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Massimiliano Mancini NOTIZIE Politica e Scienze Politiche

La Polizia locale non è “imboscata” come dice Tajani e la sicurezza urbana merita più rigore delle semplificazioni

Le dichiarazioni del Ministro degli Esteri riaprono il tema del ruolo della Polizia locale proprio mentre il Parlamento discute una riforma attesa da quarant’anni

Massimiliano Mancini

Abstract: Le recenti dichiarazioni del vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani sulla necessità di una Polizia locale maggiormente presente sul territorio e meno negli uffici riaprono una questione che non può essere affrontata attraverso rappresentazioni sommarie di un comparto che già oggi esercita funzioni di polizia stradale e giudiziaria, concorre alla pubblica sicurezza e opera quotidianamente nella sicurezza urbana, nel pronto intervento e nel controllo del territorio. Il tema assume particolare rilevanza mentre il Senato esamina il disegno di legge n. 1903 per il riordino dell’ordinamento della Polizia locale, ancora disciplinato dalla legge quadro n. 65 del 1986. La sicurezza urbana non dipende soltanto dall’attribuzione di nuovi poteri, ma dalla coerenza tra funzioni, organici, formazione, strumenti, accesso alle banche dati, tutele e responsabilità. La stessa esigenza di rigore istituzionale riguarda il linguaggio pubblico: vale per la Polizia locale come per il diritto internazionale, sul quale lo stesso Tajani aveva affermato nel 2025 che ciò che dice il diritto è importante «fino a un certo punto», frase successivamente contestualizzata e precisata dallo stesso ministro. In entrambi i casi emerge una questione più generale: quando si esercitano responsabilità istituzionali, le parole non sono soltanto opinioni, ma contribuiscono alla rappresentazione delle istituzioni e delle regole che le governano.

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Le parole di Tajani e una rappresentazione che merita di essere verificata

Il 17 settembre 2026, intervenendo nella trasmissione È sempre Cartabianca condotta da Bianca Berlinguer, Antonio Tajani ha parlato del ruolo della Polizia locale nel sistema della sicurezza, sostenendo che essa sarebbe troppo o prevalentemente negli uffici, formulando una proposta che sa più di polemica e di gratuita denigrazione con l’affermazione: «Per la sicurezza usiamo in strada la Polizia locale imboscata negli uffici».

Non si tratta, peraltro, di una dichiarazione isolata nel dibattito di questi giorni, poiché lo scorso 13 settembre, alla festa dei giovani di Forza Italia a Montesilvano, Tajani aveva già sostenuto che fosse necessario «lavorare di più sulla presenza della Polizia Locale», affinché svolgesse quanto di propria competenza alleggerendo il carico che grava sulle altre forze dell’ordine e, nella stessa occasione, aveva espresso sostegno a una maggiore presenza delle Forze armate sul territorio e, poche ore prima, aveva affermato che «le forze dell’ordine non si toccano», rendendo omaggio a un agente della Polizia di Stato ferito negli scontri di Torino.

È legittimo discutere se la Polizia locale debba essere utilizzata diversamente e se sia necessario modificarne le competenze; molto più problematico è trasformare questa discussione in una rappresentazione generalizzante secondo la quale gli operatori sarebbero sostanzialmente confinati negli uffici e dovrebbero finalmente essere portati sulla strada, perché, prima ancora delle opinioni, esistono le norme.

La Polizia locale è già una polizia

La legge 7 marzo 1986, n. 65, pur mostrando ormai chiaramente i propri quarant’anni e la necessità di essere aggiornata, stabilisce qualcosa che nel dibattito pubblico viene sorprendentemente dimenticato: il personale della Polizia municipale, nell’ambito territoriale dell’ente di appartenenza e nei limiti delle proprie attribuzioni, esercita funzioni di polizia giudiziaria e di polizia stradale e può esercitare funzioni ausiliarie di pubblica sicurezza; il prefetto, ricorrendone i presupposti, conferisce inoltre la qualità di agente di pubblica sicurezza.

