Una donna contro il potere: emancipazione, amore, libertà e l’eredità controversa di una delle grandi protagoniste del Novecento

Abstract: A vent’anni dalla morte, Oriana Fallaci continua a occupare una posizione difficilmente classificabile nella cultura italiana del Novecento: giornalista, scrittrice, inviata di guerra e intervistatrice dei protagonisti del potere mondiale, fu al tempo stesso testimone e interprete delle trasformazioni che investirono la condizione femminile, i rapporti tra individuo e autorità, la guerra, la maternità, l’amore e la libertà. La sua esperienza personale e professionale rappresentò una forma radicale di emancipazione praticata prima ancora che teorizzata, costruita attraverso l’ingresso di una donna in spazi pubblici e professionali ancora prevalentemente maschili e culminata simbolicamente, nel 1979, nel gesto con cui si tolse il chador durante l’intervista all’ayatollah Ruhollah Khomeini, contestandogli apertamente la condizione imposta alle donne dalla rivoluzione iraniana. Ma l’eredità di Fallaci non può essere ridotta a quell’immagine, né separata dalle sue contraddizioni: il rapporto tormentato con il femminismo, l’amore per Alexandros Panagulis, la riflessione sulla maternità, la centralità della libertà individuale e, dopo l’11 settembre 2001, la durissima polemica sull’Islam e sull’Occidente che divise profondamente l’opinione pubblica. Rileggerla a vent’anni dalla morte significa quindi interrogarsi non soltanto su una scrittrice, ma sulla possibilità stessa di essere intellettualmente indipendenti senza essere necessariamente concilianti.
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Essere donna senza chiedere il permesso di esserlo
A vent’anni dalla morte di Oriana Fallaci, avvenuta a Firenze il 15 settembre 2006, la distanza temporale consente di osservare la sua figura sottraendola almeno in parte alla contrapposizione che ha accompagnato soprattutto l’ultima fase della sua vita, quando per alcuni era diventata una voce necessaria contro il conformismo occidentale e per altri l’espressione di una radicalizzazione culturale incapace di distinguere adeguatamente tra Islam, islamismo e fondamentalismo. Prima di quella stagione, tuttavia, erano esistite molte altre Fallaci: la giovanissima staffetta della Resistenza, la cronista, l’inviata di guerra, la donna che entrava negli spazi del potere internazionale e interrogava presidenti, monarchi, generali e dittatori, la scrittrice che trasformava maternità, aborto, amore e morte in questioni insieme private e politiche.
Nata a Firenze il 29 giugno 1929, Fallaci iniziò giovanissima l’attività giornalistica e divenne nel 1958 inviata speciale de L’Europeo, costruendo successivamente una carriera internazionale che la portò a collaborare con alcune delle maggiori testate mondiali e a seguire direttamente guerre e crisi internazionali, dal Vietnam al Medio Oriente.
Già questa traiettoria biografica possiede una rilevanza sociologica che precede qualsiasi dichiarazione teorica sull’emancipazione. In un sistema professionale ancora fortemente caratterizzato dalla divisione sessuale dei ruoli, Fallaci non rivendicò semplicemente per le donne la possibilità di accedere a territori tradizionalmente maschili ma li occupò.
Andò in guerra, attraversò rivoluzioni, affrontò capi di Stato e leader politici senza assumere nei loro confronti una posizione subordinata e costruì un modello professionale nel quale il genere non doveva costituire né un limite né un privilegio. La sua emancipazione fu dunque, prima ancora che ideologica, biografica poiché consistette nel rifiuto di accettare che l’essere donna determinasse preventivamente quali esperienze fossero consentite, quali domande fosse possibile formulare e quale spazio pubblico fosse legittimo occupare.
Una donna che non volle essere rappresentata da nessuno
Sarebbe tuttavia semplicistico trasformare Fallaci in un’icona lineare del femminismo. Il suo rapporto con i movimenti femministi fu complesso, talvolta conflittuale, e la sua idea di emancipazione rimase profondamente individualista, refrattaria all’appartenenza e alla disciplina collettiva.
Eppure la questione femminile attraversa la sua opera fin dagli esordi. Il sesso inutile. Viaggio intorno alla donna, pubblicato nel 1961, nasce da un viaggio attraverso diversi Paesi alla ricerca delle condizioni nelle quali vivono le donne; Penelope alla guerra del 1962 rovescia già nel titolo uno degli archetipi fondamentali della cultura occidentale, sottraendo Penelope all’attesa domestica per collocarla metaforicamente nello spazio dell’azione; Lettera a un bambino mai nato, nel 1975, conduce invece la questione femminile nel territorio molto più difficile della maternità, della scelta, dell’aborto, della responsabilità e del conflitto tra autonomia individuale e generazione. Questi testi appartengono a fasi diverse della sua produzione, ma mostrano quanto la condizione femminile sia stata una delle strutture profonde della sua riflessione.
