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ROBERTO TRONCARELLI PRESIDENTE NAZIONALE DEI GEOLOGI SU PREVENZIONE E GOVERNO DEL TERRITORIO, Roberto Castellucci

Dal caso Niscemi al ruolo strategico della conoscenza geologica in Italia, tra rischio naturale, pianificazione pubblica e responsabilità istituzionale

Roberto Castellucci
Roberto Troncarelli

Abstract: Roberto Troncarelli, presidente del Consiglio nazionale dei Geologi, riflette sul ruolo della geologia nel contesto italiano contemporaneo, segnato da dissesto idrogeologico, rischio sismico, criticità idriche, erosione costiera e crescente pressione derivante dai cambiamenti climatici e dall’antropizzazione del territorio. L’intervista evidenzia come la fragilità geomorfologica della penisola richieda il superamento di una logica meramente emergenziale a favore di una strutturale cultura della prevenzione, fondata sulla conoscenza scientifica, sul monitoraggio continuo e sull’integrazione della geologia nei processi di pianificazione e progettazione. In tale prospettiva, il contributo geologico emerge non come sapere accessorio, ma come componente essenziale delle politiche pubbliche relative alla sicurezza del territorio, alla tutela delle comunità e alla gestione sostenibile delle risorse. Il caso di Niscemi, richiamato nel dialogo con Troncarelli, conferma inoltre la necessità di un approccio rigoroso, interdisciplinare e non semplificatorio nell’analisi dei fenomeni franosi e dei rischi naturali. Il saggio propone così una lettura della geologia come presidio tecnico, istituzionale e culturale indispensabile per il futuro del Paese.

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Roberto Troncarelli è il presidente del Consiglio nazionale dei Geologi. La sua attività è orientata alla tutela della professione, al rafforzamento del ruolo della geologia nelle politiche pubbliche e alla promozione di una più solida cultura della prevenzione nel governo del territorio. È impegnato sui temi del dissesto idrogeologico, del rischio naturale, della pianificazione territoriale e della sicurezza delle opere, con particolare attenzione al rapporto tra rigore scientifico, responsabilità istituzionale e protezione delle comunità.


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Nell’ottobre scorso, Roberto Troncarelli è stato eletto presidente del Consiglio nazionale dei Geologi. Di recente, inoltre, è stato nominato nella Commissione di studio istituita dal Ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare, Nello Musumeci, per studiare il movimento franoso che interessa il territorio comunale di Niscemi. Qualche domanda non solo sul prestigioso incarico ma anche di chiedergli una riflessione sulla complessa situazione geologica italiana, argomento sempre alla ribalta sia nelle cronache che nell’agenda politica governativa. 

Quali sono i suoi poteri e come intende esercitarli? Nel segno della continuità con la presidenza precedente o meno?

«La nostra categoria nasce nel 1963, con la Legge istitutiva n. 112, che disciplina, tra le altre, anche le attività e le attribuzioni consiliari, incluse quelle delle cariche istituzionali. Tra queste, la figura del presidente del Consiglio nazionale dei Geologi è quella cui è demandato il ruolo di rappresentanza istituzionale della categoria a livello nazionale, ma anche di indirizzo e coordinamento delle attività del Consiglio stesso, nel rispetto delle funzioni attribuite dalla legge anzidetta, dalle modifiche che si sono succedute negli anni nonché dal codice deontologico. Parliamo quindi di tutela del titolo di geologo e della professione, di vigilanza sull’esercizio corretto dell’attività, di tenuta dell’albo, di contrasto all’abusivismo e di funzione disciplinare, oltre che della costanza di dialogo con governo, parlamento e istituzioni. Tornando alla sua domanda il Consiglio che mi onoro di presiedere è stato eletto con un programma che si pone in totale continuità con la precedente gestione».

Quale sarà il nucleo della sua attività di presidenza?

«Particolare attenzione verrà posta al rafforzamento della presenza istituzionale della categoria in ogni sede deputata e al consolidamento e stabilizzazione di alcuni importanti risultati raggiunti dalla precedente consiliatura. Allo stesso tempo, credo sia necessario attuare un confronto ancora più aperto, basato su collegialità e ascolto degli Ordini territoriali, che per la nostra categoria prevedono una rappresentanza regionale. Verrà ulteriormente sviluppata la capacità di costruire relazioni interdisciplinari efficaci con il mondo delle professioni tecniche e della ricerca. I connotati principali del nuovo Consiglio saranno pertanto, e in estrema sintesi, continuità nei valori, ma con una spinta ulteriore verso concretezza e partecipazione».

