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Criminologia Massimiliano Mancini NOTIZIE

2001-2026: venticinque anni di guerra al terrore

Dall’11 settembre all’Afghanistan, dall’Iraq alla sicurezza globale: come quattro aerei dirottati hanno trasformato un quarto di secolo di storia

Massimiliano Mancini

Abstract: L’11 settembre 2001 non rappresentò soltanto il più grave attentato terroristico compiuto sul territorio degli Stati Uniti, ma l’inizio di una trasformazione profonda della sicurezza internazionale. Dall’invasione dell’Afghanistan alla guerra in Iraq, dall’espansione delle operazioni antiterrorismo alla sorveglianza, dai droni a Guantánamo, fino alla nascita dello Stato islamico e al ritorno dei Talebani a Kabul, la War on Terror ha ridefinito per venticinque anni il rapporto tra guerra, terrorismo, sicurezza e libertà. Nel 2026 il bilancio supera ormai la dimensione militare: riguarda milioni di morti diretti e indiretti stimati nelle aree interessate dai conflitti post-11 settembre, decine di milioni di sfollati, migliaia di miliardi di dollari di spesa e una trasformazione permanente degli strumenti attraverso i quali gli Stati affrontano la minaccia terroristica. A venticinque anni dagli attentati, la questione non è più soltanto comprendere ciò che accadde quella mattina, ma interrogarsi sul mondo che ne è derivato.

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Una mattina che avrebbe cambiato la percezione della sicurezza

La mattina dell’11 settembre 2001 iniziò come una qualsiasi giornata lavorativa sulla costa orientale degli Stati Uniti, in un contesto nel quale il terrorismo internazionale era certamente presente nelle valutazioni degli apparati di sicurezza ma non occupava ancora, nell’immaginario collettivo occidentale, la posizione centrale che avrebbe assunto poche ore più tardi, quando diciannove uomini appartenenti ad al-Qaeda trasformarono quattro normali aerei di linea in strumenti offensivi e dimostrarono come infrastrutture, tecnologie e simboli della società globalizzata potessero essere utilizzati contro la stessa società che li aveva prodotti.

Tra coloro che avrebbero partecipato all’attacco c’erano Mohamed Atta e Abdul Aziz al-Omari, che secondo la ricostruzione della National Commission on Terrorist Attacks Upon the United States arrivarono all’aeroporto di Portland, nel Maine, per imbarcarsi sul volo delle 6:00 diretto a Boston; Atta venne selezionato dal sistema CAPPS per un controllo aggiuntivo, ma le procedure allora vigenti erano prevalentemente orientate alla sicurezza del bagaglio imbarcato e non produssero alcun ostacolo significativo al piano, mentre alle 6:45 i due uomini raggiunsero il Logan International Airport e, insieme agli altri membri del gruppo destinato a prendere il controllo dell’American Airlines Flight 11, superarono i controlli e salirono a bordo del Boeing 767 diretto a Los Angeles. Alle 7:59 l’aereo decollò con 81 passeggeri, compresi i cinque terroristi, nove assistenti di volo e due piloti, e in quel momento nessuno, né tra i viaggiatori né tra gli operatori aeroportuali, poteva ancora percepire che si fosse già innescato un processo destinato a produrre una delle più profonde trasformazioni securitarie della storia contemporanea.

Da un punto di vista sociologico, proprio questa apparente normalità costituisce uno degli elementi che spiegano la forza traumatica dell’evento, perché l’11 settembre non colpì soltanto attraverso il numero delle vittime o la spettacolarità dell’attacco, ma attraverso la dimostrazione che spazi considerati ordinari e sistemi ritenuti controllabili — l’aeroporto, il volo commerciale, il grattacielo, la città finanziaria — potevano improvvisamente diventare il teatro di una violenza organizzata capace di infrangere la distinzione tra fronte di guerra e vita civile.