Fallaci non costruì tuttavia una donna liberata attraverso la negazione della femminilità, poiché nelle sue pagine convivono autonomia e vulnerabilità, desiderio di indipendenza e bisogno d’amore, maternità e rifiuto della maternità imposta, forza e dolore. È precisamente questa impossibilità di ricondurre l’esperienza femminile a una formula uniforme a rendere ancora interessante la sua scrittura.
La libertà della donna, per Fallaci, non consisteva nel sostituire un modello con un altro, ma nella possibilità di scegliere la propria esistenza senza che altri ne stabilissero anticipatamente i confini.
Quel chador gettato davanti a Khomeini
Esiste un momento nel quale questa concezione della libertà assume una forma quasi teatrale e, proprio per questo, destinata a diventare una delle immagini più potenti della sua biografia.
Il 12 settenbre 1979, nei tempi in cui la rivoluzione iraniana aveva rovesciato lo Scià Mohammad Reza Pahlavi e Ruhollah Khomeini era diventato il centro politico e religioso del nuovo Iran, la Fallaci riesce a intervistarlo, dopo avere intervistato anni prima lo stesso Scià, e si presenta all’incontro indossando il chador richiesto dalle circostanze. L’intervista, pubblicata dal Corriere della Sera il 26 settembre 1979, diventa uno scontro diretto anche sulla condizione delle donne.
Fallaci contesta a Khomeini non semplicemente un indumento, ma ciò che ritiene esso rappresenti nel nuovo sistema politico iraniano: la segregazione delle donne e la subordinazione della loro libertà alle prescrizioni imposte dall’autorità religiosa. Quando Khomeini replica che, se la veste islamica non le piace, non è obbligata a portarla e la associa alle donne «giovani e perbene», Fallaci reagisce togliendosi il chador davanti a lui.
Ridotto alla sola immagine, il gesto rischia oggi di trasformarsi in una fotografia iconica priva del proprio contesto quando invece la sua forza stava nella relazione tra corpo, simbolo e potere.
Fallaci era entrata nello spazio dell’autorità accettando formalmente una regola necessaria per accedervi; nel momento in cui la stessa autorità le offrì verbalmente la possibilità di sottrarsene, trasformò quella possibilità in un gesto pubblico di autonomia. Non vi fu violenza, non vi fu aggressione: una donna seduta davanti a uno degli uomini più potenti del momento utilizzò il proprio corpo e un indumento per manifestare dissenso.
L’eroismo di quel comportamento costituisce un giudizio soggettivo, ma non si può contestare oggettivamente che quel gesto abbia avuto una straordinaria forza simbolica. Ancora oggi quell’immagine continua a essere riproposta proprio perché rende visibile, in pochi secondi, una questione che attraversa tutta l’opera di Fallaci: quanto siamo disposti a rischiare per affermare la libertà quando ci troviamo fisicamente davanti al potere?
Intervistare il potere senza subirne il fascino
Il metodo giornalistico di Fallaci difficilmente sarebbe classificato oggi come neutrale, ma sicuramente non desiderava esserlo.
Le sue interviste erano incontri conflittuali nei quali l’intervistatore non scompariva dietro le risposte dell’intervistato, ma entrava nella scena, contestava, provocava, insisteva e talvolta giudicava. In Intervista con la storia, pubblicato nel 1974, questo metodo raggiunge una delle sue espressioni più compiute diventando confronto diretto con coloro che esercitano il potere e l’intervista smette di essere soltanto uno strumento di acquisizione delle informazioni per trasformarsi in una rappresentazione della personalità politica.
Fallaci anticipò anche una trasformazione del giornalismo contemporaneo apportando la consapevolezza che l’intervistatore non sia mai completamente assente dalla costruzione del racconto e lei portò questa presenza fino all’estremo, trasformando frequentemente il dialogo giornalistico in duello intellettuale. Metodo discutibile, e proprio per questo interessante, perché costringe a domandarsi se il giornalista debba limitarsi a registrare il potere o abbia anche il compito di sottoporlo a una forma di resistenza critica.
Alexandros Panagulis, l’amore che diventa una categoria politica
Comprendere Fallaci attraverso il solo coraggio pubblico significherebbe perdere una parte essenziale della sua personalità e della sua scrittura. Dietro la donna che interrogava i potenti esisteva una concezione dell’amore altrettanto assoluta, nella quale il sentimento non costituiva una fuga dalla politica, ma poteva diventarne la forma più radicale.
