ETHICA SOCIETAS-Rivista di scienze umane e sociali

La performatività della cura tra estetica della perfezione e ostentazione del caos nei social media contemporanei.

Elhem Beddouda

Abstract: L’articolo analizza la rappresentazione della maternità nell’ecosistema digitale contemporaneo, con particolare attenzione alla figura delle cosiddette mom influencer. Attraverso un approccio interdisciplinare che intreccia sociologia dei media, studi di genere e teoria della performatività, il testo esplora due estetiche dominanti della maternità online: da un lato la maternità “da catalogo”, costruita attraverso immagini di perfezione domestica, gravidanza armoniosa e cura impeccabile; dall’altro la spettacolarizzazione del caos quotidiano come nuova forma di autenticità performativa. L’obiettivo è comprendere come entrambe le narrazioni, pur apparendo opposte, rispondano a logiche comuni di visibilità, monetizzazione e costruzione identitaria nei social media. L’articolo evidenzia come la maternità digitale si collochi oggi in uno spazio ambiguo tra pressione normativa, mercato dell’intimità e ricerca di riconoscimento sociale.

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Elhem Beddouda, educatrice professionale laureata in Scienze dell’educazione e dei processi formativi dell’università di Parma con una tesi dal titolo “Islam e funzione educativa. Prospettiva in tema di assistenza religiosa in carcere” , attualmente sono iscritta al corso di laurea “Global Studies For Sustainable Local and International Development and Cooperation” della stessa università.


English version


La maternità come performance sociale

La maternità non è mai stata un’esperienza puramente privata. Le società moderne hanno storicamente attribuito alle madri un ruolo morale e simbolico fondamentale, associando alla figura materna ideali di sacrificio, dedizione, purezza e responsabilità educativa. Con l’avvento dei social media, tuttavia, la maternità entra in una nuova fase: da esperienza sociale diventa esperienza costantemente visibile.

La teoria della performatività di Judith Butler può essere utile per comprendere questo fenomeno. La maternità digitale non è semplicemente “mostrata”, ma continuamente performata attraverso rituali visivi e narrativi: fotografie della gravidanza, video delle routine mattutine, racconti del parto, tutorial sull’allattamento, organizzazione domestica e gestione emotiva dei figli.

Ogni contenuto pubblicato contribuisce alla costruzione di un’identità materna riconoscibile e socialmente validata. La piattaforma stessa incentiva questa dinamica attraverso algoritmi che premiano la continuità narrativa, l’engagement emotivo e la produzione costante di intimità condivisa.

La maternità online diventa così una forma di lavoro relazionale e simbolico. Le influencer non vendono soltanto prodotti, ma stili di vita, modelli educativi, estetiche della cura e forme di femminilità contemporanea.

La gravidanza da catalogo: estetica della perfezione e domesticità aspirazionale

Uno dei modelli dominanti nella cultura digitale contemporanea è quello della maternità aspirazionale. In questo immaginario, la gravidanza appare armoniosa, luminosa, ordinata. I corpi delle donne incinte vengono rappresentati come controllati, eleganti e fotogenici; le case risultano pulite, minimaliste e curate; i figli sorridenti; le routine produttive e serene.

Questa estetica richiama il concetto di “domesticità performativa”, in cui la casa diventa non solo spazio abitativo ma palcoscenico identitario. La maternità viene incorporata in un linguaggio visuale fortemente influenzato dalla pubblicità, dall’interior design e dalla cultura del benessere.

L’immagine della madre perfetta non è nuova nella storia occidentale, ma i social media ne amplificano l’intensità attraverso tre elementi fondamentali:

1. La continuità della visibilità: la maternità viene documentata quotidianamente.

2. La monetizzazione dell’intimità: il contenuto familiare diventa economicamente profittevole.

3. L’interiorizzazione del confronto sociale: le utenti confrontano costantemente la propria esperienza con quella altrui.

In questo contesto, la gravidanza stessa diventa un progetto estetico. Il corpo materno viene disciplinato attraverso alimentazione controllata, allenamento, skincare, abbigliamento coordinato e narrazione emotiva positiva. Anche il dolore o la fatica vengono spesso filtrati per mantenere una coerenza narrativa rassicurante.

La piattaforma digitale favorisce infatti contenuti facilmente consumabili, visivamente armonici e capaci di suscitare desiderio. Ne deriva una maternità “instagrammabile”, in cui la vita domestica viene trasformata in prodotto culturale.

Il caos come nuova autenticità

Negli ultimi anni, tuttavia, è emersa una contro-estetica che rifiuta esplicitamente la perfezione tradizionale. Molte influencer mostrano case disordinate, figli urlanti, esaurimento mentale, depressione post-partum, difficoltà relazionali e senso di fallimento.

Questa rappresentazione viene spesso percepita come più autentica e liberatoria. Essa si oppone all’idealizzazione della maternità tradizionale e denuncia le pressioni sociali imposte alle donne.

Tuttavia, anche l’autenticità può trasformarsi in performance.

