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SIRIA: DAI FANTASMI DI ASSAD ALLA FRAGILE RINASCITA DI UN PAESE DISTRUTTO, Paola La Salvia

Tra escalation globale dei conflitti, crisi umanitarie e necessità di una cultura politica della prevenzione

Paola La Salvia

Abstract: La Siria del 2026 si colloca in una fase di transizione complessa, segnata dal superamento del regime baʿthista, dall’emergere di nuove leadership e da un fragile processo di ricostruzione istituzionale. Il contributo analizza la trasformazione degli assetti statuali dopo oltre un decennio di conflitto, soffermandosi sulla gestione dei detenuti legati allo Stato Islamico, sul passaggio di controllo nel Nord-Est del Paese e sulle implicazioni giuridiche connesse al diritto internazionale umanitario e alla cooperazione penale transnazionale. L’articolo evidenzia la tensione tra esigenze di sicurezza e tutela delle garanzie fondamentali, interrogandosi sul ruolo della comunità internazionale nella stabilizzazione regionale. Accanto alle criticità persistenti, si esaminano segnali di resilienza sociale e culturale, che delineano una possibile traiettoria di riconciliazione e ricostruzione nel quadro di un ordine mediorientale in ridefinizione.

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Paola La Salvia: già avvocato, ufficiale superiore della Guardia di Finanza, docente in materie economiche e giuridiche, esperta in antiriciclaggio e criminalità organizzata, cavaliere all’ordine al merito della Repubblica Italiana, autrice di testi, il suo ultimo lavoro è “I malacarni” sulla criminalità mafiosa. Profilo LinkedIn.


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Genesi del conflitto e trasformazione dell’assetto statuale

Guardare oggi alla Siria significa confrontarsi con l’immagine di uno Stato profondamente trasformato. Prima del 2011, il potere era concentrato nelle mani di Bashar al-Assad, succeduto nel 2000 al padre Hafez al-Assad alla guida di una Repubblica formalmente pluralista ma sostanzialmente dominata dal partito Baʿth. Il sistema si fondava su un marcato accentramento politico, sul controllo dell’informazione e sulla repressione del dissenso, in un equilibrio delicato tra maggioranza sunnita e predominio dell’élite alawita negli apparati di sicurezza.

Le proteste del 2011, inserite nel più ampio contesto delle cosiddette “primavere arabe”, degenerarono rapidamente in un conflitto armato non internazionale ai sensi del diritto internazionale umanitario¹. Nel corso di oltre un decennio, la guerra ha prodotto centinaia di migliaia di vittime, milioni di sfollati e una devastazione infrastrutturale senza precedenti. L’intervento di attori regionali e globali ha trasformato il conflitto in una crisi sistemica, incidendo sugli equilibri geopolitici dell’intero Medio Oriente.

Nel 2024 la caduta del precedente assetto di potere e la successiva nomina nel marzo 2025 di Ahmed al-Sharaa alla presidenza ad interim hanno aperto una fase di transizione quinquennale (2025–2030), formalizzata mediante una Dichiarazione costituzionale provvisoria. Il nuovo assetto attribuisce ampi poteri all’esecutivo, delineando un modello presidenziale forte in una fase ancora caratterizzata da fragilità istituzionale.

Transizione politica e sicurezza nel Nord-Est siriano

Il passaggio dal controllo delle Syrian Democratic Forces (SDF) a quello governativo in diverse aree del Nord-Est rappresenta un mutamento strutturale negli equilibri interni. Tale transizione non è meramente amministrativa, ma comporta una ridefinizione delle catene di comando, dei rapporti con partner stranieri e dei meccanismi di sicurezza territoriale.

In contesti post-conflitto, la continuità amministrativa e la stabilità delle forze di sicurezza sono elementi centrali per evitare vuoti operativi suscettibili di generare instabilità². La Siria del 2026 si confronta con questa sfida in un quadro in cui persistono milizie locali, tensioni etniche e rivalità settarie.

Le comunità alawite, druse, cristiane e curde osservano con cautela l’evoluzione del nuovo assetto statuale, temendo marginalizzazioni o squilibri nella rappresentanza politica. Il rischio di una transizione incompiuta si intreccia con la necessità di garantire inclusività e riconciliazione nazionale.

La gestione dei detenuti legati allo Stato Islamico e i profili giuridici

Uno dei dossier più sensibili concerne la gestione dei campi che ospitano soggetti affiliati o sospettati di legami con lo Stato Islamico. Il campo di al-Hol, nella provincia di Hasakah, è stato per anni il principale centro di accoglienza per donne e minori dopo la sconfitta territoriale dell’ISIS nel 2019. Il trasferimento del controllo alle autorità governative e la progressiva riduzione delle presenze hanno sollevato interrogativi di natura giuridica e securitaria.

