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Non più impiegati in divisa

UPLI al Viminale per una riforma che riconosca identità, contratto e strumenti della Polizia locale

Giuseppe Izzo

Abstract: La riforma della Polizia locale pone una questione che precede quella delle singole competenze: stabilire quale identità giuridica e professionale debba essere riconosciuta a lavoratori che appartengono agli enti locali ma svolgono quotidianamente funzioni di polizia. Il confronto di UPLI con il Ministero dell’Interno del 5 ottobre 2026 assume quindi un significato che supera la dimensione sindacale, perché investe il rapporto tra funzione esercitata, status professionale e organizzazione del lavoro pubblico. Contrattazione distinta, accesso alle banche dati, strumenti di autotutela e uniformità nazionale di qualifiche, divise e veicoli diventano parti di una medesima questione: superare la persistente distanza tra il ruolo sostanziale assunto dalla Polizia locale nella sicurezza delle città e il suo riconoscimento formale nell’ordinamento.

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Una professione che cerca il proprio riconoscimento

Il 5 ottobre 2026 UPLI – Unione Polizia Locale Italiana ETS sarà ricevuta al Ministero dell’Interno per confrontarsi sulla riforma della Polizia locale e rappresentare una posizione che parte da un presupposto apparentemente semplice, ma destinato a incidere sulla natura stessa del riordino: non è possibile continuare ad attribuire agli operatori responsabilità, qualifiche e strumenti propri dell’attività di polizia senza interrogarsi contemporaneamente sulla loro collocazione giuridica e contrattuale.

Il confronto avviene in una fase significativa dell’iter parlamentare dell’A.S. 1903, il disegno di legge che delega il Governo al riordino delle funzioni e dell’ordinamento della Polizia locale e che, dopo l’approvazione della Camera, il 22 settembre ha concluso l’esame della Commissione Affari costituzionali del Senato. Proprio durante questo passaggio parlamentare sono emersi con particolare evidenza temi quali rischio operativo, lavoro notturno, turnazioni, tutele legali, strumenti di autotutela e valorizzazione professionale, elementi che mostrano quanto il dibattito si sia ormai spostato dalla semplice organizzazione dei servizi alla specificità del lavoro svolto dagli operatori.

È in questo spazio che si colloca la posizione di UPLI, sintetizzata in una formula volutamente netta: passare da “impiegati in divisa” a una professione di polizia pienamente riconosciuta.

Il paradosso degli impiegati in divisa

La questione non riguarda la dignità o l’importanza delle altre professionalità presenti negli enti locali, ma la difficoltà di ricondurre a un medesimo modello contrattuale attività che possiedono caratteristiche profondamente differenti. L’operatore di Polizia locale è un dipendente dell’ente territoriale, ma nell’esercizio delle proprie attribuzioni svolge funzioni di polizia amministrativa e stradale, assume le qualifiche previste dalla legge in materia di polizia giudiziaria e, ricorrendone i presupposti, quelle ausiliarie di pubblica sicurezza, opera su strada, interviene negli incidenti, affronta situazioni conflittuali, lavora durante la notte e nei giorni festivi ed è esposto a rischi che derivano direttamente dalla natura coercitiva di alcune delle funzioni esercitate.

La contraddizione assume anche una dimensione sociologica, perché lo status formale attraverso il quale un’organizzazione definisce un lavoratore contribuisce inevitabilmente a costruirne l’identità professionale, il riconoscimento sociale e persino la percezione che i cittadini hanno dell’istituzione che rappresenta. Quando funzioni sostanzialmente differenti vengono ricondotte a una struttura giuridica e contrattuale costruita per un insieme estremamente eterogeneo di professionalità, può determinarsi una distanza crescente tra ciò che l’operatore è chiamato concretamente a fare e ciò che l’ordinamento riconosce alla sua professione.

Non è, peraltro, una questione estranea al dibattito parlamentare. Negli atti relativi all’A.S. 1903 è stata espressamente rappresentata la compresenza, all’interno delle medesime aree del comparto Funzioni locali, degli agenti di Polizia locale e di numerose altre figure amministrative, tecniche e professionali, proprio per sostenere la necessità di una maggiore caratterizzazione contrattuale delle funzioni di polizia.

Il contratto come riconoscimento della funzione

È per questa ragione che uno dei temi centrali che UPLI intende portare al Ministero dell’Interno riguarda una contrattazione distinta per il personale della Polizia locale, capace di superare una differenziazione meramente nominale e di costruire istituti coerenti con le condizioni effettive nelle quali viene svolto il servizio.

La questione non dovrebbe essere ridotta a una rivendicazione retributiva, perché il contratto non stabilisce soltanto quanto viene remunerato un lavoratore, ma contribuisce a definirne responsabilità, tutele, carriera, formazione, organizzazione del tempo di lavoro e riconoscimento professionale. Turnazione, servizio notturno e festivo, rischio operativo, responsabilità derivanti dalle qualifiche esercitate, tutela legale, previdenza, assicurazione e progressioni professionali rappresentano quindi aspetti differenti di una medesima specificità.