La sociologia dei media contemporanei mostra infatti come i social network abbiano progressivamente incorporato il linguaggio della vulnerabilità. Mostrare il caos domestico, piangere davanti alla telecamera o raccontare il burnout materno può diventare una strategia di vicinanza emotiva con il pubblico.

Si crea così una nuova forma di capitale simbolico: non più la perfezione, ma la trasparenza emotiva.

La madre “imperfetta” ottiene legittimazione attraverso la confessione pubblica delle proprie difficoltà. Tuttavia, anche questa vulnerabilità è spesso selezionata, montata e resa narrativamente efficace. Il caos mostrato online raramente coincide con il caos reale nella sua complessità integrale.

In altre parole, il disordine diventa anch’esso estetica.

L’autenticità digitale non elimina la performance: la trasforma.

Perfezione e caos: due facce dello stesso dispositivo

Sebbene le due narrazioni sembrino opposte, entrambe condividono la stessa struttura culturale. Sia la maternità perfetta sia quella caotica operano infatti dentro logiche algoritmiche che premiano:

-esposizione continua;

-intensità emotiva;

-riconoscibilità narrativa;

-coinvolgimento del pubblico;

-monetizzazione della vita privata.

In entrambi i casi, il quotidiano familiare viene trasformato in contenuto.

La differenza principale riguarda il codice estetico utilizzato: ordine e armonia da un lato; spontaneità e vulnerabilità dall’altro. Ma entrambe le rappresentazioni rispondono alla stessa esigenza di visibilità e costruzione identitaria.

Questa dinamica produce effetti significativi sulla percezione sociale della maternità.

Molte donne sperimentano un senso di inadeguatezza non solo rispetto agli standard di perfezione, ma anche rispetto alla capacità di “gestire bene il caos”. La maternità online crea infatti nuove aspettative emotive: essere produttive ma presenti, curate ma naturali, stanche ma ironiche, vulnerabili ma resilienti.

Il risultato è una continua tensione performativa.

La maternità come lavoro emotivo al servizio della piattaforma

Le influencer della maternità svolgono una forma di lavoro spesso invisibile ma altamente impegnativa. Oltre alla cura familiare reale, esse devono gestire:

-produzione di contenuti;

-pianificazione editoriale;

-interazione con il pubblico;

-collaborazioni commerciali;

-costruzione del personal brand;

-moderazione dei commenti;

-esposizione costante della propria intimità.

La maternità digitale si colloca quindi all’intersezione tra lavoro domestico e lavoro immateriale.

Il concetto di “platform capitalism” aiuta a comprendere come le piattaforme trasformino emozioni, relazioni e vita privata in valore economico. La quotidianità familiare diventa materiale monetizzabile attraverso sponsorizzazioni, affiliazioni, partnership e visualizzazioni.

In questo processo emergono anche importanti questioni etiche.

I figli delle influencer, spesso presenti sin dalla gravidanza nei contenuti online, diventano parte integrante dell’economia della visibilità. La loro immagine circola pubblicamente prima ancora che possano esprimere consenso. Ciò apre interrogativi sulla privacy infantile, sul cosiddetto sharenting e sulla commercializzazione dell’infanzia.

Comunità digitali e ricerca di riconoscimento

Nonostante gli aspetti problematici, sarebbe riduttivo interpretare le comunità materne online esclusivamente in termini negativi. Per molte donne, i social rappresentano anche spazi di supporto emotivo, condivisione e riconoscimento.

La maternità contemporanea è spesso caratterizzata da isolamento sociale, precarietà lavorativa e frammentazione delle reti familiari tradizionali. Le piattaforme digitali possono allora funzionare come luoghi di appartenenza simbolica.

Le madri trovano online:

-consigli pratici;

-identificazione emotiva;

-sostegno psicologico;

-normalizzazione delle difficoltà;

-comunità di esperienza.

La stessa esposizione delle fragilità può avere effetti positivi quando rompe il silenzio attorno a temi come depressione post-partum, carico mentale o burnout genitoriale.

Il problema emerge quando la logica della piattaforma trasforma ogni esperienza in contenuto permanente e ogni emozione in occasione di engagement.

Conclusioni

La maternità digitale contemporanea si sviluppa all’interno di una tensione costante tra autenticità e performance, intimità e mercato, esperienza reale e costruzione estetica.

Le influencer della maternità non rappresentano semplicemente un fenomeno superficiale della cultura social, ma incarnano trasformazioni profonde del rapporto tra identità, lavoro emotivo e visibilità pubblica.

La gravidanza “da catalogo” e l’ostentazione del caos domestico appaiono come due modelli opposti solo in superficie. Entrambi partecipano alla stessa economia dell’attenzione, nella quale la vita privata diventa contenuto e la maternità una pratica continuamente osservata, valutata e consumata.

In questo scenario, il rischio principale non è soltanto l’imposizione di standard irraggiungibili, ma la trasformazione della maternità stessa in una performance permanente.

Comprendere questi processi significa interrogarsi criticamente non solo sul ruolo delle influencer, ma sull’intero sistema culturale e tecnologico che oggi organizza la visibilità delle emozioni, della cura e della vita quotidiana.


BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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