Fragilità statali, guerre infinite e democrazie sospese: quando il tempo non scorre, ma si spezza


Abstract: Il 26 novembre 2025 la Guinea-Bissau è sprofondata in un golpe che ha rovesciato la fragile democrazia in poche ore, mentre il Sudan continua a essere inghiottito da una guerra che, dal 2023, ha trasformato il Paese in un territorio svuotato e de-istituzionalizzato. Due crisi lontane ma unite dalla stessa radice: la fragilità strutturale dello Stato, eredità di conflitti interni, poteri armati paralleli e istituzioni incapaci di reggere il peso del passato e le pressioni del presente. In Guinea-Bissau, le forze armate hanno neutralizzato il potere civile con un’operazione chirurgica; in Sudan, la milizia RSF ha imposto una strategia di logoramento che punta non a governare, ma a desertificare il territorio. Il risultato è un continente attraversato da fratture croniche, dove il tempo non scorre ma si rompe, lasciando spazio a un futuro sospeso tra instabilità, silenzi e crisi umanitarie. Le dinamiche politiche, militari e sociali che legano questi scenari sollevano una domanda centrale per la comunità internazionale: intervenire prima che gli Stati crollino, o continuare a osservare mentre il continente si spegne nelle ombre della sua stessa storia?
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Alberto Flores Hernández, ph.D. ministro USA presso ONU, vice presidente permanente estero e, contestualmente, membro del Consiglio Consultivo Superiore (Senior Advisory Council) dell’Agenzia del Vietnam e degli Affari Esteri Mondiali (VWF). Membro del Consiglio Consultivo Globale (Global Advisory Council Member) del Consorzio dei Leader Mondiali (World Leaders Consortium). https://worldleadersconsortium.com/global-councils. Profilo LinkedIn.
«Il tempo non ci scorre accanto. Ci attraversa.» Non è filosofia astratta: è geopolitica pura. Un continente attraversato dal tempo come da una ferita aperta, che non riesce a rimarginarsi.
In Guinea-Bissau, la democrazia è stata capovolta in una notte.
In Sudan, la guerra divora città e popolazioni come se il presente fosse un campo minato senza uscita. Il tempo non passa: si rompe. E dentro la frattura ci siamo anche noi.
Il 26 novembre 2025 non è stato un giorno qualunque. Il Paese attendeva ancora i risultati delle elezioni del 23 novembre, già segnate da tensioni e accuse di irregolarità. L’aria era densa, come l’umidità della stagione secca.
Poi, nel cuore della notte, la democrazia si è spenta. I militari si sono mossi con precisione chirurgica: presidio del palazzo presidenziale, assedio della commissione elettorale, irruzione al ministero dell’Interno, arresto o neutralizzazione di figure chiave dell’apparato statale.
Poche ore dopo, il generale Horta Nta Na Man veniva proclamato Presidente della transizione. Il coprifuoco sigillava le strade, le frontiere venivano chiuse, l’ordine costituzionale sospeso. L’ex presidente Umaro Sissoco Embaló fuggiva in Senegal, costretto all’esilio.
Ma questo golpe non è un episodio isolato. È la ripetizione di una geometria ricorrente: ogni volta che il potere civile tenta di consolidarsi, viene inghiottito dalle ombre interne delle forze armate, dai legami clanici, dalle rivalità personali che precedono la legge. In Guinea-Bissau, il passato non se ne va. Ritorna. In uniforme.
Il colpo non è stato improvvisato è stato quasi dottrinario e i militari hanno colpito i tre punti vitali di uno Stato fragile la:legittimità, neutralizzando presidenza e commissione elettorale, la comunicazione, isolando ministeri e snodi informativi, la forza pubblica, inglobando o paralizzando le unità fedeli al governo.
La catena di comando, in Guinea-Bissau, non è una struttura: è una rete. Una rete contaminata da clan, lealtà mobili, rivalità storiche. Per questo il golpe è stato “silenzioso”: non ha trovato veri oppositori. La giunta non ha dovuto conquistare lo Stato. Ci era già dentro.
Il colpo di Stato non è l’inizio della crisi: è la sua naturale maturazione. Un frutto amaro caduto da un albero con radici troppo fragili per sorreggere la democrazia.
Se la Guinea-Bissau crolla in una notte il Sudan cade da anni.
La guerra iniziata nell’aprile 2023 è diventata un sistema autonomo: un’economia, una geografia, una struttura sociale fondata sulla violenza e sulla fuga. Lo Stato si è ridotto a un fantasma.
L’assedio e la successiva caduta di El Fasher, nel Darfur settentrionale, rappresentano uno dei capitoli più tragici. Per mesi, non più misurabili con esattezza, la città è stata strangolata: cibo e acqua tagliati, ospedali bombardati o saccheggiati, quartieri rasi al suolo, civili massacrati o costretti alla fuga.
Nelle ultime settimane, oltre 100.000 persone hanno lasciato la città, molte senza riuscire a sopravvivere al viaggio.
La milizia paramilitare RSF non combatte una guerra convenzionale. Ha sviluppato una strategia ibrida e brutale che combina: logoramento totale (assedio, soffocamento delle risorse), mobilità irregolare (pick-up, moto, droni modificati), terrore psicologico, predazione economica (miniere, traffici illegali, tassazioni di guerra), frammentazione sociale (sfollamenti di massa, deportazioni, stupri sistemici).
El Fasher non è stata una semplice conquista. È stata una lezione oscura di guerra urbana moderna: l’obiettivo non è governare il territorio, ma svuotarlo, fino a renderlo controllabile senza amministrarlo.
La RSF non vuole governare El Fasher. Vuole impedire che qualcun altro possa farlo. È la guerra come de-istituzionalizzazione permanente.
Il Sudan oggi è uno dei punti più bui del pianeta. Un buio che si espande.
Che cosa lega un golpe in Africa occidentale e una guerra genocidaria in Africa orientale? Una risposta spietata: la fragilità dello Stato come condizione permanente.
In Guinea-Bissau, lo Stato è fragile perché non ha basi: galleggia sugli interessi militari. In Sudan, lo Stato è fragile perché è stato divorato da milizie più veloci, più ricche, più spietate del governo che avrebbero dovuto servire.
Il passato — colpi di Stato, guerre, colonialismo, confini mal tracciati — non se ne va ma rimane nelle istituzioni, nelle caserme, nelle armi.
Il futuro — pace, stabilità, ricostruzione — rimane sospeso ma solo possibile e non garantito.
Il presente diventa un campo di battaglia.
Gli osservatori internazionali condannano. I governi tentennano, le ONG implorano corridoi umanitari che non arrivano e la notte si allunga, a Bissau come a Darfur.
Il tempo non passa, ci attraversa e ci chiede, senza più possibilità di fuga: Vogliamo continuare a guardare mentre gli Stati cadono oppure vogliamo intervenire prima che il continente diventi una geografia di silenzi e fumo?
La scelta non è più rimandabile.
Il futuro, quel futuro sospeso, aspetta solo di essere scelto.

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