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Lucrezia Fioretti Sociologia e Scienze Sociali

UNORTHODOX, UNO STUDIO SOCIOLINGUISTICO SUL TENTATIVO INGLESE DI FUGA DALLO YIDDISH, Lucrezia Fioretti

Unorthodox, uno studio sociolinguistico sul tentativo inglese di fuga dallo yiddish

di Lucrezia Fioretti

Abstract: in una New York cassidica Ester Shapiro tenta di capire cosa fare della sua vita e come fuggire da un mondo che non la rappresenta, prima ancora di intraprenderne il viaggio, si fa strada con la musica e con la lingua inglese. Solo gli studi del sociolinguista Fishman possono spiegarne la profondità.

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Netflix e lo studio sociolinguistico di una comunità

La comunità yiddish è stata una delle comunità più importanti e studiate da parte del sociologo Joshua Aaron Fishman. Egli ha passato gran parte della sua vita dando contributi agli studi della sociolinguistica sulle comunità yiddish, la lingua yiddish in sé e creando prospettive future su come questa sarebbe arrivata ai giorni d’oggi e quindi sul suo processo di mantenimento, così come conosciuto in sociolinguistica. L’obiettivo di questo articolo è analizzare il pensiero di Fishman, così da poter capire questa comunità reduce della storia, della religione, delle influenze straniere, e come questa è stata rappresentata in una serie prodotta Netflix del 2020: “Unorthodox”.

Fishman

Joshua A. Fishman nasce nel 18 luglio del 1926 e cresce nella città di Filadelfia, muore il primo marzo del 2015. È stato un linguista americano che si è specializzato in sociologia delle lingue, pianificazione linguistica, educazione bilingue, lingue e etnicità. È considerato una delle figure più influenti nella sociolinguistica americana e mondiale della seconda metà del XX e del XXI secolo ed è il fondatore della sociologia del linguaggio come un campo di ricerca separato. Nel saggio “Yiddish: Turning to Life” del 1991, l’obiettivo è quello di analizzare la comunità yiddish in tutte le sue peculiarità, ripercorrendo il suo sviluppo storico e proponendo visioni future sul mantenimento di questa. Fishman spiega come la lingua nasce come lingua fusione. Per quest’ultimo, infatti, lo Yiddish è una lingua “multicomponente”.

Cosa ha portato alla nascita, perciò, della lingua multicomponente e alla definizione di questa come tale? Fondamentalmente tre ragioni: gli ebrei, nonostante le difficoltà e circostanze che potevano intercorrere, avevano uno stretto rapporto sia sociale che psicologico con le società vicine e questo ovviamente porta a sottostare alle influenze dell’ambiente. Nel momento in cui gli ebrei si stanziarono nella regione del Reno, appresero e portarono con loro tutte quelle caratteristiche tipiche del parlato pre-germanico, che siano queste fonetiche, lessicali o sintattiche. Solo alla fine, hanno apportato nuovi contributi alla loro comunità da un punto di vista religioso e culturale che non era poi così codificabili e individuabili nelle altre comunità. In più, alcune equivalenze tedesche avevano notevoli connotazioni cristologiche, che ovviamente erano considerate inaccettabili dai parlanti ebrei.

La combinazione di questi fattori è stata in gran parte della storia la base del comportamento della comunità ebraica che l’ha portata ad approcciarsi con la realtà socioculturale circostante. La lingua, lo yiddish stesso, è stata un importante veicolo per lo sviluppo della loro cultura. Infatti, questa all’inizio era considerato come una lingua vernacolare che nel tempo però, consapevole dei suoi limiti, finisce per diventare un veicolo dell’intrattenimento e della letteratura. La lingua, in principio, era vista dalla comunità come il giusto mezzo per le pubblicazioni o qualsiasi altra opera che di base potesse essere informativa e comunicativa, diventando poi veicolo per l’educazione religiosa popolare e il processo di indottrinamento. Questo perché secondo la comunità non era tanto necessario conoscere ed avere la piena consapevolezza della propria lingua, quanto piuttosto veicolarla verso degli scopi, come quelli religiosi.

