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DAL DISINCANTO DEL CONSUMISMO AL REINCANTO POPOLARE, Lidia Cassetta

Domenico Cravero ha presentato la sua ultima opera dedicata alla transizione ecologica al Salone di Torino

Lidia Cassetta

Abstract: A Torino, in occasione del Salone del Libro, che si è appena concluso, caratterizzato da un grande successo mediatico e di pubblico, abbiamo incontrato Domenico Cravero, psicologo, psicoterapeuta e sociologo, che ha presentato il suo ultimo lavoro: “Disincanto e re-incanto. La transizione ecologica: un nuovo modo di vivere”, edito da Ecra, le edizioni del Credito Cooperativo, con la prefazione dell’economista Luigino Bruni e la presentazione al Salone di Francesco Antonioli, giornalista di Repubblica e direttore di Nuovo Mondo Economico.

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Qual è la ragione di fondo che ha ispirato il suo libro?
«Ho innanzitutto tentato di rispondere a questa domanda: come è possibile che il tema ecologico, approfondito e dibattuto da decenni, abbia influenzato così poco gli stili di vita delle persone e le scelte politiche?  Io credo che il consumismo abbia prodotto un generale disincanto. Le cose ci appaiono nella loro materialità, a nostra disposizione, possono forse a volte stupirci, ma nulla di più. La nostra mente, tuttavia, è organizzata in modo tale che solo il fascino possa colpirla nel profondo e generare delle scelte. E’ l’incanto che ci muove all’azione. In questo senso non basta sapere che occorre cambiare per salvarci. Bisogna crederci, ma se non ci crediamo non cambieremo».
In tutto questo qual è il ruolo della politica
«Non credo che da sola la politica possa fare molto, per come essa è attualmente strutturata, basata sul consenso, che insegue continuamente. Sono i cittadini che, insieme, possono generare un cambiamento e muovere la politica, altrimenti le leggi non cambieranno. Va promosso un re-incanto popolare, capillarmente diffuso».
Ci può fare degli esempi?
«Nel mio libro scrivo molto del suolo. All’opposto del consumismo, per il quale esso è pura materia, è estremamente vitale. Quando si cammina in un campo, si cammina sulla vita, su milioni di microrganismi che sono essenziali. Il suolo vive, e noi ci alimentiamo dei suoi frutti, che di nuovo, non sono semplici “cose” di cui servirci. La tavola e la scelta dei cibi sono la meraviglia, come il cielo, l’infinito sopra di noi e la sua incommensurabilità. Così sviluppiamo il nostro rapporto con l’incanto. Quando le cose sono considerate solo per il loro profitto, ma senza ammirazione, si aprono solo le possibilità collegate alla remunerazione e si perdono tutte le altre».
Nel suo libro scrive anche di proposte concrete, capaci di generare un cambiamento…
«Presento nove laboratori, che ho personalmente sperimentato, e che utilizzano anche la tecnologia, come mezzo, avendo però sempre e tutti la finalità di aiutare a riscoprire, insieme, il fascino della natura, e ridestare l’incanto. Il rapporto con la terra è infatti anzitutto emozionale, prima di tutto occorre “essere toccati”, poi nascono la curiosità, il desiderio di conoscere e di cambiare i comportamenti. L’incanto ci modella fin dall’inizio della nostra vita. Ciò che rende buono il latte è il volto di nostra madre. La magia del cibo nasce così, all’interno di una relazione primaria e fondamentale, e non va smarrita, ma sviluppata, per renderci conto di quanto le cose siano utili, preziose, cioè caratterizzate dall’affettività, e rare. I percorsi di laboratorio che propongo sono replicabili, e possono coinvolgere la comunità locale nelle sue diverse articolazioni: il mondo della scuola, delle istituzioni, delle parrocchie, del volontariato… E’ una proposta per tutti».
Il cambiamento di cui parla riguarda anche le relazioni tra le persone?
«La tavola può essere considerata lo specchio delle difficoltà comunicative di chi vive in famiglia. I pasti comunitari sono una sorta di palestra dove l’unità della collettività, non solo della famiglia, può essere ricostruita ogni giorno. Perfino il rispetto per noi stessi passa attraverso il cibo come prevenzione. Alimentarsi è necessario, quando manca il pane si è poveri, ma quando si perde il piacere della tavola si è infelici. Nel cibo non è essenziale solo la composizione, ma anche il modo con cui è preparato e offerto, per questo non vanno smarrite le ritualità del cibo condiviso. Esse ci fanno riscoprire la convivialità e la gentilezza, che ci fanno più felici, e dunque più generativi, a tutti i livelli, insieme agli altri».
Lei infatti scrive di un’economia generativa, della speranza, che deve sostituire quella estrattiva, propria del consumismo…
«Se non sostituiamo l’incanto all’arroganza, non ci saremo più, sarà l’autodistruzione, e le catastrofi naturali ce lo segnalano costantemente, ma se crediamo profondamente al cambiamento esso è fin da ora possibile, attraverso adeguati comportamenti e scelte comunitarie di consumo e di cittadinanza attiva».

 


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