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GIUSTIZIA SENZA VENDETTA: IL CASO FAKIR, I FATTI DI BOLOGNA E LA RISPOSTA DELL’ISLAM TRA ETICA, SCIENZE SOCIALI E RESPONSABILITÀ COLLETTIVA, Elhem Beddouda

Dal dolore alla giustizia: un’analisi sociologica ed etica della gestione delle emozioni collettive, della protesta, della polarizzazione sociale e del concetto islamico di equilibrio tra forza, misericordia e ordine pubblico.

Elhem Beddouda

Abstract: La tragica morte di Fakir e le successive manifestazioni che hanno interessato Bologna hanno riacceso un dibattito che va ben oltre il singolo episodio. Ogni morte improvvisa e ogni presunta ingiustizia suscitano emozioni profonde, richieste di verità e mobilitazioni collettive. Tuttavia, proprio nei momenti di maggiore coinvolgimento emotivo emergono interrogativi fondamentali: quale differenza esiste tra giustizia e vendetta? Fino a che punto il dolore può giustificare comportamenti collettivi che alimentano tensioni sociali? Quale ruolo giocano la polarizzazione, il contagio emotivo e la strumentalizzazione politica nella trasformazione di una tragedia in un conflitto identitario? L’articolo affronta tali questioni attraverso una prospettiva interdisciplinare che integra scienze sociali, psicologia sociale, sociologia dei movimenti collettivi ed etica islamica. Particolare attenzione viene dedicata alla concezione islamica della giustizia, della forza morale, della saggezza (ḥikmah) e del rifiuto della fitna, intesa come caos sociale e discordia. L’obiettivo non è esprimere un giudizio sulle responsabilità del caso, che spettano esclusivamente agli organi competenti, bensì riflettere su come una comunità credente possa reagire davanti a un evento traumatico senza rinunciare ai propri principi religiosi né contribuire involontariamente ad alimentare fenomeni di islamofobia e ulteriore polarizzazione sociale.

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Elhem Beddouda, educatrice professionale laureata in Scienze dell’educazione e dei processi formativi dell’università di Parma con una tesi dal titolo “Islam e funzione educativa. Prospettiva in tema di assistenza religiosa in carcere” , attualmente sono iscritta al corso di laurea “Global Studies For Sustainable Local and International Development and Cooperation” della stessa università.


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Introduzione

La morte di Fakir ha profondamente colpito la sua famiglia, gli amici e una parte della comunità musulmana italiana. Come ogni perdita improvvisa, essa ha generato dolore, incredulità, rabbia e il desiderio di comprendere cosa sia realmente accaduto. È umano. È naturale. È persino giusto che una famiglia chieda con forza che venga fatta piena luce sui fatti e che, qualora emergano responsabilità, queste siano accertate secondo il diritto. Accanto al dolore, tuttavia, si sono sviluppate anche manifestazioni e momenti di forte tensione nelle strade di Bologna, alimentando un acceso dibattito pubblico. Al di là delle singole dinamiche, che devono essere ricostruite dalle autorità competenti, questi eventi offrono uno spunto di riflessione più ampio: come dovrebbe reagire una comunità di fronte a una presunta ingiustizia?

Questa domanda riguarda contemporaneamente il diritto, la sociologia, la psicologia sociale e la religione. Per un musulmano, infatti, la questione non può essere affrontata esclusivamente sul piano emotivo. Essa coinvolge principi fondamentali della fede, come la giustizia (‘adl), la misericordia (raḥma), la saggezza (ḥikmah) e il rifiuto della fitna, cioè della discordia e del disordine sociale.

Il dolore merita rispetto, ma non può sostituire la giustizia

Ogni comunità attraversata da una tragedia vive una fase di forte vulnerabilità emotiva. Le scienze sociali mostrano come, nei momenti di lutto collettivo, il bisogno di trovare un significato agli eventi si accompagni spesso alla ricerca di responsabilità immediate. È un meccanismo psicologico comprensibile, tuttavia, comprendere un comportamento non significa automaticamente legittimarlo.

La sofferenza di una famiglia merita il massimo rispetto, la richiesta di verità è sacrosanta, l’accertamento delle responsabilità è un diritto, ma nessuna emozione, per quanto intensa, può sostituire il percorso della giustizia. È proprio questa la differenza tra una società governata dal diritto e una governata dall’impulso.Le istituzioni esistono affinché la ricerca della verità non sia affidata alla rabbia del momento, ma all’accertamento rigoroso dei fatti. Questo principio è pienamente coerente anche con l’insegnamento islamico.