Dalla telefonata di Betty Ong alla consapevolezza del dirottamento

Intorno alle 8:14 iniziarono le prime anomalie nel comportamento del volo AA11 e, secondo la ricostruzione della Commissione, il dirottamento ebbe probabilmente inizio in quel momento o immediatamente dopo; alle 8:19 l’assistente di volo Betty Ong riuscì a contattare una centrale di American Airlines e, mantenendo una notevole lucidità, riferì che il cockpit non rispondeva, che alcune persone erano state accoltellate e che l’aereo poteva essere stato dirottato, offrendo così uno dei primi elementi concreti attraverso cui il sistema di sicurezza statunitense avrebbe cominciato a comprendere ciò che stava accadendo.

Pochi minuti più tardi, Mohamed Atta tentò di rivolgersi ai passeggeri ma aprì involontariamente la comunicazione con i controllori di volo, pronunciando la frase «We have some planes», un dettaglio destinato ad assumere un valore enorme solo retrospettivamente, perché quel plurale conteneva già la dimensione coordinata dell’operazione e mostrava come non ci si trovasse davanti a un singolo dirottamento ma a un attacco multiplo, costruito per produrre simultaneamente distruzione materiale, paralisi istituzionale e un effetto psicologico globale.

Dal punto di vista criminologico, il carattere coordinato dell’azione rappresenta uno degli elementi distintivi del terrorismo organizzato rispetto alla violenza individuale, poiché l’obiettivo non consiste soltanto nel danneggiare fisicamente un determinato bersaglio, ma nel produrre un significato politico attraverso la scelta delle vittime, dei luoghi e delle modalità dell’attacco; il World Trade Center, il Pentagono e, presumibilmente, il Campidoglio o la Casa Bianca non erano bersagli casuali, ma simboli rispettivamente del potere economico, militare e politico degli Stati Uniti, e proprio la dimensione simbolica avrebbe moltiplicato la portata dell’evento ben oltre i danni immediatamente causati.

Il tempo della risposta e il limite degli apparati tradizionali

Alle 8:37:52 il centro di controllo di Boston contattò il Northeast Air Defense Sector, fornendo alle forze armate statunitensi il primo avviso sul dirottamento di American 11; vennero successivamente messi in allerta due F-15 della Otis Air Force Base, ma l’ordine di decollo arrivò quando l’aereo era ormai prossimo a Manhattan e i caccia si alzarono in volo alle 8:53, dopo che il Boeing aveva già colpito la Torre Nord.

Questo elemento è importante perché l’11 settembre mostrò non tanto l’assenza di apparati di sicurezza, quanto l’inadeguatezza di apparati concepiti per affrontare minacce differenti, organizzati secondo compartimenti funzionali e procedure che non erano state costruite per reagire in pochi minuti a un attacco interno condotto attraverso mezzi civili già presenti sul territorio nazionale. La vulnerabilità emersa quella mattina avrebbe prodotto negli anni successivi una trasformazione radicale dei modelli di intelligence, della condivisione delle informazioni e della prevenzione, contribuendo a spostare progressivamente il baricentro delle politiche di sicurezza dall’intervento successivo al reato verso l’anticipazione del rischio.

In termini criminologici, questo passaggio segna l’affermazione di una logica preventiva nella quale l’obiettivo non è più soltanto individuare e punire l’autore di un fatto già commesso, ma identificare individui, reti, comportamenti e segnali considerati potenzialmente precursori di una minaccia, con tutte le conseguenze problematiche che derivano dall’estensione della sicurezza alla previsione del comportamento futuro.

L’impatto con la Torre Nord e la trasformazione del trauma in evento globale

Alle 8:46:40 American Airlines Flight 11 colpì la Torre Nord del World Trade Center, interessando i piani dal 93º al 99º e rendendo impraticabili tutte e tre le scale nella parte superiore dell’edificio, mentre l’impatto, gli incendi e il fumo intrappolarono centinaia di persone che non disponevano più di una via di evacuazione praticabile.

