Come il riscaldamento globale sta trasformando le strategie di difesa nel mondo

Abstract: Il cambiamento climatico sta diventando una componente strutturale dell’ambiente strategico nel quale viene esercitata la potenza militare. Temperature crescenti, eventi estremi, trasformazione degli ecosistemi e innalzamento dei mari incidono su infrastrutture, mobilità, logistica, addestramento, energia e capacità operativa. NATO, Francia e forze armate del Golfo del Bengala stanno progressivamente integrando la dimensione climatica nella pianificazione della difesa, mentre Russia e Cina guardano alla trasformazione dell’Artico anche come ridefinizione della geografia strategica. Il cambiamento climatico, dunque, non modifica soltanto le minacce dalle quali gli Stati devono difendersi, ma le condizioni materiali e geopolitiche nelle quali la capacità di difesa deve essere mantenuta ed esercitata.
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Il clima entra nella strategia
Per lungo tempo il cambiamento climatico è stato trattato, nell’ambito degli studi strategici, come una variabile indiretta. Esso veniva associato soprattutto all’aumento della vulnerabilità sociale, alla competizione per le risorse, alle migrazioni, all’instabilità politica e alla possibilità di nuovi conflitti. In questa prospettiva, il clima costituiva principalmente un moltiplicatore di minacce già esistenti. La sua rilevanza strategica derivava dunque dagli effetti che produceva sulle società e sui sistemi politici, più che dalla trasformazione diretta della funzione militare.
Questa impostazione appare oggi insufficiente. Il problema non consiste soltanto nel fatto che il riscaldamento globale possa contribuire alla nascita o all’aggravamento di determinate crisi. Il problema è che esso modifica progressivamente le condizioni fisiche nelle quali le forze armate devono operare, le infrastrutture sulle quali dipendono, le rotte attraverso cui devono muoversi, le risorse energetiche che devono utilizzare, le condizioni nelle quali devono addestrarsi e persino i parametri attraverso i quali deve essere valutata la loro prontezza. ¹
La questione, pertanto, non è più soltanto se il clima possa produrre nuove minacce alla sicurezza. È se una trasformazione permanente dell’ambiente fisico possa rendere necessario ripensare la strategia attraverso cui la sicurezza viene prodotta.
La domanda strategica diventa allora più radicale: come cambia la strategia militare quando cambia il mondo fisico nel quale essa deve essere applicata?
La risposta implica uno spostamento concettuale. Il cambiamento climatico non deve essere osservato esclusivamente come una causa esterna di instabilità, ma come una trasformazione dell’ambiente operativo. La differenza non è terminologica. Se il clima è una minaccia aggiuntiva, la risposta può essere costruita attraverso strumenti specifici destinati a contenerne gli effetti. Se invece il clima modifica l’ambiente operativo nel suo complesso, la risposta deve attraversare l’intero sistema della difesa: pianificazione, infrastrutture, capacità, mobilità, logistica, addestramento, tecnologia, energia, resilienza e deterrenza.
È precisamente questa seconda dinamica a rendere il fenomeno strategicamente nuovo.
Una trasformazione globale
Non esiste una sola modalità attraverso cui il cambiamento climatico entra nella strategia di difesa. La trasformazione assume forme differenti a seconda della geografia, della struttura economica, delle capacità militari e della posizione internazionale degli Stati. Ma proprio la diversità delle risposte mostra che il fenomeno non appartiene a una singola area geopolitica.
Nel sistema euro-atlantico, la NATO ha progressivamente trasformato il cambiamento climatico da tema prevalentemente ambientale in questione di sicurezza e di prontezza militare. Il Climate Change and Security Action Plan del 2021 ha riconosciuto che temperature estreme, innalzamento del livello del mare, variazioni delle precipitazioni ed eventi meteorologici più intensi possono compromettere infrastrutture, capacità operative e condizioni di impiego delle forze. La stessa organizzazione ha quindi collegato la questione climatica alla resilienza, alla pianificazione della difesa, alla mobilità militare, alla preparazione civile, alla formazione, alle esercitazioni, all’innovazione e alla deterrenza. ²
Il caso francese mostra una dinamica analoga ma costruita a livello nazionale. La strategia Climat & Défense, approvata nel 2022, riconosce esplicitamente che il cambiamento climatico modifica il contesto strategico internazionale e le condizioni nelle quali le forze armate devono svolgere le proprie missioni. L’adattamento dello strumento militare diviene così una componente della politica di difesa e non una semplice politica ambientale del ministero. ³
Nel Regno Unito, negli Stati Uniti e negli altri sistemi occidentali il problema assume ulteriori configurazioni, legate alla gestione delle installazioni militari, alla disponibilità energetica, alla riduzione delle emissioni, alla progettazione delle capacità future e alla necessità di mantenere operativa la forza in condizioni ambientali sempre meno prevedibili. La ricerca contemporanea sulla difesa climatica mostra, infatti, come il cambiamento climatico stia entrando simultaneamente nella gestione delle risorse, nella logistica, nelle operazioni e nella concezione delle future capacità militari. ⁴
Ma la trasformazione non è occidentale per definizione.
