ETHICA SOCIETAS-Rivista di scienze umane e sociali

Direttore generale della Fondazione Pio Istituto dei Sordi

[Ethica Societas anno 1 n.2]
di Francesco Mancini

Abstract: fondato nel 1854 da don Giulio Tarra, grazie alla generosità del Conte Paolo Taverna, il Pio Istituto Sordi di Milano è stato una delle primescuole e strutture riabilitative a favore dei sordomuti non abbienti e, ancora oggi, si occupa di solidarietà sociale, realizzando servizi e opportunità a favore di persone in stato di disabilità uditiva, favorendo percorsi di inclusione sociale attraverso forme globali di sostegno alla persona. Su impulso del fondatore, ancora oggi propone il metodo oralista che, attraverso la lettura labbiale e la logopedia permettte di comunicare con la lingua parlata, invece che la lingua dei segni, favorendo l’inclusione sociale dei sordomuti. Ha sede nello storico palazzo sito a Milano in via Giason del Maino.

Stefano Cattaneo

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IL PIS-PIO ISTITUTO DEI SORDI DI MILANO

Fu fondato nel 1854 da don Giulio Tarra (1832-1889), che ne fu il primo rettore per trentaquattro anni sino alla morte, grazie alla generosità del Conte Paolo Taverna che si avvalse anche dell’aiuto di don Eliseo Ghislandi, giovane catechista dell’Imperial Regio Istituto di Milano. Ha sede nello storico palazzo sito a Milano in via Giason del Maino.
La prima denominazione fu “Pio Istituto per Sordomuti poveri di campagna”, divenne poi “Pio Istituto dei Sordomuti” e, dal maggio 2014, “Pio Istituto per Sordi” noto anche con l’acronimo P.I.S.
Si occupa di solidarietà sociale, realizzando servizi e opportunità a favore di persone in stato di disabilità uditiva, favorendo percorsi di inclusione sociale attraverso forme globali di sostegno alla persona”.

LA SCELTA DEL METODO ORALISTA PER INTEGRARE I SORDI, RIFIUTANDO LA LINGUA DEI SEGNI

L’oralismo è l’educazione degli studenti sordi attraverso il linguaggio orale, usando la lettura delle labbra, la parola e imitando le forme della bocca e gli schemi respiratori del discorso. L’oralismo divenne popolare negli Stati Uniti verso la fine degli anni ‘60 dell’Ottocento.
La lingua dei segni è un linguaggio che utilizza la modalità visivo-manuale per trasmettere il significato, si esprime attraverso l’articolazione manuale in combinazione con marcatori non manuali.
Le lingue dei segni sono lingue tutti gli effetti, con la propria grammatica e lessico. Le lingue dei segni non sono universali (p.es. LIS=Lingua italiana dei segni; ASL= American sign language),e di solito non sono mutuamente intelligibili, sebbene ci siano anche somiglianze tra le diverse lingue dei segni.
Nel giugno del 1855, quando il giovane sacerdote Giulio Tarra divenne il primo direttore, dopo un periodo di convivenza tra il metodo orale e quello dei segni, nel 1870 Tarra istituì il primo sistema come unico a essere utilizzato nel Pio Istituto. Era fermamente convinto che insegnare «parole con parole» potesse stimolare l’inclusione sociale dei sordomuti.

GIULIO TARRA

Al famoso Congresso Internazionale sull’Educazione dei Sordi (Milano, 1880) Tarra difese con forza la superiorità della parola parlata sulla parola firmata.
I suoi interventi furono apprezzati dagli istituti europei presenti al Congresso, i quali dichiararono che il metodo orale doveva essere assolutamente preferito.
Anche se le deliberazioni del Congresso non furono pienamente applicate da tutte le istituzioni sorde mute italiane, almeno fino alla fine dell’ottocento, il contributo di Tarra fu determinante a favore del metodo orale che ha consentito una maggiore attenzione verso l’integrazione sociale sordomuta, ma, d’altra parte, la sua opposizione alla lingua dei segni ha intensificato la distanza tra i difensori dei due metodi, creando una cesura permanente nella comunità sorda italiana, divisa tra i sostenitori della parola, anche in considerazione della possibilità di recupero dell’udito attraverso gli impianti cocleari e i figli di famiglie segnanti che perpetuano l’unico modo che hanno appreso di comunicare attraverso i segni, sostenendo l’appartenenza a una “cultura sorda”.

L’INTERVISTA

Parliamo di voi: con 160 anni di attività alle spalle quanto è stato importante il vostro lavoro per la sordità e per i sordi?