Le persone rimaste ai piani superiori tentarono di contattare familiari, colleghi e servizi di emergenza, mentre altri cercarono di raggiungere il tetto nella speranza di essere evacuati, ma le condizioni strutturali dell’edificio e la quantità di fumo resero impossibile il soccorso aereo; quelle telefonate, molte delle quali sarebbero divenute parte della memoria collettiva dell’evento, trasformarono progressivamente una catastrofe osservata dall’esterno in una tragedia vissuta attraverso le voci delle persone intrappolate.

Alle 9:03:11, quando United Airlines Flight 175 colpì la Torre Sud davanti alle telecamere che già stavano trasmettendo in diretta le immagini della Torre Nord, la percezione collettiva cambiò definitivamente: ciò che fino a quel momento poteva ancora essere interpretato come un incidente divenne inequivocabilmente un attacco.

Da quel momento l’evento assunse anche una dimensione mediatica senza precedenti, perché milioni di persone nel mondo assistettero quasi simultaneamente all’attacco, ai soccorsi e ai successivi crolli, trasformando il terrorismo in un fenomeno che non agiva soltanto attraverso l’esplosione o l’impatto, ma attraverso la circolazione globale delle immagini, la ripetizione televisiva e la costruzione di una memoria condivisa che avrebbe inciso profondamente sulla percezione del rischio.

Il terrorismo, sotto questo profilo, utilizza la comunicazione come moltiplicatore dell’azione violenta: il numero delle persone fisicamente colpite rimane limitato rispetto alla popolazione complessiva, ma il numero degli individui psicologicamente raggiunti dall’evento può essere potenzialmente illimitato, ed è precisamente in questa sproporzione tra danno materiale e impatto simbolico che si colloca una parte essenziale della sua efficacia politica.

Quattro aerei per colpire una società

Alle 9:37:46 American Airlines Flight 77 colpì il Pentagono, mentre United Airlines Flight 93, partito da Newark con destinazione San Francisco, venne dirottato alle 9:28; in questo caso, tuttavia, i passeggeri, attraverso le telefonate effettuate da bordo, riuscirono a conoscere quanto era già accaduto a New York e compresero che il loro aereo non era stato sequestrato nell’ambito di un dirottamento tradizionale, ma sarebbe stato utilizzato come arma contro un ulteriore obiettivo.

Alle 9:57 iniziò quindi la rivolta dei passeggeri e di alcuni membri dell’equipaggio contro i terroristi e, dopo diversi minuti di lotta, il volo precipitò alle 10:03 nei pressi di Shanksville, in Pennsylvania, impedendo che raggiungesse quello che la Commissione sull’11 settembre ha individuato come probabile obiettivo a Washington, il Campidoglio o la Casa Bianca.

Questa sequenza mostra come l’11 settembre non possa essere compreso soltanto come una serie di attentati, perché il progetto di al-Qaeda era costruito sulla simultaneità, sulla capacità di saturare i meccanismi di risposta e sulla scelta di bersagli capaci di rappresentare l’intero sistema politico, economico e militare statunitense; l’obiettivo non era semplicemente uccidere, ma produrre una dimostrazione di vulnerabilità sistemica, mostrando che anche la maggiore potenza mondiale poteva essere colpita nel proprio territorio attraverso mezzi ordinari e da individui apparentemente indistinguibili dagli altri passeggeri.

Il crollo e la nascita di un nuovo paradigma della paura

Alle 9:59 crollò la Torre Sud e alle 10:28 la Torre Nord, dopo essere rimasta in piedi per poco più di cento minuti dall’impatto; le successive indagini del National Institute of Standards and Technology avrebbero ricostruito il collasso come il risultato combinato dei danni strutturali prodotti dagli impatti, della compromissione delle protezioni antincendio e degli incendi sviluppatisi su più piani, superando le interpretazioni semplicistiche secondo le quali il crollo sarebbe dipeso esclusivamente dal raggiungimento di determinate temperature dell’acciaio.

