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Cristina Di Silvio Geopolitica NOTIZIE

Geografia della vulnerabilità e sicurezza regionale nel Corno d’Africa

Etiopia ed Eritrea tra sovranità territoriale, sicurezza umana e prevenzione dei conflitti nel sistema del Mar Rosso

Cristina Di Silvio

Abstract: Le tensioni tra Etiopia ed Eritrea viste in una prospettiva interdisciplinare che integra geopolitica, scienze politiche, diritto internazionale e studi sulla sicurezza umana, con l’obiettivo di comprendere in quale misura la condizione di Stato privo di accesso diretto al mare possa incidere sulle percezioni di vulnerabilità strategica e contribuire alla trasformazione di interessi economici in fattori di competizione interstatale. La crisi del Tigray e il deterioramento delle relazioni diplomatiche tra Addis Abeba e Asmara nell’ottobre 2026 costituiscono il contesto empirico di riferimento di un’indagine qualitativa fondata sull’analisi documentale di fonti istituzionali, dichiarazioni ufficiali, letteratura scientifica e documentazione giornalistica, nella quale viene mantenuta una distinzione metodologica tra fatti verificabili, ricostruzioni delle parti e accuse non confermate indipendentemente. Il quadro interpretativo pone in relazione la geopolitica dell’accesso marittimo, il dilemma della sicurezza, il principio di sovranità territoriale e la dimensione umana dei conflitti, evidenziando come la vulnerabilità geografica non determini automaticamente il ricorso alla forza, ma possa accrescere i rischi di escalation quando si combina con una ridotta fiducia interstatale, fragilità interne e insufficienza dei meccanismi di comunicazione e mediazione. L’analisi approfondisce inoltre il ruolo della cooperazione regionale, della diplomazia multilaterale e degli accordi portuali negoziati nella costruzione di un equilibrio capace di conciliare autonomia economica, integrità territoriale e protezione delle popolazioni civili, individuando nella regolazione dell’interdipendenza una condizione fondamentale per la prevenzione dei conflitti e la stabilità del sistema del Mar Rosso.

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Quando la geografia diventa una variabile politica

La geografia costituisce una delle condizioni strutturali entro cui si sviluppano le relazioni internazionali, poiché la posizione territoriale, la disponibilità di risorse, l’accesso alle infrastrutture e la prossimità ai corridoi commerciali strategici contribuiscono a delimitare le opportunità e i vincoli dell’azione politica, senza tuttavia rappresentare una spiegazione sufficiente del comportamento degli Stati, che dipende anche dalle istituzioni, dalle percezioni della minaccia, dalle relazioni di potere e dalle decisioni attraverso le quali i governi interpretano e utilizzano tali condizioni.

Le tensioni tra Etiopia ed Eritrea costituiscono un caso particolarmente significativo per esaminare questa relazione, perché l’indipendenza eritrea del 1993 ha modificato profondamente la posizione geopolitica dell’Etiopia, determinandone la perdita dell’accesso diretto al mare e rendendo necessario il ricorso a infrastrutture portuali appartenenti a Stati terzi, mentre per Asmara la disponibilità di una costa sul Mar Rosso rappresenta una componente essenziale della propria sovranità territoriale e della propria posizione strategica.

La divergenza tra queste condizioni geografiche non implica necessariamente l’esistenza di un conflitto, dal momento che l’accesso ai porti può essere regolato attraverso accordi commerciali, concessioni, investimenti infrastrutturali e forme di cooperazione bilaterale; la competizione diventa tuttavia più problematica quando un’esigenza economica viene interpretata come una pretesa strategica incompatibile con gli interessi di sicurezza dello Stato confinante, trasformando una questione potenzialmente negoziabile in un fattore di contrapposizione politica.

Nell’ottobre 2026, il deterioramento delle relazioni diplomatiche tra Addis Abeba e Asmara, accompagnato dalla ripresa dei combattimenti in alcune regioni settentrionali dell’Etiopia, ha riportato in primo piano questa contraddizione. Il 1° ottobre il governo etiope ha annunciato la chiusura della propria ambasciata in Eritrea e dichiarato persona non grata dieci diplomatici eritrei, mentre Asmara ha risposto interrompendo le relazioni diplomatiche con il Paese confinante. Le decisioni sono intervenute in un contesto caratterizzato da accuse etiopi nei confronti dell’Eritrea, del Sudan e dell’Egitto circa un presunto sostegno a un’alleanza di opposizione guidata dal Fronte popolare di liberazione del Tigray, accuse respinte dai governi interessati.

Il 9 ottobre 2026, attraverso una dichiarazione pubblicata il giorno successivo, il Segretario generale delle Nazioni Unite ha espresso grave preoccupazione per la ripresa dei combattimenti nelle regioni etiopi del Tigray, dell’Afar e dell’Amhara, richiamando le parti alla cessazione delle ostilità e alla ripresa del dialogo nel quadro dell’accordo di Pretoria del 2022, oltre a manifestare preoccupazione per le notizie relative alla presenza di forze eritree in territorio etiope. La formulazione adottata dalle Nazioni Unite è particolarmente rilevante sotto il profilo metodologico, poiché distingue la documentata ripresa delle ostilità dalle informazioni riguardanti il coinvolgimento militare eritreo, che richiedono ulteriori verifiche.

Questi sviluppi devono essere interpretati evitando di sovrapporre automaticamente le dichiarazioni dei governi alla ricostruzione indipendente degli eventi, poiché l’esistenza di una crisi diplomatica e di nuove ostilità risulta documentata, mentre la responsabilità per singoli episodi militari, le intenzioni strategiche attribuite agli attori e l’effettiva portata di alcune operazioni richiedono accertamenti specifici.

Il problema scientifico non consiste pertanto nel prevedere meccanicamente una guerra, ma nell’individuare le condizioni attraverso le quali una vulnerabilità strutturale può trasformarsi in un fattore di instabilità, interrogandosi sui meccanismi che collegano la dipendenza geografica dall’accesso marittimo all’escalation interstatale e sugli strumenti istituzionali capaci di ridurre tale rischio senza compromettere la sovranità territoriale e la sicurezza delle popolazioni.

L’ipotesi interpretativa del presente contributo è che la vulnerabilità geografica produca effetti destabilizzanti soprattutto quando interagisce con tre condizioni: la percezione di una minaccia esistenziale, la debolezza dei meccanismi di fiducia reciproca e la sovrapposizione tra conflitti interni e rivalità interstatali.