Allah dice nel Corano: “O voi che credete! Siate fermamente giusti, testimoni per Allah, anche contro voi stessi, i vostri genitori o i vostri parenti.” (Corano 4:135)

Questo versetto rappresenta uno dei più elevati manifesti della giustizia universale.

La giustizia, nell’Islam, non è subordinata all’appartenenza familiare, etnica o religiosa. Non segue il gruppo, segue la verità.

Il primo rischio: quando il dolore diventa identità collettiva

Uno dei contributi più importanti della psicologia sociale consiste nell’aver mostrato che le emozioni non rimangono sempre individuali. Esse possono diffondersi rapidamente all’interno dei gruppi attraverso quello che gli studiosi definiscono contagio emotivo. Quando una tragedia coinvolge una comunità che già percepisce forme di esclusione o discriminazione, il dolore individuale tende a trasformarsi progressivamente in emozione collettiva. Questo passaggio modifica profondamente il modo in cui vengono interpretati gli eventi.

Non si ragiona più soltanto sul singolo episodio, l’episodio diventa il simbolo di un’intera condizione collettiva. È in questa fase che aumenta il rischio di polarizzazione sociale.

Le posizioni si irrigidiscono, le sfumature scompaiono, il dialogo lascia spazio allo scontro e la ricerca della verità rischia di essere sostituita dalla contrapposizione tra gruppi. Dal punto di vista sociologico, questo fenomeno è noto come costruzione identitaria del conflitto. Ed è proprio in questo passaggio che le comunità religiose sono chiamate a dimostrare la propria maturità etica.

L’Islam non è la religione dello tsunami emotivo

Esiste un’immagine dell’Islam che oscilla tra due estremi opposti. Da una parte, alcuni lo descrivono come una religione della rassegnazione, quasi imponesse al credente di subire qualsiasi ingiustizia. Dall’altra, vi è chi lo rappresenta come una religione della reazione impulsiva e della vendetta. Entrambe le rappresentazioni sono profondamente inesatte.

L’Islam è una religione della forza, ma non della brutalità.

È una religione della giustizia, ma non della vendetta.

È una religione della misericordia, ma non della debolezza.

Soprattutto, è una religione dell’equilibrio.

Il Corano definisce infatti la comunità musulmana una “comunità di mezzo” (ummatan wasaṭan) (Corano 2:143), indicando un modello fondato sulla moderazione, sulla misura e sul rifiuto degli eccessi. Per questo motivo il musulmano non è chiamato a lasciarsi travolgere da uno tsunami emotivo. È chiamato, piuttosto, a governare le proprie emozioni affinché siano la giustizia e la saggezza a guidare le sue azioni.

Giustizia e vendetta: la forza dell’Islam tra equilibrio, autocontrollo e rifiuto della fitna

La riflessione sul caso di Fakir e sugli eventi che hanno interessato Bologna conduce inevitabilmente a una domanda fondamentale: che cosa significa, per un musulmano, chiedere giustizia?

Nel dibattito pubblico questi concetti vengono spesso confusi. Si tende a identificare la giustizia con la punizione immediata, oppure, all’opposto, si considera il perdono come sinonimo di passività. L’Islam rifiuta entrambe queste semplificazioni. La Sharīʿa, infatti, non è costruita sull’emotività, ma sulla ricerca dell’equilibrio (wasatiyyah), della proporzionalità e della tutela del bene comune (maṣlaḥah).

La giustizia non è vendetta

Dal punto di vista delle scienze sociali, la vendetta e la giustizia rispondono a logiche profondamente diverse. La vendetta nasce dal bisogno di alleviare il dolore attraverso una risposta emotiva. È orientata alla soddisfazione immediata del sentimento di rabbia e tende a essere personale. La giustizia, invece, richiede tempo, verifica dei fatti, proporzionalità e imparzialità. Non cerca di soddisfare un’emozione, ma di ristabilire un ordine morale e giuridico. L’Islam condivide questa distinzione.

