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IL PROBLEMA NON ESISTE SE È LONTANO DAI NOSTRI OCCHI: LE STORIE CHE NON CI RACCONTANO, Silvia Rossi

Le storie dimenticate, quelle dei poveri, quelle delle donne, quelle dei bambini, quelle che fanno guadagnare, come sempre!

di Silvia Rossi

Abstract: In un contesto dove le guerre e le morti diventano rilevanti solo se esse stesse sono parte della guerra mediatica, si parla tanto della guerra in Ucraina e non si parla affatto di tante altre tragedie in atto, come la guerra nello Yemen, che hanno ucciso un numero elevatissimo di persone e, soprattutto, di bambini e continuano a farlo. Ci si preoccupa persino degli animali uccisi nella guerra Russa-Ucraina, ma si ignorano le violenze quotidiane sulle donne in Pakistan. Anche le grandi celebrazioni recenti per gli attentati al giudice Borsellino e alla sua scorta hanno dimenticato l’ultima vittima, la diciassettenne Rita Atria.

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Mai come oggi possiamo essere a conoscenza dei fatti che accadono vicino e lontano da noi.

I mezzi di comunicazione che giornalmente sfruttiamo ci danno la possibilità di essere aggiornati in tempo reale, su accadimenti e novità che più ci interessano. Proprio qui risiede il problema nonché il limite degli strumenti informativi: ci viene detto ciò che interessa e influenza la nostra società, tutto il resto viene tralasciato.

Questo atteggiamento non per forza  deriva da disinteresse e negligenza verso certi eventi, ma anche da un istinto di sopravvivenza umano; le notizie positive e ancor di più quelle negative hanno un effetto sulla nostra persona, dunque non sarebbe possibile preoccuparsi per ogni accaduto di cui veniamo a conoscenza.

Purtroppo le crisi, le guerre e i disastri di cui siamo informati sono solo una piccola percentuale di quelli che ogni giorno si verificano nel mondo.

“Il conflitto dimenticato” nello Yemen

Siamo tutti consapevoli della guerra che dal 20 febbraio di questo anno sta distruggendo la popolazione Ucraina, ma pochi di noi sono a conoscenza di un conflitto vivo ormai da otto anni, che ha sterminato milioni di vite e condotto altrettante alla fame: è la guerra in Yemen.

La diaspora, sorta nel 2014, deriva da passate tensioni tra le popolazioni sciite e sunnite rispettivamente sostenute da Iran e Arabia Saudita[1], quest’ultima intervenne attivamente nel conflitto nel 2015 grazie all’aiuto di Emirati ArabiStati Uniti, Francia e Regno Unito, bombardando i popoli sciiti, che risposero con attacchi missilistici.

Considerato come uno dei paesi più poveri della penisola araba, lo Yemen non ha molte possibilità di dare risonanza e valore alla sua lotta, difatti definita “the forgotten war” [la guerra dimenticata].

Le ragioni per cui la guerra in Yemen non è “virale” sono principalmente tre: denaro, Iran e petrolio.

È difficile porre fine ad un conflitto dove l’Occidente (principalmente USA e UK) vende miliardi di dollari di rifornimenti d’armi all’Arabia Saudita. I paesi occidentali non solo traggono profitto da una guerra che non li riguarda direttamente, ma cooperano a distanza nel mantenerla viva.

La dominazione araba sulla fazione iraniana spinge gli Stati Uniti e gli altri paesi europei a non interessarsi troppo alla questione bellica nonostante il disastro umano ed economico che la popolazione yemenita sta subendo da otto anni.

Infine il petrolio è l’altra grande ragione per cui l’intervento occidentale è rimandato a data da destinarsi; lo Yemen non possiede cospicue riserve di petrolio e dunque i mercati delle esportazioni non sono rilevanti per le grandi potenze mondiali.

Nonostante i danni calcolati siano tanto gravi quanto quelli causati da altre guerre come quelle in Siria e nel Vietnam, pare che lo Yemen non abbia abbastanza valore per poter essere raccontato ed aiutato. Ad oggi 25 milioni di abitanti vivono in uno stato di malnutrizione, 85.000 bambini sono deceduti, dove ogni 9 minuti ne muore uno sotto i cinque anni [2], a causa di sofferenze fisiche e l’economia è ai limiti del collasso già dal 2018, ma la guerra interna non accenna a fermarsi.

Il velo nasconde i volti di donne violate

Il Pakistan è il sesto paese più popoloso al mondo, ma il penultimo per diritti femminili e parità di genere. Nonostante siano innumerevoli gli abusi e le violenze subite nella storia dalle donne pakistane, ancora troppo poco se ne parla e troppo vivo è tutt’oggi il problema.

La religione islamica, fortemente patriarcale e maschilista, nega a queste donne i loro diritti fondamentali e le costringe ad obblighi opprimenti verso un sistema tirannico: sono considerate schiave di uomini che esercitano su di loro stupri, soprusi e diritti illeciti.