Io direi che è servito molto. Esisteva già un istituto regio a cui accedevano i sordi figli di famiglie abbienti, ma non per i poveri. Solo grazie all’aiuto del conte Paolo Taverna è stato possibile aiutare i “poveri sordomuti di campagna”, ai quali era dedicato questo istituto nella prima denominazione.Questo mecenate ha speso cospicui denari per la realizzazione di questo istituto affidandolo a don Giulio Tarra. I preti diocesani hanno sempre diretto la parte maschile mentre le suore canossiane quella femminile. L’istituto ha terminato poi la sua attività educativa nel 1994 e, dopo la chiusura delle scuole speciali, l’istituto è diventato una fondazione che finanzia progetti gestiti da terzi destinati alle disabilità uditive. Io ci vedo un continuo su questo percorso: continuiamo la tradizione oralista, come si sa don Giulio Tarra è stato l’inventore del metodo dell’oralisimo puro, ma non ci limitiamo a essa perché proseguiamo soprattutto lo spirito di don Giulio, che è sempre stato quello di mettere al centro la persona sorda, a prescindere dalle modalità comunicative che adotta, con una particolare attenzione ai più fragili.

La sordità è ancora una condizione che esclude socialmente e lavorativamente, oppure sta diventando sempre più una caratteristica dell’individuo, che può integrarsi e trovare un proprio contesto?

Se ne discute ancora molto, è sicuramente una disabilità e non bisogna negarla, soprattutto per quanto riguarda i diritti che bisogna riconoscere e il supporto che bisogna dare a chi ne soffre, certamente c’é tanto lavoro da fare sul piano culturale per far comprendere il valore della diversità e il diritto all’inclusione. Ogni cittadino, che sia disabile o meno, che sia biondo o moro, credente o non credente, deve poter esercitare allo stesso modo tutti i suoi diritti e se qualcuno ha delle difficoltà ancor di più. Dovrebbe essere fatto molto soprattutto per le disabilità uditive che pregiudicano le comunicazioni e quindi le relazioni umane basterebbe anche poco, pensiamo all’induzione magnetica. Ho due cognati a Londra, li nelle maggiori stazioni della metropolitana come anche negli aeroporti, un cartello con il simbolo dell’orecchio stilizzato indica che la persona può interconnettere la sua protesi uditiva o impianto cocleare e sentire tuttte le comunicazioni che i normoudenti ascoltano dagli altoparlanti, ho trovato questo sistema persino in una chiesetta romanica della campagna inglese. La sottotitolazione sarebbe essenziale in ambienti molto rumorosi, come aeroporti, stazioni ferroviarie, dove anch’io che sono udente faccio fatica a sentire quello che dicono tra mille rumori e poi i sottotitoli sarebbero utilissimi per le persone anziane. Si stanno facendo piccoli miglioramenti, ma c’è ancora tanto da fare. Nonostante queste tecnologie costino veramente poco c’è poca attenzione per l’inclusione. Purtroppo la sordità è una disabilità “invisibile” e quindi ancor meno considerata delle altre, infatti mentre la disabilità fisica è visibile a tutti così come le barriere architettoniche, quasi nessuno comprende la sofferenza e le difficoltà dell’ipooacusia e quindi non avverte nemmeno l’esigenza di intervenire per integrare in ogni contesto chi non sente. Pensiamo alle scuole, per esempio, dove oramai da decenni si sono fatte opere edilizie anche molto costose, realizzazione di rampe per superare i gradini, ampliamenti delle porte per consentire il passaggio sedie a rotelle, installazione di ascensori per superare le difficoltà motorie, ma cosa si è fatto per la sordità, eppure basterebbero piccole spese, installare un sistema a induzione magnetica per le protesi uditive almeno in un’aula per ogni istituto, acquistare qualche microfono che consenta ai docenti di collegarsi direttamente con l’apparecchio acustico o l’impianto cocleare isolando la voce dell’insegnante dai rumori di fondo. La verità è che il problema più grande sono proprio i docenti che, molte volte, non conoscono e quindi non hanno una particolare sensibilità verso le disabilità uditive. Esiste anche la figura dell’assistente alla comunicazione, ma non sono sufficienti per il numero di studenti sordi che frequentano le scuole.

“Mentre la cecità allontana dalle cose, la sordità allontana dalle persone” come diceva Ellen Keller, quali sono i benefici nella società di oggi nell’essere bilingue bimodale (LIS e italiano)?

Il fatto di essere bilingue è chiaramente qualcosa in più, se si conoscono due lingue si può interloquire di più e con più persone. L’Italia è stata l’ultima in Europa a riconoscere la LIS cme lingua ufficiale dello Stato. Io rispetto la libertà di scelta. Ovviamente chi parla solo LIS per parlare con un udente o anche con un sordo oralista ha bisogno dell’interprete, con tutti i problmi consguenti di tipo logistico, organizzativo e anche economico. Pensiamo alle ulteriori dificoltà delle persone sorde straniere che, magari arrivano da paesi non molto sviluppati, del terzomondo, dove spesso non hanno nemmeno gli apparecchi acusticicoppure hanno quelli che in Italia usavamo negli anni 60, che non possono usare la lingua dei segni che si usa nel loro paese ma devono imparare la Lingua italiana dei segni (LIS). In ogni caso, chi usa esclusivamente la LIS deve essere messo nelle condizioni di poter comunicare, la legge sta prevedendo anche questo.

L’esterno della sede del PIS a Milano in via Giason del Maino [Foto Francesco Mancini]

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