ETHICA SOCIETAS-Rivista di scienze umane e sociali
Sociologia e Scienze Sociali

VOLTI CHE SCOMPAIONO, Paolo Carnevale

La riflessione di un insegnante sul senso dell’educazione prima dell’insegnamento, dello scambio emotivo prima di quello culturale e formativo

Abstract: Da discente a docente, da alunno a insegnante, restando sempre il fanciullino che si pone domande sul senso delle cose prim’ancora che sulla loro definizione, alla costante ricerca del noumeno oltre il fenomeno. Paolo Carnevale, insegnante di materie letterarie nelle scuole superiori, ricorda e riflette un salto, un viaggio un sogno dall’infanzia all’età matura mantenendo semrpe la giovinezza che assicura la cultura e la ricerca, perché educare, non è solo insegnare, ma curare, che è una forma in cui si esprime l’amare.

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Paolo Carnevale

Eppure io prima me li ricordavo. Tutti!

Per tanto tempo è stato il mio vanto. Tu dicevi un nome, io sapevo dirti chi era, che classe aveva frequentato, chi erano i suoi compagni. Pregi, difetti, storie e aneddoti. Sapevo tutto.

Ed è stato così per anni. Gli anni in cui ero contento. Forse anche più ingenuo, non lo so. Gli anni in cui la scuola era una festa.

A un certo punto ho cominciato a perdermeli. A non collegare più le facce ai nomi. Dovevo chiedere ogni volta. ogni volta fare l’appello. Ogni volta chiedere chi fosse chi. Ogni volta, prima di un voto, di una battuta, di un richiamo, sapere prima a chi mi stavo riferendo. Era come se tutto si confondesse. Ogni volta ricominciare da capo. Ogni volta leggere sulle facce accuse mute di disinteresse. “Ancora? Ma dove vivi? Che ti è successo?”.

Già. Che mi è successo? Dove sono finito?

Non so spiegarmi il Perché. Non saprei dire nemmeno il momento esatto in cui tutto è cominciato. Non so nemmeno se c’è stato un momento solo. O se tutto non è stato semplicemente un lento, quasi tranquillo, scivolare verso il buio. Perché adesso c’è questo. Il buio. Adesso per me sono tutti uguali. Li vedo davanti a me, ma non so chi sono. Da dove arrivano, cosa pensano. Non fanno più parte del mio mondo. O forse io non faccio più parte del loro. Forse ci sono storie che non vedo più. O che non so più raccontare.

Forse è tempo di andare.

Forse devo solo accettare il tempo che passa. Forse devo solo capire che non si può essere giovani per sempre. Perché, vedete, insegnare è anche questo. Essere giovani. Essere affamati. Se essere giovani, se essere affamati, significa sentire su di te quella tensione, quella voglia, quella rabbia di giovani vite che ti chiedono con urgenza delle risposte. Vite che non si accontentano delle parole sfumate, delle frasi suggerite, dei discorsi rimandati. Vite per le quali il mondo degli adulti è un’ipotesi e la moderazione una bestemmia. Vite che vogliono tutto e subito. E lo vogliono da te. E vogliono che gli indichi la strada. Perché si fidano di te. Perché sanno che, al di là di tutti gli errori che puoi fargli notare, nonostante le critiche che puoi fare, loro continueranno ad avere un posto speciale nel tuo cuore. Un posto particolare, che sta tra l’amore e l’orgoglio, tra la rabbia e la dolcezza. Forse si fidano anche perché ti credono una persona seria. E magari lo sei pure. Anche se a volte te lo dimentichi.

E tu?

Quanto puoi reggere a queste richieste? Quanto amore, quanto odio, quanta speranza, quanto impegno, quante ansie, quante notti insonni, quanta delusione puoi reggere prima di cominciare a fingere? C’è un momento in cui davanti a te vedi obblighi e non opportunità? In cui la passione diventa noia? Forse a me è successo questo. Forse ho capito che stavo cominciando a fingere. Forse c’è un pilota automatico che ti porta alla fine della lezione, della giornata, dell’anno. forse io quel pulsante l’ho schiacciato. Ma non voglio.

Ecco perché me ne vado.

Non voglio diventare una cattedra, una sedia. Non voglio essere un collettore di programmi, non voglio essere la penna che mette una firma su pagelle di ragazzi di cui non ricordo più nemmeno la faccia. Non voglio adeguarmi. Voglio restare vivo. Voglio restare un uomo.

Credo di doverlo soprattutto a loro. Ai miei studenti. A quelli che sono cresciuti con me. A quelli con cui sono cresciuto io. A quelli che se ne sono andati. Magari per sempre. A quelli con cui ho litigato per cose che non ricordo nemmeno più. A quelli che ho abbracciato. A quelli che mi hanno abbracciato. A quelli che hanno pianto davanti a me. A quelli davanti ai quali ho pianto io. A quelli con cui sono andato a cena. A quelli che ho sgridato per gli occhi rossi alla fine di notti insonni durante una gita scolastica. A quelli che mi credevano. A quelli che non mi credevano e li ho dovuti convincere. A quelli che stimavo. A quelli che non stimavo. A quelli che mi stimavano. E a quelli che non mi stimavano. A quelli che mi hanno passato i libri. A quelli a cui li ho passati io. A quelli che mi hanno trasmesso parole, musiche, storie pezzi di vita diverse dalla mia. A quelli che mi hanno fatto capire che la scuola è anche saper strappare le pareti di carta che abbiamo messo davanti a noi per guardare le persone.

E ricordarsele. O forse no?

Forse la mia è solo stanchezza. Forse è solo il tempo che passa e che porta via speranze e progetti. Forse i ricordi non sono spariti. Forse si sono solo nascosti. In un luogo lontano, tra la memoria e l’addio. Magari aspettano di tornare. Forse posso urlare loro di tornare qui. Come se fossero i miei ragazzi.

Già. I miei ragazzi.

