Migrazione, sovranità e guerra ibrida nel Mediterraneo

Abstract: L’eccezionale crisi migratoria dell’estate 2026 diventa il punto di partenza per interrogarsi sulla trasformazione dei confini europei in spazi di pressione geopolitica, sicurezza e conflitto ibrido. Tra sovranità, diritto, migrazione e disinformazione, l’articolo analizza una domanda cruciale: quando la vulnerabilità di una frontiera diventa uno strumento di potere, come può una democrazia difendersi senza smarrire i propri valori?
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La domanda che arriva dal confine
Ci sono luoghi nei quali la geografia smette di essere geografia e diventa politica. Ceuta è uno di questi. Il 12 agosto 2026 la ministra della Difesa spagnola Margarita Robles è arrivata nell’enclave nordafricana per incontrare il presidente della città autonoma Juan Jesús Vivas e visitare le unità militari presenti sul territorio. La visita avviene dopo una crisi migratoria di dimensioni eccezionali, con decine di migliaia di persone che hanno raggiunto Ceuta a partire dal 30 luglio. ¹ La fotografia istituzionale è già, di per sé, una notizia. Quando una crisi migratoria porta sulla stessa scena Esteri, Interno, amministrazione territoriale e Difesa, significa che il fenomeno non viene più percepito soltanto come questione migratoria. È diventato una questione di sicurezza. Ma proprio qui comincia il problema. Perché sicurezza non significa necessariamente guerra. E migrazione non significa necessariamente minaccia. Tra queste due proposizioni esiste uno spazio enorme, nel quale si incontrano diritto, geopolitica, criminalità organizzata, vulnerabilità sociale, propaganda, diplomazia e sovranità. È quello spazio che Ceuta ci obbliga a osservare.
Una città africana che è Europa
Ceuta è una città spagnola situata sulla costa africana, all’ingresso occidentale del Mediterraneo. La sua storia è già una dichiarazione geopolitica. La città fu conquistata dal Portogallo nel 1415, nell’ambito dell’espansione portoghese oltre lo Stretto di Gibilterra, e passò definitivamente alla Corona spagnola nel 1668, con il riconoscimento dell’indipendenza portoghese attraverso il Trattato di Lisbona. ² Cinque secoli dopo, la questione non è scomparsa. Il Marocco continua a rivendicare Ceuta e Melilla, mentre la Spagna considera la propria sovranità sulle due città parte integrante dell’ordinamento territoriale spagnolo. Questa stratificazione storica è essenziale per comprendere il presente. Ceuta non è semplicemente una città europea collocata accidentalmente in Africa. È una frontiera storica della sovranità europea. Ed è proprio per questo che la sua frontiera con il Marocco assume una natura particolare. L’Unione europea ha chiarito che l’acquis di Schengen si applica all’intero territorio spagnolo, comprese Ceuta e Melilla, e che le frontiere delle due città con il Marocco sono frontiere esterne dello spazio Schengen. ³ Questa frase, apparentemente tecnica, contiene una delle grandi contraddizioni geopolitiche dell’Europa contemporanea. Una delle frontiere dell’Europa è in Africa.
La frontiera che non è più una linea
Per secoli il confine è stato immaginato come una linea. Una linea sulla carta. Una frontiera da presidiare. Una barriera da attraversare. Nel XXI secolo questa rappresentazione non basta più. La frontiera contemporanea è contemporaneamente territorio, infrastruttura tecnologica, sistema giuridico, dispositivo di sorveglianza, spazio economico, strumento diplomatico e punto di vulnerabilità strategica. La stessa Unione europea considera la gestione delle frontiere esterne parte integrante dello spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia, nel quale la libertà di circolazione interna richiede necessariamente un sistema comune di controllo delle frontiere esterne. ⁴ Ceuta rende visibile questa architettura. Una persona che attraversa la frontiera non attraversa soltanto una barriera fisica. Attraversa una soglia giuridica. Entra nello spazio europeo. Entra in un sistema di diritti e obblighi. Entra in un territorio sottoposto alla legislazione spagnola e all’ordinamento dell’Unione. Per questo ogni crisi di Ceuta è contemporaneamente spagnola ed europea.
