Dalle donne “affidabili” agli agenti “imboscati”: in pochi giorni le parole di Antonio Tajani riaprono il problema degli stereotipi nel linguaggio delle istituzioni

Abstract: L’associazione tra l’abbigliamento di una donna, la sua vita sentimentale e la sua affidabilità ripropone uno schema culturale nel quale il comportamento femminile viene sottoposto a una valutazione morale che investe il corpo, la sessualità e il ruolo familiare. Le dichiarazioni pronunciate da Antonio Tajani durante la manifestazione Itaca a Formello, utilizzate come metafora politica dell’affidabilità, contrappongono infatti la donna affascinante e sentimentalmente più libera alla donna meno appariscente, con la “gonna più lunga”, seria, fedele e destinata a essere una buona madre di famiglia. Non è necessario attribuire al ministro intenzioni che non ha espresso per riconoscere nel modello evocato alcuni tratti storicamente riconducibili al paternalismo e alla cultura patriarcale: la rispettabilità femminile viene fatta dipendere dall’apparenza, la stabilità familiare viene caricata prevalentemente sulla donna e la sua esperienza affettiva diventa indicatore della futura fedeltà. Il significato pubblico delle parole assume inoltre una particolare rilevanza perché arriva pochi giorni dopo un’altra generalizzazione dello stesso vicepresidente del Consiglio e segretario di Forza Italia, che aveva definito la Polizia locale nelle grandi città “un po’ imboscata negli uffici”. Due episodi diversi, accomunati dal ricorso a immagini semplificatrici per descrivere realtà sociali e professionali molto più complesse.
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Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio, ministro degli Affari esteri e segretario nazionale di Forza Italia, ha utilizzato una metafora durante Itaca – Viaggio tra le idee, la manifestazione politica organizzata a Formello: dovendo consigliare al figlio quale donna sposare, ha contrapposto una ragazza affascinante, che avrebbe avuto diversi fidanzati e potrebbe essere incline al tradimento, a una donna “meno appariscente”, più seria e affidabile, destinata a essere una buona madre di famiglia e a rispettare l’impegno matrimoniale; sviluppando il paragone, Tajani ha fatto riferimento anche alle “gonne un po’ più lunghe” della seconda donna, prima di utilizzare l’immagine per rappresentare politicamente l’affidabilità del centrodestra. Le dichiarazioni sono documentate anche da un video diffuso dall’ANSA e sono state riportate, con formulazioni sostanzialmente concordanti, da diverse testate nazionali.
Il contesto va ricordato perché Tajani non stava formulando una teoria sulla condizione femminile, ma costruendo una metafora politica fondata sulla contrapposizione tra apparenza e affidabilità ed è proprio questa precisazione, tuttavia, a rendere sociologicamente interessante l’episodio: una metafora funziona soltanto quando chi la pronuncia presume che il pubblico sia in grado di riconoscere immediatamente le associazioni culturali sulle quali essa è costruita, e in questo caso le associazioni proposte sono la bellezza con l’instabilità, una maggiore esperienza sentimentale con la propensione all’infedeltà, la sobrietà estetica con l’affidabilità e, infine, la maggiore lunghezza della gonna con un modello di donna seria, fedele e familiare.
Quando la gonna diventa una misura morale
Nel momento in cui la lunghezza della gonna entra nel ragionamento come indicatore, sia pure metaforico, della rispettabilità di chi la indossa, il problema smette di riguardare l’abbigliamento e diventa culturale. Molto pericoloso, oltre che illogico, è anche la relazione tra l’essere più o meno appariscente, l’avere avuto più relazioni sentimentali e la capacità di costruire una relazione stabile, così come non esiste una relazione tra la quantità di corpo mostrata da una donna e la sua affidabilità affettiva.
Mettere in sequenza questi elementi significa invece recuperare uno dei dispositivi più antichi attraverso i quali le società hanno regolato simbolicamente la sessualità femminile, distinguendo la donna “rispettabile” da quella considerata troppo visibile, troppo libera o troppo sessualmente autonoma, che sono i pretesti con i quali ancora oggi si etichettano e si escludono le donne e per i quali in passato di rinchiudevano in manicomio oppure in convento. A rifletterci bene sono anche le motivazioni di molti femminicidi!
È qui che il concetto di patriarcato può essere utilizzato con precisione e senza trasformarlo in un’etichetta polemica applicata alla persona di Tajani. In sociologia il termine non indica necessariamente l’esistenza di uomini che consapevolmente intendano dominare le donne, ma può descrivere anche un sistema di norme, aspettative e ruoli sociali storicamente costruiti nel quale uomini e donne vengono valutati attraverso criteri differenti e nel quale alla donna viene assegnata una particolare responsabilità per la rispettabilità sessuale, la fedeltà e la conservazione della famiglia.