Allah afferma:

“La ricompensa del male è un male equivalente; ma chi perdona e ristabilisce la riconciliazione avrà la sua ricompensa presso Allah.”
(Corano 42:40)

Questo versetto racchiude una delle più grandi lezioni dell’etica islamica. Innanzitutto riconosce che l’ingiustizia non deve essere ignorata: chi subisce un torto ha diritto alla giustizia, ma il Corano introduce immediatamente un limite: la risposta non può trasformarsi in eccesso. La superiorità morale del credente consiste nella capacità di dominare la propria rabbia e, quando possibile, scegliere il perdono senza compromettere la giustizia.

Porgere l’altra guancia? La prospettiva islamica è diversa

Nel dibattito pubblico viene spesso evocata l’espressione “porgere l’altra guancia” come simbolo della rinuncia a reagire. L’etica islamica propone un’altra immagine:

Chiedere giustizia non significa porgere l’altra guancia, ma non significa neppure spezzare la mano che ci ha dato lo schiaffo. Significa fermare quella mano.

Questa metafora esprime perfettamente il principio islamico della proporzionalità. Se qualcuno aggredisce una persona, il musulmano non è chiamato a restare immobile davanti all’ingiustizia. Ha il dovere di impedirla; proteggere sé stessi, la propria famiglia o un innocente non è incompatibile con il perdono ed è parte della giustizia. Ma una volta fermata la mano, non è consentito lasciarsi trascinare dall’odio fino a distruggere chi l’ha alzata.

La giustizia pone un limite al male.

La vendetta elimina ogni limite.

Ed è proprio questa differenza che distingue una civiltà dalla legge del più forte.

L’Islam è una religione della forza, non della debolezza

Uno dei più grandi equivoci contemporanei consiste nel credere che il perdono rappresenti una forma di debolezza. Il Profeta Muhammad ﷺ ha insegnato esattamente il contrario.

Egli disse:

“Il forte non è colui che vince nella lotta, ma colui che sa dominarsi quando è preso dalla collera.”

Questo hadith ribalta completamente l’idea comune di forza. La vera forza non è la capacità di reagire impulsivamente, è la capacità di non diventare schiavi delle proprie emozioni. L’uomo realmente forte non è quello che urla di più, non è quello che rompe, non è quello che incendia: è quello che riesce a mantenere lucidità proprio quando il suo cuore è attraversato dalla rabbia.

Dal punto di vista della psicologia sociale, questo corrisponde a ciò che viene definito regolazione emotiva. Le persone e le comunità capaci di governare le emozioni prendono decisioni più razionali, più efficaci e più giuste. L’Islam, quattordici secoli fa, aveva già posto questo principio al centro della formazione spirituale del credente.

La fitna: quando il rimedio rischia di diventare peggiore del male

Uno dei concetti più importanti della tradizione islamica è quello di fitna. Il termine possiede molte sfumature, ma indica anche la discordia, il caos sociale, il disordine e le situazioni in cui la società viene lacerata dalla violenza e dalla contrapposizione. Il Corano mette ripetutamente in guardia contro la fitna, al punto di considerarla più grave dell’uccisione, perché una società dominata dal caos finisce spesso per produrre sofferenze ancora maggiori rispetto all’ingiustizia originaria (morti, distruzione dei beni e dell’ambiente). Per questo motivo i grandi giuristi della tradizione sunnita – tra cui Imam al-Nawawī, Ibn Taymiyyah e Ibn Ḥajar al-‘Asqalānī – hanno invitato alla prudenza e l’evitamento delle rivolte perchè spesso diventano violente e rischiano di provocare un male superiore a quello che intendono eliminare. Ciò non significa accettare l’ingiustizia, significa valutare anche le conseguenze delle proprie azioni.

Uno dei grandi principi del diritto islamico afferma infatti:

“Il danno deve essere rimosso, ma non con un danno maggiore.”
(al-ḍarar yuzāl, wa lā yuzāl bi-ḍarar akbar)

Questa massima giuridica rappresenta una delle espressioni più alte della saggezza islamica.

Le manifestazioni e le rivolte: una precisazione necessaria

Alla luce di quanto accaduto a Bologna, è importante distinguere accuratamente i termini.