Il giorno in cui il confine si è riempito di persone
La crisi dell’estate 2026 ha assunto dimensioni straordinarie. Le stime diffuse dalle diverse fonti variano, ma il dato comune è quello di un movimento di massa concentrato in un arco temporale estremamente ristretto. Le ricostruzioni giornalistiche hanno parlato di oltre 70.000 persone coinvolte nell’ondata verso Ceuta. ¹ Ma il numero, da solo, non spiega il fenomeno. La vera variabile strategica è la velocità. Un confine può essere progettato per gestire migliaia di persone. Può essere rafforzato. Può essere sorvegliato. Può essere militarizzato. Ma ogni infrastruttura possiede una soglia oltre la quale la quantità diventa qualità. Quando un sistema di frontiera viene sottoposto improvvisamente a un flusso enormemente superiore alla propria capacità ordinaria, non si produce soltanto un problema logistico. Si produce una vulnerabilità. E la vulnerabilità è una delle principali materie prime della geopolitica.
Ma chi ha mosso quella massa?
È qui che occorre fermarsi. La tentazione politica è immediata: trasformare l’evento in una certezza narrativa. Il Marocco ha aperto la frontiera. Il Marocco ha utilizzato i migranti. Il Marocco ha condotto un’operazione ibrida. Queste affermazioni possono essere formulate come ipotesi. Non possono essere trasformate automaticamente in fatti. Le informazioni disponibili mostrano infatti un quadro controverso: da una parte vi sono analisti che interpretano la crisi alla luce della precedente strumentalizzazione dei flussi migratori e delle tensioni territoriali tra Rabat e Madrid; dall’altra, fonti giornalistiche hanno sottolineato l’assenza di prove sufficienti per affermare che il governo marocchino abbia deliberatamente organizzato l’evento. ⁵ Questa distinzione non è un dettaglio. È il confine tra analisi e propaganda. Ed è forse il primo principio metodologico che una società democratica dovrebbe applicare quando studia le crisi ibride: non confondere ciò che è possibile con ciò che è provato.
La migrazione può diventare uno strumento di potere?
La risposta della ricerca scientifica è: sì, ma a condizioni precise. Il fenomeno viene generalmente indicato con espressioni come instrumentalisation of migration o weaponisation of migration. La letteratura sulla guerra ibrida considera la possibilità che un attore politico utilizzi deliberatamente movimenti migratori per esercitare pressione su un altro Stato. Non significa che le persone migranti siano “armi”. Significa che la loro vulnerabilità può essere sfruttata da un attore che intende produrre un effetto politico. Il caso Bielorussia-Unione europea ha costituito uno degli esempi più studiati. La ricerca giuridica di Aurel Sari ha mostrato come, nella crisi del 2021, le dinamiche giuridiche e le asimmetrie normative potessero essere sfruttate per ottenere effetti coercitivi. ⁶ Il Centre of Excellence for Countering Hybrid Threats ha inoltre elaborato una tassonomia dell’instrumentalizzazione migratoria, definendola una strategia potenzialmente a basso costo per attori che dispongano di pochi altri strumenti di pressione. ⁷ Il concetto, dunque, è scientificamente legittimo. Ma applicarlo a Ceuta richiede una prova ulteriore. Non basta che una crisi migratoria sia enorme. Occorre dimostrare l’intenzionalità, la capacità di coordinamento e il nesso tra il comportamento dell’attore e l’effetto politico perseguito.
