L’opinione di Mario Tozzi, noto geologo e divulgatore televisivo, in merito al Ponte sullo Stretto di Messina

Abstract: Il ponte sullo Stretto di Messina, discusso da oltre un secolo, resta al centro di un acceso confronto. La società concessionaria “Stretto di Messina S.p.A.” e il consorzio Eurolink spingono per la realizzazione, mentre il geologo e divulgatore televisivo Mario Tozzi ne contesta utilità, sostenibilità economica e sicurezza, sostenendo che l’opera è inutile per il traffico previsto, rischiosa in un’area ad alta sismicità e priva di studi geologici indipendenti. Per lui, più che un’infrastruttura necessaria, il ponte rappresenta un progetto simbolico e propagandistico.

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Mario Tozzi (1959), geologo, dottore di ricerca in Scienze della Terra, primo ricercatore presso l’Istituto di Geologia Ambientale e Geoingegneria del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), divulgatore scientifico, saggista e conduttore televisivo, tra le sue trasmissioni in prima serata: Gaia – Il pianeta che vive, Terzo pianeta, Sapiens – Un solo pianeta su Rai 3 e numerosi altri programmi su Rai, LA7 e altre reti e documentari per Rai International.
“Ci sono parecchi ingegneri che dicono che non sta in piedi – non faccio l’ingegnere e vorrei avere quelle rassicurazioni – e ricordo, come mi hanno detto tanti siciliani fra ieri sera e stamattina, che oggi il 90% delle ferrovie in Sicilia è a binario unico e la metà dei treni viaggia a gasolio. Quindi non vorrei spendere qualche miliardo di euro per un ponte in mezzo al mare quando poi sia in Sicilia che in Calabria i treni non ci sono, vanno a binario unico e aveva ragione Renzi che diceva, quando era un altro Renzi in una vita precedente, che i soldi usiamoli per sistemare le scuole. Sono d’accordo col Renzi vero, non col Renzi falso” (Matteo Salvini a “L’Aria che Tira”, 28 settembre 2016). “Forse chi la ricorda (l’affermazione precedente, ndr) non si è accorto che la prospettiva è cambiata: un progetto solido e investimenti da record in ferrovie e strade del Sud. Non sarà una cattedrale nel deserto” (Matteo Salvini al “Corriere della Sera, 6 agosto 2025). “Il vero parametro da considerare è lo scuotimento sismico in area epicentrale, capace di sollevare e abbassare auto e case di due metri, come accaduto nel febbraio 2023 in Turchia… Il metodo di calcolo adottato nel progetto sottostima in modo significativo queste accelerazioni… Il progetto rispetta le norme vigenti ma queste sono datate e fissano valori troppo bassi rispetto alle conoscenze e alle misure oggi disponibili”, Carlo Doglioni nell’articolo di Elena Cattaneo, Repubblica 17 agosto 2025). “Ammesso che il ponte reggerà in caso di forte sisma, collegherà due cimiteri” (Mario Tozzi, 27 agosto 2025). “Nella seduta odierna, il Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile (CIPESS), alla presenza del Presidente del CIPESS, Presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia MELONI, e del Segretario del CIPESS, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Alessandro Morelli, ha approvato il progetto definitivo del collegamento stabile tra la Sicilia e la Calabria (Ponte sullo Stretto di Messina). Il costo dell’opera è di 13,532 miliardi di euro, interamente coperto con finanziamenti pubblici già disponibili a seguito delle leggi di bilancio 2024 e 2025” (dal verbale della riunione del CIPESS del 6 agosto 2025).
Sono solo alcune delle dichiarazioni a vario titolo riguardanti il costruendo ponte sullo Stretto di Messina. In attesa di un terremoto che speriamo non avvenga mai, il dibattito pubblico alimenta un vero e proprio scisma ideologico e tecnico, che rischia di minare le basi dei piloni di una costruzione desiderata fin dall’Ottocento, ma mai realizzata. La “Stretto di Messina S.p.A.”, costituita l’11 giugno 1981, è la società concessionaria incaricata della progettazione, realizzazione e gestione del Ponte sullo Stretto di Messina, con il Ministero dell’Economia e l’Anas tra i suoi azionisti principali. Il consorzio di imprese incaricato della costruzione è Eurolink, appalto aggiudicatosi nel 2003 in seguito a gara internazionale. Data una recente e corposa campagna informativa sui social media favorevole alla costruzione del ponte, per avere anche un diverso parere abbiamo intervistato il geologo Mario Tozzi, primo ricercatore presso l’Istituto di Geologia Ambientale e Geoingegneria del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e, per il grande pubblico, conosciuto divulgatore sui canali televisivi della RAI.
Di solito il giornalista riserva la domanda più a effetto verso la fine dell’articolo, per indurre i lettori a leggerlo fino in fondo, ma, in questo caso, onde evitare qualunque dubbio o ambiguità, affrontiamo subito la “bestia”.
Perché lei è contrario alla costruzione del ponte sullo Stretto?
