ETHICA SOCIETAS-Rivista di scienze umane e sociali
Lucrezia Fioretti Psicologia Sociologia e Scienze Sociali

STANCHEZZA E MALATTIE MENTALI, QUANDO LO “YES, I CAN” NON BASTA PIÚ, Lorenza Fioretti

Stanchezza e malattie mentali, quando lo “Yes, I Can” non basta più

di Lucrezia Fioretti

Abstract: Il Covid e la pandemia hanno cambiato la nostra percezione del mondo. Cambiamenti che, come tali, avvengono in positivo e negativo. Per una volta, tuttavia, il percepire ed empatizzare con le difficoltà altrui sono stati un vantaggio, che ritroviamo ad oggi anche nella visione delle malattie mentali. Uno studio di Byung-Chul Han, filosofo sudcoreano, esplicita ancora meglio in che maniera la società attuale, pervasa dalla positività, ci porta ad una stanchezza ed insoddisfazione continua che, purtroppo alle volte, stende la strada allo scoppio di malattie mentali.

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Il post-covid e la consapevolezza sulle malattie mentali

Forse mai prima quanto in questo periodo si è diffusa una forte consapevolezza sul concetto di malessere, non tanto fisico, quanto più mentale. Dopo la pandemia, la difficoltà di cambiare stile di vita in poco tempo e di doversi abituare ad uno completamente differente poco dopo, ha portato a smuovere l’opinione pubblica sulla salute mentale e i problemi ad essa annessi. Basti pensare al bonus, adottato e diffuso dallo Stato, e che si è potuto richiedere fino a qualche giorno fa, per incentivare la popolazione – in particolare giovanile – a chiedere aiuto e confrontarsi con persone esperte, quali psicologi.
All’interno di questo mondo nascosto, che è inesplorato e così difficile da dover raccontare a volte, la mente elabora e subisce gli effetti di quello che viviamo normalmente. Molte sono state le critiche avanzate alle modalità di lavoro, studio e sforzo continuo che tutti noi facciamo giornalmente per cercare di soddisfare noi stessi, ma anche ciò che la società sembra richiedere. Soprattutto in campagna elettorale, abbiamo sentito molto spesso parlare di riduzione dell’orario di lavoro per aiutare sia il rendimento, ma anche creare un ambiente lavorativo migliore per il lavoratore. E per capire quali sono le difficoltà che molto spesso contesti come il lavoro, o molto più in generale la società attuale, possono procurare, si sono mossi numerosi studi, tra cui il lavoro del filosofo coreano Byung-Chul Han.

Lo studio di Byung-Chul Han

Byung-Chul Han è un filosofo e docente sudcoreano che vive in Germania. Si occupa di teoria della cultura, materia che insegna all’Universität der Künste di Berlino. I suoi interessi vanno dall’etica alla filosofia sociale, dalla fenomenologia all’antropologia, dall’estetica alle comunicazioni di massa, in particolare il suo impegno è importante nel campo dei cultural studies in chiave interculturale. Ha scritto in tedesco diversi libri, portando al centro del discorsi concetti come Müdigkeitsgesellschaft (società della stanchezza) e Transparenzgesellschaft (società della trasparenza). Nel libro “La società della stanchezza”, del 2012, i temi che tratta sono le malattie psichiatriche: dal disturbo depressivo, all’ADHD, in correlazione al disturbo borderline di personalità e sindrome da burnout che, ci spiega essere, niente altro che il passaggio patologico all’epoca attuale, causati da eccesso di positività piuttosto che da negatività. Il lavoro di Byung-Chul Han rivisita alcuni pensieri novecenteschi in relazione al disagio dell’individuo tardo moderno della società attuale, la quale ci viene descritta come la culla della prestazione, della competizione, di un continuo appiattimento delle contraddizioni che vengono a mancare, insieme alla negatività che a queste ne sussegue. Le sue analisi spiegano che la conclusione a tutto ciò è nient’altro che lo sviluppo di un’ossessione dell’iperattività, con la conseguente tendenza, sempre più forte, al multitasking, fino alla nascita di disturbi di natura depressiva e nevrotica. Queste espressioni di malessere, o per meglio entrare nell’ottica di Han, di stanchezza, vengono interpretati dall’autore come l’inevitabile conseguenza dell’individuo contemporaneo a sostenere i ritmi iperproduttivi post capitalistici in un contesto, quello attuale, in cui non esiste più il concetto di Esterno. Infatti, l’Esterno, o anche l’Altro, viene a mancare. Si elimina il conflitto con questo, che viene inevitabilmente introiettato nel soggetto stesso, nell’Io. Se una volta ci si trovava di fronte ad una società che era abituata a combattere l’alter, fosse questo un batterio o una visione politica differente, e a seguito di ciò lo stessa sistema immunologico di fronte a questo si modellava e cambiava, ad oggi non avviene più. Infatti, le attuali malattie neuronali come la depressione, la sindrome da deficit dell’attenzione e iperattività (ADHD), il disturbo borderline di personalità (BPD) o la sindrome di burnout, portano ad una visione del mondo non pieno di infezioni, ma ad un eccesso di positività, alla quale però l’Io non sa rispondere, perchè non trova gli strumenti per farlo, o semplicemente non sa come riuscire a trovarli.
La necessità di costruire il proprio sistema immunologico nei confronti del mondo che ci circonda può essere bene collegata al periodo della Guerra Fredda, quando la distinzione tra Interno ed Esterno, tra l’amico e il nemico, era ben distinguibile e la stessa società portava alla divisione netta tra i due concetti. La stessa guerra presuppone di base uno schema immunologico che si fonda su concetti di attacco e difesa. Tutto ciò che è estraneo a ciò che viene socialmente accettato in quell’ottica allora è anche potenzialmente attaccabile e l’obiettivo principale è proprio quello di eliminare l’alterità. Oggi, invece, la scomparsa di tutto ciò porta alla sostituzione di alter con “differente”, una differenza che però non provoca nell’individuo la necessità di reazione immunitaria.
Tutto ciò avviene sempre perché, bombardati costantemente dalla positività e la necessità di produrre e soddisfare determinati tempi, non si ha il tempo e la volontà di realizzare chi è il nemico. Anzi, quando questa consapevolezza avviene, ci si accorge che il nemico non è l’Alter, ma l’Io. Viviamo infatti, secondo Han, in una fase storica molto particolare, dove è la stessa libertà che ci viene riconosciuta a suscitare costrizioni.

