Le ragioni del Sì al referendum spiegate dal sostituto procuratore della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere

Abstract: L’intervista affronta il tema della riforma della magistratura sottraendolo alla contrapposizione ideologica e riportandolo alla sua dimensione etica e costituzionale. Attraverso un dialogo argomentato, vengono analizzati tre snodi decisivi del sistema giudiziario: la separazione delle carriere tra giudice e pubblico ministero, il superamento delle logiche correntizie nel Consiglio Superiore della Magistratura e la riorganizzazione della responsabilità disciplinare. L’analisi mostra come tali interventi, se attuati nel rispetto delle garanzie di autonomia, non indeboliscano la magistratura ma ne rafforzino la terzietà, la trasparenza e la credibilità. L’indipendenza della giurisdizione è ricondotta alla sua funzione originaria: non privilegio corporativo, ma presidio democratico al servizio dei cittadini e della fiducia nella giustizia.
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Annalisa Imparato è sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (CE); consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle ecomafie della Camera dei deputati; consulente giuridico del Ministero della Difesa; docente presso il CASD e il COVI; inserita da Fortune Italia tra le “Most Powerful Women 2024. Profilo LinkedIn
GLI ALTRI INTERVENTI
LA PUBBLICA ACCUSA NELLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA: INTERVISTA A GIUSEPPE BELLELLI
LA TERZIETÀ DEL GIUDICE E LA RIFORMA: INTERVISTA A MARCO TAMBURRINO
Il dibattito sulla riforma della magistratura è spesso segnato da contrapposizioni ideologiche e semplificazioni che rischiano di oscurare il nodo centrale: la qualità della giustizia in una democrazia costituzionale. In questo dialogo, Cristina Di Silvio e Annalisa Imparato affrontano alcuni dei temi più delicati del sistema giudiziario — separazione delle carriere, funzionamento del CSM e responsabilità disciplinare — con un approccio giuridico e non ideologico o corporativo, interrogandosi su come rafforzare l’indipendenza della magistratura senza indebolirne la credibilità agli occhi dei cittadini.
- La separazione delle carriere: indipendenza e terzietà

Cristina Di Silvio: «In che modo la separazione delle carriere, che di fatto già oggi è limitata, sarebbe eticamente e costituzionalmente sbagliata e in che modo se ne pregiudicherebbe l’autonomia e l’indipendenza, considerato che giudice e pubblico ministero sono due professioni diverse e i loro ruoli dovrebbero essere ben distinti come quello del difensore?»
Annalisa Imparato: «La separazione delle carriere non è eticamente né costituzionalmente sbagliata perché la Costituzione non impone affatto l’unità delle carriere tra giudice e pubblico ministero, ma tutela piuttosto l’indipendenza della magistratura e soprattutto la terzietà del giudice nel processo. Giudice e pubblico ministero svolgono funzioni strutturalmente diverse: il primo decide in posizione di imparzialità, il secondo sostiene l’accusa e promuove l’azione penale. È quindi fisiologico che abbiano culture professionali, obiettivi e responsabilità differenti. La permanenza in un unico ordine, con passaggi di funzione, valutazioni incrociate e autogoverno comune, non garantisce maggiore indipendenza, ma rischia di indebolire, almeno nella percezione, la terzietà del giudice, elemento essenziale del giusto processo. Separare le carriere, mantenendo le stesse garanzie di autonomia per il pubblico ministero, non lo assoggetta al potere esecutivo né lo indebolisce, ma chiarisce i ruoli e rafforza l’equilibrio tra accusa e difesa, rendendo più credibile l’imparzialità della giurisdizione senza violare alcun principio costituzionale.»
- L’estrazione a sorte del CSM: ridurre le correnti senza indebolire l’autonomia
Cristina Di Silvio: «Perché togliere valore politico alle correnti con l’estrazione a sorte del CSM sarebbe contro l’autonomia della magistratura, considerato che la Costituzione prevede l’indipendenza della magistratura dalla politica e permette di limitare il diritto di iscrizione ai partiti politici per i magistrati?»
Annalisa Imparato: «L’estrazione a sorte dei componenti togati del CSM non è contraria all’autonomia della magistratura perché il vero rischio non è il venir meno del peso politico delle correnti, ma il loro consolidarsi come centri di potere organizzato e permanente. Le correnti non sono previste dalla Costituzione e, nel tempo, hanno assunto una funzione para-politica che incide su nomine, carriere ed equilibri interni, generando dinamiche di scambio e appartenenza che poco hanno a che fare con l’indipendenza del singolo magistrato. Il sorteggio non elimina il pluralismo culturale, garantito dalla diversità reale dei magistrati, ma riduce la formazione di oligarchie interne e carriere costruite sul consenso correntizio. In questo senso, il sorteggio è coerente con l’idea costituzionale di magistratura indipendente dalla politica, esterna e interna, e con la possibilità di limitare l’impegno politico dei magistrati per preservarne neutralità e autorevolezza istituzionale.»
- Il Gran Giurì disciplinare: autonomia e percezione di imparzialità
Cristina Di Silvio: «Quale rischio ci sarebbe con l’istituzione del Gran Giurì disciplinare, considerando che comunque sarebbe composto dagli stessi magistrati?»
Annalisa Imparato: «L’istituzione di un Gran Giurì disciplinare non comporta un rischio per l’autonomia della magistratura se esso è composto da magistrati e strutturalmente separato dagli organi che governano carriere e nomine. Il problema del sistema attuale non è che i magistrati giudichino altri magistrati, ma che la funzione disciplinare sia intrecciata con logiche di autogoverno e di appartenenza, generando una percezione diffusa di autoreferenzialità o selettività nelle sanzioni. Un organo disciplinare distinto, con composizione neutrale e mandato limitato, riduce il rischio di condizionamenti reciproci e rende più credibile il principio di responsabilità senza introdurre ingerenze politiche. In questo modo si rafforza l’autonomia della magistratura: un sistema percepito come giusto nella valutazione delle condotte è la condizione stessa per la fiducia dei cittadini e per la legittimazione dell’indipendenza giudiziaria.»
Conclusione: una magistratura credibile e al servizio dei cittadini
Annalisa Imparato: «Il punto non è difendere assetti corporativi o equilibri sedimentati, ma chiedersi quale magistratura serva a una democrazia matura. Una magistratura forte non è quella che si chiude in sé stessa per timore del cambiamento, ma quella che accetta di rimettere in discussione le proprie forme di potere per rafforzare la propria credibilità. Separare le carriere, spezzare le logiche correntizie e rendere effettiva la responsabilità disciplinare non significa indebolire la giurisdizione, ma restituirle autorevolezza. L’indipendenza della magistratura non è un bene da difendere per i magistrati: è un bene da garantire ai cittadini. Ogni riforma andrebbe giudicata alla luce di una sola domanda: rende la giustizia più giusta, trasparente e degna della fiducia di chi vi si affida?»

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