La guerra che non ha bisogno di carri armati
È questa la trasformazione più profonda della guerra contemporanea. Una minaccia ibrida non è necessariamente un attacco militare. Il Consiglio dell’Unione europea definisce le minacce ibride come attività coordinate e dannose, condotte con intento malevolo, che possono combinare manipolazione informativa, attacchi cibernetici, coercizione economica, manovre politiche, diplomazia coercitiva e minaccia militare. ⁸ La stessa Unione europea include oggi esplicitamente la weaponisation of migration tra le forme di attività ibride osservate contro l’Europa. ⁹ Questo cambia completamente la nostra idea di frontiera. Perché una frontiera può essere aggredita senza essere militarmente attaccata. Può essere sovraccaricata. Può essere destabilizzata. Può essere sottoposta a pressione diplomatica. Può essere trasformata in una crisi politica interna. Può essere utilizzata per alimentare polarizzazione e paura. Può diventare il punto nel quale una società democratica comincia a dubitare della propria capacità di controllare il territorio. La frontiera, in altre parole, può diventare un’arma anche senza sparare.
L’interdipendenza come vulnerabilità
Qui entra in gioco un’altra teoria fondamentale. Nel 2019 Henry Farrell e Abraham Newman hanno elaborato il concetto di weaponized interdependence, mostrando come le reti globali non producano soltanto interdipendenza e cooperazione, ma possano diventare strumenti di coercizione quando alcuni attori occupano posizioni strategicamente centrali all’interno delle reti.¹⁰ Il principio può essere esteso, con cautela, alla gestione delle migrazioni. L’Europa necessita della cooperazione dei Paesi di origine e transito. Gli Stati europei hanno bisogno della collaborazione dei Paesi mediterranei per controllare le rotte. I Paesi di transito acquisiscono quindi una capacità negoziale che non deriva necessariamente dalla superiorità militare. Deriva dalla dipendenza europea dalla loro collaborazione. È una forma diversa di potere. Non il potere di distruggere. Il potere di interrompere.
Il Marocco e la leva della frontiera
Questo è il punto nel quale Ceuta diventa particolarmente interessante. Il rapporto tra Spagna e Marocco è simultaneamente cooperativo e conflittuale. I due Paesi collaborano sulla sicurezza, sul commercio e sul controllo delle frontiere, ma sono separati da questioni territoriali e geopolitiche profonde. La storia recente ha mostrato quanto rapidamente la dimensione migratoria possa entrare dentro questa relazione. La crisi di Ceuta del maggio 2021 costituisce un precedente fondamentale e ha contribuito a consolidare nella letteratura politica e istituzionale il concetto di strumentalizzazione della migrazione. Anche documenti parlamentari europei dell’epoca hanno discusso esplicitamente l’accusa secondo cui il controllo migratorio potesse essere utilizzato come strumento di pressione da parte del Marocco.¹¹ Ma una domanda scientificamente corretta non è: “Il Marocco sta usando i migranti come arma?” La domanda corretta è: “Quali condizioni rendono possibile trasformare un flusso migratorio in una leva di pressione geopolitica?” È una domanda molto più seria. E molto più inquietante.
La persona non è l’arma
Questo punto deve essere assolutamente preservato. Perché il linguaggio della sicurezza può produrre una conseguenza pericolosa: trasformare le persone in oggetti strategici. Il migrante diventa “flusso”. Il rifugiato diventa “pressione”. La persona diventa “minaccia”. È un processo di disumanizzazione linguistica che la ricerca sulla securitizzazione delle migrazioni ha analizzato da decenni. Mariana Gkliati ha mostrato come il linguaggio delle minacce ibride e dell’instrumentalizzazione possa incidere profondamente sulla gestione giuridica delle frontiere e sui diritti delle persone migranti, soprattutto quando categorie eccezionali vengono utilizzate per giustificare pratiche di controllo straordinarie.¹² La distinzione deve quindi essere assoluta: una persona non è un’arma. Può essere vittima di un sistema nel quale altri soggetti tentano di trasformare il suo movimento in uno strumento politico. Questa differenza è eticamente decisiva.
