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DENTRO IL DOLORE, OLTRE LA DIVISA: UNA TERRIBILE STORIA DI SOLITUDINE, Francesca Zaza

Intervista a Nadia, vedova di un comandante dei carabinieri stimato, che amava la famiglia e si è suicidato lasciando un biglietto contro il suo ambiente di lavoro

Francesca Zaza

Abstract: Questa intervista dà voce a Nadia, vedova del luogotenente dei Carabinieri Camillo Franco Sabelli, comandante di stazione stimato che il 13 gennaio 2015 si è tolto la vita dopo un lungo periodo di sofferenza legato al suo ambiente di lavoro. Attraverso il suo racconto intenso e sincero, emergono il trauma della perdita, il peso dello stigma sociale e la profonda solitudine che spesso colpiscono le famiglie colpite da suicidio, soprattutto quando coinvolge membri delle forze armate. Nadia ricostruisce il gesto inatteso di un servitore dello Stato stimato da tanti civili, amato dalla sua famiglia e dagli amici, il biglietto lasciato dal marito contro l’ambiente di lavoro, il TSO che gli è stato imposto subito dopo l’evento, lo sfratto e il trasloco dall’alloggio di servizio che ha trovato al suo rientro dal ricovero forzato. La sua testimonianza diventa un appello alla comprensione, all’ascolto e alla necessità di riconoscere la dignità di chi vive situazioni estreme dietro l’uniforme ma anche la richiesta di una rete di valutazione e supporto psicologico per gli operatori di polizia e le forze armate

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Una testimonianza di dolore, il giorno che ha spezzato il tempo

Il 13 gennaio 2015 il luogotenente dei Carabinieri Camillo Franco Sabelli, stimato comandante del nucleo radiomobile operativo, nonché marito e padre profondamente amato, ha scelto di porre fine alla propria vita. La sua scomparsa ha gettato nello sconforto e nella disperazione più profonda tutti coloro che gli volevano bene.
Questa intervista con la vedova, sig. ra Nadia nasce come spazio di ascolto e confronto con chi ha vissuto un’esperienza tanto dolorosa e traumatica, capace di lasciare ferite che accompagnano per sempre. La perdita di una persona cara per suicidio è un evento devastante, che segna una frattura irreversibile tra un “prima” ormai perduto e un “dopo” difficile da affrontare.

L’obiettivo è dare voce a chi ha attraversato questo dolore, offrendo uno spunto di riflessione sul tema del suicidio, con particolare attenzione alle situazioni che coinvolgono appartenenti alle forze armate e di polizia.

Incontro la signora Nadia in una mattina d’inverno, fredda ma attraversata da una luce limpida. Nadia vive a Torino e, non potendo vederci di persona, abbiamo scelto di incontrarci attraverso uno schermo, grazie a una conversazione su Teams. Eppure, quella distanza digitale non riesce a nascondere la profondità delle emozioni che traspaiono dal suo volto: un volto ancora giovane, moderno, segnato da una bellezza discreta ma soprattutto da una tristezza profonda. Nei suoi occhi leggo stanchezza e dolore, ma anche una forza silenziosa, quella di chi ha attraversato tempeste e continua a camminare, nonostante tutto.

Il racconto della tragedia

Sig.ra Nadia, la ringrazio sinceramente per la sua disponibilità a condividere con noi questa dolorosa vicenda. Sappiamo che suo marito ha scelto di togliersi la vita nella vostra casa, mentre lei riposava sul divano e vostro figlio si trovava da un amico. Ha lasciato un biglietto di addio molto chiaro, in cui attribuiva la sua decisione al mobbing subito nell’ambiente di lavoro.

Al di là delle conseguenze giudiziarie e legali che sta affrontando per ottenere giustizia per suo marito – aspetti che esulano dall’obiettivo di questa conversazione – vorremmo chiederle di raccontarci le sue sensazioni e le sue emozioni rispetto a quanto accaduto in quella terribile giornata, affinché la sua testimonianza possa essere di aiuto e conforto a chi si trova a vivere esperienze simili


«Quando mio marito se n’è andato, il tempo si è spezzato. Per un attimo tutto si è fermato, poi la realtà ha iniziato a vorticare fuori controllo. Camillo si è sparato, ma non ricordo nemmeno il rumore dello sparo: solo un tonfo, poi un silenzio irreale, rotto dalle mie urla disperate. Dopo la tragedia, sono corsa fuori dall’alloggio di servizio per cercare aiuto anche se il mio cervello aveva registrato una scena straziante e sapevo che non c’era più nulla da fare; lo shock è stato devastante e sono stata ricoverata in un centro psichiatrico con TSO per 20 giorni subito dopo l’accaduto. Ne avrei da raccontare sul TSO e su quanto ruota attorno a quella decisone presa nei mie confronti.. io avrei solo voluto qualcuno che mi stringesse la mano, che mi dicesse che non ero sola. Invece, quel sostegno non è arrivato. E quelle ferite, ancora oggi, bruciano. Non è stato facile accettare che mentre ero in ospedale sia stato fatto un trasloco e mi sia stato tolto l’alloggio e con tutto il mio trauma!