Complessivamente, negli attacchi a New York, al Pentagono e in Pennsylvania furono uccise 2.977 persone, provenienti da oltre novanta Paesi.

La morte di quasi tremila persone costituisce naturalmente il dato umano fondamentale dell’11 settembre, ma dal punto di vista sociologico l’evento produsse contemporaneamente qualcosa di ulteriore: la trasformazione della sicurezza da ambito prevalentemente specialistico a componente permanente della vita quotidiana, perché da quel momento terrorismo, controllo aeroportuale, intelligence, sorveglianza e prevenzione entrarono stabilmente nel linguaggio politico e nell’esperienza ordinaria delle società occidentali.

Dall’attentato alla War on Terror

Il 12 settembre 2001 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite approvò la risoluzione 1368, condannando gli attentati e riconoscendo il diritto inerente all’autodifesa individuale e collettiva, mentre la NATO attivò per la prima volta nella propria storia l’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico, trasformando l’attacco contro gli Stati Uniti in una questione di sicurezza collettiva dell’Alleanza.

Il 18 settembre il Congresso statunitense approvò l’Authorization for Use of Military Force, conferendo al Presidente un’autorità molto ampia per utilizzare la forza contro Stati, organizzazioni o persone che avessero pianificato, autorizzato, commesso o sostenuto gli attentati, oppure fornito rifugio ai loro responsabili; quella formulazione, concepita nell’emergenza immediatamente successiva all’attacco, avrebbe fornito negli anni una delle basi giuridiche per operazioni militari e antiterrorismo molto più vaste del teatro afghano originariamente immaginato.

Fu in questo passaggio che il contrasto a un’organizzazione criminale e terroristica transnazionale cominciò a essere definito attraverso la categoria della guerra, una scelta terminologica e politica destinata ad avere conseguenze profonde, perché parlare di War on Terror significava trasformare il terrorismo da comportamento criminale perseguibile mediante strumenti giudiziari e di polizia in un nemico contro il quale potevano essere mobilitati eserciti, intelligence militare, detenzione bellica e poteri eccezionali.

Dal punto di vista criminologico, questa trasformazione ha prodotto una sovrapposizione progressiva tra categorie tradizionalmente separate: criminale e combattente, indagine e intelligence, prevenzione e repressione, territorio nazionale e teatro di guerra, creando un sistema nel quale il contrasto alla minaccia terroristica non appartiene più esclusivamente al diritto penale né esclusivamente alla difesa militare, ma a un’area intermedia nella quale strumenti e logiche appartenenti a settori differenti vengono continuamente combinati.

Afghanistan: dalla distruzione delle basi terroristiche alla costruzione dello Stato

Il 7 ottobre 2001 l’amministrazione Bush diede inizio alle operazioni militari in Afghanistan, dichiarando come obiettivi la distruzione dei campi di addestramento di al-Qaeda, l’indebolimento delle capacità militari del regime talebano e la cessazione del sostegno offerto ai responsabili degli attentati; la superiorità militare della coalizione determinò rapidamente la caduta del regime, ma Osama bin Laden non venne catturato e l’intervento, inizialmente presentato come operazione diretta contro al-Qaeda e i suoi protettori, si trasformò progressivamente in un progetto molto più vasto di stabilizzazione, controinsurrezione e costruzione istituzionale.

È precisamente questa trasformazione a costituire uno dei principali problemi strategici dei vent’anni successivi, perché una missione definita inizialmente attraverso un obiettivo relativamente circoscritto — impedire che l’Afghanistan continuasse a essere utilizzato come piattaforma terroristica — venne progressivamente caricata di finalità politiche, sociali e istituzionali molto più ambiziose, fino alla costruzione di un apparato statale, di nuove forze armate e di istituzioni che avrebbero mostrato tutta la propria fragilità nel momento del ritiro occidentale.