Quadro teorico della vulnerabilità geografica e della sicurezza regionale
La geografia come struttura di opportunità e vincoli

Gli studi geopolitici hanno frequentemente attribuito alla posizione geografica un ruolo rilevante nella distribuzione della potenza e nella definizione degli interessi nazionali, ma una lettura deterministica della geografia rischia di confondere i vincoli materiali con le scelte politiche che intervengono all’interno di tali vincoli, trascurando la capacità delle istituzioni e delle relazioni diplomatiche di modificare gli effetti delle condizioni territoriali.

La condizione di Stato privo di sbocco al mare comporta generalmente costi logistici aggiuntivi, dipendenza dalle infrastrutture di transito di altri Paesi e maggiore esposizione alle interruzioni dei collegamenti commerciali, sebbene tali conseguenze non siano uniformi e dipendano dalla qualità delle reti di trasporto, dagli accordi internazionali, dalla stabilità dei Paesi confinanti e dalla capacità istituzionale di diversificare gli itinerari.

La vulnerabilità geografica può pertanto essere definita come una condizione di esposizione strutturale nella quale il funzionamento di attività economiche e strategiche dipende da infrastrutture, territori o decisioni politiche non pienamente controllati dallo Stato interessato, senza che tale condizione debba necessariamente coincidere con una situazione di debolezza complessiva, poiché uno Stato può disporre di considerevoli risorse demografiche, economiche e militari e risultare, contemporaneamente, vulnerabile rispetto a una specifica funzione strategica.

Nel caso etiope, la dimensione demografica ed economica del Paese non elimina la dipendenza dai corridoi di accesso ai mercati internazionali, ma questa condizione non determina autonomamente la risposta politica, potendo incentivare la cooperazione, la diversificazione commerciale e la ricerca di accordi istituzionali oppure, in presenza di particolari condizioni, essere interpretata come una limitazione dell’autonomia nazionale e diventare oggetto di una strategia di potenza.

Il dilemma della sicurezza

Il concetto di dilemma della sicurezza, sviluppato da John H. Herz e successivamente approfondito da Robert Jervis, consente di comprendere come misure adottate da uno Stato per rafforzare la propria sicurezza possano essere percepite come minacce da un altro attore, determinando una sequenza di reazioni attraverso la quale iniziative originariamente considerate difensive contribuiscono ad aumentare l’insicurezza complessiva del sistema internazionale.

Applicato al rapporto tra Etiopia ed Eritrea, tale approccio permette di distinguere l’interesse etiope a disporre di collegamenti marittimi affidabili dalla percezione eritrea che alcune iniziative relative all’accesso al mare possano incidere sulla propria sovranità o sicurezza territoriale, evidenziando come non sia necessario che le intenzioni iniziali siano offensive affinché si produca un’escalation, qualora gli attori attribuiscano reciprocamente significati minacciosi alle proprie iniziative e reagiscano con misure capaci di rafforzare la sfiducia.

Questo meccanismo può essere aggravato dall’assenza di comunicazioni dirette, dalla mancanza di verifiche indipendenti e dall’utilizzo del linguaggio della sicurezza nazionale per rappresentare come esistenziali controversie che potrebbero essere affrontate mediante strumenti economici o diplomatici.

Il dilemma della sicurezza non deve tuttavia essere utilizzato come una categoria interpretativa applicabile indistintamente a qualsiasi conflitto, poiché la sua rilevanza scientifica risiede nella capacità di individuare un meccanismo plausibile di escalation da sottoporre alla verifica delle evidenze disponibili, senza presupporre una simmetria delle responsabilità tra attori che potrebbero aver adottato comportamenti differenti per intenzionalità, intensità e conseguenze.

Sovranità territoriale e limiti all’azione strategica

Il diritto internazionale introduce un limite fondamentale alla trasformazione delle esigenze strategiche in pretese coercitive, poiché l’articolo 2, paragrafo 4, della Carta delle Nazioni Unite stabilisce il divieto della minaccia o dell’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, mentre i principi di uguaglianza sovrana e di risoluzione pacifica delle controversie costituiscono ulteriori riferimenti essenziali dell’ordinamento internazionale.

L’interesse di uno Stato a migliorare l’accesso ai mercati internazionali non produce, di per sé, un titolo giuridico all’acquisizione di territori appartenenti a un altro Stato, così come il possesso di un’infrastruttura portuale non esclude la possibilità di concederne l’utilizzo commerciale attraverso accordi liberamente negoziati.

Occorre pertanto distinguere l’esigenza economica di accesso al mare, le modalità contrattuali e diplomatiche attraverso le quali tale esigenza può essere soddisfatta e l’eventuale ricorso a strumenti coercitivi per modificare le condizioni esistenti, evitando di rappresentare l’autonomia economica etiope e la sovranità territoriale eritrea come interessi necessariamente incompatibili.

La questione politica consiste piuttosto nella costruzione di soluzioni capaci di soddisfare esigenze logistiche legittime senza mettere in discussione l’integrità territoriale degli Stati interessati, attraverso un sistema di garanzie che renda prevedibili gli accordi e riduca il rischio che le infrastrutture diventino strumenti di pressione politica.

Sicurezza umana e prevenzione dei conflitti

La prospettiva della sicurezza umana amplia l’analisi oltre la protezione dello Stato e delle sue infrastrutture, ponendo al centro le condizioni concrete di esistenza delle persone e richiamando la concezione della sicurezza sviluppata dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo nel Rapporto sullo sviluppo umano del 1994, fondata sulla riduzione della paura, della privazione e delle minacce alle condizioni essenziali della vita.

Nel caso del Corno d’Africa, questa prospettiva impone di considerare le conseguenze delle rivalità strategiche sui civili, sui servizi sanitari, sulle comunicazioni, sulla disponibilità di beni essenziali e sulla continuità delle attività economiche, poiché il deterioramento delle condizioni materiali può alimentare ulteriori forme di instabilità, indebolire la legittimità delle istituzioni e aggravare le tensioni tra comunità locali e autorità centrali.

La sicurezza umana non costituisce quindi una dimensione accessoria rispetto alla geopolitica, ma rappresenta un criterio essenziale per valutare la sostenibilità delle strategie adottate dagli Stati, rendendo necessario considerare l’efficacia delle politiche regionali non soltanto in relazione all’incremento della capacità negoziale o militare degli attori coinvolti, ma anche alla loro concreta attitudine a ridurre i rischi per le popolazioni e a preservare le condizioni di una pace duratura.

