Oltre la memoria cerebrale: verso una teoria sociale dell’affettività incarnata

Abstract: L’articolo propone una rilettura interdisciplinare della nozione di memoria del cuore, mettendo in dialogo neurocardiologia, gli studi sulla demenza e la semantica coranica. A partire dalle ricerche sull’intrinsic cardiac nervous system e sui marcatori somatici, emerge che la memoria non può essere ridotta a un archivio cerebrale, ma va intesa come fenomeno incarnato e relazionale. L’analisi della perdita di memoria nella malattia di Alzheimer evidenzia la possibile persistenza di tracce affettive anche in assenza di riconoscimento narrativo. Tale prospettiva viene ulteriormente approfondita attraverso la distinzione coranica tra qalb (cuore mutevole) e fuʾād (cuore ardente), che articola una fenomenologia dell’esperienza emotiva coerente con acquisizioni neuroscientifiche contemporanee. L’obiettivo è proporre una teoria sociale della memoria affettiva come spazio di intersezione tra corpo, linguaggio e legame.
Elhem Beddouda, educatrice professionale laureata in Scienze dell’educazione e dei processi formativi dell’università di Parma con una tesi dal titolo “Islam e funzione educativa. Prospettiva in tema di assistenza religiosa in carcere” , attualmente sono iscritta al corso di laurea “Global Studies For Sustainable Local and International Development and Cooperation” della stessa università.
Il cuore come organo “intelligente”: oltre il meccanicismo
La rappresentazione moderna del cuore come semplice pompa emodinamica è stata progressivamente problematizzata dagli sviluppi della neurocardiologia. L’identificazione di un sistema nervoso cardiaco intrinseco – una rete neuronale capace di modulare autonomamente il ritmo cardiaco – ha riaperto la questione del ruolo del cuore nei processi di regolazione emotiva e cognitiva.
Il cuore comunica costantemente con il cervello attraverso vie afferenti ed efferenti, in particolare mediante il nervo vago. Le variazioni della heart rate variability (HRV) risultano correlate agli stati emotivi e alla capacità di autoregolazione. In questa prospettiva, il corpo non è un mero esecutore delle decisioni corticali, ma parte attiva nella costruzione dell’esperienza.
Le ricerche sui marcatori somatici mostrano come decisioni e ricordi siano modulati da stati corporei che fungono da tracce affettive. La memoria, pertanto, non è solo rappresentazione simbolica, ma sedimentazione di configurazioni neurofisiologiche.
Per le scienze sociali, ciò implica il superamento della dicotomia mente/corpo: l’affettività emerge come fenomeno incarnato, costitutivo dell’identità e del legame.
Perdita di memoria e persistenza dell’affetto: il caso della demenza
La questione della memoria del cuore diventa particolarmente significativa nei contesti di deterioramento cognitivo, come nella malattia di Alzheimer. In tali condizioni, il danneggiamento dell’ippocampo compromette la memoria episodica e autobiografica: il soggetto può non ricordare eventi condivisi, nomi o ruoli relazionali.
Tuttavia, numerose osservazioni cliniche indicano che la perdita del riconoscimento narrativo non coincide necessariamente con la scomparsa della risposta emotiva. Un individuo può non identificare il partner, ma manifestare segnali di regolazione positiva – calma, sorriso, riduzione dell’ansia – in sua presenza.
Questa dissociazione suggerisce una distinzione analitica tra:
- memoria dichiarativa, vulnerabile alla degenerazione neurologica;
- memoria relazionale, fondata su ritualità e pratiche condivise;
- memoria affettiva incarnata, radicata in circuiti corporei profondi.
In questo senso, l’amore non è soltanto contenuto mnemonico, ma configurazione regolativa sedimentata nel tempo. Anche quando la narrazione autobiografica si dissolve, può permanere una forma di familiarità corporea.
La memoria del cuore non indica dunque un deposito alternativo di ricordi, bensì la persistenza di tracce affettive che eccedono la dimensione linguistica.
Qalb e fuʾād: fenomenologia coranica del cuore
Il lessico coranico offre una distinzione semantica che arricchisce questa analisi. Il termine qalb deriva dalla radice q-l-b, che indica mutamento e rovesciamento: il cuore è il luogo della trasformazione, del discernimento e della possibile deviazione.
La riflessione di al-Ghazālī distingue tra cuore fisico e cuore sottile, sede della conoscenza interiore e della responsabilità morale.
Il termine fuʾād, invece, richiama la radice del fuoco e del bruciare. Esso designa il cuore attraversato dall’intensità emotiva, vulnerabile e ardente. Nel versetto 28:10, il fuʾād della madre di Mosè è descritto come “svuotato”, evocando uno stato di destabilizzazione profonda pur nella persistenza dell’intensità affettiva.
Questa articolazione non oppone cognizione ed emozione, ma le intreccia: il cuore conosce attraverso l’intensità, e l’intensità lascia traccia.
Verso una teoria sociale della memoria affettiva
Mettendo in dialogo neurocardiologia, clinica della demenza e semantica coranica, emerge una convergenza teorica: la memoria non è solo rappresentazione, ma relazione incarnata.
La dissoluzione della memoria narrativa, come nei casi avanzati di Alzheimer, non implica necessariamente l’annullamento del legame. Se il qalb può essere associato alla dimensione cognitiva e trasformativa, vulnerabile alla degenerazione, il fuʾād rappresenta la persistenza dell’intensità affettiva.
Per le scienze sociali, ciò suggerisce tre implicazioni:
- ripensare l’identità come configurazione relazionale oltre il racconto autobiografico;
- riconoscere il corpo come archivio di pratiche e regolazioni affettive;
- considerare il linguaggio religioso come deposito di conoscenze fenomenologiche sull’esperienza umana.
La memoria del cuore può così essere reinterpretata come categoria analitica capace di nominare la sopravvivenza del legame oltre la perdita del nome.
Conclusione
La domanda se una persona che perde la memoria possa ancora ricordare la persona amata non ammette risposta univoca. Può non riconoscerla, non nominarla, non collocarla nella propria biografia. E tuttavia, può ancora esperire una modulazione affettiva che orienta il corpo verso la calma, la fiducia e la familiarità.
La memoria del cuore non è un mito biologico, ma un modo per descrivere questa eccedenza dell’affetto rispetto alla narrazione. In essa si incontrano scienza, clinica e linguaggio simbolico, offrendo alle scienze sociali una categoria potente per pensare la persistenza del legame oltre la fragilità della mente.
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