Iraq e l’allargamento della logica dell’11 settembre

Nel 2003 l’invasione dell’Iraq segnò un’ulteriore estensione della risposta strategica iniziata due anni prima, anche se Saddam Hussein non era responsabile degli attentati dell’11 settembre e la Commissione sull’11 settembre non individuò una relazione operativa tra il regime iracheno e il piano di al-Qaeda.

La guerra irachena contribuì tuttavia a ridefinire la War on Terror come una categoria politica molto più ampia, all’interno della quale la minaccia terroristica veniva collegata alla proliferazione, agli Stati considerati ostili e alla necessità di trasformare gli equilibri politici regionali; la rapida caduta di Saddam Hussein fu seguita dal collasso di parti significative dell’apparato statale, dalla crescita dell’insurrezione, dal terrorismo jihadista e dall’inasprimento del conflitto settario, creando condizioni che avrebbero contribuito alla successiva evoluzione di al-Qaeda in Iraq e, attraverso trasformazioni successive, alla nascita dello Stato islamico.

Questo processo mostra uno dei paradossi fondamentali della lotta al terrorismo: l’eliminazione di un’organizzazione o di una leadership non coincide necessariamente con l’eliminazione delle condizioni politiche, sociali e identitarie che possono alimentare nuove forme di mobilitazione violenta, e in alcuni contesti la dissoluzione delle strutture statali, l’umiliazione collettiva, la marginalizzazione e l’assenza di istituzioni credibili possono produrre nuovi spazi nei quali le organizzazioni estremiste riescono a reclutare, costruire appartenenza e presentarsi come alternativa all’ordine esistente.

Radicalizzazione, appartenenza e costruzione del nemico

Uno degli aspetti che venticinque anni di War on Terror hanno reso particolarmente evidente riguarda la necessità di distinguere il contrasto operativo alle organizzazioni terroristiche dalla comprensione dei processi attraverso i quali gli individui possono essere attratti da esse.

La radicalizzazione non nasce infatti da una sola variabile e non può essere ridotta alla povertà, alla religione, alla discriminazione o a una presunta predisposizione individuale alla violenza; nella maggior parte dei modelli criminologici e sociologici contemporanei essa viene piuttosto interpretata come un processo nel quale fattori personali, relazionali, politici, identitari e ambientali interagiscono, producendo in alcuni individui una progressiva legittimazione della violenza.

In questa prospettiva, il gruppo estremista può svolgere una funzione che non è soltanto ideologica, perché offre appartenenza, riconoscimento, spiegazioni semplificate di una realtà complessa, attribuzione delle responsabilità a un nemico identificabile e trasformazione del disagio individuale in missione collettiva; la violenza può quindi diventare non soltanto uno strumento politico, ma anche una forma di costruzione dell’identità, soprattutto quando il soggetto percepisce di avere trovato finalmente una comunità capace di attribuire significato alla propria esperienza.

La risposta esclusivamente repressiva diventa insufficiente proprio per questa ragione: può neutralizzare un attentatore o distruggere una cellula, ma non necessariamente impedire la riproduzione delle narrazioni e delle reti sociali che rendono possibile la nascita di nuovi militanti.

La sicurezza preventiva e il problema delle libertà

Il secondo grande effetto dell’11 settembre riguarda la trasformazione degli apparati di controllo e la progressiva estensione della logica preventiva.

Negli Stati Uniti nacque il Department of Homeland Security, venne approvato il USA PATRIOT Act e furono profondamente rafforzati i meccanismi di raccolta, integrazione e condivisione delle informazioni; parallelamente, aeroporti, frontiere e infrastrutture critiche vennero sottoposti a procedure di controllo molto più invasive rispetto al passato e l’intelligence assunse una posizione sempre più centrale nella prevenzione della minaccia.