Nel suo discorso di apertura del nuovo mandato consiliare, ha fatto riferimento a obiettivi raggiunti come l’attuazione della norma sull’equo compenso e la riforma del testo unico per le costruzioni: ci accenna qualcosa al riguardo?

«Nel quinquennio appena concluso sono stati raggiunti risultati importanti che hanno inciso direttamente sulla dignità e sulla qualità del lavoro professionale. L’introduzione e l’attuazione del principio dell’equo compenso, regolato dalla legge 49/2023, rappresentano un passaggio fondamentale: significa riconoscere il valore, anche economico, delle prestazioni tecniche e garantire condizioni di lavoro più eque, soprattutto nei rapporti con la pubblica amministrazione. Parallelamente, abbiamo lavorato per rafforzare il ruolo del geologo nei processi di progettazione e pianificazione, anche nell’ambito del recente Codice dei contratti pubblici di cui al D. Lgs. 36/2023».

E per quanto riguarda la riforma del testo unico delle costruzioni DM 380/2001?

«Si tratta di un percorso ancora in evoluzione, nel corso del quale cercheremo di far emergere, in maniera ancora più dirimente, l’irrinunciabilità, fattuale oltre che normativa, del contributo della geologia; dovrà diventare sempre più riconosciuto come essenziale per la sicurezza delle opere e la corretta valutazione delle condizioni del sottosuolo. Il nostro obiettivo è continuare a presidiare questi ambiti, affinché il ruolo di geologo progettista sia pienamente integrato nei processi decisionali».

Quali sono le sfide del futuro?

«Le sfide che abbiamo davanti sono complesse e strettamente legate alla trasformazione del territorio e agli effetti dei profondi cambiamenti in atto: climatici, energetici, digitali, ecologici. Il nostro Paese è fragile e richiede un approccio sistemico alla prevenzione dei rischi naturali. In questo senso, uno degli obiettivi principali sarà rafforzare il ruolo della geologia nella pianificazione territoriale e nelle politiche pubbliche. Intendiamo lavorare su più livelli: consolidare il rapporto con gli Ordini territoriali regionali, rafforzare il dialogo con le università, con gli istituti di ricerca, quali a titolo esemplificativo ISPRA e INGV, promuovere l’aggiornamento professionale e valorizzare le competenze dei geologi nei settori emergenti, come la gestione delle risorse idriche, la transizione energetica e la tutela ambientale. Allo stesso tempo, vogliamo consolidare il nostro ruolo di interlocutori affidabili per le istituzioni, contribuendo alla costruzione di politiche strutturali, di lungo periodo, fondate sulla conoscenza del territorio».

Quali sono, in ordine di importanza, i maggiori problemi geologici italiani?

«Se dovessi indicare una scala di priorità, metterei al primo posto certamente il dissesto idrogeologico, che rappresenta una delle emergenze più diffuse e impattanti nel nostro Paese. Ma non occorre distogliere l’attenzione da altre ragguardevoli criticità quali il consumo di suolo e l’urbanizzazione passata, spesso avvenuta in aree fragili o in periodi in cui non esisteva una consapevole cultura del rischio o di rispetto del territorio, azioni che hanno determinato in alcuni comparti un incremento dell’esposizione alla pericolosità. Infine, non possono essere sottaciute altre condizioni di potenziali alee, peculiari per la configurazione geologica della nostra penisola, quali il rischio sismico e vulcanico, che caratterizzano ampie porzioni del nostro territorio, e la gestione della risorsa idrica, sempre più critica in relazione sia ai cambiamenti climatici che al costante incremento della pressione antropica».

Le criticità non si esauriscono qui…

«Infatti, sono degne di attenzione, seppur con incidenze e distribuzioni geografiche minori, altre tematiche riconducibili alla configurazione geologica e morfologica del nostro Paese, quali l’erosione costiera e, più in generale, l’insieme degli effetti legati alle dinamiche climatiche, che amplificano fenomeni già presenti».

Esiste un denominatore comune per affrontarle?

«Il denominatore comune è la necessità di passare da una logica emergenziale a una vera cultura della prevenzione e della gestione del rischio, con coinvolgimento delle comunità interessate».

Veniamo ora all’affaire Niscemi: a suo parere è colpa della natura o si potrebbe ipotizzare una causa umana?

«Quando si affrontano fenomeni complessi come un movimento franoso, è fondamentale mantenere un approccio scientifico rigoroso, nonché una trasparenza intellettuale e un integralismo nei confronti delle comunità coinvolte, per condividere, una volta discusse, delle scelte di contrasto alle pericolosità. In genere, questi fenomeni sono il risultato dell’interazione tra diversi fattori: la predisposizione geomorfologica del territorio, le condizioni geologiche e idrogeologiche, gli eventi meteorici e, in alcuni casi, anche l’azione antropica. Nel caso specifico, sarà il lavoro della Commissione a fornire elementi oggettivi e documentati».