Il diritto non può diventare la vittima collaterale
La frontiera è anche un luogo giuridico. La Spagna ha il diritto di controllare il proprio territorio. L’Unione europea ha il diritto di proteggere le proprie frontiere esterne. Ma entrambi questi poteri sono sottoposti alla legge. La Commissione europea ha ricordato che il controllo delle frontiere deve essere esercitato in modo proporzionato e nel rispetto dei diritti fondamentali.¹³ Questo principio è fondamentale perché introduce una differenza tra sicurezza dello Stato e securitizzazione dello straniero. La prima è necessaria. La seconda può diventare pericolosa. Una democrazia non dimostra la propria forza quando riesce a sospendere i propri principi durante una crisi. La dimostra quando riesce a rispettarli proprio durante la crisi.
La frontiera europea e la contraddizione di Schengen
Ceuta porta questa contraddizione all’estremo. L’Europa ha progressivamente eliminato le frontiere interne. Ma proprio questa libertà di circolazione rende indispensabile una frontiera esterna comune. L’area Schengen è dunque costruita su un paradosso: meno frontiere dentro, più importanza della frontiera fuori. La Commissione europea lo riconosce esplicitamente nel quadro della gestione integrata delle frontiere esterne.¹⁴ Ceuta è uno dei luoghi nei quali questa architettura diventa fisicamente visibile. La sua barriera non protegge soltanto una città spagnola. Protegge una soglia europea. Ed è per questo che ogni crisi locale diventa potenzialmente una crisi europea.
Dalla città alla sicurezza europea
La presenza della ministra della Difesa spagnola assume allora un significato preciso. Non significa necessariamente che la Spagna consideri l’ondata migratoria un attacco militare. Significa che la sicurezza della frontiera viene osservata all’interno di una concezione più ampia della sicurezza nazionale. È un passaggio che l’Europa dovrà imparare a gestire con grande attenzione. Perché l’estensione della categoria della sicurezza può essere utile. Ma può anche produrre una conseguenza perversa: se tutto è sicurezza, nulla è più soltanto diritto. La migrazione diventa sicurezza. La frontiera diventa sicurezza. La mobilità diventa sicurezza. La comunicazione diventa sicurezza. Il dissenso diventa sicurezza. E una società nella quale ogni fenomeno viene interpretato attraverso la lente della minaccia rischia di trasformare l’emergenza in normalità.
La questione della difesa europea
Esiste poi un livello ancora più profondo. Se Ceuta è territorio spagnolo e frontiera esterna dello spazio Schengen, che cosa accadrebbe se una crisi migratoria evolvesse in una vera aggressione contro il territorio spagnolo? La risposta non può essere cercata soltanto nella NATO. L’Unione europea dispone infatti dell’articolo 42, paragrafo 7, del Trattato sull’Unione europea, la cosiddetta clausola di assistenza reciproca, secondo la quale, in caso di aggressione armata contro uno Stato membro, gli altri Stati hanno l’obbligo di prestargli aiuto e assistenza.¹⁵ La norma non significa che ogni crisi migratoria attivi automaticamente una clausola di difesa. Al contrario. La sua formulazione presuppone una aggressione armata. Ma la sua esistenza mostra quanto sia ormai difficile separare completamente la politica migratoria dalla politica di sicurezza. L’Europa ha costruito un territorio comune. Ora deve imparare a difenderlo senza trasformare ogni vulnerabilità in un pretesto per comprimere i propri valori.