Questa evoluzione può essere interpretata sociologicamente come il passaggio da una sicurezza prevalentemente reattiva a una sicurezza anticipatoria, nella quale lo Stato cerca di intervenire prima che il pericolo si concretizzi; il problema è che quanto più la sicurezza si sposta verso il futuro e verso la previsione, tanto più diventa difficile stabilire quali comportamenti rappresentino realmente un rischio e quali siano soltanto indicatori probabilistici, con la conseguenza che categorie sociali, comunità e individui possono essere sottoposti a osservazione non per ciò che hanno fatto, ma per ciò che si ritiene potrebbero fare.

Il tema riguarda quindi la tensione strutturale tra sicurezza e libertà, perché la stessa società che pretende dallo Stato di prevenire il terrorismo deve contemporaneamente stabilire fino a quale punto sia disposta ad accettare sorveglianza, raccolta di dati, limitazioni e poteri eccezionali per ridurre un rischio che, per sua natura, non può essere eliminato completamente.

Guantánamo e l’eccezione che diventa sistema

La detenzione nel centro di Guantánamo Bay, le extraordinary renditions e l’utilizzo di tecniche di interrogatorio coercitive costituiscono alcuni degli esempi più controversi di questa trasformazione, perché mostrano come la War on Terror abbia generato spazi giuridici nei quali le tradizionali categorie di imputato, prigioniero di guerra e detenuto amministrativo venivano ridefinite nel tentativo di adattare l’ordinamento a un conflitto contro soggetti non statali e reti transnazionali.

Dal punto di vista criminologico, questo problema è particolarmente rilevante perché lo Stato non combatte il terrorismo soltanto attraverso la forza, ma anche attraverso la legittimità delle proprie istituzioni; ogni volta che la risposta antiterroristica viene percepita come arbitraria, discriminatoria o incompatibile con i valori proclamati dallo stesso sistema democratico, essa può diventare parte della narrazione utilizzata dalle organizzazioni estremiste per rappresentare il conflitto come prova dell’ostilità dell’intero Occidente nei confronti di determinate comunità.

Ciò non significa attribuire alle politiche occidentali la responsabilità del terrorismo, ma riconoscere un principio elementare della prevenzione criminologica: le strategie di contrasto producono conseguenze sociali e simboliche e tali conseguenze possono, in determinate condizioni, incidere sul contesto nel quale avvengono reclutamento, radicalizzazione e legittimazione della violenza.

La morte di bin Laden e l’impossibilità di una vittoria definitiva

Nella notte tra il 1º e il 2 maggio 2011, le forze speciali statunitensi raggiunsero il complesso di Abbottabad, in Pakistan, nel quale si nascondeva Osama bin Laden e lo uccisero, eliminando il principale simbolo dell’organizzazione responsabile degli attentati.

Dal punto di vista politico e simbolico si trattò di un risultato enorme, ma non coincise con la conclusione della War on Terror, perché nel frattempo al-Qaeda aveva sviluppato ramificazioni regionali, il jihadismo globale aveva assunto forme differenti e la decentralizzazione delle reti terroristiche rendeva sempre meno plausibile l’idea che la morte di un singolo leader potesse determinare la fine del fenomeno.

Pochi anni dopo, l’ISIS avrebbe dimostrato la capacità di combinare terrorismo, insurrezione, amministrazione territoriale, propaganda digitale e reclutamento transnazionale, conquistando ampie porzioni dell’Iraq e della Siria e costruendo una forma di potere che, almeno per un periodo, superò persino le capacità operative dell’al-Qaeda originaria.

Il terrorismo come ecosistema e non soltanto come organizzazione

Questa evoluzione suggerisce una modifica importante del paradigma interpretativo, perché il terrorismo contemporaneo deve essere compreso sempre meno esclusivamente come prodotto di organizzazioni rigidamente strutturate e sempre più anche come fenomeno capace di svilupparsi attraverso reti, comunità digitali, propaganda, imitazione e percorsi individuali di radicalizzazione.

