ETHICA SOCIETAS-Rivista di scienze umane e sociali

La più grande minaccia ambientale non è il cambiamento climatico

di Silvia Rossi

Abstract: Non è il riscaldamento globale a mettere in pericolo la salute e la sopravvivenza degli esseri umani ma il contrario. Sebbene la trasformazione dell’ambiente sia un evento lecito e perpetuo, è innegabile come l’uomo sia protagonista indiscusso della modifica degli equilibri globali. Il problema, infatti, non risiede nel cambiamento in sé, ma piuttosto nel tipo di cambiamento che noi abbiamo messo in atto.

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“Il riscaldamento globale mette in pericolo la nostra salute”, “l’effetto serra sta alterando le temperature dell’ecosistema”: questi sono solo alcuni dei titoli di servizi giornalistici o articoli sul web letti ogni giorno riguardo l’ambiente. Peccato che il soggetto-agente sia completamente errato; titoli del genere sono totalmente fuorvianti e negazionisti verso una  responsabilità che ci appartiene al 100%. I cambiamenti climatici, a cui assistiamo da più di un secolo e ormai divenuti un problema urgente, sono conseguenza di atteggiamenti irresponsabili ripetuti nel lungo periodo per cui oggi è difficile (se non impossibile) assistere ad un’ inversione di rotta. Sebbene la trasformazione dell’ambiente sia un evento lecito e perpetuo, è innegabile come l’uomo sia protagonista indiscusso della modifica degli equilibri globali. Il problema, infatti, non risiede nel cambiamento in sé, ma piuttosto nel tipo di cambiamento che noi abbiamo messo in atto.

Cosa significa riscaldamento globale

Per definizione è l’aumento progressivo nel lungo periodo delle temperature ambientali causato dall’effetto serra antropico: quest’ultimo è l’eccessiva produzione, da parte dell’uomo, di gas serra che ostacolano la fuoriuscita  delle radiazioni atmosferiche causando un accumulo di calore continuo.

La causa scatenante di questo innalzamento progressivo delle temperature è da ricercare nella prima rivoluzione industriale, quando l’uomo mutò radicalmente il sistema e le sue abitudini con l’avvento delle industrie riversando nell”atmosfera tonnellate di CO2.

La temperatura ambientale, ad oggi, è aumentata di 0,98°C rispetto ai tempi precedenti l’industrializzazione e non accenna a rallentare con previsioni di innalzamento di un altro mezzo grado entro il 2030[i].

Se da un lato si parla di cecità e negazionismo verso un problema planetario, dall’altro sono molte le soluzioni che si stanno mettendo in atto per invertire il trend negativo: nuove tecnologie rinnovabili per la produzione di energia pulita come il solare, l’idroelettrico e l’eolico sono ormai attive a pieno regime in molti paesi.

Il mondo si sta muovendo verso un futuro più sostenibile ma il timore è che il processo sia troppo lento.

L’impatto dell’uomo sull’ambiente

Rinuncia: è un termine che poco si confà alla natura umana, ma che dovremmo imparare a prendere in considerazione se vogliamo che i nostri figli non ereditino un pianeta segnato.

Il principio di conservazione della massa  (“nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”) non è più vero (in questo caso), non ci sarà un eterno rinnovamento della materia se continueremo a perseverare  nella presunzione di avere sempre tempo.

Siamo giunti al capolinea dove il tempo per gli errori è terminato e deve iniziare quello del soccorso (last minute) e delle rinunce.

Non siamo disposti a rinunciare agli allevamenti intensivi, allo spreco energetico, al SUV mastodontico  e alla bottiglia in plastica, ma il 22 aprile “festeggiamo” l’Earth Day per la sensibilizzazione su temi come rigenerazione e ripristino.

La presa di posizione di tutte le associazioni e aziende dedite alla salvaguardia dell’ambiente è il punto di partenza per un rinnovamento e una speranzosa rinascita, ma non sarà sufficiente se non cambierà in primo luogo il comportamento di massa.

Invece di essere complici del cambiamento climatico dovremmo essere parte attiva del rinnovamento.

Ciò che avremmo dovuto già imparare secoli indietro è la cultura della sostenibilità e non la dominazione dell’ecosistema di cui facciamo parte.

La narrativa sul cambiamento climatico dovrebbe essere parte fondamentale degli insegnamenti nelle scuole e nelle case, che dovrebbero sensibilizzare i giovani sul processo di osmosi tra umanità e natura.

L’impatto che i deleteri stili di vita individuali e generali  hanno avuto e hanno tutt’ora sul nostro pianeta sono stati da sempre sottovalutati: l’ecosistema assorbe rapidamente le conseguenze delle nostre attività. Se la tendenza non sarà invertita le grandi foreste dell’Amazonia potrebbero inaridirsi, i ghiacciai dell’Artico sciogliersi del tutto e fauna e flora di questi ambienti estinguersi definitivamente.

Non è necessario attendere decisioni e provvedimenti dei leader mondiali per poter attuare comportamenti più responsabili per la sopravvivenza nostra e della Terra.

Il problema risiede nella consapevolezza con cui oggi e da secoli agiamo per i nostri interessi: le comodità e i vantaggi che abbiamo costruito intorno a noi ci hanno reso schiavi di numerose inutilità.

Le comodità possono essere sostenibili purché non inquinanti e a favore della protezione del pianeta; solo se inizieremo a progettare mettendo in prima posizione il rispetto degli ecosistemi si può sperare in un cambiamento.

Secondo il paleoclimatico Luca Mercalli[ii], l’immobilismo a cui assistiamo oggi è probabilmente basato su due attitudini dell’animo umano: la tendenza a negare o rimandare i problemi a lungo termine per concentrarsi sul domani e la mentalità schiavista dell’uomo alle logiche finanziarie. .

