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LA PEDAGOGIA DEL MALE: QUANDO L’ESEMPIO DELL’ADULTO EDUCA ALLA VIOLENZA, Paola La Salvia

Tra crisi dell’esempio adulto e costruzione sociale della violenza nelle nuove generazioni

Paola La Salvia

Abstract: Il contributo analizza il fenomeno della pedagogia del male come processo sociale e culturale attraverso cui la violenza viene implicitamente trasmessa e normalizzata nei contesti educativi e relazionali. L’articolo sostiene che la violenza non sia esclusivamente il risultato di impulsi individuali, ma il prodotto di un ambiente simbolico e normativo che la legittima attraverso modelli adulti contraddittori, linguaggi aggressivi e pratiche sociali diffuse. Particolare attenzione è dedicata alla vulnerabilità dei giovani, esposti a dinamiche educative incoerenti tra valori dichiarati e comportamenti agiti. Attraverso una riflessione pedagogica e socio-culturale, il testo evidenzia la responsabilità educativa degli adulti e delle istituzioni nella costruzione di un clima etico fondato su rispetto, ascolto e responsabilità. In conclusione, si propone la necessità di una pedagogia del bene come risposta sistemica alla diffusione della violenza, fondata sull’esempio, sulla coerenza educativa e sulla promozione di relazioni sane e inclusive.

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Paola La Salvia: già avvocato, ufficiale superiore della Guardia di Finanza, docente in materie economiche e giuridiche, esperta in antiriciclaggio e criminalità organizzata, cavaliere all’ordine al merito della Repubblica Italiana, autrice di testi, il suo ultimo lavoro è “I malacarni” sulla criminalità mafiosa. Profilo LinkedIn.


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Introduzione

C’è un male che attraversa il nostro tempo in modo silenzioso ma profondo, insinuandosi nei linguaggi, nei gesti quotidiani, nelle istituzioni e perfino nelle relazioni più ordinarie. È una forma di educazione rovesciata, una pedagogia del male che non insegna a costruire, ma a distruggere; non orienta alla convivenza, ma alla sopraffazione; non apre alla responsabilità, ma all’indifferenza. Le guerre, con il loro carico di morte e disumanizzazione, ne sono l’espressione più drammatica, ma non l’unica. Attorno ai conflitti armati si sviluppa infatti una cultura dell’odio che normalizza la violenza e la rende, poco a poco, accettabile. In questo senso risuonano in maniera emblematica le parole di Maria Montessori: “La violenza è l’ultimo rifugio dell’incapacità”.

Violenza e cultura contemporanea

I nostri tempi sembrano segnati da un aumento dell’intolleranza, da un linguaggio aggressivo e da una crescente incapacità di ascolto. L’altro viene sempre più spesso percepito come un nemico, un ostacolo, un rivale da eliminare simbolicamente o, nei casi peggiori, anche fisicamente. Si assiste così a un impoverimento del tessuto civile: le differenze non sono più vissute come risorsa, ma come minaccia. In questo scenario, la violenza smette di apparire un fallimento e inizia a presentarsi come una soluzione.

Il ruolo dei modelli adulti

La questione più inquietante è che a pagare il prezzo più alto di questo clima sono i giovani. Essi crescono immersi in una società che, troppo spesso, predica valori di pace, rispetto e dialogo, ma pratica il contrario. Vengono esposti ogni giorno a modelli adulti contraddittori: leader istituzionali che usano la forza come linguaggio ordinario, media che spettacolarizzano il conflitto, ambienti sociali e familiari in cui l’aggressività diventa uno strumento legittimo per ottenere attenzione, potere o controllo. L’esempio, come sempre, viene dall’alto. E se gli adulti non sanno custodire la misura, il limite e la responsabilità, difficilmente i più giovani potranno impararli.

Giovani e processi di socializzazione

Qui si apre il cuore pedagogico del problema. La violenza non nasce solo da un impulso individuale, ma cresce dentro un contesto che la legittima, la tollera o la glorifica. Ogni atto di aggressione trova nutrimento in una cultura che produce modelli di dominio, esclusione e disprezzo. In questo senso, la pedagogia del male non è una teoria astratta: è una pratica sociale diffusa, che educa all’insensibilità e all’abuso attraverso esempi ripetuti, immagini costanti, parole tossiche e silenzi colpevoli.