La diffusione dei social network e delle piattaforme digitali ha permesso alle ideologie estremiste di superare la necessità di un contatto fisico iniziale con l’organizzazione, creando ambienti nei quali soggetti geograficamente lontani possono essere esposti alle stesse narrazioni, condividere materiali, costruire identità e trovare legittimazione reciproca.

Il passaggio dal terrorismo organizzato al terrorismo reticolare e, in alcuni casi, all’azione individuale ispirata da propaganda online ha quindi reso ancora più complesso il lavoro degli apparati di sicurezza, perché il problema non consiste più soltanto nell’individuare una struttura clandestina, ma nel riconoscere processi di radicalizzazione che possono svilupparsi in contesti sociali ordinari e attraverso strumenti di comunicazione utilizzati quotidianamente da miliardi di persone.

Il ritorno dei Talebani e il significato del 2021

Nell’agosto 2021, mentre le forze occidentali completavano il ritiro dall’Afghanistan, le istituzioni e le forze armate costruite e sostenute per vent’anni collassarono con una rapidità che evidenziò quanto profondamente la stabilità del sistema afghano dipendesse ancora dalla presenza internazionale; il 15 agosto i Talebani entrarono nuovamente a Kabul, tornando al potere vent’anni dopo essere stati rimossi proprio in conseguenza degli attentati dell’11 settembre.

L’evento rappresentò una cesura simbolica enorme perché mostrò il limite della trasformazione militare quando non è accompagnata dalla costruzione di istituzioni socialmente legittimate e capaci di sopravvivere autonomamente, mentre sul piano politico aprì una domanda che continua a essere centrale: se l’obiettivo iniziale era impedire che l’Afghanistan costituisse una base sicura per al-Qaeda, fino a che punto vent’anni di guerra, occupazione, ricostruzione e controinsurrezione possono essere valutati attraverso il ritorno al potere dello stesso movimento che era stato rovesciato nel 2001?

I costi umani ed economici della guerra al terrore

Misurare il costo complessivo della War on Terror rimane metodologicamente complesso, perché richiede innanzitutto di stabilire quali conflitti, operazioni e conseguenze indirette debbano essere incluse nel perimetro dell’analisi, ma il progetto Costs of War della Brown University ha prodotto una delle ricostruzioni accademiche più sistematiche degli effetti umani, economici e sociali delle guerre post-11 settembre.

Secondo queste stime, oltre 940.000 persone sarebbero morte direttamente a causa della violenza nei principali teatri post-11 settembre tra il 2001 e il 2023, includendo civili, militari, combattenti, contractor, giornalisti e operatori umanitari, mentre le morti indirette collegate alla distruzione dei sistemi sanitari, all’insicurezza alimentare, all’impoverimento, alla compromissione delle infrastrutture e alle conseguenze ambientali porterebbero il bilancio complessivo stimato tra 4,5 e 4,7 milioni.

A questi numeri si aggiungono decine di milioni di persone sfollate e costi economici per gli Stati Uniti stimati nell’ordine di migliaia di miliardi di dollari, mostrando quanto una strategia nata per rispondere a un evento verificatosi in poche ore abbia prodotto conseguenze politiche, sociali e finanziarie distribuite lungo un quarto di secolo.

La costruzione sociale del rischio

L’eredità dell’11 settembre non può tuttavia essere misurata soltanto attraverso le vittime o le spese militari, perché una delle sue conseguenze più profonde riguarda la trasformazione del modo in cui le società contemporanee percepiscono il rischio.

Un rischio statisticamente raro ma altamente spettacolare può produrre un livello di paura collettiva molto superiore alla sua probabilità effettiva, soprattutto quando l’evento viene continuamente riprodotto attraverso immagini, commemorazioni, discorsi politici e misure di sicurezza visibili; in questo senso, il terrorismo possiede una capacità peculiare di trasformare la paura in parte integrante dell’ordine sociale, inducendo cittadini e istituzioni a modificare comportamenti quotidiani, priorità politiche e accettabilità di determinate forme di controllo.