L’Islam non vieta al musulmano di chiedere giustizia, di denunciare un torto o di pretendere trasparenza. Tuttavia, una parte significativa della giurisprudenza sunnita classica ha espresso forti riserve nei confronti delle rivolte e delle mobilitazioni che degenerano nella violenza, nella distruzione o nella fitna, ritenendo che esse possano compromettere la sicurezza collettiva e aggravare il male invece di eliminarlo. Questo non equivale a sostenere che ogni manifestazione sia illecita. Ciò su cui vi è un ampio consenso è la condanna della violenza indiscriminata, dei disordini e delle azioni che colpiscono innocenti o distruggono il bene comune. Da questa prospettiva, il musulmano è chiamato a chiedere con fermezza che venga accertata ogni responsabilità nel caso di Fakir, ma è chiamato anche a non lasciarsi trascinare in comportamenti che possano trasformare una richiesta di giustizia in una spirale di caos, violenza o contrapposizione. La fedeltà ai principi dell’Islam si misura soprattutto nei momenti più difficili. È quando il dolore è più intenso che il credente è chiamato a dimostrare forza, equilibrio, autocontrollo e fiducia nella giustizia.

La strumentalizzazione politica del dolore, la polarizzazione sociale e la responsabilità della comunità musulmana

La morte di Fakir e le tensioni che ne sono seguite a Bologna non rappresentano soltanto un fatto di cronaca. Come spesso accade nei casi ad alto impatto emotivo, il rischio è che una tragedia personale venga rapidamente trasformata in un simbolo politico, identitario o ideologico. Le scienze sociali mostrano che il dolore collettivo costituisce uno dei terreni più fertili per la costruzione di narrazioni contrapposte. Quando un evento suscita un forte coinvolgimento emotivo, diversi attori – politici, mediatici, ideologici o persino religiosi – possono essere tentati di utilizzarlo per rafforzare la propria posizione pubblica. In questi casi, la vittima rischia di passare in secondo piano. Al centro non rimane più la ricerca della verità, ma la competizione tra interpretazioni, è ciò che in sociologia viene definito strumentalizzazione politica del dolore.

Quando il dolore diventa uno strumento

La strumentalizzazione politica non consiste necessariamente nel raccontare fatti falsi. Spesso consiste nel selezionare alcuni elementi della realtà, enfatizzarli e inserirli all’interno di una narrazione utile a confermare una determinata visione del mondo.

La vittima diventa così un simbolo.

Il dolore diventa un mezzo.

La tragedia diventa una bandiera.

È un meccanismo che attraversa ogni orientamento politico e che riguarda qualunque società.

Per questo motivo, proprio nei momenti di maggiore emotività, è necessario mantenere un atteggiamento critico e attendere che siano le indagini e il percorso giudiziario ad accertare i fatti. Dal punto di vista dell’Islam, questa prudenza non è un segno di debolezza, ma di giustizia.

Allah ammonisce:

“O voi che credete! Se un malvagio vi reca una notizia, verificatela, affinché non colpiate qualcuno per ignoranza e poi abbiate a pentirvi di ciò che avete fatto.”
(Corano 49:6)

Questo versetto stabilisce un principio fondamentale: il credente non costruisce il proprio giudizio sull’emozione o sulla voce del momento, ma sulla verifica dei fatti.

La polarizzazione sociale: quando tutti perdono

La polarizzazione sociale è uno dei fenomeni più studiati dalla sociologia contemporanea, essa si verifica quando due gruppi iniziano a percepirsi come antagonisti assoluti. Le sfumature scompaiono, ogni evento viene interpretato esclusivamente come una conferma della propria posizione, le persone smettono di cercare la verità e cominciano invece a difendere la propria identità senza “se” e senza “ma”. È proprio questo il rischio che ogni comunità dovrebbe evitare. Nel caso di Fakir, il centro della riflessione dovrebbe rimanere una domanda semplice:

Che cosa è realmente accaduto?

Non:

Quale gruppo ha ragione?

Quando il conflitto viene trasformato in uno scontro tra identità, la ricerca della giustizia rischia di essere sostituita dalla ricerca del consenso ed è proprio in questo momento che tutti perdono.

Il danno dell’islamofobia: una responsabilità anche interna

Esiste un aspetto che la comunità musulmana non può ignorare. Viviamo in un contesto europeo nel quale l’islamofobia rappresenta una realtà documentata da numerosi studi. Pregiudizi, stereotipi e generalizzazioni continuano a influenzare la percezione pubblica dell’Islam per questo motivo, ogni comportamento pubblico assume un peso ancora maggiore.