E pensare che io questo lavoro non lo volevo fare. Io ero uno di quelli che pensava che l’insegnante mai, per carità. Capitemi. La mia scuola, intendo quella da studente, era vecchia. Ma non fuori. Era vecchia dentro. Era un mondo in cui non ti insegnavano a pensare, ad amare, ma a obbedire. Crescevi sapendo quello che dovevi fare, non perché. Contava cosa facevi, non chi eri. Eravamo bottiglie trasparenti da riempire. Da fuori si vedeva quello che c’era dentro, ma noi eravamo invisibili. Era un mondo che faceva paura. Un mondo di cui avevo paura. Certe mattine, tante mattine, mi svegliavo stanco. Vomitavo prima di andare a scuola. Inventavo malattie che non c’erano. La sera non volevo dormire, perché non volevo svegliarmi con una nuova giornata di scuola davanti. Piangevo di paura e per la vergogna di essere così diverso da come i miei pensavano che dovessi essere. Poi ce l’ho fatta. Non a sconfiggere la paura, questo mai. Ma, almeno, a dominarla. A fare finta che non esistesse. A respirare quando davanti alla porta della mia scuola i polmoni si inceppavano e lo sguardo si faceva grigio. E così, quando sono uscito fuori da lì, ho giurato che non sarei più passato davanti ad una scuola. E che non ci sarei mai più entrato. Pensavo che i prof fossero bugiardi. Cattivi. Pensavo che avrei fatto di tutto. Avrei scritto, avrei lavorato, mi sarei innamorato. Ma non avrei insegnato.

Poi che è successo?

È successo che in una scuola, una piccola scuola, ci sono entrato. Due corridoi, cinque stanze, due bagni. Non c’erano più di una trentina di ragazzi. Non mi pagavano nemmeno. Ma era una scuola. E io ero un insegnante. E ho scoperto qualcosa che pensavo non esistesse. Gli studenti. Ho scoperto che io non ero più un ragazzo. Ma che adesso i ragazzi li avevo davanti. Che forse poteva essere diverso da come era stato con me. E dovevo trovare il modo di parlare loro. Lì, in quella scuola, ho cominciato a guardarli, i miei ragazzi. E ho scoperto che non erano solo bottiglie da riempire, guardando solo a quello che si metteva dentro. C’erano storie, pensieri, speranze. C’era tanta vita che premeva per uscire. E spesso, molto spesso, quella vita si impantanava, si bloccava, girava su se stessa, divisa tra la voglia di cercare una via d’uscita e la paura di trovarla davvero. C’erano respiri. C’erano facce. Facce che io avevo sempre visto dall’altra parte. Le facce dei miei compagni di classe, o di banco. Le facce degli amici che cerchi con gli occhi la mattina, quando non hai studiato e speri che quella stronza della professoressa di latino non ti scopra. La faccia di quella ragazza che, non sai nemmeno tu perché, ma un giorno qualsiasi, di un anno qualsiasi, la guardi in modo diverso. E la cerchi. La tocchi. La baci. Poi la lasci, ma questa è un’altra storia. Facce di lato. O di fianco. O dietro.

Ma adesso quelle facce le avevo davanti. E guardavano me. E mi chiedevano qualcosa di nuovo. Qualcosa che non avevo mai pensato di poter dare, nemmeno a me stesso.

Una strada. Un posto dove andare. Una direzione da prendere per trovare un posto nel mondo. Un’idea, almeno un’idea di cosa fare della propria vita. Era questo che mi chiedevano i ragazzi che avevo davanti.

Ragazzi come Giovanni. Che ci guardava, che mi guardava, con occhi buoni, ma tristi. Giovanni che sentiva di essere dalla parte sbagliata. Non lo sapeva che non era lui ad essere sbagliato. Lui era come doveva essere. Erano gli altri che lo dipingevano come uno scherzo, uno sbaglio. E lui non capiva cosa era sbagliato. Perché essere quello che era lo faceva sentire così sbagliato. E me lo chiedeva, il perché. Mi chiedeva come. Mi chiedeva quando. Mi chiedeva cosa fare. Soprattutto, mi chiedeva chi era davvero. Perché lui non lo sapeva. E aveva paura.

Ma io non sapevo cosa rispondere. Perché molte cose non le sapevo. E Perché avevo paura anche io. Paura di dire cose sbagliate, che avrebbero potuto farlo sentire ancora più sbagliato di quanto non si sentisse già. Paura di scegliere al suo posto. Paura di fargli prendere una strada che prima o poi lui mi avrebbe rimproverato. E tu chi sei? Chi credi di essere? Con che diritto dici a un altro cosa deve fare? Quando non lo sai nemmeno tu?

Ed era vero. Io non lo sapevo cosa fosse la mia vita. Forse non lo so nemmeno adesso. Ma allora era peggio. C’era confusione, disordine. C’era paura di cosa sarebbe successo dopo. Mi immaginavo di lì a pochi anni. E non mi vedevo. Non avevo orizzonti, riferimenti, obiettivi.

Mi sentivo sbagliato.

E come avrei potuto, io, dire cosa fare, a Giovanni? Quando non sapevo nemmeno cosa dire a me?

E’ lì che ho tremato. Ho avuto paura di non essere capace. Soprattutto, non sapevo se volevo davvero questa responsabilità.

Poi ho capito che non conta tanto quello che dici. Cioè sì, conta. Ma conta di più se sei onesto. Se gli dici “guarda, io non ho tutte le risposte. Forse non ne ho nessuna. Però posso prometterti che proveremo a cercarle assieme. Cercheremo di capire cosa è giusto e cosa è sbagliato. E magari vedremo che non sono sempre le stesse cose”.

Ho capito che devi essere nudo. Perché se ti copri, se ti allontani, se diventi un monumento, i ragazzi non ti cercheranno. E tutto quello che dici sarà una splendida lettera morta. Un sentiero tracciato ed evidente. Ma nel quale camminerai solo tu. E a che servono le parole, anche quelle che sai che sono bellissime, se ti rimbalzano dentro e non arrivano a nessuno? Per farle ascoltare, quelle parole le devi mescolare alle loro, a quelle dei ragazzi

L’ho scoperto con Francesca.