La costruzione utilizzata da chi ricopre il ruolo di Ministro degli Esteri presenta alcuni elementi riconoscibili di questo schema: è il padre che immagina di spiegare al figlio quale donna sia opportuno scegliere; è la donna a essere osservata, classificata e selezionata; la sua storia sentimentale diventa un indizio sulla sua affidabilità futura; il suo aspetto esteriore contribuisce alla valutazione morale e la destinazione positiva del modello prescelto è quella della “buona madre di famiglia” capace di garantire la stabilità domestica.
Non occorre sostenere che Tajani intendesse affermare tutto questo come programma sociale ma è sufficiente osservare che la metafora presuppone quel patrimonio di rappresentazioni per poter funzionare.
Il paternalismo della donna da scegliere
Accanto alla dimensione patriarcale emerge quella paternalistica, perché il discorso non considera la relazione come incontro tra due soggetti autonomi che reciprocamente si scelgono, ma assume il punto di vista di chi deve individuare la donna più adatta a garantire stabilità al figlio.
È un rovesciamento apparentemente piccolo ma culturalmente significativo poiché non ci si domanda quale relazione possano costruire due persone, quali valori condividano o quale responsabilità reciproca siano disposte ad assumersi, ma quale categoria di donna rappresenti la scelta più sicura per l’uomo. La donna finisce così per essere trasformata da soggetto della relazione in oggetto della valutazione, secondo un catalogo nel quale bellezza, visibilità, precedenti relazioni, fedeltà, maternità e abbigliamento concorrono a determinarne il grado di affidabilità.
La frase secondo cui una donna meno vistosa “garantisce la stabilità della casa, della famiglia” è particolarmente significativa proprio perché trasferisce simbolicamente su di lei la funzione di tenere insieme la struttura familiare.
È un modello che appartiene a una lunga tradizione culturale italiana e mediterranea nella quale la reputazione sessuale femminile è stata sottoposta a un controllo sociale molto più intenso di quella maschile, mentre virtù come fedeltà, modestia e cura della famiglia sono state rappresentate come caratteristiche essenzialmente femminili. La trasformazione dei costumi e del diritto ha progressivamente eroso questo paradigma, ma gli stereotipi possono sopravvivere molto più a lungo delle strutture normative che li avevano prodotti.
Ed è precisamente per questo che il riferimento alla gonna non è irrilevante.
La libertà femminile non si misura in centimetri
La questione acquista inoltre un significato particolare quando a parlare è il ministro degli Affari esteri di un Paese europeo, perché l’autonomia delle donne nell’abbigliamento viene giustamente rivendicata dall’Italia quando altri ordinamenti pretendono di stabilire, attraverso la legge, la religione o la coercizione sociale, quanto del corpo femminile debba essere coperto.
Il principio, tuttavia, rimane lo stesso anche quando la pressione non assume la forma di un divieto giuridico: una donna non diventa moralmente migliore perché copre una parte maggiore del proprio corpo, così come non diventa meno affidabile perché decide di mostrarne di più.
La libertà personale perde una parte del proprio significato quando alla libertà formale di vestirsi come si vuole continua ad accompagnarsi una classificazione morale che assegna maggiore rispettabilità a chi sceglie un abbigliamento più conforme alle aspettative sociali.
Il problema, dunque, non è la gonna lunga, che può naturalmente rappresentare una scelta libera quanto quella corta, il problema nasce quando dalla sua lunghezza pretendiamo di ricavare informazioni sul carattere, sulla sessualità, sulla fedeltà o sulla capacità di essere madre.
Questo approccio non è solo retrogrado e culturalmente degradante, soprattutto per chi rappresenta una nazione europea che si presenta avanzata ed evoluta, ma è particolarmente insidioso in un paese nel quale il femminicidio costituisce un fenomeno criminale figlio di una cultura che considera la donna un oggetto di proprietà maschile!
Due giorni prima erano gli “imboscati”
L’episodio assume una dimensione ulteriore perché non arriva isolatamente. Soltanto pochi giorni prima, durante È sempre Cartabianca, Tajani aveva proposto di utilizzare maggiormente la Polizia locale nelle strade, sostenendo che nelle grandi città essa finisca talvolta per essere “un po’ imboscata negli uffici”, così da poter svolgere attività che altrimenti ricadono sulle forze di polizia statali.
La frase ha provocato la reazione di associazioni di categoria e organizzazioni sindacali, che hanno ricordato come il lavoro svolto negli uffici comprenda indagini delegate di polizia giudiziaria, procedimenti edilizi, ambientali e commerciali, notificazioni, contenzioso, videosorveglianza e attività delle centrali operative, tutte funzioni che non rappresentano un rifugio dal servizio ma una parte necessaria del lavoro istituzionale.
Il problema comune ai due episodi non consiste quindi nell’equiparare questioni profondamente diverse come la condizione femminile e l’organizzazione della Polizia locale, ma nel meccanismo linguistico utilizzato per rappresentarle: una realtà complessa viene compressa dentro una categoria immediatamente riconoscibile, capace di produrre consenso o una battuta efficace, ma incapace di restituire la pluralità delle situazioni che pretende di descrivere.