La vera guerra potrebbe essere contro la percezione
C’è un’altra dimensione che rischiamo di sottovalutare. Una crisi ibrida non deve necessariamente distruggere fisicamente un confine. Può essere sufficiente dimostrare che il confine non funziona. Se una popolazione vede decine di migliaia di persone attraversare improvvisamente una frontiera, può svilupparsi la percezione che lo Stato abbia perso il controllo. Se quella percezione viene amplificata attraverso i social network, la disinformazione e la propaganda, l’effetto politico può diventare molto superiore all’evento materiale. La vulnerabilità diventa allora psicologica. E la sicurezza di una democrazia dipende anche dalla fiducia dei cittadini nella capacità delle istituzioni di governare le crisi. Questo è uno dei motivi per cui l’Unione europea considera la manipolazione informativa parte integrante della risposta alle minacce ibride.⁸ La frontiera può dunque essere attaccata in tre modi: fisicamente, politicamente, percettivamente. E il terzo può essere il più difficile da neutralizzare.
Ceuta come laboratorio del XXI secolo
Ceuta è piccola. Ma le grandi trasformazioni storiche non hanno bisogno di grandi territori. Sarajevo fu piccola. Berlino fu una città. Danzica era un porto. Ma quei luoghi diventarono simboli perché concentravano dentro uno spazio limitato le contraddizioni del loro tempo. Ceuta potrebbe essere uno dei luoghi simbolici del XXI secolo. Perché concentra: la questione migratoria; la sovranità territoriale; il rapporto Europa-Africa; la sicurezza mediterranea; la cooperazione con i Paesi terzi; la criminalità organizzata; la guerra ibrida; la disinformazione; la protezione delle frontiere; il diritto d’asilo; la politica estera; la difesa europea. Non è una periferia. È un crocevia.
E qui comincia il problema italiano
Per l’Italia, Ceuta non è una storia spagnola. È un avvertimento mediterraneo. La Spagna guarda a Ceuta. L’Italia guarda a Lampedusa, alla Sicilia, al Canale di Sicilia. La Grecia guarda all’Egeo. La Polonia guarda alla frontiera orientale. La Finlandia guarda alla frontiera russa. Sono luoghi differenti. Ma la struttura del problema è simile: una frontiera esterna dell’Unione diventa il punto nel quale una crisi regionale incontra la vulnerabilità europea. Per questo l’Europa non può continuare a trattare le crisi migratorie esclusivamente come emergenze nazionali. Se le frontiere esterne sono europee, anche la loro resilienza deve essere europea.
La frontiera del futuro non sarà un muro
Sarebbe un errore pensare che la risposta sia semplicemente costruire muri più alti. La frontiera del futuro sarà fatta di sensori, sistemi biometrici, intelligence, sorveglianza marittima, droni, analisi dei dati, cooperazione diplomatica, controllo delle reti criminali, contrasto alla disinformazione e capacità di previsione. La ricerca sui flussi migratori mostra infatti che la mobilità può essere analizzata attraverso una pluralità di indicatori, compresi eventi geolocalizzati e dati digitali, per individuare cambiamenti nei flussi prima che diventino emergenze.¹⁶ Il confine del futuro sarà quindi meno una linea e più una rete di conoscenza. E una rete può essere resiliente soltanto se conosce ciò che sta accadendo. La vera sicurezza non consiste nell’impedire ogni movimento. Consiste nella capacità di distinguere: chi fugge, chi migra, chi traffica, chi organizza, chi manipola, chi sfrutta, chi minaccia, chi protegge. La complessità è più difficile della semplificazione. Ma la sicurezza vera è complessa.
La frontiera come prova morale
Alla fine, però, Ceuta ci pone una domanda che nessun sistema di sorveglianza può risolvere. Quanto può diventare forte una frontiera senza smettere di essere democratica? È una domanda enorme. Perché lo Stato ha il diritto di proteggere il proprio territorio. Ma l’uomo che arriva alla frontiera non perde la propria dignità. Il confine può essere controllato. La persona non può essere disumanizzata. La sicurezza può essere rafforzata. Il diritto non può essere cancellato. La sovranità può essere difesa. La responsabilità morale non può essere delegata. Questa è la linea che separa una politica di sicurezza democratica da una politica della paura.