Nel Golfo del Bengala, India, Bangladesh, Indonesia, Myanmar, Sri Lanka e Thailandia offrono un esempio differente. Qui la crescente frequenza di eventi estremi e disastri naturali ha rafforzato il ruolo delle forze armate nelle operazioni di assistenza umanitaria e soccorso, favorendo una progressiva integrazione delle considerazioni climatiche nelle strategie e nei dispositivi di sicurezza. Il clima entra nella difesa non necessariamente attraverso una revisione teorica della deterrenza, ma attraverso l’aumento concreto delle missioni che gli apparati militari devono essere in grado di sostenere. ⁵
La varietà delle risposte è precisamente ciò che rende il fenomeno strategicamente significativo. Non esiste un’unica “strategia climatica” della difesa. Esiste piuttosto una trasformazione trasversale della funzione militare, che ogni Stato interpreta secondo la propria geografia, le proprie vulnerabilità, le proprie capacità industriali e la propria posizione nel sistema internazionale.
Il clima, in altri termini, non cambia soltanto il rischio. Può cambiare la geografia della potenza.
Dalla minaccia climatica all’ambiente operativo
La trasformazione più importante riguarda il passaggio dalla concezione del clima come minaccia alla sua considerazione come ambiente operativo.
Una forza militare è efficace soltanto all’interno di determinate condizioni materiali. Un aeroporto deve poter funzionare, una base deve poter essere rifornita, una pista deve rimanere utilizzabile, un porto deve poter accogliere le unità navali, le reti elettriche e digitali devono essere sufficientemente resilienti, le strade e i corridoi logistici devono permettere il movimento delle forze. Anche i sistemi d’arma più avanzati dipendono da una complessa infrastruttura fisica.
Quando le condizioni ambientali cambiano, cambia quindi la relazione tra capacità militare e territorio.
L’aumento delle temperature può influire sul rendimento dei motori, sull’autonomia degli aeromobili, sulla sicurezza del personale e sulla durata delle attività operative. L’innalzamento del livello del mare espone basi navali e infrastrutture costiere. Le precipitazioni estreme possono interrompere le comunicazioni terrestri e compromettere le vie di rifornimento. La siccità può aumentare la pressione sulle risorse idriche e modificare le condizioni nelle quali vengono condotte esercitazioni e operazioni. Gli incendi, le alluvioni e gli eventi estremi possono costringere le forze armate a impiegare risorse per missioni di soccorso proprio mentre esse devono mantenere la propria disponibilità per compiti di difesa tradizionali.
La conseguenza è una ridefinizione del concetto stesso di prontezza.
La prontezza non può essere misurata soltanto attraverso il numero delle piattaforme disponibili, la quantità delle munizioni, il livello di addestramento o la capacità di mobilitazione. Deve includere anche la capacità dell’intero sistema di continuare a funzionare quando l’ambiente nel quale è inserito diventa più instabile.
La resilienza, pertanto, non costituisce più soltanto una componente complementare della sicurezza nazionale. Diventa una condizione della capacità militare.
Questa trasformazione è particolarmente evidente nella pianificazione. Se le condizioni climatiche del futuro non corrispondono più a quelle sulle quali sono state progettate molte infrastrutture del passato, anche le ipotesi di pianificazione devono essere riviste. Non è sufficiente progettare una base per resistere alle condizioni climatiche storicamente osservate. Occorre considerare la possibilità che quelle condizioni non rappresentino più il riferimento adeguato per il futuro.
La pianificazione militare entra così in un territorio tradizionalmente estraneo alla strategia: la gestione dell’incertezza fisica di lungo periodo.