Metodologia e delimitazione dell’analisi

Il contributo adotta un approccio qualitativo fondato sull’analisi documentale e sulla ricostruzione interpretativa del caso etiope-eritreo, utilizzando documenti delle Nazioni Unite, testi giuridici internazionali, studi scientifici di geopolitica e relazioni internazionali e fonti giornalistiche impiegate per ricostruire gli sviluppi più recenti.

La documentazione relativa all’ottobre 2026 viene valutata distinguendo le dichiarazioni ufficiali, le informazioni riportate da più fonti e gli elementi che non risultano confermati indipendentemente, nella consapevolezza che la disponibilità di informazioni relative a operazioni militari in corso può essere limitata dalla difficoltà di accesso ai territori interessati, dalla frammentazione delle fonti e dall’utilizzo politico delle comunicazioni istituzionali.

La scelta metodologica risponde alla natura della ricerca, il cui obiettivo non consiste nel misurare statisticamente una relazione causale, ma nel costruire un’interpretazione teoricamente fondata dei meccanismi attraverso i quali una condizione geografica può incidere sulle percezioni della sicurezza e sulle decisioni politiche.

L’analisi si concentra su quattro dimensioni strettamente interdipendenti: la vulnerabilità infrastrutturale, intesa come dipendenza da porti, corridoi di transito e accordi con Stati terzi; la percezione della minaccia, riferita all’interpretazione delle intenzioni altrui e alle conseguenze sul comportamento strategico; i vincoli giuridici e istituzionali, rappresentati dalla sovranità territoriale, dal divieto dell’uso della forza e dagli strumenti di risoluzione pacifica delle controversie; l’impatto umano e regionale, comprendente le conseguenze sui civili, sui servizi essenziali e sulla stabilità dei collegamenti commerciali.

Il principale limite dell’indagine riguarda l’accesso alle informazioni relative alle operazioni militari più recenti, poiché, in assenza di verifiche indipendenti complete, non è possibile attribuire un grado definitivo di attendibilità a tutte le ricostruzioni diffuse dalle parti, rendendo necessario interpretare i risultati come un’analisi dei meccanismi di rischio e non come una determinazione giudiziaria delle responsabilità.

Il contesto storico dalla separazione del 1993 alla crisi del 2026

L’indipendenza eritrea e la trasformazione della posizione etiope

L’indipendenza dell’Eritrea, formalizzata nel 1993, ha prodotto un cambiamento strutturale nella geografia politica dell’Etiopia, che ha perso l’accesso diretto alla costa e ha dovuto riorganizzare i propri collegamenti commerciali attraverso infrastrutture portuali situate negli Stati vicini, sviluppando una dipendenza logistica destinata a incidere sulla definizione delle proprie priorità economiche e strategiche.

Le relazioni tra Addis Abeba e Asmara sono state caratterizzate da una rapida alternanza di cooperazione e conflitto, culminata nella guerra del 1998-2000, che provocò gravi perdite umane e lasciò irrisolte tensioni territoriali e politiche destinate a condizionare a lungo i rapporti bilaterali.

La dichiarazione di pace del 2018 ha aperto una fase di riavvicinamento, senza tuttavia eliminare le divergenze strutturali tra i due Paesi, mentre il successivo conflitto nel Tigray, iniziato nel 2020, ha visto le forze eritree combattere a fianco delle forze federali etiopi contro il Fronte popolare di liberazione del Tigray, in un contesto segnato da gravi violazioni dei diritti umani e conseguenze umanitarie.

L’accordo di cessazione delle ostilità firmato a Pretoria il 2 novembre 2022 dal governo federale etiope e dal TPLF ha rappresentato un passaggio decisivo per porre fine alla fase principale della guerra, ma l’Eritrea non figurava tra le parti firmatarie, circostanza che ha limitato la possibilità di considerare il processo di pace come una soluzione complessiva delle tensioni regionali.

La distinzione assume particolare rilevanza perché la cessazione delle ostilità tra le principali parti firmatarie non coincide necessariamente con la completa normalizzazione dei rapporti tra tutti gli attori militari e politici coinvolti, né garantisce automaticamente la ricostruzione delle istituzioni, il ripristino dei servizi essenziali e la ricomposizione delle fratture sociali prodotte dal conflitto.

Il ritorno della questione marittima

La ricerca di un accesso marittimo più diversificato rappresenta un interesse strategico comprensibile per l’Etiopia, sia per ragioni commerciali sia per la volontà di ridurre l’esposizione a eventuali interruzioni dei collegamenti logistici, ma nel dibattito politico nazionale tale esigenza assume anche una dimensione simbolica, potendo essere rappresentata come una questione di autonomia economica, capacità di sviluppo e riconoscimento del proprio ruolo regionale.

Dal punto di vista eritreo, la medesima questione viene osservata attraverso la vulnerabilità di uno Stato caratterizzato da una popolazione e da una base economica più limitate rispetto al vicino etiope e dalla disponibilità di una costa di particolare rilevanza strategica, rispetto alla quale qualsiasi iniziativa suscettibile di modificare gli equilibri di controllo e influenza può essere percepita come un problema di sicurezza nazionale.

L’asimmetria demografica, economica e militare contribuisce quindi a rendere particolarmente sensibile il rapporto tra accesso commerciale e sovranità territoriale, ma l’analisi deve evitare di identificare automaticamente ogni richiesta etiope di accesso al mare con un progetto di acquisizione territoriale, così come non è possibile dedurre dalle preoccupazioni eritree l’esistenza di intenzioni aggressive da parte di Addis Abeba.

Le intenzioni politiche e strategiche devono essere valutate attraverso atti, dichiarazioni, accordi e comportamenti verificabili, distinguendo gli interessi dichiarati dalle modalità concrete attraverso le quali i governi intendono perseguirli.

La rottura diplomatica dell’ottobre 2026

Gli eventi dell’ottobre 2026 hanno segnato un ulteriore deterioramento delle relazioni bilaterali, poiché la chiusura delle rappresentanze diplomatiche, l’espulsione dei funzionari e le accuse di sostegno a gruppi armati hanno ridotto gli strumenti ordinari di comunicazione tra i governi, proprio mentre la ripresa dei combattimenti nel nord dell’Etiopia aumentava il rischio di una sovrapposizione tra instabilità interna e competizione interstatale.