Quando il confine comincia a muoversi
Abbiamo sempre immaginato i confini come qualcosa di immobile. Ma i confini non sono immobili. Si muovono nella percezione. Si muovono nella diplomazia. Si muovono nella tecnologia. Si muovono nella politica. Si muovono nella storia. E talvolta si muovono attraverso le persone. È questa la lezione più profonda che Ceuta consegna all’Europa. Non sappiamo ancora, con le informazioni oggi disponibili, se l’ondata del luglio 2026 sia stata semplicemente una mobilitazione migratoria eccezionale, se sia stata favorita da reti criminali, se vi siano state forme di tolleranza deliberata oppure se dietro una parte dell’evento sia esistita una strategia politica coordinata. Questa domanda deve essere investigata, non trasformata in certezza narrativa.¹⁷ Ma sappiamo qualcosa di più importante. Sappiamo che il sistema è vulnerabile. Sappiamo che una frontiera può essere sottoposta a una pressione enorme senza che venga dichiarata una guerra. Sappiamo che una crisi migratoria può diventare immediatamente una crisi diplomatica. Sappiamo che una crisi diplomatica può diventare una crisi di sicurezza. E sappiamo che la paura può diventare essa stessa uno strumento di potere. Forse è questo il vero confine del XXI secolo. Non quello tra Spagna e Marocco. Non quello tra Africa ed Europa. Non quello tra migrante e cittadino. Ma quello, molto più sottile, tra sicurezza e paura, tra sovranità e abuso, tra informazione e propaganda, tra diritto e stato d’eccezione. Ceuta è una città. Ma è anche un avvertimento. Perché quando una frontiera diventa un’arma, la prima cosa che viene messa alla prova non è la sua barriera. È la capacità di una democrazia di rimanere sè stessa.
Note
- ANSA. (2026, 12 agosto). La ministra della Difesa di Madrid a Ceuta. La notizia riferisce della visita di Margarita Robles a Ceuta nel contesto della crisi migratoria in corso. (ANSA.it)
- Per la ricostruzione storica della conquista portoghese del 1415 e del successivo passaggio alla Spagna nel 1668 si veda Gold, P. (2000), Europe or Africa? A contemporary study of the Spanish North African enclaves of Ceuta and Melilla. Liverpool University Press. La periodizzazione è importante perché Ceuta costituisce una presenza europea in Nord Africa precedente alla formazione dell’attuale sistema degli Stati nazionali.
- European Parliament. (2022, 17 maggio). Answer given by Ms Johansson on behalf of the European Commission: E-000911/2022. Il documento stabilisce espressamente che l’acquis di Schengen si applica a Ceuta e Melilla e che le frontiere con il Marocco sono frontiere esterne dello spazio Schengen. (Parlamento Europeo)
- European Parliament. (n.d.). Management of the external borders. La gestione delle frontiere esterne viene ricondotta agli articoli 3(2) TUE e 67 e 77 TFUE, nel quadro dello spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia. (Parlamento Europeo)
- Associated Press. (2026). FACT FOCUS: Migrant crossing in Spain’s Ceuta breeds unsubstantiated claims. La fonte evidenzia l’assenza di prove sufficienti per attribuire al governo marocchino l’apertura deliberata della frontiera e richiama il ruolo possibile di reti di trafficanti, disuguaglianze e dinamiche informative. (AP News)
- Sari, A. (2023). Instrumentalized migration and the Belarus crisis: Strategies of legal coercion. Hybrid CoE Paper 17. Il contributo analizza la crisi bielorussa del 2021 e mostra come le asimmetrie giuridiche possano essere sfruttate per produrre effetti coercitivi. (hybridcoe.fi)
- Fakhry, A., Rácz, A., & Parkes, R. (2022). Migration instrumentalization: A taxonomy for an efficient response. Hybrid CoE Working Paper 14. Gli autori analizzano l’instrumentalizzazione della migrazione come strategia potenzialmente a basso costo e propongono una tassonomia per distinguere diverse forme del fenomeno. (hybridcoe.fi)