Un’indagine eseguita dalla Commissione nazionale per i diritti umani ha rivelato che ogni anno sono circa 7.000 gli stupri, 4 è la media settimanale di donne bruciate dall’acido e 3 quella dei decessi per violenza. [3]

Un fattore determinate nella disparità di genere in Pakistan (e in molti altri paesi) è l’istruzione: l’analfabetismo femminile supera il 70% contro il 40% di quello maschile. La cultura e l’educazione sono l’unica arma in grado di liberare le donne dalle catene di sfruttamento a cui sono legate. Solo in questi anni, anche grazie ai social e alla condivisione, le donne islamiche tentano una fuga da quel “codice d’onore” che le vuole schiave. Molte sono oggi le attiviste, influencer, insegnati e sportive pakistane e non solo, che operano ogni giorno per portare un cambiamento attivo e permanente nelle loro società discriminatorie. La loro lotta nasconde molto di più di una disparità di genere; non si parla solo di uomini contro donne, ma bensì di ingiustizia contro giustizia, di tradizione contro evoluzione, di silenzi contro urla e di vita contro morte.

Una donna accanto a Paolo Borsellino

Stavolta non c’è bisogno di allontanarci da casa per dar voce ad una storia non abbastanza raccontata; il 19 Luglio 1992, giorno della strage di via D’Amelio, è una data che resterà per sempre nella storia e nei cuori italiani, altrettanto non si potrà dire del 26 Luglio 1992. Pochi a conoscerla, ancor meno quelli a ricordarla: Rita Atria una diciottenne siciliana che si tolse la vita una settimana dopo la morte del magistrato Paolo Borsellino di cui era preziosa collaboratrice da tempo.

Troppo giovane per sopportare quella strage, troppo vulnerabile ed esposta a minacce mafiose per poter continuare a vivere, si suicidò lanciandosi dal balcone della sua casa romana in cui era imprigionata per la paura. Un salto nel vuoto senza urla, ma solo un silenzio estivo interrotto da un tonfo. Al suo funerale, se così possiamo definirlo (piccolo rito al cimitero), tenutosi in provincia di Trapani dove Rita nacque, c’erano solo donne compaesane a rendere giustizia ad una ragazza pentita ma senza peccato. La sua morte non venne onorata da manifesti, giorni di lutto e serrande abbassate come quella del giudice Borsellino ma neppure come quella dei boss mafiosi del Belice[4]. La sua vita venne offesa anche dopo la morte e proprio dalla madre, Giovanna Cannova, che sfregiò la tomba per non aver accettato la ribellione della figlia contro la malavita in cui vivevano.

Rita è una donna ribelle uccisa dal terrore, senza storia di giustizia e senza memoria: settima vittima di via D’Amelio.

Vittime invisibili

Siamo abituati a catalogare gli eventi in “grandi storie” e “piccole storie”; onoriamo e ricordiamo la memoria dei potenti, degli intellettuali, di chi ha fatto del bene (o del male), ma poche volte conosciamo le piccole vite, deboli di fama, schiacciate dal peso di altre esistenze evidentemente più dignitose o solo più profittevoli.

Vittime, spesso invisibili, meriterebbero pari risonanza, ma si sa, l’uguaglianza non è pratica di questo mondo. A volte neppure la morte aiuta le piccole vite a diventare grandi.

[Foto di copertina Amnesty International]

NOTE

[1] I conflitti tra sciiti e sunniti hanno radici secolari e dividono da sempre la popolazione mediorientale non solo dal punto di vista religioso, ma anche culturale e civile. La differenza tra sunniti (sostenitori della sunna) e sciiti (sostenitori di Ali) risale al VII secolo quando alla morte del Profeta Muhammad si entrò in conflitto per chi dovesse ereditare il potere. Gli sciiti rappresentano la percentuale minoritaria tra i musulmani (15%) e la loro concentrazione è in Iran, mentre i sunniti sono la maggioranza e il loro cuore è l’Arabia Saudita. https://icalcidedegasperi.edu.it/wp-content/uploads/sites/289/Sciiti-e-Sunniti.pdf

[2] https://www.lastampa.it/esteri/2021/11/26/news/yemen_la_mattanza_di_bambini_ogni_nove_minuti_ne_muore_uno_sotto_i_5_anni_per_colpa_della_guerra-732068/

[3]https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/E-7-2014-004251_IT.html

[4] La mafia della Sicilia occidentale trovò nella Valle del Belice terreno fertile per i suoi traffici: dal 1970 a seguito del terremoto che colpì quella zona, iniziò un mercato mafioso di cemento ed edilizia. La faida tra le famiglie Accardo e Ingoglia di Partanna (paese natale di Rita) mette fine alle speranze di una terra povera e distrutta dal sisma. Ci vorranno decenni di inchieste, processi e piani urbanistici per la ricostruzione dell’ambiente economico e sociale della Valle del Belice.   https://ilcircolaccio.it/2018/08/07/la-mafia-del-belice-e-la-ricca-via-del-cemento/

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