Prima classe in cui sono stato. La notte prima non avevo dormito. E avevo messo su un completo da prima comunione del quale mi sarei vergognato per anni. Poca gente, nessun interesse. Dura. Però c’era questa ragazza dall’aria strafottente. Che mi guardava come se fossi un altro della serie. era lì perché se n’era andata da un’altra scuola. I suoi avevano pensato che, forse, in quella scuola piccola, si potesse fare qualcosa per arginare la sua confusione, Per tracciare una strada che lei potesse seguire. L’inizio non è stato dei migliori; mi sono appoggiato ad una parete per cercare sostegno. E non ho visto che c’era una cartina geografica. Che si è staccata e mi è venuta addosso.

Non proprio un esordio autorevole, diciamo.

Poi ho cominciato a leggere le cose che scriveva. Io così non avevo scritto mai. Da dove venivo ti dicevano, quando scrivevi, di stare attento. Di rispettare la rotta. Di tenere un discorso con ordine e chiarezza. I sacri principi della tradizione. Lì non c’era nulla di tutto questo. C’era rabbia. C’era vita accatastata. Era come se le parole rotolassero come pietre rumorose. Notavi il disordine, ma anche l’urgenza. La passione. Potevi non essere d’accordo con quello che scriveva. E spesso accadeva. ma non potevi ignorarlo. Lì ho imparato che scrivere significa anche combattere. Lanciarsi contro un nemico invisibile. Usare la penna per dire al mondo “ehi! ci sono anch’io!”. Prima di allora pensavo che scrivere fosse soprattutto un esercizio. Lì ho imparato che è soprattutto un modo di essere. Lì ho capito che scrivere è lasciare traccia di sé. Ho capito che le parole scritte sono importanti quanto e più di quelle dette. Perché hai tempo. Ma soprattutto, non hai alibi. Sei responsabile di ogni singola parola che usi. Mi è venuta voglia di conoscerla meglio quella ragazza. Di capire cosa ci fosse dietro quella scrittura ruvida. Che mondo, che storie, ci fossero dietro a quelle parole aggressive e timide allo stesso momento. Perché se scrivi per mestiere, le storie sono un lavoro. Ma a quell’età, per un ragazzo, le cose che scrivi sono parte di te. E se tu, che stai dietro una cattedra, quelle cose vuoi capirle, devi saper andare oltre la pagina di carta che vedi davanti. Devi saper vedere l’anima graffiata che c’è dietro.

Ma attento

Non commettere l’errore di voler essere amico, confidente, fratello maggiore dei tuoi studenti. Perché loro, da te, non vogliono questo. E se pure te lo dicono, non gli credere. Loro vogliono che tu sia vento e bussola insieme. Vogliono che tu sappia capirli, ma anche indicargli la strada. E non lo puoi fare se sei troppo vicino. Devi mantenerti un passo indietro. Pronto a sostenerli. E, quando cadranno (perché cadranno, come cadono tutti, come sono caduto io , infinite volte, prima di capire che la mia debolezza era anche la mia forza), a farli rialzare.

Ma anche a fermarli, se serve. Perché se non li fermi quando è giusto, se li lasci andare quando non è ancora il tempo di farlo, cadranno di nuovo. Ma sarà per colpa tua. E ti accuseranno. E, ciò che è peggio, avranno ragione. Ti chiederanno conto di quella durezza che non hai usato. Di quella forza che non hai mostrato. Di quella autorevolezza (che non vuol dire autorità, quella è tutta un’altra cosa) che non hai espresso.

Poi?

Poi da quella scuola me ne andai. Per un milione di motivi. Perché mi ero stancato. Perché non ero contento di quello che facevo. Perché non ero contento di me. E non puoi fare bene l’insegnante se ti alzi la mattina e ti chiedi Perché devi andare lì. Lo so, c’è gente che lo fa. Ma noi non timbriamo cartellini. Noi creiamo il futuro di ragazzi che non sanno chi sono. E non è una cosa che puoi fare con il cartellino, la giacca e la cravatta.

Ci fu un’estate strana. Ero sospeso. Non sapevo cosa fare. Ho sognato tante cose in quei mesi. Volevo aprire una libreria. Pensavo che, amando i libri, avrei potuto vivere di quello. Usare quella carta per trovare la mia strada.

Ma la verità è che avevo paura. Avevo trent’anni. Vedevo gente intorno a me che trovava il suo posto nel mondo. Come se fosse normale che tutti i tasselli andassero ad un certo punto al loro posto. Forse io avevo avuto in sorte un puzzle difettoso. Non riuscivo a trovare tutti i pezzi. E, ovviamente, non riuscivo ad incastrarli nel modo giusto. Si può impazzire per questo. Si può morire quando non riesci a trovare il tuo posto. Quando, ogni giorno, ti chiedi chi sei e Perché sei lì. Dove andrai domani. Chi sarai tra dieci anni. Se ci sarai ancora tra dieci anni. Se hai sbagliato qualcosa. Se c’è qualcosa di sbagliato in te.

Mi stavo buttando via. Ero grasso. Bevevo. Usavo l’alcool e il cibo per non sentirle, quelle domande. C’era una storia che stava con me da tempo, ma alla quale non credevo più. E non sapevo come mettere fine a tutto. Alle volte pensavo che avrei potuto mettere fine a me. Così, giusto per mettere un punto.

C’ero quasi arrivato, a mettere quel punto. Ma prima del punto trovai un’altra scuola. E altri ragazzi. Anche di quelli mi ricordo, Sì, mi ricordo.

Mi ricordo di te, Giampiero. Che alla fine di quell’anno mi scrivesti una lettera. O era un messaggio, forse. Dicevi che ero stato il primo insegnante che non si era fermato sulla cattedra. Che ero entrato nella tua vita. Io non sapevo cosa pensare. Se essere contento o meno. Qualche giorno prima una mia collega, più grande di me, mi aveva detto: “non mischiare le cose”. Un insegnante è un insegnante, diceva. Non un maestro, non un padre, non un confessore. Non superarla, quella linea. Non essere un amico, diceva.

