civica. Una democrazia resiliente non è una democrazia che elimina il rischio. È una democrazia che possiede strumenti istituzionali, culturali e tecnologici per attraversarlo senza perdere il controllo delle proprie decisioni.

Dalla reazione alla prevenzione

La grande trasformazione strategica della NATO può essere sintetizzata in un passaggio: dalla capacità di reagire alla capacità di essere pronti prima che la crisi inizi.

La differenza non è soltanto linguistica. La reazione appartiene al momento dell’evento. La readiness appartiene al tempo precedente. Richiede pianificazione, esercitazioni, scorte, ridondanza, produzione, interoperabilità, intelligence, procedure, infrastrutture, comunicazioni e responsabilità.

Il documento NATO sui nuovi requisiti di resilienza del settembre 2026 insiste proprio sulla necessità di pianificare prima della crisi e di esercitare regolarmente le capacità predisposte.[13] L’esercitazione diventa quindi una forma di conoscenza. Solo mettendo sotto stress un sistema è possibile comprendere quali siano realmente le sue vulnerabilità. Una procedura che funziona soltanto in condizioni ordinarie non è una vera capacità di crisi.

Il rischio della falsa sicurezza

Esiste però un rischio speculare. La retorica della preparedness può produrre una falsa sensazione di sicurezza. Investire di più non significa automaticamente essere più sicuri. Aumentare le capacità tecniche non significa automaticamente aumentare la resilienza. Acquisire tecnologie avanzate non significa automaticamente saperle integrare.

La readiness deve quindi essere misurabile. Non attraverso la quantità astratta delle risorse, ma attraverso la capacità effettiva di conseguire determinati risultati. Quanto tempo occorre per dispiegare una forza? Quanto rapidamente possono essere sostituite le scorte? Quanto è resiliente una rete energetica? Quanto può resistere un’infrastruttura digitale? Quanto rapidamente può essere ripristinata? Quanto è interoperabile un sistema? Quanto è affidabile la catena decisionale? Quanto è preparata la popolazione?

Queste sono domande di sicurezza, ma anche domande di governance.

La nuova equazione della sicurezza collettiva

Alla luce degli sviluppi che conducono dall’Aia ad Ankara e da Ankara a Copenaghen, la sicurezza collettiva può essere rappresentata attraverso una nuova equazione: deterrenza, capacità militare, resilienza, industria, tecnologia, mobilità, governance, responsabilità.

Nessuno di questi elementi è sufficiente da solo. La potenza militare senza resilienza può essere vulnerabile. La tecnologia senza controllo può produrre nuovi rischi. L’industria senza interoperabilità può risultare inefficiente. La spesa senza capacità produttiva può non generare risultati. La pianificazione senza esercitazione può rivelarsi teorica. La solidarietà politica senza capacità operative può perdere credibilità.

La nuova NATO sembra dunque muoversi verso un modello nel quale la sicurezza viene considerata come un ecosistema. È un cambiamento concettuale rilevante.

Essere pronti significa poter continuare a funzionare

Copenaghen non rappresenta semplicemente una tappa nel calendario della NATO. È una fotografia di una trasformazione più ampia.

Dopo la fase nella quale l’Alleanza ha ridefinito gli obiettivi di spesa, il passaggio successivo è quello della loro implementazione. Dopo la definizione delle capacità, viene la loro disponibilità. Dopo l’investimento, viene la produzione. Dopo la pianificazione, viene l’esercitazione. Dopo la deterrenza dichiarata, viene la deterrenza verificabile.

Il concetto di readiness sintetizza questa trasformazione. Essere pronti significa poter reagire a un attacco. Ma significa anche poter mantenere aperti i porti, funzionanti gli ospedali, disponibili le comunicazioni, operative le reti energetiche, protette le infrastrutture digitali, funzionanti le amministrazioni e disponibili le catene produttive. Significa, soprattutto, impedire che una crisi trasformi una vulnerabilità locale in una paralisi sistemica.

La sicurezza del XXI secolo non si misura quindi soltanto nella capacità di colpire o di difendere. Si misura nella capacità di resistere senza collassare. È qui che la dimensione militare incontra quella civile, quella tecnologica incontra quella giuridica e quella geopolitica incontra quella etica.

La vera deterrenza non è soltanto la capacità di vincere uno scontro. È la capacità di rendere credibile che, anche sotto pressione, la società continuerà a funzionare, le istituzioni continueranno a decidere e l’ordine democratico continuerà a esistere.

La nuova priorità, dunque, non è semplicemente spendere di più. È essere pronti. E, soprattutto, essere pronti prima.


NOTE

[1] NATO, NATO Military Committee Conference to be held in Denmark, Media Advisory, 25 agosto 2026; NATO, Military Committee Conference, Copenhagen, 18–19 settembre 2026.
[2] NATO, The North Atlantic Treaty, Washington, 4 aprile 1949, art. 5.
[3] Ivi, art. 3.
[4] NATO, Resilience, civil preparedness and Article 3, aggiornamento 18 settembre 2026.
[5] NATO, Defence investment and NATO’s 5% commitment, aggiornamento 29 giugno 2026; NATO, The Hague Summit Declaration, 25 giugno 2025.
[6] NATO, The Ankara Summit Declaration, Ankara, 8 luglio 2026.
[7] NATO, The Ankara Summit Declaration, cit.
[8] NATO, 2026 Resilience Baseline Requirements, 15 settembre 2026.
[9] NATO, Resilience, civil preparedness and Article 3, cit.
[10] NATO, Increasing defence industrial production, aggiornamento 8 luglio 2026.
[11] NATO, The Ankara Summit Declaration, cit.
[12] Council of the European Union, EU-NATO: 11th progress report highlights sustained cooperation in light of increasing security challenges, 18 giugno 2026.
[13] NATO, 2026 Resilience Baseline Requirements, cit.

BIBLIOGRAFIA

Council of the European Union. (2026). EU-NATO: 11th progress report highlights sustained cooperation in light of increasing security challenges. Brussels, 18 June 2026.

NATO. (1949). The North Atlantic Treaty. Washington, 4 April 1949.

NATO. (2021). Strengthened Resilience Commitment. Brussels, 14 June 2021.

NATO. (2025). The Hague Summit Declaration. The Hague, 25 June 2025.

NATO. (2026). 2026 Resilience Baseline Requirements. Brussels, 15 September 2026.

NATO. (2026). Defence investment and NATO’s 5% commitment. Brussels, updated 29 June 2026.

NATO. (2026). Increasing defence industrial production. Brussels, updated 8 July 2026.

NATO. (2026). The Ankara Summit Declaration. Ankara, 8 July 2026.

NATO. (2026). NATO Military Committee Conference. Copenhagen, 18–19 September 2026.

NATO. (2026). Resilience, civil preparedness and Article 3. Brussels, updated 18 September 2026.

NATO. (2026). The Secretary General’s Annual Report 2025. Brussels, 2026.


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