Infrastrutture, logistica e mobilità
La potenza militare è spesso rappresentata attraverso sistemi d’arma, tecnologie, bilanci e numeri. Ma nessuna capacità militare esiste in modo autonomo. Ogni sistema dipende da infrastrutture, energia, manutenzione, trasporti, personale e catene logistiche.
È proprio questo livello materiale della potenza a essere progressivamente investito dal cambiamento climatico.
Una base militare situata in una zona costiera esposta all’innalzamento del livello del mare non rappresenta più la stessa capacità infrastrutturale che rappresentava alcuni decenni prima. Un’infrastruttura costruita in una regione soggetta a incendi più frequenti richiede nuovi standard di protezione. Una rete logistica dipendente da corridoi terrestri vulnerabili a eventi meteorologici estremi perde affidabilità anche se i mezzi di trasporto rimangono tecnologicamente avanzati.
La capacità militare non dipende soltanto dalla potenza dei sistemi d’arma, ma dalla possibilità di alimentarli, mantenerli, trasferirli e sostenerli nel tempo.
Questo introduce una dimensione strategica spesso sottovalutata: la continuità operativa.
In un ambiente caratterizzato da maggiore variabilità climatica, il problema non sarà soltanto raggiungere un determinato teatro operativo, ma garantire che la forza possa rimanervi. La logistica assume quindi una funzione ancora più centrale. Il rifornimento energetico, la disponibilità di acqua, la manutenzione delle infrastrutture, la sicurezza delle reti di comunicazione e la possibilità di spostare uomini e materiali diventano elementi della stessa equazione strategica.
Il cambiamento climatico rende inoltre più evidente il rapporto tra difesa e infrastrutture civili. Le forze armate dipendono da porti, aeroporti, reti ferroviarie, strade, sistemi energetici, telecomunicazioni e catene di approvvigionamento che appartengono spesso alla sfera civile. La resilienza militare non può quindi essere separata dalla resilienza dello Stato.
È in questo punto che la sicurezza climatica diventa anche sicurezza nazionale.
Addestramento, tecnologia e prontezza
La trasformazione climatica modifica anche il modo nel quale le forze armate devono prepararsi alla guerra.
L’addestramento militare si fonda sulla ripetizione di condizioni operative, sulla simulazione dello stress e sulla costruzione di procedure. Ma quando le condizioni ambientali diventano più variabili, anche ciò che deve essere simulato cambia.
Il combattente del futuro potrebbe trovarsi a operare più frequentemente in condizioni di calore estremo, con disponibilità limitata di acqua, durante incendi, alluvioni o tempeste, oppure in territori caratterizzati da trasformazioni rapide della superficie e della viabilità. La capacità di adattarsi a condizioni ambientali diverse diventa quindi parte della competenza operativa.
Non si tratta di sostituire l’addestramento tradizionale con un “addestramento climatico”. Si tratta di riconoscere che il clima entra nella realtà concreta di qualsiasi operazione.
La tecnologia assume in questo contesto un ruolo ambivalente. Da una parte, nuove tecnologie possono aumentare l’autonomia energetica, migliorare il monitoraggio ambientale, rafforzare le comunicazioni e consentire una gestione più efficiente delle risorse. Dall’altra, la crescente complessità tecnologica può aumentare la dipendenza da sistemi energetici, materiali e infrastrutture vulnerabili.
La domanda strategica non può più essere soltanto quanto sia avanzato un determinato sistema. Deve essere anche quanto sia adattabile.
Questo spostamento è essenziale. Nel paradigma tradizionale della superiorità militare, la qualità tecnologica tende a essere considerata un vantaggio relativamente stabile. In un ambiente fisico mutevole, invece, la capacità di adattamento può diventare più importante della superiorità iniziale.
L’adattabilità diventa una forma di potere.
Russia, Cina e la nuova geografia della potenza
Nessun luogo rende questa trasformazione più visibile dell’Artico.
Lo scioglimento dei ghiacci non produce semplicemente nuove vulnerabilità ambientali. Modifica progressivamente l’accessibilità di spazi che per lungo tempo sono stati caratterizzati da condizioni fisiche estremamente restrittive. Ne deriva una trasformazione della geografia strategica.
Per la Russia, l’Artico rappresenta contemporaneamente una profondità strategica, uno spazio militare, una regione energetica e un corridoio di comunicazione. La progressiva trasformazione delle condizioni ambientali rafforza l’importanza di infrastrutture, basi, sistemi di sorveglianza e capacità logistiche nell’area. Il cambiamento fisico del territorio non è quindi separabile dalla postura strategica russa.