E io pensavo: ma insegnare non significa esattamente questo? Non vuol dire mescolare la tua vita con quella dei tuoi ragazzi? Far capire loro che quello che provano tu lo hai provato prima, e che puoi dare una mano a uscire da quel labirinto che sembra ( lo so, eccome se lo so) senza uscita? Tu, Giampiero, mi hai insegnato che quella linea dovevo superarla per farmi ascoltare. Il difficile semmai, e infatti non l’ho ancora capito, è tornare indietro. Difficile è capire, e io spesso non l’ho fatto, che essere amici significa non far finta di essere giovani, di essere piacioni, di essere sempre dalla vostra parte. Significa dire la verità. E se la verità brucia, non devi nasconderla, ma urlarla più forte. Essere amici, se sei un insegnante, significa tenderti la mano se cadi, ma per aiutarti a rialzarti in piedi, non per camminare al tuo posto. Perché ci sarà un momento in cui dovrai camminare da solo. E se non ti avrò insegnato come si fa, a quel punto mi odierai per quello che non ho fatto. Per le urla che non ti ho lanciato, per il lavoro che non ti ho imposto. Perché ti avrò reso più debole. E allora non ci sarà più nessuno che ti tenderà la mano.

Però, Giampiero, io credo di essermi salvato. Di non aver superato quella linea. E allora va bene essere amici. E lo siamo stati, in fondo, sia pure per poco. Perché poi te ne sei andato via, e non ci siamo più visti.

Ma che anno è stato!Ho imparato che si poteva uscire a cena con voi. Che si poteva parlare di scuola senza parlare di scuola. Io che avevo sempre visto i miei insegnanti come figure lontane.

Mi ricordo di te Matteo. E mi ricordo bene. Mi ricordo di come vivevi. E mi ricordo di come scrivevi. Perché se con Francesca scrivere era gettare sassi contro il vetro e ferirsi fino a capire di essere vivi, con te ho capito che mettere delle parole su un foglio di carta poteva essere ( e spesso lo era eccome) un gioco da giocare assieme. Le parole diventavano arte da giocolieri. Una cascata di suoni che risuonavano nella tua testa, e poi scendevano sulla pagina. Lì ho capito che scrivere può essere come suonare. E che le parole possono essere una colonna sonora. Conta quello che scrivi. Ma anche come lo scrivi. E come quel suono arriva alle tue orecchie. Come accompagna le notti buie, o le giornate di festa. Un racconto può essere una partitura jazz; un romanzo può essere una lunga canzone, d’amore magari. E, come nelle canzoni, non conta tanto ascoltare le parole, ma lasciarsi trasportare dal ritmo, dalla melodia, dal suono che ti prende e che ti porta in posti dove non sapevi nemmeno di poter arrivare.

Tu lo hai sempre saputo questo. Io ho solo provato a farti capire che le parole non possono essere solo suoni e musica. Che bisogna saper raggiungere un equilibrio, qualunque cosa significhi. E forse non lo so nemmeno io. Però bisogna provarci. Anche se è un’utopia. Perché è quella che ti spinge ad alzarmi la mattina e ad andare avanti, anche quando, e ultimamente mi capita spesso, non so neppure Perché mi ostino ad andare davanti a persone che non conosco e di cui non ricordo neanche i nomi, a dire cose in cui non credo nemmeno io.

Però di te mi ricordo bene. Mi ricordo di come mi chiamavi. Capitano, mi dicevi quando entravo in classe. Credo addirittura di essermi messo in piedi sulla cattedra, una volta. E poi mi sono sentito in colpa per la signora che è venuta a pulire. Mi ricordo di Riccardo, che voleva essere James Bond. Di quella volta che uscimmo insieme a bere, e ci trovammo a riprenderlo perché pensava di essere l’uomo ragno , ed era salito su un’impalcatura. E pensavo, se adesso cade e si fa male è colpa mia. Di Mario, che mi scriveva apposta gli errori sui temi, per controllare che li correggessi. Non si fidava molto di me. Poi ha cambiato idea. Mi ricordo di Vincenzo, che voleva volare già allora. Talmente tanto che era difficile farlo stare in classe. Poi c’è riuscito. E forse, magari mi illudo, qualcosa di quello che dicevamo se lo è portato lassù. Quel tanto che basta per pensare che le nostre parole non devono per forza rimbalzare in classe, ma possono salire in alto. Come dovrebbe essere sempre.

Si, mi ricordo bene di voi. Forse è stata la classe più mia. Quella nella quale mi sono sentito più vivo. Forse, semplicemente, ero giovane. Almeno quel tanto che bastava per non sentire la distanza tra le mie parole e le vostre facce.

Mi ricordo di te Sara. Con te è stato difficile. Perché eri difficile. Era come essere interrogato. Ogni volta che dicevo qualcosa di nuovo, qualcosa di cui, magari, non ero convinto, mi capitava di guardarti. Per vedere se tu eri convinta oppure no. Era un esame. Se andava bene a te, allora poteva andare bene anche per gli altri. Mi ricordo quel diario che scrivevi ogni giorno. E che, alla fine ogni anno, puntualmente, ci presentavi. La collezione delle scemenze che ogni anno noi, da questa parte della cattedra, dicevamo. E’ lì che ho imparato a non aver paura di sbagliare. A capire che l’errore fa parte di me quanto di tutti voi. Che pretendere di essere infallibile significa essere lontano da tutti. Ho capito che gli errori sono gradini. Puoi cadere e farti male. Ma poi anche usarli per salire in alto. Come con le ferite. Che prima o poi finisci per avere addosso. Puoi usarle come una scusa per lamentarti. O farne una corazza. Quei punti rossi, quel sangue, diventano un modo per dire agli altri “guarda che ho già sofferto, ho imparato, sono caduto e mi sono sempre rialzato. Non puoi più farmi male”.