Non può, mantenendo il riserbo dovuto dal suo incarico, dirci qualcosa di più?

«Le posso dire che è importante evitare semplificazioni o attribuzioni affrettate di responsabilità. Il nostro compito è analizzare i dati, comprendere le cause e, soprattutto, individuare le soluzioni più efficaci per la mitigazione del rischio e la messa in sicurezza, per quanto consentito dalle locali indiscusse difficoltà, sia della porzione di territorio comunale interessata che delle comunità coinvolte».

In un’intervista televisiva ha affermato che una “stabilizzazione definitiva” è impossibile: è così “nervoso” il nostro territorio?

«L’Italia è un Paese geologicamente giovane e dinamico. Questo significa che i processi naturali – come frane, processi erosivi, fenomeni alluvionali, attività sismiche e vulcaniche – fanno parte della sua evoluzione. Parlare di “stabilizzazione definitiva” può essere fuorviante, perché implica l’idea di poter annullare completamente questi processi, inseguendo una chimerica condizione di “rischio zero”, fattispecie non perseguibile e che è irrealistico proporre. Quello che possiamo e dobbiamo fare è investire sulla conoscenza del nostro territorio, monitorandolo costantemente, istituendo presidi territoriali come proponiamo da anni, pianificando in modo corretto e intervenendo con opere di mitigazione e manutenzione. In altre parole, non possiamo eliminare il rischio, ma possiamo ridurlo in modo significativo, attenuando grandemente i profili di danno che lo stesso determinerebbe. È qui che la geologia gioca un ruolo fondamentale».

Se avesse la “bacchetta magica”, efficace anche nei confronti della politica, quale sarebbe il primo provvedimento che emanerebbe per la salute geologica dell’Italia?

«La prima azione che proporrei sarebbe l’istituzione di un grande piano nazionale permanente di prevenzione e manutenzione del territorio. Non un intervento straordinario, ma una strategia strutturale, un piano organico, continuo nel tempo, dotato di risorse certe e di un coordinamento efficace tra i diversi livelli istituzionali. Questo piano dovrebbe prevedere un aggiornamento costante dei dati, l’armonizzazione dei data-base che Enti diversi implementano senza un’efficace condivisione reciproca delle informazioni, un monitoraggio diffuso, un programma di manutenzione ordinaria del territorio, con integrazione della geologia in tutte le fasi della pianificazione. Ripeto, la vera sfida è passare dalla gestione dell’emergenza alla cultura della prevenzione, e questo richiede visione politica e continuità nelle scelte».

Un’ultima domanda: consiglierebbe a un giovane di seguire gli studi geologici in prospettiva lavorativa?

«Assolutamente sì, ma con consapevolezza. La geologia è una disciplina affascinante e sempre più centrale per affrontare le sfide del nostro tempo: dalla difesa del suolo alla gestione delle risorse idriche, dall’energia alla tutela dell’ambiente, per finire con le materie prime, critiche e strategiche. Le opportunità professionali esistono e sono in costante crescita, soprattutto se si è disposti a investire nella propria formazione e ad acquisire competenze interdisciplinari. È importante però essere realistici: serve impegno, aggiornamento continuo e capacità di adattarsi a contesti in evoluzione. A un giovane direi che scegliere la geologia significa contribuire concretamente alla sicurezza e al futuro del Paese, ed è una responsabilità importante, ma anche una grande opportunità. Purtroppo, stiamo assistendo da diversi anni – incredibilmente è il caso di dire viste le premesse di cui sopra – a un’emorragia inarrestabile delle iscrizioni nei nostri corsi di laurea, con “popolazione” geologica che in Italia è in costante diminuzione. Proveremo a intervenire presso i ministeri deputati, sia per riportare gli insegnamenti di scienze della Terra nei licei, con un monte ore adeguato, sia per adeguare le offerte formative dei nostri atenei, rendendole attuali rispetto alle odierne esigenze sociali e attrattive nei confronti dei ragazzi».

Si conclude così, con un auspicio rivolto alle generazioni più giovani, la chiacchierata con Roberto Troncarelli. Le sue parole si sono mantenute nell’alveo del rigore scientifico, senza rispondere alle provocazioni giornalistiche che investivano altri piani, politico, amministrativo e sociale. Per rispondere a queste, gli interlocutori dovranno essere cercati in altri ambiti e, probabilmente, anche le responsabilità delle criticità come la frana di Niscemi.


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