La questione, dunque, non può essere impostata come se occorresse trasformare improvvisamente un apparato amministrativo da scrivania in una polizia operativa poiché la Polizia locale svolge già funzioni operative, alcune delle quali direttamente riconducibili alla sicurezza, anche se all’interno di un sistema nel quale competenze, dipendenze funzionali e limiti territoriali sono differenti rispetto a quelli delle forze di polizia dello Stato.

Questa distinzione è fondamentale anche per evitare l’errore opposto: sostenere che Polizia locale, Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di finanza siano semplicemente intercambiabili quando invece lon lo sono, perché appartengono a ordinamenti differenti, hanno competenze differenti e rispondono a differenti livelli istituzionali.

Ma riconoscere queste differenze non significa negare la natura operativa delle funzioni già esercitate dalla Polizia locale.

La sicurezza urbana non comincia oggi

La sicurezza urbana contemporanea, del resto, è diventata progressivamente un terreno nel quale le tradizionali separazioni tra polizia amministrativa, polizia stradale, prevenzione, controllo del territorio e contrasto alle forme diffuse di illegalità risultano molto meno nette di quanto potessero apparire quarant’anni fa.

Un incidente stradale può trasformarsi in un’attività di polizia giudiziaria; un controllo commerciale può far emergere reati; un intervento sul degrado urbano può richiedere l’identificazione di persone, accertamenti nelle banche dati e collaborazione con le forze di polizia statali; un servizio davanti a una scuola può diventare un intervento di emergenza; la gestione della movida, delle occupazioni abusive, degli eventi pubblici, delle violazioni ambientali, dell’abusivismo commerciale o edilizio colloca continuamente gli operatori in situazioni nelle quali funzione amministrativa e sicurezza si incontrano.

Anche la cronaca recente dimostra quanto sia difficile sostenere l’immagine di una Polizia locale semplicemente “imboscata” negli uffici. Nel luglio 2026, davanti al Colosseo, una pattuglia della Polizia locale di Roma è stata circondata e aggredita durante un intervento contro un gruppo di giovani: due agenti sono rimasti feriti e Polizia di Stato, Carabinieri e Polizia locale sono intervenuti congiuntamente per riportare la situazione sotto controllo.

Non è un episodio da utilizzare per costruire una retorica eroica del Corpo, ma un fatto concreto che mostra quanto la realtà operativa sia più complessa della contrapposizione televisiva tra chi starebbe “in ufficio” e chi garantirebbe la sicurezza per strada.

Il vero problema non è uscire dagli uffici

La domanda utile diventa allora un’altra: se si vuole attribuire alla Polizia locale un ruolo ancora maggiore nella sicurezza urbana, quali condizioni occorre creare affinché possa esercitarlo, perché più poteri implicano formazione, organici, strumenti, riconoscimento professionale e tutele coerenti con le responsabilità attribuite, mentre non è possibile trasferire progressivamente nuovi compiti sui Corpi lasciando interamente ai Comuni l’onere di sostenerne personale, mezzi e organizzazione.

È una questione che presenta anche una dimensione criminologica in quanto la sicurezza urbana non aumenta automaticamente moltiplicando le qualifiche giuridiche degli operatori, perché l’efficacia del controllo dipende dalla capacità effettiva di presidiare il territorio, acquisire informazioni, intervenire rapidamente, coordinarsi con gli altri soggetti della sicurezza e trasformare l’accertamento in un procedimento amministrativo o giudiziario efficace.

Un potere privo degli strumenti necessari per esercitarlo rischia di rimanere una previsione normativa; una responsabilità priva delle corrispondenti tutele rischia invece di trasferire sull’operatore il costo organizzativo delle insufficienze del sistema.

Una riforma attesa da quarant’anni è già in Parlamento

C’è poi un elemento che rende le dichiarazioni di questi giorni ancora più meritevoli di approfondimento: mentre si discute pubblicamente della necessità di attribuire maggiori poteri alla Polizia locale, il Parlamento sta già esaminando una riforma organica del settore.