I giovani, in particolare, sono i più vulnerabili rispetto a questa educazione rovesciata. La loro identità è in costruzione, il loro bisogno di riconoscimento è forte, la loro ricerca di identità è continua. Se intorno a loro trovano soltanto competizione, rabbia e cinismo, possono interiorizzare l’idea che per esistere occorra ferire, prevalere, umiliare. È così che la violenza, da eccezione, diventa abitudine; da reazione, diventa stile; da problema, diventa linguaggio. Non sorprende allora che aumentino i comportamenti aggressivi tra adolescenti e ragazzi, perché spesso essi non fanno che riprodurre, in forme nuove, la cultura che hanno respirato.

Responsabilità educativa e crisi dell’esempio

Sarebbe troppo semplice attribuire tutto ai giovani perché il punto, in realtà, riguarda proprio gli adulti e la loro responsabilità educativa. Una società che vuole davvero proteggere i propri figli non può limitarsi a condannare i loro gesti violenti quando ormai il danno è compiuto, ma deve interrogarsi sulle cause profonde, sui modelli trasmessi, sul clima etico in cui i ragazzi crescono. Educare significa testimoniare: la parola dell’adulto diventa credibile solo se coincide con il comportamento. Dove manca coerenza, l’educazione perde forza; dove manca esempio, il discorso morale si svuota.

Verso una pedagogia del bene

Occorre allora invertire questa tendenza. E invertire una tendenza non significa soltanto reprimere la violenza, ma costruire anticorpi culturali, affettivi e civili. Significa restituire valore all’ascolto, alla cura, al limite, alla responsabilità rimettendo al centro la dignità della persona, di ogni persona, contro ogni logica di esclusione o di dominio. Significa anche riconoscere che la pace non è un sentimento spontaneo, ma un lavoro quotidiano; non è assenza di conflitto, ma capacità di attraversarlo senza annientare l’altro.

Agenzie educative e responsabilità sociale

In questo compito la scuola, la famiglia, le istituzioni e i media hanno un ruolo decisivo. La scuola non deve essere soltanto luogo di istruzione, ma spazio in cui si apprendono il rispetto reciproco e la convivenza. La famiglia non può sottrarsi alla responsabilità di offrire una testimonianza coerente. Le istituzioni dovrebbero parlare con un linguaggio capace di ricostruire fiducia, non di alimentare rancore. I media, infine, hanno il dovere di non banalizzare il male, evitando di trasformare la violenza in spettacolo o in mercanzia.

Conclusioni

La pedagogia del male si combatte con una pedagogia del bene, della giustizia e della relazione sana. È una sfida difficile, perché richiede una conversione dello sguardo prima ancora che dei comportamenti. Ma è una sfida necessaria, se non vogliamo lasciare ai giovani un mondo segnato soltanto da macerie morali e sociali. Essi non hanno bisogno di adulti perfetti; hanno bisogno di adulti credibili, capaci di assumere la propria funzione educativa con coraggio e umiltà. Esattamente come diceva il grande pedagogo Paulo Freire: “l’educazione è un atto d’amore, perciò un atto di coraggio”.

Se vogliamo davvero arginare la violenza che cresce, dobbiamo iniziare da qui: dall’esempio. Perché ogni società educa comunque, anche quando non se ne accorge. E se non educa al bene, finisce per educare al male.


BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

  • Hannah Arendt (1963). La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme. Milano: Feltrinelli.
  • Zygmunt Bauman (2000). Modernità liquida. Roma-Bari: Laterza.
  • Paulo Freire (1970). Pedagogia degli oppressi. Torino: EGA.
  • Erich Fromm (1973). Anatomia della distruttività umana. Milano: Mondadori.
  • Johan Galtung (1969). “Violence, Peace, and Peace Research”. Journal of Peace Research, 6(3), 167–191.
  • Maria Montessori (1949). Educazione e pace. Milano: Garzanti.

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