Per la Cina, la trasformazione dell’Artico apre invece una dimensione diversa. L’interesse cinese per le nuove rotte, le risorse e le possibilità di accesso alla regione si colloca all’interno di una più ampia strategia di proiezione economica e geopolitica. L’Artico diventa così uno spazio nel quale la trasformazione climatica interagisce con la competizione tra grandi potenze. La letteratura più recente osserva esplicitamente come il riscaldamento della regione stia aumentando la rilevanza strategica del Passaggio a Nord-Est e favorendo una crescente attenzione cinese alle capacità necessarie per operare nelle acque artiche. ⁶
La questione non è soltanto chi controlli nuove rotte. È chi disponga delle infrastrutture, delle tecnologie, delle informazioni e delle capacità logistiche necessarie per operare in un ambiente che sta diventando progressivamente più accessibile ma non per questo meno difficile.
L’Artico dimostra dunque che il cambiamento climatico può produrre un effetto apparentemente paradossale: rendere accessibili nuovi spazi e, contemporaneamente, renderli più competitivi.
La stessa logica può essere osservata in altri teatri. Nel Mediterraneo, nell’Indo-Pacifico, nell’Africa subsahariana e nell’Asia meridionale, la trasformazione delle condizioni ambientali interagisce con vulnerabilità infrastrutturali, pressioni demografiche, competizione per le risorse e instabilità politica.
Il clima non determina automaticamente un conflitto. Ma può trasformare il valore strategico dei territori.
Quando cambia la geografia fisica della sicurezza, deve cambiare anche la geografia della difesa.
Dalla deterrenza alla resilienza strategica
La deterrenza tradizionale si fonda sulla capacità di convincere un avversario che il costo di un’aggressione sarà superiore ai benefici attesi. Ma questa logica presuppone che lo Stato disponga di una capacità credibile di reagire.
Il cambiamento climatico introduce una domanda precedente: quanto è resiliente quella capacità?
Un esercito può disporre di sistemi avanzati e tuttavia essere vulnerabile se le sue basi sono facilmente compromettibili, se le infrastrutture energetiche sono fragili, se le reti logistiche possono essere interrotte o se le condizioni ambientali riducono drasticamente la disponibilità operativa delle forze.
La resilienza diventa quindi parte della deterrenza.
Un avversario che percepisca la possibilità di paralizzare infrastrutture essenziali senza dover necessariamente distruggere le capacità militari in senso stretto potrebbe considerare la vulnerabilità climatica come un elemento sfruttabile della strategia avversaria. La sicurezza delle installazioni, la diversificazione energetica, la ridondanza delle comunicazioni e la capacità di continuare le operazioni durante eventi estremi diventano quindi elementi della credibilità strategica.
Il problema assume una particolare rilevanza nel contesto della guerra ibrida, nel quale la distinzione tra attacco militare, pressione economica, sabotaggio infrastrutturale e manipolazione informativa è sempre più difficile da tracciare.
Una infrastruttura indebolita da condizioni climatiche estreme può diventare più vulnerabile anche ad azioni ostili. La fragilità fisica può quindi trasformarsi in vulnerabilità strategica.
La difesa del futuro dovrà pertanto essere pensata non soltanto in termini di capacità di colpire, ma anche di capacità di resistere.
Il paradosso della difesa
Esiste tuttavia un paradosso. Le forze armate sono chiamate ad adattarsi al cambiamento climatico mentre rimangono tra le organizzazioni maggiormente dipendenti da energia, carburanti, infrastrutture complesse e sistemi tecnologici ad alta intensità materiale. La trasformazione della difesa non può quindi limitarsi all’adattamento agli effetti climatici. Deve confrontarsi anche con il problema della propria sostenibilità materiale.
La questione non è esclusivamente ambientale. È strategica.
Una maggiore dipendenza da combustibili fossili può creare vulnerabilità rispetto ai mercati energetici, alle interruzioni delle catene di approvvigionamento e alle crisi geopolitiche. Al contrario, l’efficienza energetica, la diversificazione delle fonti e lo sviluppo di tecnologie meno dipendenti da determinati sistemi di rifornimento possono produrre anche vantaggi operativi.
La transizione energetica della difesa non deve quindi essere interpretata semplicemente come una politica di riduzione delle emissioni. Può diventare una questione di autonomia strategica.
