Opera lirica vibrante al Regio di Torino

Abstract: L’allestimento de I dialoghi delle Carmelitane al Teatro Regio di Torino, nella regia di Robert Carsen e con la direzione di Yves Abel, offre l’occasione per una riflessione che travalica il perimetro strettamente musicale e teatrale. L’opera di Francis Poulenc, tratta dal testo omonimo di Georges Bernanos, mette in scena il martirio delle carmelitane di Compiègne durante la Rivoluzione francese, trasformando il dato storico in una meditazione sulla morte, sulla relazione, sulla fede vissuta e sulla possibilità del riscatto. La rarefazione melodica, la centralità del dialogo, l’essenzialità scenica e il ruolo drammaturgico della luce convergono in una costruzione capace di interrogare lo spettatore sul significato antropologico e spirituale del morire, sottraendolo tanto alla retorica quanto al moralismo.
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Sono gli ultimi giorni disponibili, chiuderà infatti il prossimo 12 aprile, lo spettacolo presentato a Torino al Teatro Regio: “I dialoghi delle Carmelitane” nell’allestimento memorabile di Robert Carsen, con la direzione di Yves Abel. Racconta la storia vera delle sedici monache di Compiegne ghigliottinate durante la Rivoluzione francese. Opera lirica di Francis Poulenc tratta dal libro di Georges Bernanos, che reca il medesimo titolo, rispetta profondamente il senso del lavoro dello scrittore, pur con i dovuti aggiustamenti.
La musica è posta a totale servizio dei dialoghi, privata così di quelle melodie cantabili tipiche delle opere tradizionali, ad eccezione dei pochi e bellissimi cori e di alcune stupende sottolineature della parte orchestrale.
Al centro ci sono infatti i contenuti dei dialoghi delle monache, le quali ci offrono un percorso che si potrebbe definire di educazione alla morte.
Cristo non è citato mai, o quasi mai, rispettando in questo lo spirito di Bernanos. La sua prospettiva infatti vuole essere profondamente antropologica, e orientata a una fede vissuta e non proclamata.
L’opera muove e commuove, e, mentre lo fa, ci lascia numerosi insegnamenti, senza risultare mai didascalica, e godendo di un allestimento essenziale e vibrante, in cui la luce è protagonista.
La suora madre muore per prima, ormai malata, e la sua fine non è degna quanto la sua vita, è intrisa di paura e rinnegamento. Le sorelle lo vedono, lo sanno, eppure pensano che forse la loro morte potrà riscattare anche la sua.
Non si muore per sé stessi, dicono, si muore gli uni per gli altri, consegnandoci così una lezione sorprendente.
Tutto può essere riscattato, nulla è irreparabile, neppure l’ultimo atto. La morte è così definita, a differenza del pensiero comune, da una sua propria dimensione relazionale.
Sarà per questo che Blanche, pur potendo salvarsi, deciderà di morire con le sue sorelle. Il martirio non è tuttavia agognato per se stesso, perché sarebbe pur sempre un movimento dell’orgoglio, ma ha invece il suo superamento, si badi bene, in un punto più alto, quello della fierezza.
Le suore segnano in questo modo la sconfitta della morale comune, per la quale è invece la semplice modestia l’antidoto al moto dell’orgoglio: ma la fede, se ridotta a semplice moralismo, è cenere. La fierezza sottende invece un potentissimo senso del sé, di tutt’altra cifra rispetto al pensiero mondano, giustificato dalla fede. Non è essere disprezzati, ma disprezzare se stessi – affermano le sorelle – ciò che è esecrabile.
Il loro percorso trova il suo culmine nel martirio. Vi arrivano leggere, finalmente vestite di bianco, danzando.
Una danza consapevole, drammatica, eppure lieve, perché piena di grazia.
Cadono una a una, sotto i colpi di una ghigliottina suggerita solo dal suono.
Una rimane in piedi. Allarga le braccia, come in croce.
Finalmente si palesa il senso di tutta la loro vita di preghiera: la fede nel Cristo. E cala il sipario.

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