L’incontro decisivo fu quello con Alexandros Panagulis, oppositore della dittatura dei colonnelli in Grecia, incarcerato e torturato dopo il fallito attentato contro Georgios Papadopoulos, tra loro nacque una relazione sentimentale che terminò con la morte di lui nel 1976 e che sarebbe diventata la materia di Un uomo, pubblicato nel 1979. Treccani descrive l’opera contemporaneamente come consacrazione della figura del resistente e grande storia d’amore; dopo la morte di Panagulis e, pochi mesi più tardi, di sua madre, Fallaci lasciò L’Europeo e si allontanò dal giornalismo attivo per dedicarsi maggiormente alla scrittura.
In Un uomo, amore e libertà diventano difficilmente separabili, infatti Panagulis non è soltanto l’uomo amato ma è l’individuo che si oppone alla macchina del potere e paga sul proprio corpo il prezzo di quella opposizione. Qui emerge uno dei tratti più profondi della visione fallaciana: l’eroe non è necessariamente colui che vince, ma è colui che non si lascia possedere dal potere, anche quando il prezzo della libertà diventa la solitudine, la sofferenza o la morte.
La maternità, il dubbio e il diritto di scegliere
La stessa tensione attraversa Lettera a un bambino mai nato, uno dei libri più difficili da rinchiudere nelle categorie politiche tradizionali. La protagonista parla al figlio che porta in grembo e, attraverso quel dialogo impossibile, interroga maternità, aborto, responsabilità, lavoro, solitudine e libertà.
Fallaci non offre una soluzione rassicurante, ed è probabilmente questa la ragione della longevità del libro, la maternità non viene né idealizzata come destino naturale della donna né ridotta a questione esclusivamente biologica ma diventa una scelta capace di investire l’intera identità della persona.
Il conflitto non è dunque semplicemente tra essere madre e non esserlo, ma tra la libertà della donna e la responsabilità nei confronti di una vita possibile. Una contraddizione che Fallaci non tenta realmente di sciogliere perché, nella sua concezione dell’esistenza, alcune domande fondamentali non possiedono una risposta che possa essere delegata alla società, alla religione o all’ideologia.
I libri come autobiografia di un secolo
Considerati nel loro insieme, i libri di Fallaci compongono quasi una biografia intellettuale del secondo Novecento. Il sesso inutile osserva la condizione delle donne; Penelope alla guerra affronta l’indipendenza femminile e l’incontro con l’America; Se il sole muore guarda alla conquista dello spazio e alla fiducia dell’uomo nel futuro; Niente e così sia nasce dall’esperienza della guerra del Vietnam; Intervista con la storia porta il lettore davanti ai protagonisti del potere mondiale; Lettera a un bambino mai nato conduce il conflitto nella coscienza di una donna; Un uomo intreccia amore, resistenza e libertà; Insciallah, pubblicato nel 1990, trasforma l’esperienza della guerra civile libanese in una grande narrazione corale sull’assurdità della guerra.
Persino l’incompiuto Un cappello pieno di ciliege, pubblicato postumo nel 2008, risponde alla stessa necessità di interrogare l’identità attraverso la storia, questa volta ricostruendo la propria genealogia familiare.
Il filo che unisce opere apparentemente tanto diverse può essere individuato nel rapporto tra individuo e destino. La donna davanti alla maternità, il soldato davanti alla guerra, il dissidente davanti alla dittatura, il giornalista davanti al potente e l’essere umano davanti alla morte sono variazioni di una medesima domanda: fino a quale punto una persona può scegliere chi essere quando la storia, la società o la biologia sembrano avere già scelto per lei?
Dopo l’11 settembre l’atteggiamento divisivo di Oriana Fallaci
Nessuna ricostruzione seria della sua eredità può però arrestarsi all’immagine della grande reporter o della donna che si toglie il chador davanti a Khomeini.
Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, Fallaci interruppe un lungo silenzio pubblico e pubblicò sul Corriere della Sera del 29 settembre un intervento destinato a diventare La rabbia e l’orgoglio. Seguirono La forza della ragione e Oriana Fallaci intervista sé stessa – L’Apocalisse. Questi scritti svilupparono una critica radicale dell’Islam e della risposta dell’Occidente al fondamentalismo islamista, suscitando un enorme dibattito e accuse di generalizzazione e ostilità nei confronti dei musulmani.
Questa parte dell’eredità fallaciana non dovrebbe essere rimossa per costruire retrospettivamente un personaggio più facilmente celebrabile, né accettata acriticamente perché alcune delle questioni da lei sollevate — fondamentalismo, terrorismo, condizione femminile, rapporto tra religione e ordinamenti liberali — rimangono attuali.
La distinzione necessaria è un’altra: riconoscere la legittimità e, in alcuni casi, la lungimiranza delle domande non significa necessariamente condividere tutte le risposte.