«Il ponte è inutile, fondamentalmente, ed è anche diseducativo perché fa pensare che, purché un’opera la si possa fare, debba necessariamente essere realizzata. Questo era vero al tempo dei Romani, i quali dopo le guerre urbanizzavano le terre conquistate; nei Paesi moderni le infrastrutture non devono guidare lo sviluppo semmai assecondarlo».
Scendiamo in qualche dettaglio più pregnante…
«Dal punto di vista del trasporto è inutile, lo dicono i numeri del traffico. Nel 2011 il governo dell’epoca affermò che “l’onere complessivo dell’infrastruttura prevedeva anche la partecipazione di capitale privato”, salvo poi nel 2013 fare marcia indietro sospendendo il progetto pure per “l’insostenibilità economico-finanziaria”. Tra l’altro per coprire i costi, in base ai calcoli dei finanziatori privati, il pedaggio avrebbe dovuto essere molto elevato, intorno ai 40€ a persona, data anche la scarsa frequenza dei passaggi sul ponte rispetto alle previsioni. Ma io non sono un economista e preferisco lasciare questi calcoli agli esperti del settore».
E dal suo punto di vista squisitamente tecnico?
«Intanto bisogna vedere se sul ponte si possa mettere la ferrovia, nessun ponte al mondo così lungo ne ospita una, tanto più ad alta velocità, né quello giapponese “Akashi Kaikyō” né quello turco “Çanakkale Bridge”. Non è stato poi fatto uno studio strutturale ad hoc per l’aspetto geologico di superficie. Se anche il ponte, superate tutte queste prove, reggesse, non servirebbe a nulla perché se arrivasse un terremoto distruggerebbe Reggio Calabria e Messina che hanno solo un quarto degli edifici in grado di resistere a un forte sisma, e unirebbe dunque due cimiteri. Sarebbe meglio spendere quei denari pubblici nella prevenzione sismica di Reggio Calabria e di Messina prima di avventurarsi in un’opera simile».
A volte viene obiettato che i fondi stanziati per il ponte, in caso di mancata realizzazione, non potrebbero essere destinati ad altri impieghi pubblici…
«Non c’è motivo di pensare che i soldi stanziati per il ponte, qualora non fosse realizzato, non potrebbero essere destinati ad altre opere. Non sono fondi del PNRR ma sono pubblici, dello Stato italiano, e quindi si può cambiare tranquillamente la loro destinazione d’uso. Se il ponte non fosse più la priorità, basterebbero due firme per dirottare i fondi su opere sicuramente più necessarie. Inoltre, si potrebbe fare una rinegoziazione dei contratti stipulati con le ditte che avrebbero costruito il ponte per non incorrere in penali e riconvertire le loro attività verso i nuovi lavori».
Ma torniamo all’aspetto geologico: qual è la criticità del progetto, a suo parere?
«Avrebbero dovuto affidare uno studio geologico di superficie, per quanto riguarda la caratterizzazione sismotettonica e strutturale dei siti di Reggio Calabria e di Messina, al CNR e al’INGV (Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, ndr), organismi terzi non coinvolti nel progetto né pagati per la realizzazione del ponte. I due istituti avrebbero potuto fornire una collaborazione con una relazione ufficiale che avrebbe fugato ogni dubbio sull’opportunità di costruire un ponte proprio lì. La società incaricata, invece, ha chiesto probabilmente un monitoraggio, cosa ben diversa da una relazione ufficiale. Per quanto riguarda le altre consulenze esibite, queste non hanno valore se i professionisti possono essere in qualche modo coinvolti, cioè remunerati dalla società costruttrice. Lo stesso Consiglio nazionale dei geologi, che si è espresso favorevolmente per la costruzione del ponte, pone la condizione di ulteriori studi geologico strutturali. Così come l’ex presidente di INGV, Carlo Doglioni, afferma che non è stato calcolato bene il rischio sismico, e la ricercatrice di fama mondiale nonché senatrice a vita, Elena Cattaneo, dichiara che non è stato seguito il metodo scientifico».
E per quanto riguarda nel dettaglio la zona sismica di riferimento?
«Secondo Pietro Ciucci, amministratore delegato di “Stretto di Messina S.p.A.”, i punti di contatto con il terreno dell’opera di attraversamento sono stati individuati evitando il posizionamento su faglie attive, mentre la “mappa PB0010_F0” del progetto, depositata dalla società, mostra il profilo della faglia Cannitello, classificata come “certa” e di “massima pericolosità” dall’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale. Penso, inoltre, confortato dagli studi dei ricercatori dell’ENEA come Stefano Sylos Labini, che la faglia di Palmi, parallela e vicina a quella di Cannitello, possa creare qualche grave problema di stabilità al ponte perché sismogenica».
Ci dà qualche altro dettaglio sul territorio calabrese?