Questo non significa immaginare una forza armata completamente “verde” né trasferire automaticamente alla dimensione militare obiettivi propri della politica ambientale civile. La logica della difesa rimane quella della disponibilità operativa e della protezione dello Stato. Ma proprio per questo il problema energetico diventa strategico: una tecnologia più sostenibile è rilevante per la difesa quando aumenta la resilienza, riduce una dipendenza critica o amplia la libertà di movimento.
Il punto decisivo è dunque evitare che la sostenibilità venga contrapposta alla capacità militare. In determinate condizioni, l’adattamento climatico può diventare una componente della capacità militare stessa.
Una nuova idea di potenza
Il cambiamento climatico obbliga infine a ripensare il concetto di potenza. Per gran parte dell’età contemporanea la potenza militare è stata associata alla capacità di concentrare risorse, proiettarle nello spazio e mantenerle nel tempo. Ma la capacità di proiezione dipende da condizioni fisiche che non sono immutabili.
La potenza del futuro sarà quindi sempre più legata alla capacità di funzionare in condizioni di crescente incertezza.
Uno Stato strategicamente forte non sarà soltanto quello capace di possedere sistemi d’arma avanzati. Sarà quello capace di mantenere operative le proprie forze quando le infrastrutture sono sottoposte a stress, quando le rotte logistiche sono più vulnerabili, quando l’energia è meno prevedibile, quando gli eventi estremi interrompono le normali condizioni di funzionamento e quando nuovi spazi geografici diventano contemporaneamente accessibili e contendibili.
La superiorità strategica potrebbe dunque assumere una nuova forma: non più soltanto superiorità tecnologica o quantitativa, ma superiorità adattiva.
È una trasformazione profonda perché modifica il rapporto tra tempo e strategia. Le infrastrutture militari vengono progettate per decenni; le piattaforme d’arma possono rimanere operative per generazioni; le grandi capacità logistiche richiedono investimenti di lungo periodo. Il clima, tuttavia, sta modificando nello stesso arco temporale le condizioni nelle quali quelle capacità dovranno funzionare.
La strategia deve quindi diventare capace di progettare per un ambiente che non può più essere considerato stabile.
Non significa prevedere con precisione il futuro. Significa costruire capacità che rimangano utilizzabili anche quando il futuro non corrisponde alle previsioni.
Difendere in un mondo diverso
Il cambiamento climatico sta entrando nella strategia di difesa non perché abbia sostituito le minacce tradizionali, ma perché sta modificando le condizioni nelle quali quelle minacce devono essere affrontate.
Russia, Cina, Francia, India, Stati Uniti, Regno Unito, NATO e altri sistemi strategici non stanno costruendo una risposta uniforme. Le loro differenze sono profonde. Ma proprio attraverso tali differenze emerge una tendenza comune: la difesa viene progressivamente ripensata alla luce di un ambiente fisico che non può più essere considerato stabile.
La trasformazione riguarda le infrastrutture, perché le basi devono essere progettate per condizioni future e non soltanto storiche. Riguarda la logistica, perché le catene di rifornimento devono funzionare in un contesto più vulnerabile. Riguarda la mobilità, perché strade, porti, aeroporti e corridoi strategici possono essere condizionati da eventi estremi. Riguarda l’addestramento, perché le condizioni operative cambiano. Riguarda la tecnologia, perché la capacità di adattamento diventa sempre più importante. Riguarda l’energia, perché l’autonomia delle forze dipende anche dalla resilienza delle loro fonti di alimentazione. Riguarda infine la deterrenza, perché la credibilità della difesa dipende dalla capacità di resistere, continuare a operare e recuperare dopo uno shock.
Il vero cambiamento, dunque, non consiste nell’aggiungere il clima alla lunga lista delle minacce alla sicurezza internazionale. Consiste nel riconoscere che il clima modifica il contesto materiale della strategia stessa.
Per secoli la difesa ha avuto il compito di proteggere territori relativamente stabili da minacce mutevoli. Nel XXI secolo dovrà sempre più proteggere territori mutevoli da minacce altrettanto mutevoli.
Questa è la ragione per cui la questione climatica non può essere confinata alla politica ambientale, alla protezione civile o alla gestione delle emergenze. Essa riguarda la natura stessa della preparazione strategica.
La difesa del futuro dovrà essere capace di combattere, ma anche di adattarsi; di proiettare potenza, ma anche di conservarla; di dissuadere l’avversario, ma anche di resistere agli shock; di proteggere il territorio, ma anche di comprendere come quel territorio stia cambiando.