Secondo la ricostruzione diffusa da Reuters il 1° ottobre, Addis Abeba ha accusato Eritrea, Sudan ed Egitto di sostenere un’alleanza di opposizione guidata dal TPLF, mentre i tre Paesi hanno respinto tali accuse. Nello stesso contesto, la Commissione dell’Unione africana ha invitato gli attori interessati alla massima moderazione, richiamando la necessità di evitare iniziative o dichiarazioni suscettibili di aggravare le tensioni regionali.

La gravità della situazione è stata riconosciuta dalle Nazioni Unite già il 23 settembre 2026, quando il Segretario generale aveva espresso preoccupazione per il rapido deterioramento della sicurezza nel nord dell’Etiopia, richiamando le notizie relative alla conquista di aeroporti e all’intensificazione dei combattimenti nel Tigray e nelle aree confinanti, oltre a sollecitare la protezione dei civili, l’accesso umanitario e il ritorno al dialogo nell’ambito dell’accordo di Pretoria.

Il successivo intervento del 9 ottobre ha confermato la preoccupazione internazionale per la diffusione delle ostilità nelle regioni del Tigray, dell’Afar e dell’Amhara, richiamando gli Stati al rispetto del divieto della minaccia o dell’uso della forza e del principio di non interferenza negli affari interni.

Dal punto di vista analitico, la rottura diplomatica rappresenta un indicatore del deterioramento della capacità di gestione della crisi, poiché la riduzione dei canali ufficiali, pur non dimostrando di per sé l’imminenza di un conflitto generalizzato, rende più difficile chiarire incidenti, trasmettere segnali di de-escalation e concordare procedure per evitare scontri accidentali.

La crisi presenta pertanto una caratteristica particolarmente rilevante, rappresentata dalla sovrapposizione di una controversia interstatale con una fase di instabilità interna etiope, condizione che aumenta la complessità della gestione diplomatica e accresce il rischio che iniziative locali vengano interpretate come componenti di una strategia regionale più ampia.

Accesso ai porti, dipendenza logistica e autonomia economica

La dimensione economica della vulnerabilità

L’accesso ai porti costituisce una componente essenziale della partecipazione ai mercati internazionali, poiché per uno Stato privo di sbocco al mare la continuità dei collegamenti dipende non soltanto dalle infrastrutture interne, ma anche dalla stabilità politica dei Paesi di transito, dalla qualità degli accordi commerciali e dalla disponibilità di alternative logistiche.

La dipendenza da un numero limitato di corridoi può produrre costi diretti, connessi al trasporto e alla movimentazione delle merci, e costi indiretti, derivanti dall’esposizione alle interruzioni, dall’incertezza sui tempi di consegna e dalla ridotta capacità di negoziare condizioni alternative, incidendo sulla competitività delle imprese, sull’approvvigionamento di beni essenziali e sulla possibilità di sostenere processi di industrializzazione.

L’accesso marittimo assume così una dimensione che supera il commercio e diventa una componente della resilienza economica, senza che ciò implichi la necessità di perseguire la sicurezza logistica attraverso strumenti militari, poiché proprio l’importanza economica della continuità dei collegamenti rende particolarmente rilevante la disponibilità di accordi stabili, prevedibili e giuridicamente garantiti.

Il porto di Assab come questione strategica

Il porto eritreo di Assab rappresenta un riferimento centrale nel dibattito sull’accesso etiope al Mar Rosso, poiché la sua posizione geografica può apparire funzionale a una strategia di diversificazione dei corridoi logistici, sebbene il suo valore economico non possa essere separato dalle implicazioni politiche e di sicurezza che deriverebbero da un eventuale accordo di utilizzo.

Un’intesa commerciale dovrebbe definire con precisione le condizioni di accesso, i diritti di gestione, le responsabilità finanziarie, le procedure doganali e le garanzie di sicurezza, costruendo un rapporto contrattuale sufficientemente stabile da resistere alle oscillazioni delle relazioni politiche e da evitare che la concessione commerciale venga interpretata come una limitazione della sovranità del Paese costiero o come una forma indiretta di controllo strategico.

La distinzione tra accesso e possesso, tra utilizzo economico e sovranità territoriale, costituisce pertanto una condizione essenziale per qualsiasi ipotesi negoziale, poiché permette di ricondurre la questione portuale alla dimensione della cooperazione economica senza trasformarla necessariamente in una controversia sull’integrità territoriale.

Diversificazione e interdipendenza

La riduzione della vulnerabilità non coincide necessariamente con la ricerca di un unico nuovo sbocco marittimo, potendo invece essere perseguita attraverso una strategia di diversificazione dei corridoi, il miglioramento delle infrastrutture ferroviarie e stradali, l’interoperabilità doganale e la stipulazione di accordi di transito di lungo periodo.

La diversificazione richiede investimenti e comporta costi iniziali, ma può ridurre l’esposizione a decisioni unilaterali e aumentare la capacità negoziale, mentre l’interdipendenza economica, pur potendo rafforzare gli incentivi alla cooperazione, non costituisce una garanzia automatica di pace, dal momento che gli scambi commerciali possono generare strumenti di pressione quando una parte controlla infrastrutture indispensabili all’altra.

La questione fondamentale assume quindi carattere istituzionale e riguarda la capacità di costruire regole, garanzie e meccanismi di composizione delle controversie che rendano l’interdipendenza meno vulnerabile all’utilizzo politico delle asimmetrie economiche.

Il Tigray e la sovrapposizione delle crisi

La fragilità del processo di pace

L’accordo di Pretoria del 2022 ha rappresentato un importante risultato diplomatico, ma il consolidamento della pace richiede interventi che vadano oltre la cessazione delle operazioni militari, poiché la ricostruzione delle istituzioni, il ripristino dei servizi essenziali, la tutela dei diritti, il trattamento delle questioni territoriali e la ricomposizione delle fratture politiche costituiscono condizioni necessarie per ridurre la probabilità di una ripresa del conflitto.

Le nuove ostilità documentate nel settembre e nell’ottobre 2026 evidenziano la fragilità di questo processo, mostrando come la mancata stabilizzazione delle relazioni politiche e delle condizioni materiali possa compromettere risultati diplomatici precedentemente raggiunti.

Le informazioni diffuse dalle Nazioni Unite descrivono un deterioramento della sicurezza che ha interessato più regioni settentrionali e ha reso necessario un nuovo richiamo alla cessazione delle ostilità e alla ripresa del dialogo, confermando che il problema non riguarda soltanto la possibilità di ulteriori combattimenti, ma anche la conservazione delle condizioni istituzionali e sociali indispensabili alla stabilizzazione.

