Dialogo sull’essenza dell’arte nel tempo contemporaneo e sull’arte contemporanea di e con Roberto Castellucci

Abstract: Intervista a Roberto Castellucci (Sora 1964), artista e sociologo dell’arte, in un dialogo tra il senso e il significante delle opere nell’epoca della riproducibilità e nel mercato dei multipli e sulla caratteristica della sua arte, tra filosofia, economia e sociologia.
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Che cosa è l’arte per Roberto Castellucci?
L’arte è vita e pertanto ogni persona è dotata di senso artistico, sta poi a chi ne osserva le azioni esprimere l’emozione che prova al cospetto di una sua opera. Non trovo invece corretto esprimere un giudizio su un’opera d’arte che non sia “mi piace/non mi piace”, sia perché definirla bella/brutta sarebbe un atto di presunzione di oggettività sia perché si andrebbe a valutare la persona in sé autrice. Dietro ogni opera d’arte, anche la più minuscola, c’è la persona ancora prima dell’artista, con il suo bagaglio di esperienza, cultura e sensibilità.
Qual è il confine tra arte e decorazione e cosa distingue un’opera d’arte da un prodotto grafico o da un oggetto di design solido o figurativo che sia?
Il vecchio confine tra “grafica” e “opere singole” penso che sia stato ormai superato grazie ad artisti come Andy Warhol, o il nostro Mario Schifano, che hanno di fatto sdoganato i multipli. Come? Creando opere “anfibie”, caratterizzate da sostanziali e soggettivi interventi dell’artista su prodotti su scala industriale. L’effetto è stato quello di avvicinare il pubblico a capolavori replicati in numero più o meno limitato. Ovviamente si sono poi verificate degenerazioni del processo in questione, rendendo multiplo anche ciò che non lo era e arrivando al culmine dell’assenza di materialità con gli NFT.

Nelle opere di Roberto Castellucci cosa c’è di innovativo e cosa di classico?
Di innovativo c’è sicuramente la mia… persona! Ogni uomo è diverso dall’altro e ogni opera è frutto dello spirito dell’artista che sta dietro la persona. Nel mio piccolo, spero di aver creato un accostamento nuovo tra arte ed economia. Di classico c’è la mia formazione liceale che tanto mi ha dato anche in termini formativi. Ovviamente non parlo di tecnica sia perché sono un autodidatta sia perché questa per me costituisce un mero mezzo di trasmissione delle emozioni.
Nell’epoca della perfetta riproducibilità dell’opera d’arte, grazie ancor più all’intelligenza artificiale, quanto conta il prodotto fisico unico rispetto a un multiplo anche virtuale?
Sono molto legato alla carta, al legno, alla pietra, ai contatti umani. Ognuno di questi elementi è imitabile ma mai replicabile perfettamente e per questo motivo sviluppa delle sensazioni uniche. E bellissime, per me. In effetti i problemi sono due, la riproduzione e la dematerializzazione e per me restano problemi.
Perché la scelta di dipingere quasi esclusivamente su tavola?
In effetti mi piace molto dipingere sul legno perché lo considero “vivente” e quindi umano, cioè imperfetto. La perfezione non è di questo mondo e quindi neppure mia. L’unica forma di perfezione è, per assurdo, la nostra imperfezione ed è proprio ciò che cerco di dipingere.
Dov’è arrivata l’arte del XXI secolo e dove andrà?
L’inizio di una nuova arte è sancita dalla famosa affermazione di Hegel “L’arte è finita”. In effetti il filosofo tedesco intendeva dire che l’arte da figurativa si stava trasformando in spirituale, laddove questo aggettivo non era necessariamente sinonimo di religioso quanto di trascendente. Ora l’arte si sta nuovamente trasformando, grazie all’avvento del digitale, a scapito apparentemente dell’arte del secolo scorso. Ma siamo così sicuri che la soppianterà? Io no… Non a caso i capolavori passati sono esposti in prestigiosi musei mentre gli NFT sono oggetto di mercato solo su mercati virtuali di interesse non molto diffuso. La domanda, comunque, offre spunto a un’altra: che cosa è l’arte oggi, generalizzando? Purtroppo, la risposta non viene dal consenso del pubblico, selezionato che sia, quanto dal mercato. E con riguardo al mercato, non posso non constatare che con riferimento agli attuali artisti, l’oggetto di compravendita non è la loro opera quanto la visibilità che viene loro venduta. Da chi? Il discorso si amplia ma potremmo includere i galleristi, i curatori, gli storici, i critici, i giornalisti, i banditori, le televisioni… Di recente mi è capitato di ascoltare, durante un intervento di un analista finanziario, che affermava che senza retribuire queste categorie un artista non diventerebbe mai un “bravo artista”… Sconvolgente!
Come potremmo classificare l’arte di Roberto Castellucci, astratta, figurativa, simbolica e cosa vuole esprimere protesta, analisi sociale, o cosa?
Le mie opere sono mera espressione delle mie emozioni e delle mie esperienze di vita. Definirle in qualche modo vorrebbe dire limitare le mie emozioni e… sarebbe giusto? L’arte è libertà… Va con sé che se esiste un messaggio nei miei colori è legato alle vicende della mia vita e all’interpretazione che ne do. Quindi ogni opera rispecchia un momento della mia vita e un’emozione, senza necessariamente confluire, appunto, in un determinato genere.
Le opere a tema economico sono la deformazione professionale di un bancario?
Come detto prima rispecchiano momenti della mia vita, in questo caso quella lavorativa, che tanta parte occupa nella mia giornata. Piuttosto, desidererei sottolineare come il tema affrontato in queste ultime opere sia il parallelismo tra la crisi globalizzata dell’economia risalente alla fine del primo decennio del secolo attuale e quella dell’arte, sempre nello stesso periodo. In pratica, se in economia si è assistito a una eccessiva finanziarizzazione a scapito del prodotto reale, nell’arte l’eccessiva importanza data allo strumento della comunicazione ha delegittimato la vera essenza, cioè il bello. Per esser più chiari, il valore dello strumento di trasmissione dell’arte ha superato il valore vero, ossia quanto comunicato dall’opera.
Nelle opere astratte c’è qualcosa di reale? E come si distinguono dalle macchie di Rorchach?
A mio parere anche nelle opere definite astratte c’è sempre il reale perché, parafrasando Parmenide, “ciò che non è non può essere e ciò che è non può non essere”, nel senso che l’uomo non può inventare nulla che già non sia presente sulla Terra. Per quanto riguarda invece la seconda domanda, non c’è un criterio oggettivo per definire un’opera artistica e tantomeno per valutarla economicamente. La distinzione tra un’opera d’arte e delle macchie casuali è affidata o alla percezione dell’osservatore o ai “professionisti” del settore. In quest’ultimo caso si rischia di ricadere in una mia risposta precedente…
Cosa prevale nelle opere di Castellucci la bellezza visibile o il messaggio da ricercare?
In effetti, dal mio personale punto di vista le due cose coesistono. E coesisterebbero anche nella più rappresentativa delle opere… C’è sempre, in un quadro, qualche se non tanti elementi che tradiscono lo spirito dell’artista e, quindi, il suo messaggio.
Intervista di 10 anni fa a Roberto Castellucci
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