La prontezza futura dovrà quindi comprendere anche la capacità di adattarsi rapidamente a condizioni che non corrispondono più ai modelli ambientali tradizionali.
Il clima non è soltanto qualcosa contro cui difendersi. È una condizione entro la quale difendersi. Ed è proprio questa differenza a cambiare la strategia.
Non sta cambiando soltanto ciò da cui dobbiamo difenderci. Sta cambiando il mondo nel quale dobbiamo difenderci.
Note
- McDonald (2026) analizza il rapporto tra cambiamento climatico e difesa mostrando come la questione coinvolga condizioni operative, nuove forme di conflitto e missione, infrastrutture, gestione delle risorse, procurement, addestramento e organizzazione della difesa.
- NATO (2021) ha integrato il cambiamento climatico nell’agenda di sicurezza dell’Alleanza attraverso il Climate Change and Security Action Plan. Il successivo Climate Change and Security Impact Assessmentdel 2024 estende l’analisi ai domini terrestre, marittimo, aereo, spaziale e cyber, alle operazioni, alla resilienza e agli effetti sugli avversari e concorrenti strategici. ⁷
- Ministère des Armées (2022) ha approvato il 25 aprile 2022 la strategia ministeriale Climat & Défense, concepita per preparare le forze armate alle trasformazioni climatiche e per adattare lo strumento di difesa alle conseguenze prevedibili del cambiamento climatico.
- Kabbej (2026) analizza il processo attraverso cui il cambiamento climatico è stato progressivamente incorporato nella politica di sicurezza e difesa francese, evidenziando il ruolo degli attori istituzionali, delle rappresentazioni della minaccia e delle dinamiche politiche nella costruzione della climate security.
- Narayanan, Jayaram e Bharadwaj (2026) mostrano come nel Golfo del Bengala il coinvolgimento militare nelle operazioni di humanitarian assistance and disaster relief abbia favorito una progressiva “climatizzazione” delle strategie militari e dei meccanismi regionali di sicurezza, pur con differenze significative tra gli Stati interessati.
- Vauhkonen (2026) osserva che il progressivo scioglimento della rotta marittima artica sta modificando il quadro strategico dell’area e aumentando la rilevanza della presenza russa e dell’interesse cinese. Il caso dimostra come una trasformazione fisica del territorio possa produrre simultaneamente nuove opportunità di accesso e nuove forme di competizione strategica.
- Keenan, Trump, Kytömaa, Adlakha-Hutcheon e Linkov (2024) sottolineano che la resilienza militare dipende anche da sistemi che attraversano i domini civile e militare e sostengono l’importanza di una pianificazione capace di includere forme di adattamento trasformativo quando le condizioni di equilibrio precedenti non risultano più sostenibili.
Bibliografia
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Keenan, J. M., Trump, B., Kytömaa, E., Adlakha-Hutcheon, G., & Linkov, I. (2024). The role of science in resilience planning for military-civilian domains in the U.S. and NATO. Defence Studies, 24(4), 493–524. https://doi.org/10.1080/14702436.2024.2365218
Kabbej, S. (2026). The politics of climate security in France. Contemporary Security Policy, 47(1), 166–192. https://doi.org/10.1080/13523260.2025.2559657
McDonald, M. (2026). Defence and climate change: An introduction. Contemporary Security Policy, 47(1), 9–25. https://doi.org/10.1080/13523260.2025.2583233
Ministère des Armées. (2022). Stratégie Climat & Défense. Ministère des Armées et des Anciens combattants.
Narayanan, H. S., Jayaram, D., & Bharadwaj, T. (2026). Climate security and militaries in the Bay of Bengal region: Climatization through humanitarian assistance and disaster relief. Contemporary Security Policy, 47(1), 108–138. https://doi.org/10.1080/13523260.2025.2574702
NATO. (2021). NATO Climate Change and Security Action Plan. North Atlantic Treaty Organization.
NATO. (2022). NATO 2022 Strategic Concept. North Atlantic Treaty Organization.
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Stott, M. (2025). Defence in a climate-changed world: Futureproofing its licence to operate. The RUSI Journal, 170(2), 46–56. https://doi.org/10.1080/03071847.2025.2476520
Vauhkonen, J. (2026). Russia and China: Reflections and security challenges for the Arctic region. European View, 25(1), 70–80. https://doi.org/10.1177/17816858261439472

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