Lo Yiddish

Lo yiddish per molti era visto come una lingua che forniva il collegamento con “la vecchia terra”, con la famiglia, gli amici, in generale tutta la comunità nel territorio americano. L’inglese, perciò, era presente nella comunità, ma solo in un leggero e povero accento, era sentito come una lingua corrotta, incolta e maleducata. Quindi, nonostante il tentativo di entrare a contatto con gli Stati Uniti, la sua lingua e quindi cultura era vista troppo distante da quella ebrea e da qui nasce ancor più il sentimento di ancorarsi al passato, alla tradizione e ai propri usi, attraverso un veicolo linguistico.

Nascono così due sottogruppi della comunità: una parte che vede l’ultra-ortodossia come una semplice maniera per guadagnarsi l’accesso verso gli studi tradizionali ebrei, la seconda parte che invece la vede come il mezzo di separazione che li distingue dai non-ebrei e dai non-religiosi aspetti che caratterizza la vita americana. Nonostante la prima sia ancora oggi la più diffusa negli USA, la seconda è quella individuabile nella serie TV “Unorthodox”. La comunità, infatti, oggetto di studio della docuserie è quella cassidica, la seconda delle opzioni da Fishman individuate. Nel mondo cassidico lo yiddish non è visto come una semplice chiave verso l’insegnamento, ma come il mezzo che permette alla comunità di differenziarsi da tutte le altre e, calato in questo contesto, dalle tentazioni del mondo americano. La principale comunità cassidica è formata da più o meno 12 mila persone risiedenti nel quartiere di Williamsburg nella periferia di Brooklyn, le altre più importanti si trovano in New Jersey. La stessa comunità protagonista della miniserie “Unorthodox”, creato da Anna Winger e Alexa Karolinski.

Unorthodox – La serie

La serie si ispira al libro autobiografico di Debora Feldman, scrittrice americano-tedesca che vive a Berlino. La sua storia scritta nel libro “Unorthodox: The Scandalous Rejection of My Hasidic Roots” è diventata una serie televisiva otto anni dopo la sua pubblicazione. È interessante già notare la scelta linguistica del titolo del libro: il rifiuto scandaloso delle mie radici cassidiche. Già dal titolo si capisce che c’è stato un rifiuto e che però questo le ha permesso di essere libera. Tuttavia, restano di impatto due concetti: scandaloso e radici. Credo che la scelta di queste parole sia stata molto accurata e attenta a far passare un messaggio a tutti i lettori: qualunque scelta avesse fatto Debora Feldman, nonostante donna libera e indipendente, si sarebbe portata dietro le proprie radici e l’enorme scandalo che le sue azioni avevano procurato agli occhi delle persone della sua comunità. E questo mondo tanto complesso e frastagliato è espresso in maniera sublime nella serie Tv dalla protagonista: l’attrice Shira Haas nei panni di Esther Shapiro.

Ester Shapiro è una ragazza diciannovenne che vive, con la nonna e con la zia, nella comunità ebrea ultraortodossa cassidica di Williamsburg. Attraverso numerosi flashback la serie tv ci mostra la sua vita nell’ultimo anno, senza farci vedere praticamente nulla riguardo la sua infanzia. Ed è proprio durante questi ricordi piuttosto recenti che ci viene mostrato anche il suo matrimonio combinato con Yanky, un ragazzo anch’egli appartenente alla stessa comunità di Ester e figlio di ricchi gioiellieri della città. Tuttavia, la storia del loro matrimonio inizia ad essere difficoltosa e le prime problematiche, che appaiono all’inizio anche piuttosto superflue e superficiali, sono con la madre del ragazzo. Quest’ultima, infatti, vedeva in Ester un pericolo per la famiglia e la salute di suo figlio, questo perché nonostante i numerosi tentativi, la protagonista non riusciva a rimanere incinta.