La dimensione interna e quella internazionale

I conflitti contemporanei possono essere alimentati dall’interazione tra competizione interna, sostegno esterno, rivalità regionali e percezioni della minaccia, e nel caso etiope la crisi del Tigray si inserisce in un contesto più ampio di tensioni politiche e militari nel quale le accuse relative al sostegno straniero a gruppi armati, qualora confermate, potrebbero contribuire a internazionalizzare ulteriormente il confronto.

In assenza di verifiche indipendenti, tuttavia, tali accuse non possono essere assunte come fatti definitivamente accertati, poiché è necessario distinguere la presenza di interessi esterni dall’effettiva dimostrazione di un coordinamento operativo, evitando di trasformare le dichiarazioni delle parti in elementi probatori sufficienti.

La sovrapposizione delle crisi può generare una spirale di escalation nella quale un governo interpreta un movimento militare come una minaccia, risponde rafforzando le proprie capacità, induce l’avversario a considerare tale risposta una conferma delle intenzioni ostili e riduce progressivamente le possibilità di compromesso.

L’analisi del dilemma della sicurezza permette di comprendere questa dinamica, ma non esclude la necessità di accertare responsabilità e comportamenti concreti, poiché la comprensione dei meccanismi di escalation non deve tradursi in una neutralizzazione delle differenze tra le condotte degli attori coinvolti.

Le conseguenze sulla sicurezza umana

La ripresa dei combattimenti comporta rischi diretti per la popolazione civile, poiché le interruzioni delle comunicazioni, le limitazioni agli spostamenti, le difficoltà nell’accesso alle cure, la scarsità di liquidità e la discontinuità dei servizi possono compromettere le condizioni di vita anche in assenza di un avanzamento militare significativo.

Le conseguenze della guerra non si limitano alla distruzione materiale, ma comprendono la perdita di fiducia nelle istituzioni, la frammentazione delle comunità, lo spostamento forzato delle persone e la riduzione delle opportunità economiche, producendo effetti che possono prolungare l’instabilità oltre la conclusione delle ostilità.

La dimensione umanitaria della crisi è stata ulteriormente evidenziata dalle Nazioni Unite, che il 14 ottobre 2026 hanno annunciato uno stanziamento di 8,5 milioni di dollari dal Fondo centrale di risposta alle emergenze per sostenere interventi salvavita e attività di protezione dei civili nelle regioni settentrionali dell’Etiopia, confermando la rilevanza delle esigenze di assistenza in un contesto di deterioramento della sicurezza.

La protezione dei civili deve pertanto essere considerata un obiettivo autonomo della politica di sicurezza, non una conseguenza eventuale del raggiungimento degli obiettivi militari, rendendo necessari strumenti di allerta precoce, accesso umanitario, ripristino dei servizi essenziali e procedure di verifica degli incidenti, soprattutto quando una crisi interna rischia di diventare il terreno di una competizione interstatale.

Il Mar Rosso come spazio di interdipendenza strategica

Bab el-Mandeb e il collegamento tra Oceano Indiano e Mediterraneo

Il Mar Rosso costituisce un corridoio fondamentale per i collegamenti commerciali tra Asia ed Europa, poiché lo stretto di Bab el-Mandeb e il Canale di Suez rappresentano nodi essenziali di una rete marittima la cui funzionalità incide sui tempi di trasporto, sui costi logistici e sulla continuità degli approvvigionamenti.

La rilevanza di questa direttrice non significa tuttavia che ogni crisi terrestre nel Corno d’Africa comporti automaticamente un’interruzione della navigazione, essendo necessario distinguere gli effetti diretti, come un blocco fisico o un attacco alle navi, dagli effetti indiretti, quali l’aumento della percezione del rischio, dei costi assicurativi e delle esigenze di protezione.

Un eventuale ulteriore deterioramento delle relazioni tra Etiopia ed Eritrea potrebbe incidere sul quadro regionale soprattutto qualora si sovrapponesse ad altre crisi presenti lungo la direttrice marittima, rendendo necessario analizzare la sicurezza del Mar Rosso come il risultato dell’interazione tra stabilità costiera, conflitti terrestri, capacità di cooperazione e protezione delle infrastrutture.

Infrastrutture e potere

Porti, terminali, strade, ferrovie e corridoi di transito costituiscono elementi materiali della capacità di uno Stato di partecipare agli scambi internazionali e proiettare influenza, potendo produrre benefici condivisi ma anche diventare strumenti di pressione quando l’accesso viene subordinato a concessioni politiche o a condizioni non prevedibili.

La resilienza delle reti commerciali dipende pertanto non soltanto dalla loro efficienza tecnica, ma anche dall’affidabilità delle istituzioni che ne regolano l’utilizzo, poiché la disponibilità di un’infrastruttura non garantisce autonomamente la continuità dei collegamenti se manca un sistema credibile di obblighi, controlli e garanzie.

Da questa prospettiva, la competizione per l’accesso marittimo rappresenta un caso di interdipendenza asimmetrica, nel quale gli attori coinvolti possono trarre benefici reciproci dalla cooperazione senza disporre necessariamente dello stesso potere negoziale o della medesima capacità di sopportare un’interruzione dei flussi.

La riduzione dell’asimmetria non richiede di eliminare ogni dipendenza, obiettivo spesso irrealistico nelle relazioni economiche internazionali, ma di renderla prevedibile, regolata e compatibile con gli interessi fondamentali delle parti.

La dimensione internazionale

Il Corno d’Africa è interessato da relazioni politiche, economiche e di sicurezza che coinvolgono numerosi attori regionali e internazionali, i cui interessi commerciali, le iniziative infrastrutturali e gli accordi di cooperazione militare possono sovrapporsi senza costituire necessariamente parti di un unico disegno geopolitico.

L’analisi deve pertanto evitare sia di sottovalutare l’influenza degli attori esterni sia di attribuire ogni sviluppo locale a una regia internazionale unitaria, riconoscendo che la capacità degli Stati del Corno d’Africa di negoziare condizioni favorevoli dipende anche dalle proprie istituzioni, dalla qualità delle relazioni regionali e dalla possibilità di diversificare le partnership.