Mi ricordo di te, Valentina. Tu mi hai regalato parole che porto ancora adesso con me. Credo addirittura di averle usate in classe. Mi hai detto “quando parla di libri le brillano gli occhi”. E’ vero. Ma non Perché mi piacciano i libri. I libri sono solo pezzi di carta. Li compro, li perdo, li regalo, me li dimentico. Mi chiamano in continuazione per chiedere che fine hanno fatto i libri che mi hanno dato. E io ogni volta, o quasi, non so dove siano finiti. Perché non contano i libri in sè. Mi piacciono le storie che raccontano. Ho cercato di farlo per tutta la vita. Ho cercato di dirlo sempre e comunque. Che noi leggiamo per trovare cose che possano spiegarci la fatica di essere al mondo.

Ma da te ho imparato anche un’altra cosa. Eravamo in gita. Sono anni che non ci vado più, Perché non ho più il fisico per stare sveglio la notte ad evitare che i ragazzi cadano dai balconi, o usino le stanze per feste alcoliche con le bevande comprate in autostrada. Ma allora venivo spesso e volentieri con voi. Era bello Perché, magari solo per qualche giorno, mi sembrava di tornare ragazzo. C’era quest’idea che si poteva stare fianco a fianco, e parlare di tutto. E tu mi parlasti tanto. Mi facesti capire che c’era un ragazzo che ti piaceva. Tu me lo avevi detto in segreto, quasi arrossendo, chiedendomi di mantenere il segreto. Perché quel ragazzo era un mio studente, di un’altra classe. E io volli usare quelle parole con gli altri. Non ho più dimenticato, e ancora adesso me lo ricordo bene, il tuo sguardo deluso. Ti avevo tradito.

Lì ho capito che con voi non si può giocare. Che chiedete leggerezza. Che volete essere compresi nei vostri sbagli. E che non vi si può ferire. Nemmeno per sbaglio, nemmeno per gioco. Perché noi, qui da questa parte della cattedra e del mondo, abbiamo ormai una corazza che è la somma delle delusioni, degli sbagli, delle amarezze, delle incazzature e dei pianti che ci hanno fatto arrivare fin qui. Ma voi no. Voi questi sbagli non li avete ancora fatti. Quelle amarezze non le avete provate. Le proverete. Sarete illusi e traditi. Coccolati e disprezzati. Ma non possiamo essere noi le carogne che vi tradiscono. Non possiamo essere noi i primi che vi fanno capire che il mondo può essere anche un brutto posto. Da noi avete il diritto di avere chiarezza, onestà, coerenza. Sempre. Che si tratti di spiegarvi perché vi abbiamo messo quattro oppure nove; se è meglio Leopardi o Manzoni (il primo, non si discute, su questo non accetto discussioni); cosa è giusto e cosa è sbagliato (e io ancora non lo so). Qualunque sia l’ambito, da noi dovete, soprattutto, pretendere onestà. E il rispetto dei vostri spazi, dei vostri segreti. Perché a quindici anni nulla fa più male di un cuore aperto e messo in piazza, se tu non vuoi che sia così.

E questo l’ho capito grazie a te.

Mi ricordo di te Enrico. Di come mi osservavi, di come ascoltavi le mie parole. Della tua tosse. Della tua faccia pallida, scavata. Sembravi ( e forse lo eri) un bambino sofferente. Ho capito dopo che quella magrezza, quello sguardo acceso, erano i segni della passione. La passione per quei poeti che avevo visitato prima di te, e che tu ( l’ho saputo dopo) stavi cominciando a frequentare proprio in quel periodo. Credo di essere stato un tramite. E d’altronde la cosa migliore che un insegnante può fare per uno studente è, forse, proprio questa; aprire le porte, mostrare cosa c’è dall’altra parte, far vedere che ci sono strade da percorrere da soli. Noi possiamo darvi scarpe e piccozze; ma siete voi che dovete decidere di andare avanti per quella strada. Tu lo hai fatto. E a me piace pensare che tu lo abbia fatto anche per merito mio. Ci siamo ritrovati qualche anno dopo. C’era un libro, tra di noi; un libro scritto da te. Sul quale avevi scritto “se c’è un modello del professore di lettere, quello sei tu”.

Mi ricordo di te, Simone. Che spreco. Quando penso al talento come ad un dono degli dei, qualcosa che non va sprecato, ma custodito; quando penso che se c’era uno che avrebbe potuto fare tutto senza peso, con la leggerezza di chi respira senza pensarci, di chi danza e rende il mondo intorno bello per il solo fatto di guardarti, penso ad uno come te.

Che rabbia!

Anni spesi a predicare impegno e costanza. A ribadire che le conquiste sono il risultato di sudore e fatica. E poi arrivavi tu a dirmi che c’era un’altra strada. Non era per tutti. Anzi, era un rischio. Perché altri potevano pensare di fare la stessa cosa, senza avere le tue capacità. Per questo, molte volte, ti ho dovuto criticare. E qualche volta mi hai odiato, ne sono sicuro. Ma era troppo importante. Non potevo permettere che tutti pensassero che quella leggerezza fosse un metodo. Tu ti saresti salvato, ce l’avresti comunque fatta. Ma altri avrebbero pagato un prezzo troppo alto.

Come spesso accade, sei cresciuto dopo. Ti ho visto per caso. C’era una giovane donna con te. Tua moglie. E c’era un bimbo che sgambettava da un passeggino tuo figlio. Avevi la barba. E quando mi hai chiesto perché la portavi, mi hai risposto “prof, volevo somigliare a lei”.

Tu mi prenderai in giro, lo so. Ma è stato come sapere, per la prima volta, che non tutto quello che avevo fatto era andato a vuoto.

Mi ricordo di te Ilaria.

Di quella volta che mi chiedesti se potevi parlarmi da sola. E mi dicesti tra le lacrime che non ce la facevi più. Che era duro per te stare a scuola mentre a casa tua si consumava un dramma di cui tu non eri responsabile, ma per il quale ti sentivi colpevole. Eri a pezzi. E chiedevi a me cosa fare. Io credo di averti risposto che l’amore, anche quando finisce, forse soprattutto quando finisce, non ha mai colpe. E che i tuoi genitori ti avrebbero voluto bene. E che saresti stata la loro figlia anche da luoghi e vite diverse. Poi feci una battuta, non ricordo nemmeno quale. E vidi le lacrime che si asciugavano. E il sorriso che tornava. Capii che forse il peggio era passato. E che si poteva ricominciare a sperare.