- Council of the European Union. (2026). Hybrid threats. L’Unione europea definisce le minacce ibride come attività coordinate e dannose che possono combinare strumenti informativi, cibernetici, economici, politici e militari. (Consiglio Europeo)
- European External Action Service. (2026, 19 marzo). Countering Hybrid Threats. Il documento inserisce esplicitamente la weaponisation of migration tra le attività ibride osservate nello spazio europeo. (Servizio europeo per l’azione esterna)
- Farrell, H., & Newman, A. L. (2019). Weaponized interdependence: How global economic networks shape state coercion. International Security, 44(1), 42–79. https://doi.org/10.1162/isec_a_00351. Il concetto viene qui applicato per analogia strutturale alle reti di cooperazione migratoria e non come equivalenza tra reti economiche e mobilità umana. (MIT Press Direct)
- European Parliament. (2022). Parliamentary question E-000911/2022. La documentazione parlamentare europea riporta esplicitamente l’accusa, formulata nella domanda parlamentare, di strumentalizzazione dei controlli migratori da parte del Marocco. È importante sottolineare che il documento riporta un’accusa politica e non costituisce, di per sé, prova dell’accusa. (Parlamento Europeo)
- Gkliati, M. (2023). Let’s call it what it is: Hybrid threats and instrumentalisation as the evolution of securitisation in migration management. European Papers, 8(2), 561–578. https://doi.org/10.15166/2499-8249/675. L’autrice analizza criticamente l’evoluzione del concetto di strumentalizzazione della migrazione e le sue conseguenze sulla gestione delle frontiere e sui diritti fondamentali. (European Papers)
- European Commission. (2021). Answer given by Ms Johansson on behalf of the European Commission: E-003322/2021. La Commissione ricorda che il controllo delle frontiere deve essere esercitato in maniera proporzionata e nel rispetto dei diritti fondamentali. (Parlamento Europeo)
- European Parliament. (n.d.). Management of the external borders. La disciplina europea collega espressamente l’assenza di controlli alle frontiere interne alla necessità di una gestione efficace delle frontiere esterne. (Parlamento Europeo)
- European External Action Service. (2022). Article 42(7) TEU — The EU’s mutual assistance clause. L’articolo 42(7) TUE prevede l’obbligo di assistenza reciproca in caso di aggressione armata contro uno Stato membro. La disposizione non equivale a un’automatica militarizzazione di ogni crisi di frontiera. (Servizio europeo per l’azione esterna)
- Carammia, M., Iacus, S. M., & Wilkin, T. (2020). Forecasting asylum-related migration flows with machine learning and data at scale. La ricerca mostra come dati eterogenei, compresi eventi geolocalizzati e indicatori digitali, possano essere utilizzati per migliorare la previsione dei flussi migratori. (arXiv)
- Questa cautela metodologica è particolarmente importante per l’analisi della crisi di luglio 2026: le fonti disponibili riportano interpretazioni geopolitiche divergenti e non consentono, allo stato attuale, di trasformare l’ipotesi di una deliberata operazione statale marocchina in un fatto definitivamente accertato. (AP News)
Riferimenti bibliografici
Carammia, M., Iacus, S. M., & Wilkin, T. (2020). Forecasting asylum-related migration flows with machine learning and data at scale. Scientific Reports. https://doi.org/10.1038/s41598-020-71613-7
Council of the European Union. (2026). Hybrid threats. Council of the European Union.
European External Action Service. (2022). Article 42(7) TEU — The EU’s mutual assistance clause. European Union.
European External Action Service. (2026). Countering hybrid threats. European Union.
European Parliament. (2022, May 17). Answer given by Ms Johansson on behalf of the European Commission: E-000911/2022. European Parliament.
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