Le scienze sociali descrivono questo fenomeno attraverso il concetto di omogeneizzazione dell’outgroup. In altre parole, molte persone tendono a giudicare un intero gruppo sulla base delle azioni di pochi individui. È un errore cognitivo, ma è un errore che produce conseguenze reali. Per questo ogni musulmano dovrebbe interrogarsi non soltanto sulla legittimità delle proprie intenzioni, ma anche sugli effetti delle proprie azioni. Se una manifestazione degenera nella violenza, nella distruzione o nello scontro, una parte dell’opinione pubblica finirà inevitabilmente per attribuire quei comportamenti all’intera comunità musulmana e questo è profondamente ingiusto anche se è un rischio concreto ed è proprio per evitarlo che il musulmano è chiamato a essere ancora più responsabile. Non per paura del giudizio altrui, ma per fedeltà ai principi dell’Islam.

Essere testimoni dell’Islam significa rappresentarlo con il comportamento

Il Corano descrive la comunità musulmana come una “comunità di mezzo” (ummatan wasaṭan) affinché sia testimone davanti agli uomini (Corano 2:143).

Essere testimoni significa rappresentare l’Islam non soltanto con le parole, ma con il proprio comportamento. Ogni volta che un musulmano reagisce con equilibrio, autocontrollo e giustizia, offre una testimonianza concreta dei valori della propria fede. Ogni volta che, invece, il dolore si trasforma in odio, violenza o fitna, non danneggia soltanto sé stesso,contribuisce, anche involontariamente, a rafforzare gli stereotipi che colpiscono milioni di musulmani estranei a quei comportamenti. Questo è uno dei motivi per cui il Profeta Muhammad ﷺ attribuiva enorme importanza al carattere (akhlāq). L’etica personale diventa infatti un messaggio pubblico, una responsabilità.

La responsabilità della leadership religiosa e della comunità

Nei momenti di crisi emerge anche la responsabilità degli imam, delle associazioni islamiche e delle figure pubbliche musulmane. La leadership religiosa non consiste nell’amplificare la rabbia collettiva, consiste nel guidarla. Il compito di chi parla in nome dell’Islam è ricordare che il dolore non autorizza l’ingiustizia, che la giustizia richiede pazienza e verifica dei fatti e che nessuna causa, per quanto giusta, può essere difesa attraverso mezzi contrari ai principi islamici. Una comunità matura non si riconosce dalla forza con cui protesta, si riconosce dalla capacità di mantenere i propri principi quando sarebbe più facile abbandonarli. Ed è proprio nei momenti più difficili che emerge la differenza tra una comunità guidata dalla saggezza e una trascinata dall’emotività.

La vera forza è restare fedeli ai principi

Se il caso di Fakir ci insegna qualcosa, è che il dolore può mettere alla prova non soltanto una famiglia, ma un’intera comunità. La domanda decisiva non è soltanto come chiedere giustizia, la domanda è come chiederla senza smarrire ciò che l’Islam ci insegna.

Perché l’Islam non è la religione della passività.

Ma non è nemmeno la religione della rabbia.

È la religione dell’equilibrio, dell’autocontrollo, della giustizia, della responsabilità e della forza morale.

Una forza che non consiste nel rompere ciò che troviamo davanti a noi, ma nel non permettere al dolore di rompere ciò che abbiamo dentro di noi.

Conclusioni: fermare la mano, non spezzarla. L’equilibrio dell’Islam tra giustizia, forza e misericordia

Il caso di Fakir e le tensioni che hanno coinvolto Bologna ci ricordano quanto sia difficile mantenere lucidità quando una comunità viene colpita da un dolore profondo. È proprio in questi momenti, però, che i principi vengono messi alla prova. Le scienze sociali insegnano che le società più resilienti non sono quelle prive di conflitti, ma quelle capaci di trasformare il conflitto in un percorso di verità, giustizia e ricostruzione della fiducia. Quando invece prevalgono il contagio emotivo, la polarizzazione e la strumentalizzazione politica, il rischio è che la tragedia generi altra tragedia, alimentando nuove fratture sociali.

Per il musulmano, questa riflessione assume un significato ancora più profondo. L’Islam non è una religione costruita sulle emozioni del momento, ma su principi permanenti. Tra questi vi sono la giustizia (‘adl), la misericordia (raḥma), la sapienza (ḥikmah), la pazienza (ṣabr) e il rifiuto della fitna, cioè del caos e della discordia che minano il bene comune.