Fu allora che mi chiedesti di abbracciarti

E io pensai che non era opportuno, che non si dovrebbe mai superare un certo confine. Pensai che ci sono gesti che non vanno fatti. E, giuro, nello stesso identico momento, pensai

Chi se ne frega

Chi se ne frega di quelli che ti dicono di conservare le distanze. Chi se ne frega di quelli che è meglio non entrare in una zona che non è tua. Chi se ne frega di quelli che pensano che la cattedra sia un limite e un banco un recinto.

Che ne sanno di te, Elisa

Che mi dicevi che dovevi andartene dalla scuola per qualche mese. Perché dovevi operarti. E mi chiedevi cosa fare per continuare a studiare. E allora ci mettemmo d’accordo. Sarei venuto a casa tua due volte a settimana. Per non farti restare indietro. Ma soprattutto per farti sentire viva. Ce l’abbiamo fatta. Sei ancora qua.

Che ne sanno di te, Valentina

Mi ricordo. Mi ricordo di quando mi dicesti “mi fido solo di lei”. Avevi litigato con un altro insegnante. E mi chiedevi cosa fare. Ti avevo dato un consiglio banale, lo so; parlane con lui. E tu mi avevi fermato. Mi fido solo di lei.

Mi fido! Che è come dire mi affido. Significa dire so di non essere capace di farcela da solo. Mi affido alle tue mani. Mani che mi sapranno proteggere. Mi affido alle tue parole. Parole che mi sapranno consigliare. Mi affido al fatto che sei grande, serio e responsabile.

E tu quella speranza non devi tradirla. Non puoi. Devi dargli fiducia. Devi essere tu a fidarti.

Come mi sono fidato di te, Andrea. E ho fatto bene

Mi ricordo bene. Era il tuo esame di maturità e sapevo che con te una cosa difficile. Lo sapevo perché eri stato un problema per tutto l’anno; perché erano stati più i giorni in cui non eri venuto che quelli in cui ti eri presentato a scuola. E quando eri venuto in classe, ti eri preparato poco e male. Diciamoci la verità; in un anno normale, probabilmente ti avrei bocciato.

Però avevo deciso di fidarmi. E di crederci. Anche perché mi dicevano che spesso a lezione non ti presentavi perché avevi iniziato a lavorare, per cercare di dare una mano alla famiglia. Lavoravi spesso fuori città, e non sapevi nemmeno se ce l’avresti fatta ad avere un giorno di permesso per l’esame. E io pensavo che avrei fatto di tutto per farti arrivare a scuola. Nel caso, anche portandoti in macchina.

Poi a scuola ci sei arrivato. E hai fatto un esame che era quello che era. Io ero lì che aspettavo di arrivare alla fine, per cercare improbabili giustificazioni con il presidente. Quando, proprio all’ultima domanda, quella di Cittadinanza e Costituzione, la vecchia educazione civica, quella che nessuno mai ci pensa, hai tirato fuori l’articolo 3 della Costituzione. E hai detto una cosa semplice: che quelle parole (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”) sono importanti. Perché tuo padre l’hanno portato via dal suo paese vent’anni fa. E in questi anni hai capito bene cosa significa vivere lontano da casa, con la sensazione di essere sgraditi.

E io, a quel punto, ho capito che, promuovendolo, non gli avrei fatto un favore. Avrei solo messo carne, sangue e anima in quell’articolo.

Che, come tutto il resto della Costituzione del resto, non mi era mai sembrato così bello. E così vero. Così vivo. Così intenso

Come quella volta che conobbi tua madre, Roberto.

Mi ricordo bene. Era venuta con te ad un incontro con gli insegnanti. Uno di quegli appuntamenti che noi insegnanti temiamo. Tre ore di parole uguali, monotone. Con la bocca che diventa sempre più secca, e con la speranza che l’orologio corra più veloce per portarti via prima possibile.

Poi vi ho visto. O meglio. Ho visto lei che ti guardava mentre le parlavo di te. Sorrideva.

E a quel punto ha fatto un gesto semplice. Che contiene tutto l’amore del mondo. Ti ha preso la testa tra le mani, e ha cominciato ad accarezzarti. Con delicatezza, non con forza. Non voleva scuoterti; solo farti sentire che era lì con te; anzi, più esattamente, lei era lì per te. Ti pizzicava il mento, ancora senza barba; ti arruffava i capelli, crespi e riccioluti. Ti passava la mano sulla pelle del viso, piena di brufoli. Sentiva le cose che dicevo di te; e subito, ogni volta, tornava con gli occhi sul tuo volto. Voleva controllare la tua reazione; rendersi conto dell’effetto che quelle parole avevano sul tuo umore. Sorrideva quando tu sorridevi; era orgogliosa quando parlavo bene di te; si preoccupava quando tu eri preoccupato. Si vedeva che da sempre era quello il vostro rapporto; da sempre lei ti seguiva con un amore smisurato, unito all’ansia di chi vuole, per la persona amata, solo il meglio; l’ansia di chi si è sempre spesa per vederlo felice. Sapeva che adesso per te era cominciata una nuova strada; una strada che avresti dovuto percorrere da solo, sempre più spesso nel corso degli anni, crescendo tra errori e sofferenze, come è giusto che sia. Lei tutto questo lo sapeva. Lo accettava. Ma nonostante tutto, non riusciva a lasciarti andare fino in fondo. Si illudeva che tutto possa rimanere com’era prima; quando era lei a controllare, lei a gestire, lei a cercare di eliminare ogni ostacolo, nell’illusione impossibile di eliminare ogni tuo dolore.