Già dal secolo scorso avremmo dovuto attuare una filosofia di prevenzione, oggi siamo ormai in uno stato di emergenza irreversibile.

Salute psicologica:  un rischio nascosto dell’inquinamento ambientale 

È noto come i cambiamenti climatici siano una minaccia per la nostra esistenza, tuttavia essi hanno un impatto meno visibile ma ugualmente critico sul benessere psicologico degli individui.

L’incontro internazionale Stockholm +50 (assemblea dell’OMS del 2-3 giugno scorsi riguardo la salute umana, l’ambiente e lo sviluppo sostenibile) ha rivelato come la crisi climatica sia gravosa anche sulla salute mentale dell’uomo.

È un problema meno visibile a causa del suo impatto poco uniforme sulla comunità, ma dalle ricerche[iii] effettuate sul rapporto tra cambiamento climatico e stato mentale è emersa un’evidente crescita di problematiche psicologiche soprattutto nelle popolazioni più vulnerabili e ai margini. Alcuni soggetti sembrano essere più esposti ai potenziali impatti dei mutamenti climatici: i bambini, gli anziani, i malati cronici, le persone con disabilità cognitive o motorie, le donne in gravidanza e dopo il parto e le persone con malattie mentali; e ancora le persone di status socioeconomico inferiore, i migranti, i rifugiati e i senzatetto.

L’aumento delle temperature, l’innalzamento dei mari, la siccità e molti altri eventi climatici mutano drasticamente i paesaggi naturali, le risorse di cibo e acqua e le condizione agricole, inoltre indeboliscono le infrastrutture causando stress sociale e finanziario, accrescono gli episodi di violenza familiare e aggressioni e portano alla disgregazione di intere comunità già deboli.

Gli sconvolgimenti atmosferici e i relativi disastri sempre più intensi, frequenti e complessi sembrano causare disturbi postraumatici da stress, depressione, ansia e traumi indiretti. La necessità di servizi di salute mentale aumenta all’indomani di un disastro climatico, allo stesso tempo, però, si verifica spesso un’interruzione dei servizi o una diminuzione dell’accessibilità ad essi.

Ancora una volta l’impegno collettivo volto alla creazione di un biosistema sostenibile può essere un primo passo verso il cambiamento; nel frattempo è  necessario l’intervento dei governi per la fondazione di efficaci sistemi di supporto mentale volti a garantire la serenità attuale e futura delle comunità.

Imparare a rinascere dalla natura

Ci stiamo muovendo sempre di più verso il punto di rottura, l’allarme è ormai chiaro, la crisi ambientale è al centro di numerosi convegni e dibattiti internazionali e aumentano ogni anno le associazioni dedite alla difesa del pianeta, eppure le emissioni di CO2 sono in crescita, la foresta amazzonica si è ridotta del 30%, il livello dei mari è salito di 90 cm nell’ultimo secolo e le calamità naturali non sono mai state così numerose come negli ultimi 20 anni.

Ancora una volta la Natura ci insegna una lezione di vita e di sopravvivenza: il suo istinto di procreazione continua ad essere spiccato nonostante l’uomo stia mettendo a dura prova le sue capacità di rigenerazione. Eventi come l’incendio avvenuto nel 1988 nel parco di Yellowstone ci dimostrano come quell’ecosistema fu in grado di reagire ad una calamità grazie al suo impulso naturale alla rinascita: venne distrutta 1/3 della vegetazione, ma le pigne di quel parco essendo protette da una dura resina non bruciarono ma bensì esplosero e i semi sparsi sulla superficie furono in grado di rigerminare già l’anno successivo.

Non vediamo (o facciamo finta) quanto la natura si prenda cura di noi quotidianamente: gli alberi nelle città abbassano le temperature permettendoci di resistere alle ondate di calore e assorbono le piogge evitando allagamenti.

Alcuni studi rivelano come  vivere in aree verdi riduca la possibilità di contrarre malattie respiratorie e cardiovascolari e aumenti la sensazione di benessere mentale grazie a delle molecole dette fitocidi che rinforzano le difese immunitarie.

La ricchezza più grande risiede nella capacità degli alberi di assorbire anidride carbonica e intrappolarla nel suolo per poi rilasciarla in modo graduale nell’atmosfera creando così una situazione di equilibrio tra l’energia emessa e quella assorbita dalla Terra.

La resilienza e l’equilibrio sono  nel DNA della natura; fauna e flora danzano in un processo di coevoluzione da cui l’uomo ha deciso di allontanarsi ma di cui avrebbe urgentemente bisogno di far parte. Se un’inversione di rotta è ancora possibile non si può sostare inerti in attesa di una catastrofe planetaria; la cecità e la passività di cui siamo colpevoli da secoli ci costringono, oggi, ad aprire gli occhi e il cuore verso un pianeta che richiede più umanità

Mentre combattiamo un virus che ci ha immobilizzati per due anni e andiamo in soccorso dei soldati per fermare le guerre, non ci dimentichiamo della natura.

Siamo parte di un progetto corale chiamato vita, cerchiamo di capirne la fortuna e facciamo in modo che tale bellezza possa essere ammirata anche dai nostri figli.

NOTE

[i] https://www.theguardian.com/environment/2021/aug/09/climate-crisis-unequivocally-caused-by-human-activities-says-ipcc-report

[ii] https://radiogold.it/cronaca/308501-siccita-cambiamenti-climatici-piemotne-intervista-luca-mercalli-climatologo/

[iii] Mental health and Climate Change: Policy Brief https://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato1654509152.pdf

 

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