Mi sono sentita travolta da una tempesta: ho pianto, urlato, mi sono consumata nel chiedermi mille volte “perché?”. Le notti erano infinite, popolate da pensieri ossessivi che giravano in tondo, senza mai trovare una risposta. Ancora oggi, quelle notti hanno lo stesso sapore amaro. Tutto era confuso, e dei giorni immediatamente successivi non ho quasi memoria. Ricordo solo il pensiero fisso di mio figlio, la paura di non riuscire a proteggerlo da un dolore così grande.

Dopo il funerale, che ho voluto in forma strettamente privata, il silenzio è diventato ancora più pesante. Nessuno ha più parlato di mio marito, come se la sua morte fosse qualcosa da nascondere. Mi sono sentita abbandonata, invisibile, come se il nostro dolore fosse un fastidio da evitare. Avrei voluto una parola, un gesto, anche solo una presenza. Ma tutto quello che mi sembra di aver ricevuto è stata distanza, freddezza.

In quei momenti, anche un piccolo gesto può cambiare tutto: una telefonata, una visita, qualcuno che si offre di aiutare con le cose pratiche. Nel mio caso, sono mancati. E fanno male anche le parole dette con leggerezza, come “sei forte”, “devi andare avanti”, come se il dolore fosse solo una parentesi da chiudere in fretta. Preferisco il silenzio rispettoso, la presenza discreta. Non serve molto, basta esserci davvero. E invece, mi sono ritrovata sola, arrabbiata, a fare i conti con un’assenza che nessuno voleva vedere.

Spesso, in momenti di grande dolore, sentirsi dire frasi come “sei forte”, “la vita va avanti” o “devi farcela per te e per tuo figlio” può risultare più pesante che d’aiuto. Anche quando sono pronunciate con affetto, queste parole rischiano di non cogliere la profondità del dolore che si sta vivendo, perché chi le dice difficilmente può comprendere davvero cosa significhi trovarsi in quella situazione. A volte, chi soffre vorrebbe solo rispondere: “Prova tu a stare al mio posto, altro che fatti forza!”. In fondo, ci sono traumi e dolori che restano unici e personali, impossibili da condividere pienamente.»

La pace che non arriva mai

In questo contesto, come ha cercato di trovare un po’ di pace – se così si può chiamare – e come ha gestito il bisogno di sentirsi compresa?


«La pace è una utopia in queste circostanze, non si smette mai di sentire questo dolore di fondo che accompagna ogni giorno. Anche Il senso di colpa è un compagno silenzioso perché ti chiedi sempre se avresti potuto fare qualcosa di diverso, se hai mancato di attenzione.

Il tempo in situazioni di questa natura è solo una variabile insensata: le risposte che cerco non sono ancora arrivate, sto combattendo una battaglia perché voglio dare dignità al nome di mio marito e ci tengo a sottolineare che non era un “pazzo” e non ha mai dato alcun segno di instabilità che potesse far presagire un epilogo così tragico. Io e mio figlio Manuel abbiamo vissuto questi anni sempre con il ricordo vivido di un uomo che è stato un marito ed un padre esemplare. La pace non è mai completa, ma ogni giorno cerco di avvicinarmi un po’ di più sia alla verità e sia a una maggiore accettazione di quanto accaduto ma una cosa posso dirla con grande sincerità: io e mio figlio non dobbiamo perdonare nulla a questo uomo che ci ha detto addio così drammaticamente e la nostra pace nasce dalla consapevolezza di aver avuto una persona splendida accanto per una parte della nostra vita.  

Certamente ci sono momenti in cui il dolore diventa insopportabile, in cui non riesci più a vivere la tua quotidianità perché ti assale una stanchezza mentale, una solitudine profonda così profonda che davvero pensi di non farcela.»

Raccontare la verità a un figlio

Quando si parla di suicidio emerge spesso il tema dell’abbandono: ci si chiede perché la persona abbia scelto di andarsene, lasciando chi resta a convivere con quel vuoto. Si finisce per interrogarsi sul proprio ruolo: “Hai preso una decisione per te, ma anche per me… e nonostante tutto, ti perdono”.

Come ha affrontato il racconto di quanto accaduto con suo figlio? In che modo è riuscita a spiegargli una scelta così difficile e a trasmettergli, se possibile, un senso di perdono


«Con mio figlio ho cercato di fare del mio meglio, soprattutto impegnandomi a fargli capire che nessuna colpa ricadeva su di noi: la responsabilità di quanto accaduto va cercata altrove. Ho voluto trasmettergli dignità e amore, scegliendo di non nascondere la verità, ma proteggendolo dal peso più grande. Con gli altri familiari, ognuno ha reagito a modo suo, ma ho sempre cercato di essere aperta e disponibile al dialogo.