Il rafforzamento delle organizzazioni multilaterali e dei meccanismi africani di prevenzione dei conflitti può contribuire a evitare che la competizione per le infrastrutture si traduca in una progressiva militarizzazione dei rapporti regionali, favorendo invece la costruzione di condizioni istituzionali nelle quali gli interessi economici possano essere perseguiti senza compromettere la stabilità politica.

Sovranità e accesso al mare nella prospettiva di una composizione negoziale

Oltre la contrapposizione tra autonomia e integrità territoriale

Il dibattito sull’accesso marittimo rischia di essere rappresentato come una scelta binaria tra le esigenze di autonomia dell’Etiopia e la tutela della sovranità eritrea, ma questa contrapposizione non è inevitabile, poiché il diritto internazionale e la prassi delle relazioni economiche consentono di sviluppare forme di cooperazione capaci di garantire l’utilizzo di infrastrutture senza trasferire la sovranità territoriale.

Accordi portuali, concessioni commerciali, investimenti condivisi e corridoi logistici possono essere negoziati attraverso strumenti contrattuali e diplomatici, purché le condizioni siano definite in modo trasparente e compatibile con il diritto applicabile, mentre la sostenibilità di tali accordi dipende dalla chiarezza delle competenze, dalla durata delle concessioni, dalle garanzie finanziarie e dalla disponibilità di meccanismi indipendenti per risolvere le controversie.

La cooperazione economica non elimina necessariamente il conflitto di interessi, ma può ridurre gli incentivi al ricorso alla forza qualora renda credibili i benefici della stabilità e consenta alle parti di considerare la continuità dei collegamenti come un interesse condiviso anziché come una concessione imposta.

Le garanzie necessarie

Un eventuale accordo duraturo dovrebbe fondarsi su un insieme coerente di garanzie giuridiche, economiche e istituzionali, a partire dalla definizione inequivocabile dei diritti di accesso e dall’assenza di ambiguità sulla sovranità territoriale, proseguendo con condizioni economiche trasparenti relative alle tariffe, agli investimenti, alle responsabilità gestionali e alle procedure doganali.

A queste disposizioni dovrebbero affiancarsi meccanismi di risoluzione delle controversie capaci di affrontare eventuali divergenze senza ricorrere a misure coercitive, garanzie di continuità del servizio compatibili con le esigenze di sicurezza del Paese ospitante e forme di verifica e consultazione periodica attraverso le quali prevenire incidenti e adattare gli accordi ai cambiamenti delle condizioni operative.

Tali elementi non costituiscono una proposta già concordata tra Etiopia ed Eritrea, ma rappresentano criteri analitici per valutare la credibilità di eventuali iniziative negoziali, nella consapevolezza che la sostenibilità della cooperazione dipende soprattutto dalla capacità di trasformare gli impegni politici in obblighi prevedibili e reciprocamente verificabili.

La diversificazione come strumento di de-escalation

Una strategia di diversificazione dei corridoi può ridurre la dipendenza da un singolo interlocutore e diminuire contemporaneamente il valore coercitivo attribuito al controllo di una specifica infrastruttura, attenuando la pressione politica associata all’accesso ai porti senza necessariamente eliminare le controversie territoriali.

Per essere efficace, tale strategia deve tuttavia evitare di trasformarsi in una competizione per la costruzione di infrastrutture esclusivamente orientate alla proiezione militare, poiché la sostenibilità economica degli investimenti, la trasparenza degli accordi e la cooperazione tra gli Stati interessati rappresentano condizioni indispensabili affinché la resilienza logistica possa contribuire alla prevenzione dei conflitti.

Le implicazioni per l’Unione europea e per l’Italia

La sicurezza delle rotte e la stabilità regionale

La stabilità del Corno d’Africa assume una rilevanza particolare per l’Europa sia per la sicurezza delle rotte commerciali sia per le conseguenze umanitarie e politiche delle crisi regionali, poiché la continuità dei collegamenti marittimi incide sulle catene di approvvigionamento, sui costi di trasporto e sulla prevedibilità delle attività economiche.

Un deterioramento della sicurezza può produrre effetti anche in assenza di un’interruzione formale della navigazione, attraverso l’aumento dei costi assicurativi, la necessità di modificare gli itinerari e il rafforzamento delle misure di protezione delle infrastrutture e dei trasporti.

Per l’Italia, la connessione tra Mar Rosso e Mediterraneo attribuisce alla stabilità regionale un significato che supera la dimensione strettamente militare, rendendo necessario integrare la sicurezza delle rotte con la diplomazia preventiva, la cooperazione economica e il sostegno alle istituzioni multilaterali.

Una strategia concentrata esclusivamente sulla protezione delle navi rischierebbe infatti di affrontare gli effetti più visibili dell’instabilità senza intervenire sulle condizioni politiche e sociali che possono alimentarla, mentre una prospettiva più ampia dovrebbe considerare la sicurezza marittima come parte di un sistema di relazioni regionali nel quale la stabilità terrestre e quella commerciale risultano strettamente connesse.

Il ruolo della diplomazia preventiva

L’Unione europea e l’Italia possono contribuire alla prevenzione dell’escalation sostenendo iniziative diplomatiche coordinate, il dialogo tra Addis Abeba e Asmara e il rafforzamento dei meccanismi regionali di gestione delle controversie, nella consapevolezza che la credibilità della mediazione dipende dalla capacità di mantenere aperti canali di comunicazione anche nei momenti di maggiore tensione.

Le Nazioni Unite hanno richiamato gli Stati interessati al rispetto della Carta e alla ripresa del dialogo previsto dall’accordo di Pretoria, mentre l’Unione africana rappresenta una sede essenziale per promuovere consultazioni politiche e iniziative di de-escalation, soprattutto in una regione nella quale le controversie interstatali si sovrappongono frequentemente a crisi interne e tensioni transfrontaliere.

L’efficacia di questi interventi dipende dalla possibilità di sviluppare procedure di verifica e mediazione che sopravvivano alle oscillazioni delle relazioni diplomatiche, evitando che la sospensione dei rapporti ufficiali si traduca in una completa assenza di strumenti per chiarire incidenti, prevenire interpretazioni errate e ridurre il rischio di escalation.

Il sostegno alla sicurezza umana

La prevenzione dei conflitti richiede anche interventi direttamente rivolti alle popolazioni coinvolte, poiché il ripristino dei servizi sanitari, delle comunicazioni, dell’accesso agli aiuti e delle infrastrutture civili può ridurre le conseguenze immediate delle ostilità e contribuire alla ricostruzione delle condizioni necessarie alla stabilizzazione.