Il confronto parlamentare dimostra quanto la questione sia aperta. Durante l’esame dell’A.S. 1903 sono state avanzate proposte differenti, dall’istituzione di uno specifico contratto nell’ambito del comparto Funzioni locali fino all’ipotesi più radicale di un’autonoma area di contrattazione presso l’ARAN; il testo e gli ordini del giorno esaminati dalla Commissione non equivalgono però, allo stato, all’istituzione di un nuovo comparto autonomo, mentre uno degli indirizzi accolti richiama la valorizzazione della specificità professionale nell’ambito del CCNL Funzioni locali e della contrattazione integrativa.

È proprio questa distanza tra il riconoscimento della specificità e la sua concreta traduzione contrattuale che UPLI intende porre al centro del confronto.

Le funzioni richiedono strumenti

La definizione dell’identità professionale perderebbe tuttavia significato se non fosse accompagnata dagli strumenti necessari a esercitare concretamente le funzioni attribuite, perché un ordinamento coerente dovrebbe mantenere un rapporto ragionevole tra responsabilità assegnate, poteri riconosciuti e risorse operative disponibili.

Per UPLI assume quindi particolare rilievo il tema dell’accesso ai sistemi informativi necessari alle attività di polizia, compreso l’accesso alle informazioni presenti nei sistemi del Ministero dell’Interno secondo livelli di abilitazione coerenti con le funzioni esercitate e con adeguate garanzie di sicurezza, profilazione e tracciabilità. Allo stesso modo, la riforma dovrebbe costruire una disciplina nazionale più organica delle armi, dei dispositivi di protezione e degli strumenti di autotutela e difesa non letali, evitando che la disponibilità degli strumenti necessari a fronteggiare una determinata situazione operativa dipenda in misura eccessiva dal territorio nel quale l’operatore presta servizio.

Anche su questo versante il dibattito parlamentare mostra un’evoluzione significativa: tra gli indirizzi esaminati dal Senato compare infatti la definizione di standard minimi nazionali relativi a dispositivi di protezione, strumenti di comunicazione, dotazioni tecnologiche, mezzi e strumenti di autotutela, collegandoli alla valutazione del rischio, alla formazione e alla manutenzione.

Una divisa, molte identità

Esiste infine una dimensione apparentemente estetica che è invece profondamente istituzionale. Oggi uniformi, distintivi, qualifiche e livree dei veicoli possono assumere caratteristiche molto diverse sul territorio nazionale, producendo una frammentazione visiva che riflette quella normativa e organizzativa e che rende meno immediata, agli occhi del cittadino, l’identificazione di un’unica funzione pubblica.

Una divisa non è semplicemente un abito da lavoro: nelle istituzioni di polizia costituisce un segno di riconoscimento dell’autorità pubblica, comunica appartenenza, funzione e responsabilità e crea un rapporto immediato tra il cittadino e l’organizzazione rappresentata. Per questa ragione UPLI ritiene necessario definire standard nazionali per uniformi, segni distintivi, qualifiche e veicoli, mantenendo naturalmente l’identificazione dell’ente territoriale di appartenenza ma superando quella moltiplicazione di modelli che finisce per restituire l’immagine di tante polizie differenti anziché di una funzione esercitata secondo principi comuni.

La stessa discussione parlamentare ha affrontato la necessità di criteri nazionali omogenei per qualifiche funzionali, ruoli professionali, percorsi formativi e progressioni di carriera, pur nel rispetto delle competenze regionali e della struttura autonomistica dell’ordinamento.

La riforma è una questione di identità

A quarant’anni dalla legge quadro n. 65 del 1986, la questione della Polizia locale non può quindi essere letta soltanto come un problema di aggiornamento normativo, perché nel frattempo è mutato profondamente il contesto sociale nel quale gli operatori agiscono: sono cambiate le città, la mobilità, le forme della devianza, le tecnologie, le aspettative dei cittadini nei confronti della sicurezza urbana e le modalità di cooperazione tra amministrazioni locali e apparati statali.

Il problema diventa allora quello della corrispondenza tra funzione e riconoscimento. Se la società domanda alla Polizia locale una presenza sempre più qualificata nel controllo dello spazio urbano e se l’ordinamento le attribuisce responsabilità che appartengono pienamente alla dimensione della polizia, mantenere una distanza troppo ampia tra funzioni esercitate, strumenti disponibili e status professionale rischia di produrre una contraddizione istituzionale prima ancora che lavorativa.

È questo il significato più ampio del confronto che UPLI porterà al Viminale: non chiedere semplicemente nuove competenze, ma costruire una professione nella quale inquadramento giuridico, contratto, tutele, formazione, strumenti e identità visiva siano coerenti con le responsabilità esercitate.

Perché, prima ancora di stabilire che cosa debba fare la Polizia locale, una riforma destinata a durare nel tempo dovrebbe finalmente rispondere a una domanda rimasta troppo a lungo sospesa: che cosa vogliamo che sia la Polizia locale italiana?


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