Non doveva essere stato facile fino ad ora. Lo si intuiva dalla piega della sua bocca. Trapelava un po’ di nervosismo; come per difenderti da una forza esterna, per ora ancora sconosciuta, o almeno conosciuta solo parzialmente. E, come capita in questi casi, prima di affidarti agli altri, a me, voleva essere sicura che tutto sarebbe andato bene. Si fidava di quello che le dicevo; ma voleva una conferma da te. Voleva che tu le dicessi che aveva fatto bene a portarti lì da noi, da me. Voleva che fossero i tuoi occhi a confermarle che era stata la cosa giusta da fare.

E quando hai sorriso, ha sorriso anche lei. Adesso il colloquio con i professori poteva finire. Adesso finalmente era tranquilla. Come può esserlo una madre.O come possono esserlo certe ore a scuola.

Già! Perché io mi ricordo non solo le facce, ma anche i luoghi. Perché ogni scuola ha il suo tempo. E c’è una scuola per ogni tempo.

C’è la scuola di mattina. Chiassosa, vulcanica, adrenalinica. La scuola dei ragazzi che si amano, litigano, studiano, gioiscono, oppure piangono. Tutto con la stessa vorace intensità dei loro anni.

C’è la scuola del pomeriggio. È una scuola più lenta; si respira un’aria più tranquilla. L’ansia del giorno ha ceduto ormai il passo alla calma delle ore successive. C’è lo spazio per una pausa più diluita. Anche gli insegnanti sembrano più accettabili, quasi buoni. Le ore scorrono quasi amichevoli. Più che noia, c’è stanchezza, che si stinge in una dolcezza languida. Le aule, alcune diventate temporaneamente sgabuzzini per scope e stracci, diventano rifugi malinconici, vuote di quella vita che, invece, trabocca durante la mattina.

C’è la scuola della sera, addormentata come un animale che riposa per riprendere vita la mattina dopo. A meno che non sia la scuola di chi lavora; e in quel caso le aule assumono la vita stanca, ma fiera, di chi ha l’orgoglio e la forza che ci vuole per rubare ore al riposo in nome del sogno una vita diversa.

E c’è la scuola della notte. Quella che, ad esempio, si anima durante i raduni degli studenti prima degli esami. È una scuola diversa dalle altre, quasi opposta. Le sue mura si dipingono di malinconia. Le sue ore diventano piene di ansia e attesa, di gioia mista a tristezza per una stagione che, gli studenti lo sanno sempre, sta per passare. E non tornerà.

Tutto questo per dire che la scuola non finisce mai di vivere. Non chiude mai, non smette mai di essere scuola. Non è solo un insieme di stanze. È un essere vivente. Vive delle emozioni che studenti, insegnanti, chiunque lavori lì dentro, le lasciano dentro.

Emozioni che poi rimangono lì. Per sempre. Basta solo saperle ascoltare. Come devi saper ascoltare tutte le domande. Anche quelle strane. Quelle che non sembra mai.

Come quella volta, Corrado.

Mi ricordo. Quando mi chiedesti: «Prof, ma che cosa è stato questo 68 di cui parlate sempre?». C’eravamo arrivati per una di quelle associazioni che ogni tanto capitano durante una spiegazione. Parlavamo di libri da leggere, ne avevo segnalato uno che parlava di Gandhi, iniziammo a parlare di lotta non violenta, di libertà e di popoli. E alla fine tu alzasti la mano, come facevi sempre (ma mi piaceva rispondere alle tue domande) e con la faccia più naturale del mondo mi chiedesti di parlare di quell’anno. Volevi sapere cosa significasse quella data. Ti domandavi perché tutti ne parlavano; nessuno ti aveva mai detto con certezza cosa fossero quelle due cifre quasi uguali.

Ricordo. Ricordo che cercai di imbastire una risposta che potesse avere i crismi della sufficienza. Cercai di parlare di ribellione giovanile, di volontà di cambiamento. Dissi, mi pare di ricordare, qualcosa sulla politica e sulle guerre di quegli anni. Mi spinsi, addirittura, a parlare di musica. Insomma, cercai di essere professionale, esaustivo, completo. Un insegnante.

Ma vuoi sapere la verità? Vuoi saperla tutta, adesso? C’è qualcosa che avrei voluto dirti, ma non sono riuscito a farlo. Mi sarebbe piaciuto ammettere che quel tempo io non l’ho vissuto davvero. Ma che, proprio per questo, mi piaceva immaginarlo come una stagione di sogni che si realizzavano. Un tempo breve in cui l’utopia pareva destinata a diventare realtà. Una stagione in cui nebbie chiamate abitudine e tradizione cominciavano, finalmente, a diradarsi. Si stava imparando a distinguere l’autorevolezza dall’autorità; ad apprezzare la prima, e a contestare la seconda. Contavano le idee, non l’età di chi le incarnava. I tuoi genitori, allora ragazzi come te, sentivano che un futuro diverso era possibile. E che di quel futuro avrebbero potuto far parte, costruendolo insieme.

Non è andata proprio così. Ma quei sogni sono rimasti. Quelle possibilità restano. E mi fa piacere pensare che adesso, forse anche grazie a me, tocca a te provare a realizzarli.

Già, i sogni Me lo ricordo bene il vostro. Paolo e Francesca.

Non vi chiamavate proprio così. Ma per me siete stati quelli. Il vostro era il sogno di un abbraccio rubato.

Quello che, ogni giorno, arrivava alla fine della terza ora. Quando la campanella segnava non solo il termine della tortura oraria, ma anche l’inizio della ricreazione. La chiamavano pausa di socializzazione; ma era solo un nome di comodo. Era il vostro spazio di libertà. Dieci minuti. Una pausa nella giornata. Per voi due, quel suono era come la pistola di uno starter. L’uscita dall’aula; il momento in cui si poteva, in cui non bisognava più chiedere il permesso a nessuno. Una corsa a razzo verso un incontro. Che suggellava un’attesa durata anche troppo. Solo dieci minuti per raccontarsi tutto. Per dirsi cose che noi non potevamo ascoltare, ma che potevamo intuire. Un tempo rubato e precario; ma non è così, sempre, il tempo dell’amore? Non è sempre un rincorrersi, cercando momenti di affollata solitudine, di straordinaria quotidianità? Momenti in cui gli altri non esistono? O, se esistono, sono lo sfondo confuso di qualcosa che appartiene solo a voi due?