Gli interventi umanitari devono mantenere una distinzione chiara rispetto agli obiettivi militari e garantire, nei limiti delle condizioni operative, l’accesso alle persone che necessitano di assistenza, evitando che le esigenze di protezione vengano subordinate alla competizione politica tra gli attori coinvolti.

La sicurezza umana rappresenta così un criterio concreto per valutare la qualità della risposta internazionale, che non può essere misurata soltanto attraverso la capacità di impedire un’estensione del conflitto, ma deve comprendere anche la riduzione dei danni già prodotti e la prevenzione di nuove vulnerabilità sociali.

Quando la vulnerabilità diventa escalation

L’analisi consente di individuare tre meccanismi attraverso i quali la geografia può contribuire all’instabilità, mostrando come le condizioni territoriali assumano significati strategici differenti in relazione alle istituzioni, alle percezioni della minaccia e alle relazioni di potere.

Il primo meccanismo riguarda la trasformazione di una dipendenza materiale in una questione di autonomia nazionale, poiché quando l’accesso a infrastrutture essenziali viene percepito come una condizione indispensabile per lo sviluppo, la sua indisponibilità può assumere un significato politico superiore al valore strettamente economico e diventare parte della rappresentazione pubblica della sicurezza e dell’identità dello Stato.

Il secondo meccanismo consiste nell’interazione tra percezioni della minaccia, attraverso la quale una misura presentata da un governo come difensiva o necessaria viene interpretata dal vicino come il segnale di un progetto offensivo, determinando reazioni che, in assenza di comunicazioni affidabili, possono rafforzare le interpretazioni iniziali e produrre una progressiva riduzione dello spazio negoziale.

Il terzo meccanismo è rappresentato dalla sovrapposizione tra instabilità interna e rivalità interstatale, poiché le crisi domestiche possono offrire occasioni di pressione politica, alimentare sospetti di interferenza e ridurre la disponibilità al compromesso, rendendo inoltre più complessa la distinzione tra operazioni locali, sostegno esterno e confronto diretto fra governi.

Questi meccanismi non dimostrano che la vulnerabilità geografica conduca necessariamente alla guerra, ma indicano che il rischio aumenta quando la dipendenza materiale, la sfiducia politica e l’assenza di strumenti istituzionali si rafforzano reciprocamente, trasformando una condizione strutturale in un fattore di competizione.

Ne deriva una conseguenza teorica di particolare rilievo, poiché la geografia non può essere considerata soltanto una variabile indipendente che condiziona il comportamento degli Stati, essendo il suo significato strategico mediato dalle istituzioni, dalle rappresentazioni politiche e dalle relazioni di potere.

Una medesima condizione geografica può quindi produrre esiti differenti, dal momento che la dipendenza da un porto può incentivare un accordo commerciale, stimolare la diversificazione infrastrutturale oppure alimentare una competizione coercitiva, mentre la differenza tra questi risultati dipende dalle condizioni politiche e istituzionali entro le quali viene gestita.

La valutazione delle politiche di sicurezza dovrebbe pertanto privilegiare non necessariamente le iniziative finalizzate a eliminare ogni dipendenza, obiettivo spesso irrealistico, ma quelle capaci di ridurre la possibilità che una dipendenza venga trasformata in uno strumento di coercizione.

Limiti dell’analisi e prospettive della ricerca

Il presente contributo presenta alcuni limiti che devono essere considerati nell’interpretazione dei risultati, a partire dal carattere ancora evolutivo della situazione politica e militare dell’ottobre 2026, rispetto alla quale le informazioni disponibili possono risultare incomplete e le ricostruzioni degli episodi contestati possono essere modificate da successive verifiche indipendenti.

L’approccio qualitativo adottato non consente inoltre di quantificare il peso relativo dei fattori geografici, economici, istituzionali e militari nell’escalation, mentre la concentrazione prevalente sulla relazione tra Etiopia ed Eritrea e sulla dimensione del Mar Rosso non permette di sviluppare una comparazione sistematica con altri Stati privi di sbocco al mare o con differenti corridoi commerciali strategici.

Ricerche successive potrebbero ampliare l’indagine attraverso il confronto tra diversi accordi di accesso portuale, l’analisi dei costi logistici e la ricostruzione delle decisioni diplomatiche adottate durante precedenti crisi, così da verificare in quali condizioni la dipendenza infrastrutturale favorisca la cooperazione e in quali, invece, possa contribuire alla competizione.

Un ulteriore sviluppo potrebbe riguardare l’elaborazione di indicatori di allerta precoce capaci di integrare segnali diplomatici, interruzioni infrastrutturali, movimenti militari documentati e deterioramento delle condizioni umanitarie, purché tali strumenti siano costruiti attraverso fonti indipendenti, criteri di classificazione espliciti e una valutazione attenta del rischio di attribuire significati univoci a indicatori suscettibili di spiegazioni alternative.

La prevenzione come governo dell’interdipendenza

La crisi tra Etiopia ed Eritrea mostra come una condizione geografica possa acquisire un significato politico e strategico che supera la dimensione materiale dell’accesso al mare, poiché la dipendenza dai corridoi commerciali può incidere sull’autonomia economica e sulla percezione della sicurezza nazionale, soprattutto quando si combina con sfiducia reciproca, fragilità istituzionale e conflitti interni, aumentando il rischio che una questione potenzialmente negoziabile venga rappresentata come una minaccia esistenziale.

La geografia, tuttavia, non determina inevitabilmente il conflitto, poiché le condizioni territoriali delimitano le opzioni disponibili senza stabilire autonomamente quale debba essere la scelta tra cooperazione e coercizione, che dipende invece dalle decisioni politiche, dagli strumenti diplomatici e dalla capacità delle istituzioni di rendere credibili gli accordi.

Il caso etiope-eritreo evidenzia in particolare la necessità di distinguere l’accesso economico dalla sovranità territoriale, riconoscendo che l’esigenza di collegamenti marittimi affidabili può essere affrontata attraverso accordi commerciali, diversificazione infrastrutturale e cooperazione regionale, senza implicare il trasferimento della sovranità o la legittimazione dell’uso della forza.

La prevenzione dell’escalation richiede inoltre di considerare la sicurezza umana come parte integrante della stabilità, poiché la protezione dei civili, la continuità dei servizi essenziali e il ripristino delle condizioni di vita non costituiscono obiettivi separati dalla politica di sicurezza, ma componenti indispensabili della sostenibilità della pace.