Il Corano ricorda:

“O voi che credete! Siate fermamente giusti per Allah e non lasciate che l’odio verso un popolo vi induca a essere ingiusti. Siate giusti: ciò è più vicino alla pietà.”
(Corano 5:8)

Questo versetto rappresenta uno dei principi più rivoluzionari dell’etica islamica: nemmeno l’odio, il dolore o la sofferenza autorizzano l’ingiustizia. La vera prova della fede non consiste nell’essere giusti quando tutto va bene, consiste nell’essere giusti quando il cuore è ferito.

Fermare la mano, non spezzarla

Esiste un’immagine che sintetizza efficacemente questa prospettiva, chiedere giustizia non significa porgere l’altra guancia. L’Islam non impone al credente di accettare passivamente il male. Difendere la propria vita, la propria dignità e quella degli altri è un diritto e, in molte circostanze, un dovere. Ma chiedere giustizia non significa neppure spezzare la mano che ci ha dato lo schiaffo. Significa fermarla.

Fermare la mano significa impedire che il male continui, proteggere gli innocenti, pretendere che ogni responsabilità venga accertata, affidare la risposta alla giustizia e non alla vendetta.

È questa la differenza tra la forza e la brutalità.

Tra il coraggio e l’impulsività.

Tra la fermezza e la rabbia.

Un messaggio alla comunità musulmana

Come musulmani dobbiamo avere il coraggio di rivolgere una riflessione anche a noi stessi.

Se chiediamo alla società di non giudicare l’Islam attraverso le azioni di pochi estremisti, dobbiamo essere i primi a non offrire comportamenti che possano rafforzare stereotipi e pregiudizi.

Ogni nostra azione pubblica parla anche della nostra fede.

Ogni nostra reazione contribuisce a costruire l’immagine dell’Islam nella società.

Questo non significa rinunciare ai propri diritti, significa scegliere modalità coerenti con gli insegnamenti del Corano e della Sunnah. La forza del musulmano non consiste nell’essere il più rumoroso, consiste nell’essere il più giusto.

Un messaggio alla società

Allo stesso tempo, sarebbe altrettanto ingiusto utilizzare gli episodi di tensione avvenuti a Bologna per attribuire responsabilità collettive a tutti i musulmani. La responsabilità, nel diritto come nell’Islam, è sempre personale. Così come sarebbe sbagliato trasformare una tragedia in uno strumento di strumentalizzazione politica, sarebbe altrettanto sbagliato utilizzare quei fatti per alimentare ulteriormente l’islamofobia. Una società democratica matura deve essere capace di distinguere tra le responsabilità individuali e l’identità di milioni di cittadini che condividono una fede religiosa.

Conclusione

Il caso di Fakir merita verità, merita un’indagine rigorosa, merita una giustizia libera da ogni pressione emotiva e politica, merita rispetto per il dolore della sua famiglia, ma merita anche che il suo nome non venga trasformato in un’occasione di divisione. L’Islam ci insegna che il male non si combatte diventando simili al male:

Ci insegna che il perdono non è debolezza.

Che la giustizia non è vendetta.

Che la forza non è violenza.

Che la saggezza consiste nel dominare la rabbia quando essa sembra voler dominare noi.

In un tempo in cui tutto spinge verso la reazione immediata, il musulmano è chiamato a essere l’uomo e la donna dell’equilibrio.

Perché la vera forza non è rompere, è costruire.

La vera forza non è gridare, è testimoniare.

La vera forza non è vincere contro qualcuno, è vincere contro sé stessi.

Ed è forse questa la più grande lezione che il Corano e il Profeta Muhammad ﷺ ci consegnano: una comunità forte non è quella che reagisce con maggiore rabbia, ma quella che rimane fedele alla giustizia anche quando il dolore renderebbe più facile abbandonarla.


BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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  • Muslim ibn al-Ḥajjāj, Ṣaḥīḥ Muslim, raccolta di ḥadīth del Profeta Muhammad ﷺ.
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  • Al-Shāṭibī, Al-Muwāfaqāt, sulle finalità della legge islamica (maqāṣid al-sharīʿa) e il principio del bene comune (maṣlaḥah).
  • Le Bon, Gustave, Psicologia delle folle, 1895.
  • Tajfel, Henri – Turner, John C., An Integrative Theory of Intergroup Conflict, 1979.
  • Sunstein, Cass R., Going to Extremes: How Like Minds Unite and Divide, 2009.
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  • Kruglanski, Arie W. et al., The Psychology of Radicalization and Deradicalization, 2014.


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