ETHICA SOCIETAS-Rivista di scienze umane e sociali
Massimiliano Mancini NOTIZIE Sociologia e Scienze Sociali

LA PERICOLOSA DERIVA POPULISTICA DEI TRIBUNALI DEI SOCIAL, Massimiliano Mancini

Il complottismo dell’ignoranza che alimenta la disinformazione e le fake news

Massimiliano Mancini

Abstract: Criticare le sentenze è un atto di libertà ma non un diritto, ancor di più quando ci si sente solidali in fatti giuridici contestati per sentito dire, sostenendo anche involontariamente un complottismo anarchico che delegittima le istituzioni. La disinformazione è ancor più grave quando è alimentata dalle forze di polizia che, assecondando il populismo della becera politica che gli da lusinghe invece che tutele, accusano i giudici di aver applicato le leggi che gli stessi politici hanno depenalizzato.

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La civiltà dei diritti e l’inciviltà dell’ignoranza

Il diritto di critica o la libertà di opinione è sempre lecito?

L’Italia, che è uno Stato democratico, non persegue le opinioni anche quando sono talmente astruse da rasentare il comico, purché esse non costituiscano una diffamazione nei confronti di persone (art. 595 c.p.) o un oltraggio nei confronti di un corpo politico, amministrativo o giudiziario (art. 342 c.p.).

La libertà di critica non significa che essa sia un diritto!

La critica non può trovare il suo fondamento sui like dei social o sulla condivisione accorata di tanti che, troppo spesso, ignorando i fatti o essendo del tutto ignoranti sulla materia, alzano i toni con violenza per tentare di sostenere l’insostenibile. D’altronde in Italia sono tutti un po’ psicologi, un po’ avvocati, un po’ virologi e, ovviamente, allenatori di calcio.

I diritti però sono altra cosa, soprattutto sono una cosa seria, e quando si parla dei poteri dello Stato democratico, che è il contrario dell’anarchia, essi si esercitano solo nei modi e dentro i confini della legge e ciò non è un’opinione, ma la prima disposizione della legge fondamentale della Repubblica italiana «... La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.» (Cost. art. 1).

Quindi se le sentenze appaiono ingiuste ci sono ben tre gradi di giudizio per contestarle, ma i diritti si esercitano durante e nel processo e non alla fine e fuori di esso. Se le leggi che applicano i giudici ci appaiono ingiuste possiamo cambiarle, votando responsabilmente e non fuggendo irresponsabilmente dalle elezioni.

I processi sui social e le condanne in nome del popolino, un esempio

Nel 2018 sui social circola un video dove a Castelvetrano, la città di Matteo Messina Denaro, un uomo inveisce e sputa (non si comprende se realmente o fuguratamente) contro due agenti di polizia locale che lo hanno multato.

In realtà è molto difficile capire cosa dica l’uomo e anche cosa risponda la poliziotta locale, parlando entrambi con un dialetto oggettivamente incomprensibile, ma ciò che è certo è che il video non mostra altre persone presenti alla scena!

Il reato di oltraggio a pubblico ufficiale (art. 341-bis c.p.) è una fattispecie aggravata del reato di diffamazione e punisce:

Chiunque, in luogo pubblico o aperto al pubblico e in presenza di
più persone, offende l'onore ed il prestigio di un pubblico ufficiale mentre compie un atto d'ufficio ed a causa o nell'esercizio delle sue funzioni...

Quindi se non ci sono più persone oltre le due destinatarie dei presunti insulti (che per comprenderli serve un interprete), NON C’È OLTRAGGIO, al massimo si configura un’ingiuria (art. 594 c.p.) che però il legislatore, e non i giudici, hanno depenalizzato.

Ciò che è strano è che questi elementi di base dovrebbero conoscerli i “vigili” che hanno rimesso l’informativa di reato in procura, ovvero avrebbero dovuto acquisire il mezzo di prova (art. 253 c.p.p.), ossia la ripresa fatta da qualcuno che evidentemente era accanto a loro e, se non era un loro collega, avrebbero perlomeno dovuto identificarlo.

Ciò che è ancora più strano è che ci sia stato un rappresentante della pubblica accusa che abbia chiesto la condanna di questo soggetto e, peggio ancora, che ci sia stato un giudice di pace che lo abbia addirittura condannato a 6 mesi di reclusione nonostante non vi sia l’elemento fondamentale del reato, ossia la presenza dimostrata di “più persone” che abbiano assistito agli insulti oltre i destinatari, come dimostra lo stesso video che, peraltro, è stato acquisito come mezzo di prova nonostante non si sappia nemmeno chi lo abbia realizzato e che lo possa confermare in dibattimento.

Solo oggi, a distanza di 5 anni, la Corte di appello di Palermo ha evidentemente annullato la sentenza di primo grado perché il fatto non susssiste!

Quando l’ignoranza urla la politica trama

Sarebbe stato giusto e doveroso tacere su questi fatti, che dimostrano una scarsa conoscenza persino del codice penale oltre che del codice di procedura penale, sia da parte della polizia giudiziaria e sia da parte del giudice di pace, magistrato non togato, del primo grado.

Invece sui social sono partiti subito i processi sommari dei tribunali del popolino contro i giudici della Corte d’Appello, colpevoli di aver solo applicato la legge, e soprattutto degli operatori di polizia, con tanti che hanno addirittura sostenuto di “aver letto una sentenza scandalosa“, che peraltro non può essere stata letta da nessuno perché le motivazioni saranno depositate entro i prossimi 90 giorni.

In un paese normale gli operai del diritto, come dovrebbe essere chi indossa una divisa, si sarebbero indignati per la depenalizzazione del reato di abuso d’ufficio, per il bavaglio che la riforma Nordio vuole mettere alla stampa vietando la pubblicazione delle intercettazioni.

In Italia invece si applaudono i politicanti che, in sedute parlamentari pressoché deserte, con i pochi parlamentari distratti, con  fanno stucchevoli ringraziamenti a operatori di polizia propri concittadini -e che quindi la possono votare- che hanno fatto semplicemente il lavoro per cui sono pagati, come l’arresto di un ubriaco, gli stessi che poi non votano per un contratto separato per la polizia locale, gli stessi che non concedono alcuna tutela alla polizia locale discriminata in tutto rispetto le altre forze di polizia, gli stessi che depenalizzano i reati!

Se si cede alla demagogia e ci si fa sedurre dalle lusinghe, non si potrà mai cambiare nulla anzi si celebrano i parlamentari che, potendo cambiare le leggi lo fanno secondo i propri interessi, e si denigrano i giudici che, non potendo cambiare le leggi, si limitano ad applicarle.


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