Oggi mio figlio è diventato ingegnere, ha portato avanti i suoi studi e la sua vita nel modo migliore possibile. Sono profondamente orgogliosa della forza che ha dimostrato nel raggiungere i suoi obiettivi. Certo, non posso sapere cosa porti davvero nel cuore e nella mente, ma so che non si è perso dopo la tragedia che ci ha colpiti, e continua ad amare suo padre, come è giusto che sia.»

Stigma e isolamento

Dopo un evento come quello del suicidio, ha percepito uno stigma sociale e/o un isolamento che ha reso tutto più complicato?


«Mio marito era una persona profondamente stimata, e con il suo lavoro e la sua dedizione ha salvato molte vite. Lo stigma che spesso accompagna il suicidio è una ferita che si aggiunge al dolore: ci si può sentire giudicati, isolati, come se la propria famiglia fosse “diversa”. Per me, però, è stato fondamentale l’affetto dei tanti civili che hanno conosciuto mio marito e che mi hanno rivolto parole di amore e stima. Trovare persone che non giudicassero, che avessero semplicemente una parola gentile per Camillo, è stato prezioso.

Credo che parlare apertamente di ciò che è successo, soprattutto quando chi compie un gesto così estremo per chi indossa una divisa, sia importante per rompere il silenzio, la vergogna e, in certi casi, l’omertà che può nascondersi in alcuni ambienti. Solo così si può davvero iniziare a guarire e a restituire dignità a chi non c’è più.»

Un messaggio a chi indossa una divisa

Abbiamo parlato del suicidio tra chi indossa una divisa, un tema delicato e spesso circondato da silenzi e incomprensioni. Cosa sente di voler condividere con chi ci legge, quali pensieri o riflessioni vorrebbe portare all’attenzione di chi magari non conosce da vicino questa realtà?

«Chi lavora nelle forze armate porta sulle spalle un peso enorme, spesso invisibile agli occhi degli altri. La pressione, la responsabilità, la solitudine possono diventare, a volte, insostenibili. Per questo serve più attenzione, più ascolto, più umanità. A chi vive questa realtà, mi sento di dire: non abbiate paura di chiedere aiuto. Cercate gruppi di sostegno, associazioni o persone che hanno attraversato esperienze simili perché chi ha sofferto davvero può capire, può offrire una parola, una presenza che fa la differenza.

Ricordate sempre che, oltre alla divisa, indossate anche gli abiti di figli, mariti, mogli, padri, madri, fratelli e sorelle. Non siete solo una matricola: siete persone amate, che portano con sé sogni, fragilità, speranze. Per quanto possiate amare il vostro lavoro e sentire il peso della responsabilità verso la società, non dimenticate mai che siete, prima di tutto, uomini e donne preziosi per chi vi sta accanto.

Ripeto e non smetterò mai di farlo: se c’è qualcosa che non va, se sentite che qualcosa vi fa male nell’animo, non permettete che quel dolore vi porti via. Un vero ascolto, un sostegno psicologico tempestivo, la possibilità di parlare senza paura di essere giudicati: anche solo sapere che qualcuno c’è, che non siete soli, può cambiare tutto perché non siete soli. Chiedete aiuto, parlate, non abbiate paura di mostrare la vostra fragilità. E alle famiglie dico: state vicino, ascoltate, non giudicate. Il vostro sostegno può essere la salvezza di chi amate.»

Un appello alle istituzioni

Secondo lei, cosa dovrebbero fare concretamente le istituzioni per essere davvero vicine e di aiuto a chi si trova ad affrontare un dolore così profondo e sconvolgente come quello legato al suicidio? Quali gesti, interventi o cambiamenti potrebbero fare la differenza nella vita quotidiana di chi resta

«Abbiamo bisogno di una rete di sostegno reale, accessibile, senza burocrazia. Servono formazione, sensibilizzazione, la possibilità concreta di chiedere aiuto senza temere di perdere dignità o lavoro.

Immagino un sistema che metta al centro la persona, che offra ascolto, consulenza psicologica, momenti di confronto e che coinvolga anche le famiglie, perché il dolore non riguarda solo chi indossa la divisa, ma tutti coloro che gli sono vicini.

Parlare di suicidio, di dolore, di salute mentale è fondamentale per rompere il tabù. Serve una comunicazione rispettosa, che dia voce a chi ha vissuto queste esperienze, che aiuti a sentirsi meno soli e meno sbagliati e vorrei che le istituzioni fossero più presenti, più trasparenti, più vere e che offrissero un supporto concreto e reale, non abbandonando le famiglie e gli orfani soli.

Nella mia esperienza mi sono spesso sentita una vedova di serie B e questo non è accettabile: vorrei solamente che si riconoscesse il valore umano di chi lavora per le forze armate, perché dietro ogni uniforme c’è una persona, con la sua storia, i suoi affetti, la sua vita. Vorrei che si ricordasse la dignità di chi ha sofferto, che si credesse nella forza della solidarietà e nella verita. Che nessuno si senta mai solo, che il dolore possa diventare speranza per chi verrà dopo.»


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