“Yes, I can”

Per spiegare al meglio questo concetto, viene rapportato a quello di società disciplinare di Foucault. Per Foucault i cittadini rispondono alla negatività del divieto, nel senso che sono mossi e spinti ad andare avanti dal “non potere” fare qualcosa perché così gli è stato imposto. Di base si presuppone un “dovere” implicitamente obbligatorio e quindi di per sé negativo, che si presenta come un nemico alla persona. Nella società di Han, che è quella della prestazione, dove i cittadini quindi sono necessariamente produttori e beneficiari di prestazione, la spinta ad andare avanti e quindi partecipare a questa catena è non l’obbligo, quanto più il “poter fare”, lo “yes, I can”. Si presuppone perciò la possibilità che qualsiasi cittadino, a prescindere dai mezzi, le mete che si è predisposto, la possibilità economica, i contesti nei quali è cresciuto, possa raggiungere qualsiasi obiettivo. Perciò, a rigor di logica, se nella società disciplinare le persone molto spesso diventano pazzi, criminali, fuori legge o ribelli, nella società della prestazione le stesse persone saranno molto probabilmente depresse e frustrate. Perciò, ad oggi, per il filosofo, lo sfruttamento non avviene più come l’alienazione industriale e lo sfruttamento importato sullo smontamento della autorealizzazione, ma percepito come libertà e piena realizzazione del proprio io. Non c’è più l’alter, colui che costringe a lavorare, che sfrutta e che trae beneficio dalla mia inferiorità, ma sono io che volontariamente scelgo di sottopormi a qualcosa, perché stadio necessario per la mia realizzazione e il raggiungimento della positività.
È chiaro che, nel momento in cui c’è la piena realizzazione della mia non libertà, la malattia entra in gioco. La malattia diviene l’espressione di una profonda crisi della mia pseudolibertà, diventa segnale del fatto che la libertà è ormai trasformata in costrizione. Ad oggi, perciò, ci viene detto che per essere felici è necessario lavorare, produrre, partecipare alla crescita della società, in qualche modo trasformando queste ore in qualcosa di gioioso, così da poterne trarre vantaggio ed essere finalmente liberi.

Appare ovvio che le sue dichiarazioni e l’intero libro non possono essere applicati in maniera universale a qualsiasi contesto, ma studi come questi aiutano ad aumentare la consapevolezza relativamente a malattie mentali rilegate alla pressione che, ad esempio, il proprio lavoro potrebbe portare, ad aiutare chi è affetto da queste malattie, ma anche permettere ai malati di percepire l’ambiente che li circonda in una prospettiva differente. Gli aiuti che arrivano dallo Stato, seppur primitivi e ancora minimi, e la maggiore consapevolezza che soprattutto tra i giovani, e grazie ai social network, si sta estendendo su temi importanti come il bullismo, il suicidio, il mobbing, fanno sì che il taboo sulle malattie mentali possa, a mano a mano, sparire. Filosofie come queste aiutano ad un cambio di prospettiva sulla percezione delle malattie mentali e possono fornire spunti per aiutare, o ancor meglio, prevenire in alcuni contesti che queste si sviluppino.

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