La detenzione di combattenti stranieri pone questioni rilevanti sotto il profilo del diritto internazionale umanitario, del diritto penale internazionale e delle garanzie procedurali³. L’assenza di un coordinamento efficace tra gli Stati di provenienza dei detenuti complica i rimpatri e rischia di trasformare tali strutture in centri di detenzione a tempo indeterminato, con possibili violazioni dei principi sanciti dal Patto internazionale sui diritti civili e politici⁴.

Il trasferimento in Iraq di migliaia di sospetti combattenti, giustificato come misura preventiva, solleva ulteriori perplessità in merito alla tutela del giusto processo e alle condizioni detentive. In tale contesto, il bilanciamento tra esigenze di sicurezza e rispetto delle garanzie fondamentali rappresenta uno snodo cruciale della fase di transizione.

Cooperazione internazionale e rischio terroristico transnazionale

Il concreto rischio di dispersione di soggetti radicalizzati oltre i confini regionali impone un rafforzamento della cooperazione internazionale. Scambio informativo, procedure coordinate di identificazione e rimpatrio, nonché controllo efficace delle frontiere costituiscono strumenti indispensabili per prevenire la riorganizzazione di reti clandestine.

Le Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in materia di foreign fighters⁵ richiamano gli Stati a un impegno congiunto nella prevenzione del terrorismo e nel contrasto alla radicalizzazione. In assenza di una strategia multilaterale coerente, il progressivo svuotamento dei campi potrebbe trasformarsi in un fattore di instabilità regionale.

Gli attacchi contro figure istituzionali, inclusi tentativi di attentato ai vertici della nuova leadership, dimostrano la persistenza della minaccia e la fragilità della stabilità interna.

Ricostruzione, legittimazione diplomatica e resilienza sociale

Parallelamente alla dimensione securitaria, il Governo di transizione mira a ottenere riconoscimento diplomatico e accesso ai programmi di ricostruzione internazionale. La Siria si configura come un laboratorio geopolitico in cui sicurezza, diplomazia ed economia si intrecciano in modo indissolubile.

Accanto alle criticità, emergono segnali di resilienza: riapertura di scuole e mercati, iniziative culturali, cooperazione femminile e programmi educativi. Eventi culturali e partecipazioni internazionali indicano un tentativo di trasformare la memoria della guerra in spazio di elaborazione collettiva.

La riconciliazione sociale resta tuttavia un percorso complesso, ostacolato da memorie traumatiche e fratture identitarie. La costruzione di un senso condiviso di appartenenza rappresenta la condizione necessaria per consolidare l’autorità statale e superare la logica delle milizie.

Conclusioni

La Siria del 2026 si colloca in un equilibrio precario tra aspirazioni di stabilità e persistenti vulnerabilità. La gestione della transizione determinerà non solo la capacità dello Stato di consolidare la propria autorità, ma anche l’assetto degli equilibri regionali nella lotta al terrorismo.

Il rispetto delle garanzie giuridiche, l’inclusività istituzionale e la cooperazione internazionale costituiscono pilastri imprescindibili di una ricostruzione sostenibile. In assenza di tali condizioni, il rischio è quello di una stabilizzazione apparente, incapace di incidere sulle cause profonde del conflitto.


NOTE

[1] Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949 e Protocolli aggiuntivi del 1977.

[2] United Nations, Report of the Secretary-General on Peacebuilding and Sustaining Peace, A/74/976–S/2020/773 (2020).

[3] Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale, 17 luglio 1998.

[4] Patto internazionale sui diritti civili e politici, 1966.

[5] Consiglio di Sicurezza ONU, Risoluzione 2178 (2014) e Risoluzione 2396 (2017).

Bibliografia essenziale

Bauman, Z. (2006). Liquid fear. Polity Press.

Berti, B., & Guzansky, Y. (2014). The Syrian war: Between justice and political realism. Routledge.

Gordon, N., & Perugini, N. (2020). Human shields: A history of people in the line of fire. University of California Press.

International Crisis Group. (2023). Syria’s fragile equilibrium: Regional dynamics and internal fragmentation. ICG Report.

United Nations. (2014). Security Council Resolution 2178. United Nations.

United Nations. (2017). Security Council Resolution 2396. United Nations.

United Nations High Commissioner for Human Rights. (1966). International Covenant on Civil and Political Rights.

United Nations Office on Drugs and Crime. (2018). Handbook on children recruited and exploited by terrorist and violent extremist groups. UNODC.


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