Ester cercava però di coltivare una passione, che teneva nascosta a tutti tranne che a suo padre, quella per la musica. Nascosti in tutta la casa ha numerosi spartiti e una volta a settimana in totale segretezza si reca presso la casa di una ragazza del quartiere, non ortodossa, che le dà lezioni di piano. È proprio questa insegnante, che esterna alla comunità, ma vedendo la sofferenza che procurava questa in persone come Ester, decide di aiutarla. Procurandole un passaporto, diversi contatti, la aiuta a fuggire a Berlino, in un normale sabato di messa per tutta la comunità.

L’approccio sociolinguistico che gli sceneggiatori hanno voluto tenere sotto osservazione nello svolgimento della serie tv risulta essere interessante. È forte la presenza della commutazione di codici linguistici nel corso delle quattro puntate, ossia il passaggio da una lingua ad un’altra all’interno dello stesso discorso del parlante. Sicuramente ci troviamo di fronte a quella che è una recitazione di un copione; quindi, qualcosa già precedentemente scritto e studiato, magari anche su base di uno studio approfondito dell’alternanza di codice; tuttavia, anche se così fosse, è stato a mio parere credibile e del tutto verosimile l’interpretazione data dagli attori, tanto da non risultare una serie tv, quanto più un documentario. È per questo che ho ritenuto importante rivolgere la mia attenzione, dopo l’analisi della comunità yiddish in generale, e in particolare quella cassidica, alla capacità di questa serie di raccontarla.

Già dalla prima puntata si iniziano a notare particolari ben accentuati che permettono di analizzare il distacco, del quale già Fishman parlava, tra la lingua yiddish e come, in particolar modo la comunità cassidica, vedeva l’inglese. Potremmo in maniera molto generale e in principio superficiale dividere gli ambiti d’uso che riservano nella comunità ad una lingua e ad un’altra e rintracciare questi nelle varie scene. Lo yiddish è la lingua della famiglia, del matrimonio, della donna come moglie e figlia, della lealtà verso il marito e di un linguaggio che in generale è privo di simboli che potrebbero essere considerati scortesi e volgari.

Questi sono invece presenti nel momento in cui si sceglie di parlare l’inglese, per lo più nell’ambito dei rapporti sessuali, delle problematiche di Ester nel rimanere incinta e quali sarebbero potuti essere i rimedi a ciò, per la scienza in generale e per tutto ciò che riguardava un mondo scurrile e al di fuori di quello che il Talmud richiedeva (uno dei testi sacri dell’ebraismo), includendo in questo il mondo della musica. È costante l’utilizzo dello yiddish nel rivolgersi alle parentele: nemmeno una volta viene usato l’inglese per chiamare i propri familiari: “dad”, “mom” o “grandmother”. C’è praticamente un’assenza dell’inglese nell’ambito più stretto della famiglia, come se l’intento fosse quello di oscurarla e proteggerla dalla volgarità e la sporcizia che questa lingua potrebbe portare in essa, come se la contaminasse. Assistiamo ad un’oscillazione continua in questa altalena di lingue nel corso di tutte e quattro le puntate e solo guardando la serie e il finale di stagione si potrà veramente entrare in questo codice subliminale che la sceneggiatura propone.

La serie infatti, per quanto tragica, chiude la storia con un messaggio positivo che ritorna al punto di partenza, a quel titolo che le è stato amaramente assegnato: “Unorthodox: The Scandalous Rejection of My Hasidic Roots”. Le vicissitudini e i pericoli affrontati dalla protagonista nel tentativo di fuggire da Williamsburg sono stati numerosi, e non dovrebbe mai essere il percorso verso la libertà così tortuoso, tuttavia portando alla consapevolezza che, nonostante l’uso dell’inglese, e quindi quello che le avrebbe permesso di fuggire per sempre da una realtà malata, quest’ultima faceva parte di lei e si manifestava grazie alla musica e allo yiddish. Sarebbe stato quindi vano il tentativo di eliminare questa lingua dalla sua vita, dal momento che nient’altro che “le sue radici” le avevano permesso di intraprendere una vita all’insegna della libertà, che ovviamente verrà poi incarnata dall’inglese.

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