Prima gli agenti negli uffici diventano gli “imboscati”; pochi giorni dopo, la donna affidabile assume i tratti della meno appariscente, della buona madre di famiglia e di quella con la gonna più lunga, offrendo una visione politica basata sullo stereotipo e sul populismo demagogico.
Il peso delle parole cambia con il ruolo di chi le pronuncia
Si potrebbe liquidare tutto come una successione di espressioni infelici, osservando che il linguaggio politico è spesso improvvisato e che una metafora non dovrebbe essere sottoposta alla stessa analisi riservata a un testo normativo. Sarebbe però una spiegazione insufficiente, soprattutto perché Antonio Tajani non è soltanto un esponente politico impegnato in una manifestazione di partito: è vicepresidente del Consiglio, ministro degli Affari esteri e segretario di una delle forze della maggioranza.
Le parole pronunciate da chi ricopre queste funzioni partecipano alla costruzione della rappresentazione pubblica delle categorie sociali e delle istituzioni. Questo non significa pretendere un linguaggio sterilizzato o impedire a un politico di utilizzare metafore, ironia o espressioni colloquiali, ma riconoscere che la semplificazione diventa problematica quando funziona facendo leva sulla svalutazione di qualcuno.
Nel caso della Polizia locale, la categoria svalutante è quella dell’“imboscato”, che trasforma una funzione organizzativa in una presunta sottrazione al dovere; nel caso delle donne, lo schema è più profondo perché associa visibilità del corpo, esperienza sentimentale e affidabilità morale.
La politica non crea da sola questi stereotipi, ma può contribuire a normalizzarli oppure a metterli in discussione.
Il patriarcato sopravvive anche senza essere dichiarato
La persistenza degli stereotipi di genere costituisce uno dei meccanismi attraverso i quali modelli sociali ormai formalmente superati continuano a riprodursi nella cultura quotidiana. Non occorre sostenere apertamente che una donna debba restare a casa, obbedire al marito o vestirsi in un determinato modo perché sopravviva una rappresentazione patriarcale; è sufficiente continuare ad associare alla donna “giusta” modestia, fedeltà, maternità e contenimento della propria sessualità, mentre la donna più autonoma, visibile o sentimentalmente esperta viene percepita come potenzialmente meno affidabile.
È proprio questa forma attenuata e spesso inconsapevole dello stereotipo a essere sociologicamente insidioso, perché non si presenta più come una norma esplicita ma come senso comune, battuta, consiglio paterno o metafora apparentemente innocua.
Ed è qui che il paternalismo incontra il patriarcato poichè nel momento in cui qualcuno ritiene di poter stabilire quale modello femminile sia più rassicurante per l’uomo e utilizza il corpo della donna come segnale della sua affidabilità morale.
Non significa attribuire automaticamente a Tajani una concezione complessivamente patriarcale della società, conclusione che le sole dichiarazioni non consentono di dimostrare; significa invece riconoscere che le parole utilizzate riproducono stereotipi storicamente appartenenti a quella cultura.
Non è una questione di galateo
Ridurre il problema all’opportunità o meno di una frase significherebbe perderne la parte più preoccupante in quanto la questione riguarda il modo in cui il linguaggio pubblico attribuisce valore alle persone e alle categorie: l’agente che lavora negli uffici non diventa meno poliziotto perché in quel momento non si trova in strada, così come una donna non diventa più seria perché porta una gonna più lunga.
Sono due realtà incomparabili sul piano sociale, ma entrambe mostrano il pericolo della stessa scorciatoia cognitiva: trasformare un elemento visibile in un giudizio sulla persona. L’ufficio diventa indizio di scarso impegno; la gonna diventa indizio di affidabilità. In entrambi i casi la complessità scompare e rimane l’etichetta.
Da un vicepresidente del Consiglio, ministro degli Affari esteri e leader politico non è irragionevole aspettarsi qualcosa di diverso, non perché le istituzioni debbano parlare una lingua artificiale, ma perché proprio chi esercita responsabilità pubbliche dispone della possibilità di interrompere gli stereotipi invece di utilizzarli come materiale retorico.
La libertà di una donna non si misura dalla lunghezza della sua gonna, la sua fedeltà non si deduce dalla sua bellezza o dal numero delle relazioni precedenti e la qualità di una futura madre non può essere anticipata dal grado di appariscenza del suo abbigliamento. Allo stesso modo, la professionalità di un appartenente alla Polizia locale non si misura dalla quantità di ore trascorse materialmente sulla strada senza domandarsi quali funzioni la legge e l’organizzazione gli richiedano di svolgere altrove.
Le istituzioni hanno certamente il diritto di semplificare quando comunicano; hanno però anche la responsabilità di non trasformare la semplificazione in stereotipo, perché quando una battuta ha bisogno di ridurre la dignità di qualcuno per funzionare, il problema non è più soltanto come è stata pronunciata, ma quale idea della società continua a rendere immediatamente comprensibile.

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