Intelligenza artificiale generativa, plausibilità cognitiva e responsabilità istituzionale nell’era dei sistemi socio-tecnici

Abstract: Il dibattito contemporaneo sull’intelligenza artificiale non può più limitarsi a interrogare la natura astratta dei sistemi algoritmici, ma deve analizzare ciò che essi producono nei contesti sociali, cognitivi e istituzionali in cui vengono utilizzati. A partire dalle prospettive del National Institute of Standards and Technology e dell’UNESCO, l’articolo interpreta l’IA come tecnologia socio-tecnica, nella quale dimensione computazionale, pratiche umane, aspettative culturali e decisioni organizzative risultano profondamente intrecciate. Il nodo centrale è costituito dalla soglia della plausibilità cognitiva: i sistemi generativi non sono coscienti e non possiedono interiorità, ma sono in grado di produrre enunciati formalmente coerenti, argomentati e talvolta empatici, tali da simulare processi che gli esseri umani riconoscono come pensiero. Attraverso il riferimento alla distinzione di Daniel Dennett tra physical stance, design stance e intentional stance, l’articolo mostra il rischio di confondere una strategia interpretativa utile con una prova ontologica della presenza di una mente. Il problema non è soltanto filosofico, ma culturale e politico: l’antropomorfizzazione delle tecnologie può aumentare fiducia, delega e dipendenza, modificando il modo in cui gli individui attribuiscono autorevolezza, competenza e responsabilità ai sistemi artificiali. L’articolo conclude sostenendo che il futuro dell’IA non dipenderà soltanto dall’evoluzione delle macchine, ma dalla capacità delle società di governarne gli effetti attraverso regole, accountability, valutazione del rischio, supervisione umana e senso del limite.
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Paola La Salvia: già avvocato, ufficiale superiore della Guardia di Finanza, docente in materie economiche e giuridiche, esperta in antiriciclaggio e criminalità organizzata, cavaliere all’ordine al merito della Repubblica Italiana, autrice di testi, il suo ultimo lavoro è “I malacarni” sulla criminalità mafiosa. Profilo LinkedIn.
Nel dibattito contemporaneo sull’intelligenza artificiale non è più sufficiente domandarsi che cosa siano questi sistemi in senso astratto; è ormai necessario interrogarsi su ciò che fanno nel mondo, su come riorganizzano pratiche, aspettative e relazioni, e su come trasformano noi che li utilizziamo. Questa prospettiva è coerente con l’approccio adottato dalle principali istituzioni internazionali, che descrivono l’IA non come un oggetto puramente tecnico, ma come una tecnologia socio-tecnica, profondamente intrecciata con comportamenti umani, contesti d’uso e decisioni organizzative (NIST, 2023; UNESCO, 2021).
In questo quadro si colloca il ruolo del National Institute of Standards and Technology (NIST), l’Agenzia del Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti che sviluppa linee guida e standard per la gestione dei rischi tecnologici. Il NIST sottolinea come i rischi dell’IA emergano dall’interazione tra aspetti tecnici, fattori organizzativi e dimensioni sociali, e propone un modello di gestione del rischio orientato a sistemi affidabili, sicuri, trasparenti, spiegabili, responsabili e non discriminatori (NIST, 2023). Parallelamente, l’UNESCO insiste su diritti umani, dignità, trasparenza, equità e supervisione umana come condizioni imprescindibili per un uso responsabile dell’intelligenza artificiale (UNESCO, 2021).
Il punto più rilevante è il riconoscimento di una soglia già oltrepassata: quella della plausibilità cognitiva. I sistemi generativi non sono coscienti, né è necessario attribuire loro interiorità per spiegarne l’impatto; tuttavia, sono sufficientemente sofisticati da produrre enunciati che, per forma, coerenza e adattamento contestuale, simulano processi che riconosciamo come pensiero. Questa impressione non deriva da una fantasia distopica alla Blade Runner, ma da un effetto molto più quotidiano e, proprio per questo, più insidioso: modelli addestrati a predire il token successivo sono in grado di generare risposte che appaiono intenzionali, argomentate, talvolta persino empatiche.
Qui si apre una questione classica delle scienze umane: la distinzione tra spiegazione e attribuzione di intenzionalità. La riflessione di Daniel Dennett offre una griglia interpretativa particolarmente efficace, distinguendo tra physical stance, design stance e intentional stance (Dennett, 1987). Adottare quest’ultima significa trattare un sistema come se fosse un agente dotato di credenze e desideri quando ciò risulta utile per prevederne il comportamento. Tuttavia, questa efficacia interpretativa può generare un cortocircuito culturale: si rischia di scambiare una strategia descrittiva per una prova ontologica, finendo per prendere la simulazione della mente per una mente.
La frizione, però, non è soltanto filosofica: è profondamente culturale. Le persone tendono già ad antropomorfizzare le tecnologie, attribuendo loro calore, competenza, personalità e persino norme conversazionali. Questo fenomeno può facilitare l’interazione e aumentare la fiducia, ma comporta anche il rischio di una delega eccessiva e di una sopravvalutazione delle capacità dei sistemi. Il problema, quindi, non è soltanto che l’IA “sembri” intelligente, ma che questa somiglianza percettiva modifichi il nostro modo di giudicare, utilizzare e integrare tali strumenti nei processi cognitivi quotidiani.
Da qui emerge il vero nodo politico. La questione decisiva non è se le macchine diventeranno umane, ma se le istituzioni saranno in grado di tenere il passo con il loro impatto. Il NIST avverte che, in assenza di adeguati meccanismi di controllo, i sistemi di IA possono amplificare disuguaglianze, produrre esiti iniqui e rendere opachi i processi decisionali automatizzati (NIST, 2023). Parallelamente, l’UNESCO ribadisce che i principi etici devono tradursi in politiche concrete, strumenti regolativi efficaci e forme di supervisione umana realmente operative (UNESCO, 2021). Il dibattito, dunque, non può rimanere confinato alla metafisica dell’intelligenza: deve evolvere in una riflessione su responsabilità, accountability, valutazione del rischio, tutela dei diritti e governance algoritmica.
Il punto decisivo è proprio questo: l’intelligenza artificiale va interpretata come un dispositivo che redistribuisce potere simbolico, cognitivo e istituzionale. Non richiede soltanto nuove competenze tecniche, ma impone l’elaborazione di nuove categorie interpretative. Si tratta di comprendere come mutino l’autorevolezza del discorso, la fiducia nella parola, la nozione stessa di competenza e il confine tra assistenza e sostituzione, tra mediazione e dipendenza. La maturità, in questo contesto, non consiste nel credere o non credere alle macchine, ma nel costruire un ecosistema in cui la loro efficacia non generi né adesione acritica né rifiuto difensivo.
In definitiva, il futuro dell’IA non si gioca tanto sull’intelligenza delle macchine, quanto sulla capacità delle società di governarne gli effetti con lucidità, misura e senso del limite.
BIBLIOGRAFIA
Dennett, D. C. (1987). The intentional stance. Cambridge, MA: MIT Press.
National Institute of Standards and Technology. (2023). Artificial Intelligence Risk Management Framework (AI RMF 1.0). U.S. Department of Commerce. https://doi.org/10.6028/NIST.AI.100-1
National Institute of Standards and Technology. (2024). Artificial Intelligence Risk Management Framework: Generative Artificial Intelligence Profile. U.S. Department of Commerce.
UNESCO. (2021). Recommendation on the Ethics of Artificial Intelligence. United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization.

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