«Dicono, quelli della società, che i due pilastri darebbero più stabilità al ponte perché posizionati sulla terraferma e non in mare. Bisogna tener conto della stabilità della terraferma, però. La parte di terra calabrese è caratterizzata dagli scivolamenti gravitativi profondi, grosse frane che avvengono su un piano a forma di cucchiaio, che arrivano molto in profondità e sono responsabili, per esempio, dei cedimenti geologici in Calabria alla fine del XVIII secolo. Una gigantesca frana staccatasi dal Monte Pacì, il 6 febbraio 1783, portò distruzione nel Reggino tirrenico, causando più di 1500 morti. Inoltre, un’opera di quella portata potrebbe compromettere l’equilibrio geologico non solo della parte calabrese ma anche di quella siciliana. In fondo il ponte è un azzardo, si può anche fare l’opera più perfetta del mondo ma se la metti nel posto sbagliato finisce come con il Vajont. Il 9 ottobre 1963, nella diga artificiale del torrente Vajont, al confine tra le province italiane di Belluno e Pordenone, precipitò una frana dal soprastante pendio del Monte Toc provocandone la tracimazione e la conseguente morte di 1917 persone. Chi mi accusa di confondere la tragedia del Vajont con un eventuale problema al futuro ponte è ignorante, perché non capisce che il paragone non è tra la diga e il collegamento ma per il fatto che due opere, pur strutturalmente perfette, possono essere collocate in un contesto geologico inadatto».
Passiamo ora a un altro piano, quello della comunicazione. Sui social media si assiste a frequenti post favorevoli alla realizzazione del ponte e, al contempo, a considerazioni non certo benevoli nei suoi confronti…
«Conosco le accuse e offese a me rivolte sui social perché me le riferiscono ma chi le fa non ha mai il coraggio di taggarmi direttamente, o perché non conosce l’uso dei social stessi o perché non ha competenze per controbattermi. Tra l’altro sulla questione del “ponte” ho il doppio se non il triplo dei loro “like”, e questo dà molto fastidio…».
Un’accusa frequente è che non ha mai contribuito a realizzare una grande opera in vita sua…
«Ed è vero, perché non è il mio lavoro la progettazione o la realizzazione di costruzioni, io sono un geologo. Un’offesa spesso a me rivolta è che faccio affermazioni false e disfattistiche: sta di fatto che nessuno comunque risponde tecnicamente alle mie accuse. Non ribattono presentando, per esempio, uno studio mesostrutturale ufficiale dell’INGV e del CNR. A “loro” dà fastidio che una persona ritenuta autorevole e che ha tanto seguito nell’opinione pubblica metta in discussione le loro tesi. Se avessi scritto cose infondate a loro favore non avrebbero avuto nulla da ridire, anzi…».
Sembrerebbe una congiura contro di lei.
«Sicuramente il metodo che adottano è di tipo “mafiosetto”, quello della “mascariatura”, che consiste nell’infangare la figura antagonista per screditarla. Ovviamente, in questo modo la persona bersaglio perde di credibilità e, nei casi di mafia vera, viene anche eliminata fisicamente. Non scrivono certo che ho un dottorato, che sono primo ricercatore del CNR… È un metodo, tra l’altro, adottato anche dai nuclearisti, dal momento che non sono favorevole all’energia nucleare».
Insomma, a che titolo lei si espone? A volte viene accusato persino di non essere inscritto all’Ordine dei Geologi…
«Io sono un divulgatore, non devo avere la competenza specifica su tutto, così come Piero Angela, un mostro sacro della divulgazione, che non era neppure laureato. I divulgatori fanno questo, leggono, si informano e divulgano. A differenza di alcuni geologi della società incaricata di costruire il ponte, inoltre, ho dovuto superare l’esame di Stato dopo la laurea, adempimento necessario dopo il 1985. E poi, per essere geologo, è indifferente che io sia inscritto al rispettivo ordine, non solo perché così fanno rilevare diverse sentenze della Cassazione, ma anche perché sono un dipendente pubblico e non esercito la libera professione».
Chi ci sarebbe dietro a questi siti dei social media che la denigrano, a suo parere?
«Temo che dietro questi gruppi, per esempio di Facebook, ci siano i soldi nostri perché forse una parte dei finanziamenti pubblici destinati al ponte vengono spesi in comunicazione e pubblicità… Inoltre, la scommessa non è solo economica ma anche politica…».
In definitiva, secondo lei il ponte si farà?
«È difficile prevederlo. Già il progetto privatistico del 2011 fu bloccato. Oggi sembrerebbe più avviato, anche se manca, oltre ai documenti già detti, il fondamentale rilievo della Corte dei conti al progetto esecutivo. Certo, si potrebbe anche mettere in piedi un dibattito pubblico, ma sarebbe un passaggio troppo futuristico per la nostra società. E soprattutto per il nostro governo…».
Un’ultima domanda: secondo lei il progetto è valido?
«Non posso rispondere su una materia di competenza di architetti e ingegneri ma sono certo che l’opera ha una portata grandissima: per la propaganda…».
Si farà, il ponte? La sottile, che poi tanto sottile non è, linea che lo divide formalmente dalla sua edificazione non è rappresentata dalle opinioni degli scienziati, dei politici, degli influencer e, ahimé, dei cittadini ma, sembrerebbe, dai documenti ufficiali non presentati a cui allude Mario Tozzi. Saranno presentati?

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