È questo uno dei paradossi fondamentali del terrorismo: un numero relativamente limitato di attentatori può costringere società enormemente più potenti a riorganizzare una parte significativa delle proprie istituzioni intorno alla possibilità di nuovi attacchi, ottenendo così un effetto politico infinitamente superiore alla propria capacità militare reale.

Venticinque anni dopo

Alle 8:46:40 dell’11 settembre 2001 un Boeing 767 entrò nella Torre Nord del World Trade Center e alle 10:28 quella stessa torre crollò; tra questi due momenti trascorsero poco più di cento minuti, ma le conseguenze prodotte da quel breve intervallo temporale hanno attraversato un quarto di secolo e modificato guerre, legislazioni, intelligence, sicurezza aeroportuale, tecnologie militari, sorveglianza, relazioni internazionali, rappresentazioni sociali e modalità attraverso le quali l’Occidente ha interpretato il rapporto tra libertà e rischio.

Le 2.977 persone uccise l’11 settembre rimangono il punto originario e irriducibile di questa storia, ma ricordare quegli attentati nel 2026 significa anche osservare criticamente ciò che è avvenuto dopo, perché la memoria storica acquista un significato più profondo quando non si limita alla commemorazione della tragedia, ma interroga le conseguenze delle decisioni assunte in risposta ad essa.

A venticinque anni di distanza, la questione non consiste più soltanto nel chiedersi che cosa sia accaduto l’11 settembre 2001, ma nel comprendere come quell’evento abbia trasformato la società globale, quali forme di sicurezza abbia prodotto, quali libertà abbia ridefinito, quali conflitti abbia contribuito ad aprire, quali processi di radicalizzazione abbia cercato di contrastare e quali, talvolta, abbia indirettamente alimentato attraverso gli effetti politici e sociali della risposta.

La War on Terror mostra, in ultima analisi, un limite strutturale contenuto già nella propria definizione: è possibile sconfiggere un esercito, rovesciare un governo, distruggere una base terroristica o eliminare un leader, ma è molto più difficile dichiarare conclusa una guerra contro un metodo di violenza politica che può modificarsi, decentralizzarsi, adattarsi tecnologicamente e trovare nuove condizioni sociali nelle quali riprodursi.

Ed è forse questa la principale lezione dei venticinque anni trascorsi dall’11 settembre: la sicurezza non dipende soltanto dalla capacità di colpire chi prepara un attentato, ma anche dalla capacità delle società di comprendere i processi attraverso i quali la violenza diventa pensabile, legittima e desiderabile per chi sceglie di praticarla, senza rinunciare, nel tentativo di prevenirla, ai principi che quelle stesse società intendono difendere.


Riferimenti bibliografici e documentali

National Commission on Terrorist Attacks Upon the United States, The 9/11 Commission Report, Washington, 2004. È la fonte principale per la ricostruzione della preparazione degli attentati, dei quattro dirottamenti e della risposta delle autorità statunitensi.

National Institute of Standards and Technology (NIST), Final Reports of the Federal Building and Fire Investigation of the World Trade Center Disaster, Washington, 2005-2008. 

National September 11 Memorial & Museum, documentazione storica, archivio e 9/11 Primer.

United Nations Security Council, Resolution 1368 (2001), 12 settembre 2001.

United States Congress, Authorization for Use of Military Force, Public Law 107-40, 18 settembre 2001.

The White House, George W. Bush, Presidential Address to the Nation, 7 ottobre 2001. 

NATO, documentazione ufficiale sull’attivazione dell’articolo 5 in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001.

The White House, Barack Obama, Remarks by the President on Osama Bin Laden, 1-2 maggio 2011. 

Crawford, Neta C., The U.S. Budgetary Costs of the Post-9/11 Wars, Costs of War Project, Watson Institute for International and Public Affairs, Brown University, 2021.

Costs of War Project, Watson Institute for International and Public Affairs, Brown University, dati e studi sui costi umani, economici e sociali delle guerre post-11 settembre.


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