Il disegno di legge S. 1903, di iniziativa governativa, è stato approvato dalla Camera il 14 maggio 2026 ed è attualmente all’esame della Commissione Affari costituzionali del Senato. Il testo delega il Governo a riordinare complessivamente funzioni e ordinamento della Polizia locale attraverso la revisione della legge n. 65 del 1986, con una sostaziale delega in bianco che consentirà di fare una riforma tutta da vedere e valutare nel valore.

Non è un intervento marginale, infatti la documentazione parlamentare individua tra le materie interessate polizia giudiziaria, pubblica sicurezza, accesso alle banche dati, addestramento e formazione professionale, sicurezza sul lavoro, patrocinio legale, organizzazione, organici e specificità professionale.

Il relatore in Commissione ha inoltre evidenziato che il progetto mira a costruire una nuova e coerente cornice giuridica nazionale, individuando le funzioni di Polizia locale di Comuni, Province e Città metropolitane e riconoscendo i compiti peculiari e la specifica professionalità del personale.

È dunque su questo terreno che dovrebbe misurarsi concretamente l’affermazione secondo cui occorrono “più poteri”: quali poteri, per quali funzioni, entro quali limiti, con quale coordinamento e accompagnati da quali tutele?

Più competenze significano più responsabilità dello Stato

Il problema degli organici, inoltre, non è estraneo al dibattito parlamentare e già nel luglio 2026, durante l’esame del disegno di legge, in Commissione è stata esplicitamente sollevata la questione della contrazione del personale della Polizia locale e delle tutele assicurative, osservando come l’attribuzione di nuove funzioni rischi di risultare incompleta se non accompagnata da adeguate risorse.

Qui emerge una contraddizione strutturale che riguarda non soltanto questo Governo ma decenni di politiche sulla sicurezza urbana: i Comuni vengono progressivamente chiamati a concorrere alla gestione di fenomeni sempre più complessi, mentre la distinzione tra sicurezza urbana e sicurezza pubblica diventa operativamente meno evidente per il cittadino che chiede semplicemente che qualcuno intervenga.

La Polizia locale finisce così per essere il soggetto istituzionale immediatamente visibile sul territorio, ma la sua capacità operativa varia enormemente tra grandi città e piccoli Comuni, tra Corpi dotati di migliaia di operatori e servizi composti da pochissime unità.

Pretendere uniformità di risultati senza costruire condizioni organizzative sufficientemente omogenee significa confondere la titolarità di una funzione con la capacità materiale di esercitarla.

Le parole delle istituzioni non sono neutrali

Esiste infine un secondo livello della questione, apparentemente distante dalla Polizia locale ma collegato da un problema comune: il rapporto tra linguaggio politico, diritto e responsabilità istituzionale.

Il 2 ottobre 2025, durante Porta a Porta, parlando dell’intervento israeliano contro la Global Sumud Flotilla, Tajani affermò che il blocco in acque internazionali costituiva, a suo giudizio, una violazione del diritto, aggiungendo però che ciò che dice il diritto internazionale è importante «fino a un certo punto». La frase è documentata dalla registrazione della trasmissione e fu ampiamente ripresa dalla stampa.

È importante, per correttezza, ricordare anche ciò che avvenne successivamente.

Tajani ha più volte precisato di non avere inteso formulare un principio generale sulla relatività del diritto internazionale. In un’intervista successiva dichiarò che il diritto internazionale è «centrale e va rispettato», spiegando che quella sera intendeva sottolineare la priorità immediata della tutela dei cittadini italiani coinvolti nell’emergenza.

Il 5 marzo 2026, intervenendo in Senato, tornò esplicitamente sulla vicenda sostenendo che, mentre era in corso l’operazione israeliana contro la Flotilla, considerava prioritario salvaguardare la vita delle persone e non svolgere in quel momento un dibattito giuridico; ribadì quindi di non aver mai voluto sostenere che il diritto internazionale non avesse valore come principio.

La precisazione va registrata perché modifica significativamente l’interpretazione dell’affermazione, ma non cancella il problema comunicativo originario.