Per l’Unione europea e per l’Italia, il Corno d’Africa rappresenta pertanto un ambito nel quale la tutela degli interessi economici deve essere accompagnata dal sostegno alla diplomazia preventiva, alla cooperazione multilaterale e al rispetto del diritto internazionale, evitando che la rilevanza delle rotte commerciali oscuri le conseguenze umanitarie e sociali delle crisi regionali.

Il risultato centrale dell’analisi consiste nel riconoscere che la vulnerabilità geografica diventa un fattore di escalation non per la sua semplice esistenza, ma quando viene gestita attraverso la sfiducia, la coercizione e l’assenza di garanzie istituzionali, mentre la stabilità del Mar Rosso dipende anche dalla capacità degli Stati del Corno d’Africa di costruire un’interdipendenza regolata, nella quale l’accesso alle infrastrutture non diventi una minaccia alla sovranità e la tutela della sovranità non si traduca nell’impossibilità di cooperare.

La prevenzione dei conflitti non consiste nell’eliminare le divergenze di interesse, ma nel creare condizioni politiche, giuridiche e istituzionali che consentano di affrontarle senza trasformarle in guerre. È precisamente nella capacità di governare l’interdipendenza, più che nel controllo esclusivo delle risorse e dei corridoi strategici, che può essere individuata una misura concreta della sicurezza regionale, poiché la stabilità non deriva soltanto dalla disponibilità di strumenti di difesa, ma anche dalla possibilità di costruire relazioni nelle quali gli interessi degli Stati non vengano perseguiti a discapito dell’integrità territoriale, della sicurezza delle popolazioni e delle condizioni necessarie alla convivenza pacifica.


Note

[1] Reuters (2026, 1° ottobre), Eritrea cuts ties with Ethiopia over Asmara embassy closure. La ricostruzione documenta la decisione etiope di chiudere la rappresentanza diplomatica ad Asmara, l’espulsione di dieci diplomatici eritrei e la successiva interruzione delle relazioni diplomatiche annunciata dall’Eritrea. Le accuse relative al sostegno a gruppi armati sono riportate come dichiarazioni delle parti e non come responsabilità accertate.

[2] United Nations, Secretary-General (2026, 9 ottobre), Statement attributable to the Spokesperson for the Secretary-General on Ethiopia, pubblicato il 10 ottobre 2026. Il documento richiama alla cessazione delle ostilità, alla ripresa del dialogo nell’ambito dell’accordo di Pretoria e al rispetto della Carta delle Nazioni Unite, esprimendo inoltre preoccupazione per le notizie relative alla presenza di forze eritree in Etiopia.

[3] Herz, J. H. (1950), Idealist Internationalism and the Security Dilemma, World Politics, 2(2), 157–180; Jervis, R. (1978), Cooperation Under the Security Dilemma, World Politics, 30(2), 167–214. I due contributi costituiscono riferimenti fondamentali per l’elaborazione del concetto di dilemma della sicurezza.

[4] United Nations (1945), Charter of the United Nations, articoli 2(1), 2(3) e 2(4), relativi rispettivamente all’uguaglianza sovrana degli Stati, alla risoluzione pacifica delle controversie e al divieto della minaccia o dell’uso della forza.

[5] United Nations Development Programme (1994), Human Development Report 1994: New Dimensions of Human Security, Oxford University Press. Il rapporto costituisce uno dei riferimenti fondamentali per lo sviluppo della concezione della sicurezza umana.

[6] Government of the Federal Democratic Republic of Ethiopia e Tigray People’s Liberation Front (2022), Agreement for Lasting Peace through a Permanent Cessation of Hostilities, Pretoria, 2 novembre 2022. L’accordo riguarda le parti firmatarie e non costituisce, di per sé, una soluzione complessiva delle controversie regionali.

[7] United Nations, Secretary-General (2026, 23 settembre), UN Secretary-General statement on Ethiopia. Il comunicato documenta la preoccupazione delle Nazioni Unite per il deterioramento della situazione nel nord dell’Etiopia e per le notizie relative all’intensificazione dei combattimenti, richiamando alla protezione dei civili e al ripristino del dialogo.

[8] Reuters (2026, 1° ottobre), Eritrea cuts ties with Ethiopia over Asmara embassy closure; Associated Press (2026, ottobre), Ethiopia expels 10 Eritrean diplomats as tensions between neighbors escalate. Le ricostruzioni giornalistiche costituiscono fonti per la cronologia degli eventi e per le dichiarazioni dei governi, senza sostituire verifiche indipendenti sulle responsabilità militari.

[9] United Nations in Ethiopia (2026, 14 ottobre), comunicazione relativa allo stanziamento di 8,5 milioni di dollari dal Central Emergency Response Fund per il sostegno umanitario nelle regioni settentrionali dell’Etiopia.

Bibliografia

Letteratura scientifica

Herz, J. H. (1950). Idealist internationalism and the security dilemma. World Politics, 2(2), 157–180.

Jervis, R. (1978). Cooperation under the security dilemma. World Politics, 30(2), 167–214.

Kaplan, R. D. (2012). The revenge of geography: What the map tells us about coming conflicts and the battle against fate. Random House.

Mearsheimer, J. J. (2001). The tragedy of great power politics. W. W. Norton & Company.

Documenti istituzionali e fonti primarie

Government of the Federal Democratic Republic of Ethiopia & Tigray People’s Liberation Front. (2022, 2 novembre). Agreement for lasting peace through a permanent cessation of hostilities. Pretoria.

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United Nations Development Programme. (1994). Human development report 1994: New dimensions of human security. Oxford University Press.

United Nations Secretary-General. (2026, 23 settembre). UN Secretary-General statement on Ethiopia. United Nations in Ethiopia.

United Nations Secretary-General. (2026, 9 ottobre). Statement attributable to the Spokesperson for the Secretary-General on Ethiopia. United Nations in Ethiopia.

United Nations in Ethiopia. (2026, 14 ottobre). UN allocates US$8.5 million from emergency fund to address humanitarian needs in Ethiopia’s northern regions.

Fonti giornalistiche per la ricostruzione degli eventi del 2026

Associated Press. (2026, ottobre). Ethiopia expels 10 Eritrean diplomats as tensions between neighbors escalate.

Reuters. (2026, 1° ottobre). Eritrea cuts ties with Ethiopia over Asmara embassy closure.


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