Nascosti in un angolo, lontano dagli altri, ma non tanto da non dover controllare di essere davvero al riparo da sguardi indiscreti, gli occhi si cercavano, le mani si toccavano. Come sempre, contava quello che sentivate, non quello che dicevate. Le parole normali, quotidiane, potevano suonare false. Proprio perché erano quelle di tutti i giorni. I gesti no. I gesti raccontavano la verità. Raccontavano il piccolo miracolo di quei dieci minuti. E il fatto che si ripetesse uguale ogni giorno, non lo rendeva meno straordinario.

Il tempo passava in fretta. E si notava una piccola ansia. Come se i minuti, da un certo momento in poi, scorressero più velocemente. Come se la fine fosse già nota. E infatti la campanella segnava la conclusione del miracolo quotidiano. Tempo di separarsi. Di tornare ognuno nel proprio ordinario. Vi allontanavate. Ma poi si fermavate. Tornavate indietro. E, velocemente, vi baciavate. Stavolta in mezzo agli altri, senza timidezza. Senza ritrosia. Quel bacio voleva dire aspettami ancora. Non temere. Ci saranno altri miracoli. E noi, in quei dieci minuti, saremo ancora noi.

Mi piaceva guardarvi. Di nascosto, per non disturbare. Per vedervi crescere.

Come ho visto crescere te, Viola!

Mi ricordo, Viola. Mi ricordo quando sei arrivata in classe, qualche anno fa, piccola, con i capelli corti, timida, riservata. L’aria di chi non sa bene cosa aspettarsi dalla vita; ma ha già capito che non arrivano sempre e solo cose belle. Maturità è un termine difficile da usare per un ragazzo (e in parecchi casi anche per tanti adulti, me compreso ovviamente); ma in quel caso era l’unica parola che non riuscisse stonata e fuori luogo. Pronta, ma senza essere saccente; preparata, ma senza essere spocchiosa; capace di entrare nella discussione con poche parole; nelle quali la forza degli argomenti era tale da non aver bisogno del volume dei toni, come capita sempre a chi è nel giusto.

Credo di poter dire che, nel tempo, ci siamo conosciuti e stimati a vicenda, nei tempi e nei modi giusti, come è opportuno che accada a scuola. Perché con il tempo ho imparato che mantenere la giusta distanza è un modo per guardare meglio e apprezzare chi hai davanti.

Mi ricordo di quando , anni dopo, ormai grande, mi hai raggiunto per chiedermi se potevo accettare un dolce. Ero entrato nella tua classe mentre stavi festeggiando con i suoi compagni. Avevi compiuto 18 anni.

Veder crescere i tuoi studenti è una cosa strana. Non è quasi mai un passaggio graduale. C’è sempre un momento in cui, se sei attento, quel bambino diventa un ragazzo. E se sei ancora più attento, percepisci l’arrivo dell’adulto, che spunta fuori da quello che fino a poco fa era un impasto di speranze e lacrime. A volte è un passaggio traumatico. A volte no. Non dipende quasi mai da te. Puoi solo stare lì e cercare di indirizzarli verso la strada giusta. Augurandoti che sbaglino direzione il meno possibile. Pronto a farti da parte, e a lasciare che la strada li porti dove vogliono. In un posto che, per fortuna, non coincide quasi mai con quello che vuoi tu. Ed è giusto così.

E adesso?

Non lo so. Ricordo sempre meno. E quello che ricordo non mi piace quasi più. Mi viene in mente solo una cosa. Mi è successo all’inizio di quest’anno.

Eri arrivata con libri e quaderni nello zaino. E da allora non avevi fatto altro che riguardare gli appunti che si eri portata dietro. Osservavi gli altri, cercando di capire quali sarebbero state le domande per te. Andavi a rivederti quelle cose nel tentativo, impossibile, di prevedere il futuro. Quando è arrivato il tuo turno, ti sei fatta forza e ti sei seduta. Si vedeva che eri nervosa. Se sapevi una cosa, cercavi di rispondere in fretta, quasi come a liberarti dalla tensione, a dire «per fortuna questa la so». Però erano tante anche le cose che non sapevi. E allora mi hai guardato, con occhi che chiedevano aiuto, le mani che continuvaano nervosamente a togliersi i capelli dalla faccia.

Avevi uno sguardo basso, quasi rassegnato. Come se ti stessi dicendo «tanto più di così non posso fare»; o come se stessi chiedendo a noi «perché mi fate questo? Perché continuate ad insistere?». Conoscevi la distanza tra le cose che sapevi e quelle che avresti dovuto sapere. Ma non riuscivi a percorrerla. Ti rimaneva un senso di frustrazione. Ed è con quella frustrazione che te ne sei andata, alla fine, accompagnata dalla tua amica, che era venuta con te ad assisterti, a rincuorarti, sperando che da parte nostra arrivasse un accenno di generosità.

A me, alla fine di quella mattina, sono rimasti solo tanti dubbi. Cosa avrei dovuto fare? Che decisione avrei dovuto prendere?

Soprattutto; cosa avrebbe causato la mia scelta? Avrei dovuto essere generoso o giusto? Cosa sarebbe meglio per te?

Perché sbaglia, eccome se sbaglia, chi pensa che un insegnante agisca a cuor leggero. Noi siamo e rimarremo marinai. Che usano la bussola nella tempesta per cercare disperatamente la direzione giusta. Magari non serve. Ma continuiamo a provare:

  • Giovanni,
  • Matteo,
  • Francesca,
  • Viola,
  • Elisa,
  • Corrado,
  • Roberto,
  • Andrea,

Siete ciò che mi resta. Siete gli ultimi ricordi. Forse è tempo di andare.

Addio!

Paolo Carnevale, in classe, con un alunno.

 

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