Il diritto non vale soltanto quando è conveniente discuterne

Sul piano giuridico, infatti, diritto e tutela delle persone non costituiscono necessariamente due alternative tra le quali scegliere.

Il diritto internazionale e il diritto internazionale umanitario esistono precisamente per disciplinare le condotte degli Stati anche — e soprattutto — durante guerre, crisi, operazioni militari ed emergenze; sostenere che, davanti a una situazione concreta, la priorità sia salvare vite è perfettamente comprensibile, ma proprio le regole giuridiche stabiliscono limiti, responsabilità e strumenti attraverso i quali quelle vite devono essere protette.

La questione non consiste pertanto nell’attribuire a Tajani una tesi che egli ha successivamente negato di sostenere, ma nel riconoscere che per un ministro degli Affari esteri la formulazione “fino a un certo punto” applicata al diritto internazionale possiede inevitabilmente un peso istituzionale maggiore di quello che avrebbe in una conversazione privata.

Lo stesso vale quando un vicepresidente del Consiglio descrive la Polizia locale come troppo presente negli uffici.

Dalla semplificazione alla delegittimazione involontaria

La sociologia delle istituzioni insegna che la legittimità di un’organizzazione pubblica non dipende soltanto dai poteri formalmente attribuiti, ma anche dalla rappresentazione sociale della sua funzione. Quando una categoria professionale viene descritta prevalentemente attraverso l’assenza, l’inefficienza o la marginalità, quella rappresentazione può progressivamente incidere sulla fiducia dei cittadini e sul riconoscimento dell’autorità degli operatori.

Questo non significa sottrarre la Polizia locale alle critiche ma, al contrario, un Corpo pubblico deve essere sottoposto a controllo, valutazione e responsabilità, e gli eventuali comportamenti illeciti dei singoli operatori devono essere accertati e perseguiti senza corporativismi. Anche vicende recenti dimostrano quanto questo controllo sia necessario.

Ma esiste una differenza sostanziale tra valutare criticamente l’organizzazione di un servizio e rappresentare genericamente migliaia di operatori come persone che dovrebbero essere tolte dagli uffici per essere finalmente impiegate nella sicurezza. La prima è una discussione sulle politiche pubbliche; la seconda rischia di diventare una semplificazione.

Non servono slogan, serve una scelta istituzionale

La questione posta dalle dichiarazioni di Tajani potrebbe allora avere un effetto positivo se riportata sul terreno corretto.

Se il Governo ritiene che la Polizia locale debba assumere un ruolo maggiore nel sistema integrato della sicurezza, esiste oggi un’occasione legislativa concreta per stabilire funzioni, limiti, accesso alle banche dati, coordinamento con le autorità di pubblica sicurezza, formazione, dotazioni, organici, tutela assicurativa, sicurezza sul lavoro e riconoscimento della specificità professionale.

Il disegno di legge S. 1903 è esattamente il luogo istituzionale nel quale questa scelta deve essere costruita. Alla data del 18 settembre 2026 il provvedimento risulta ancora all’esame della Commissione Affari costituzionali del Senato.

La Polizia locale non ha bisogno di essere raccontata come una forza da strappare agli uffici e portare improvvisamente nelle strade, perché nelle strade è già presente; ha bisogno, semmai, che il legislatore decida finalmente quale posizione debba occupare nel sistema italiano della sicurezza e faccia corrispondere alle responsabilità che intende attribuirle risorse, strumenti, formazione e tutele adeguate.

E la stessa esigenza di precisione dovrebbe accompagnare il linguaggio delle più alte cariche istituzionali, sia quando parlano di un Corpo di polizia sia quando parlano dell’ordinamento internazionale.

Perché il punto comune non è Antonio Tajani, né una singola frase pronunciata in televisione ma è qualcosa di più generale: nelle istituzioni le parole producono conseguenze, e quanto maggiore è la responsabilità di chi parla, tanto maggiore dovrebbe essere la responsabilità con cui vengono scelte.


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