Fallaci portò infatti all’estremo una caratteristica presente nell’intera sua opera: la tendenza a trasformare il conflitto in categorie assolute. Era uno degli elementi che conferivano alla sua prosa una forza straordinaria, ma poteva anche ridurne la capacità di rappresentare la complessità sociale. È precisamente questa tensione tra intuizione e generalizzazione, tra coraggio intellettuale e radicalizzazione polemica, a rendere ancora necessario discuterla invece di limitarci a celebrarla o condannarla.
Una libertà che non chiedeva di essere rassicurata
Oriana Fallaci morì il 15 settembre 2006 nella sua Firenze, dove aveva chiesto di tornare quando la malattia era ormai avanzata.
Fu sepolta nel cimitero degli Allori e volle sulla propria lapide una definizione sorprendentemente essenziale: «Oriana Fallaci – Scrittore». Non scrittrice, giornalista, intellettuale, femminista o combattente. Scrittore. Anche quella parola sembra condensare il suo rapporto con l’identità: Fallaci trascorse una parte considerevole della propria esistenza a sottrarsi alle categorie attraverso le quali gli altri avrebbero potuto definirla, comprese quelle nate per emancipare le donne. Rivendicò la libertà femminile senza accettare necessariamente l’ortodossia femminista, raccontò l’amore senza trasformarlo in subordinazione, affrontò la maternità senza idealizzarla, intervistò uomini potentissimi senza riconoscere loro una superiorità simbolica e fece della propria soggettività una componente dichiarata della scrittura.
Per questo, a vent’anni dalla morte, la sua eredità non consiste nell’avere avuto ragione su tutto – come non potrebbe essere per nessuno – perché una figura intellettuale non diventa significativa perché il tempo conferma ogni sua affermazione, ma perché continua a costringere le generazioni successive a confrontarsi con le domande che ha posto.
Il chador tolto davanti a Khomeini rimane allora qualcosa di più di un episodio spettacolare della storia del giornalismo, esso è la rappresentazione visiva di una donna che, davanti a un’autorità politica e religiosa capace di determinare la vita di milioni di persone, decise che il rispetto dell’interlocutore non implicava la rinuncia alla propria libertà.
Forse è proprio questo il tratto che unisce la giovane donna entrata nel giornalismo degli anni Cinquanta, l’inviata sui fronti di guerra, l’amante di Panagulis, l’autrice di Lettera a un bambino mai nato, l’intervistatrice di Khomeini e la polemista degli ultimi anni: l’idea che la libertà non coincida con l’assenza di vincoli, ma con la disponibilità ad assumersi personalmente il costo delle proprie scelte.
A vent’anni dalla sua morte, si può dissentire profondamente da Oriana Fallaci – come lei stessa dissentì quasi sempre da qualcuno – più difficile è ignorarla perché la sua opera continua a ricordare che l’emancipazione non consiste soltanto nell’acquisizione formale di nuovi diritti, ma anche nella costruzione sociale di individui capaci di esercitarli.
Una società veramente libera non si misura dall’assenza del conflitto, ma dalla possibilità di affrontare il potere, contestare le idee dominanti e pronunciare parole scomode senza dover prima chiedere il permesso di farlo.
Riferimenti bibliografici essenziali
Fallaci, O. (1961), Il sesso inutile. Viaggio intorno alla donna, Rizzoli, Milano.
Fallaci, O. (1962), Penelope alla guerra, Rizzoli, Milano.
Fallaci, O. (1965), Se il sole muore, Rizzoli, Milano.
Fallaci, O. (1969), Niente e così sia, Rizzoli, Milano.
Fallaci, O. (1974), Intervista con la storia, Rizzoli, Milano.
Fallaci, O. (1975), Lettera a un bambino mai nato, Rizzoli, Milano.
Fallaci, O. (1979), Un uomo, Rizzoli, Milano.
Fallaci, O. (1990), Insciallah, Rizzoli, Milano.
Fallaci, O. (2001), La rabbia e l’orgoglio, Rizzoli, Milano.
Fallaci, O. (2004), La forza della ragione, Rizzoli, Milano.
Fallaci, O. (2004), Oriana Fallaci intervista sé stessa – L’Apocalisse, Rizzoli, Milano.
Fallaci, O. (2008), Un cappello pieno di ciliege, Rizzoli, Milano.
De Stefano, C. (2013), Oriana. Una donna, Rizzoli, Milano.
Gatt-Rutter, J. (1996), Oriana Fallaci: The Rhetoric of Freedom, Berg, Oxford–Washington.
Perazzi, E. (a cura di) (2016), La paura è un peccato. Lettere da una vita straordinaria, Rizzoli, Milano.

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