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Massimiliano Mancini NOTIZIE Politica e Scienze Politiche

Polizia locale contro Tajani: «Non siamo imboscati, chiediamo rispetto e una riforma all’altezza delle nostre funzioni»

Comandanti, responsabili e appartenenti alla Polizia locale di tutta Italia sottoscrivono una nota indirizzata al vicepresidente del Consiglio dopo le dichiarazioni rese a “È sempre Cartabianca”. Non una contrapposizione politica, ma la richiesta di riconoscere il lavoro svolto sulle strade e negli uffici e di aprire un confronto sul futuro della categoria

Massimiliano Mancini

Abstract: Centosettantuno sottoscrittori ai quali continuano ad aggiungersi continuamente altri operatori di polizia locale, in larga parte comandanti e responsabili di Corpi e Servizi provenienti da numerose realtà territoriali italiane, hanno aderito a una nota indirizzata al Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale Antonio Tajani, e per conoscenza alla redazione di “È sempre Cartabianca”, dopo le dichiarazioni con le quali il Ministro, intervenendo sul tema della sicurezza urbana, aveva affermato che nelle grandi città la Polizia locale finirebbe talvolta per essere «un po’ imboscata negli uffici». L’iniziativa non contesta la necessità di rafforzare la presenza sul territorio, ma respinge una rappresentazione ritenuta riduttiva del lavoro svolto quotidianamente dalla categoria e pone una questione più ampia: se alla Polizia locale viene richiesto un contributo crescente alla sicurezza delle città, occorre interrogarsi sugli organici, sulle risorse, sugli strumenti, sulle tutele e sull’ordinamento entro il quale tale contributo deve essere assicurato. La mobilitazione si colloca inoltre in una fase particolarmente significativa, mentre il disegno di legge delega A.S. 1903 sul riordino delle funzioni e dell’ordinamento della Polizia locale, già approvato dalla Camera, ha concluso il 22 settembre 2026 l’esame nella Commissione Affari costituzionali del Senato. La protesta diventa così occasione per riportare al centro del dibattito non soltanto una frase contestata, ma la distanza ancora esistente tra le funzioni concretamente esercitate dalla Polizia locale e il riconoscimento ordinamentale, professionale e organizzativo della categoria.

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Da una dichiarazione televisiva a una mobilitazione nazionale

Una frase pronunciata nel dibattito televisivo sulla sicurezza delle città ha provocato una reazione che, nel giro di pochi giorni, è andata oltre la polemica sindacale e ha coinvolto comandanti, responsabili, funzionari e appartenenti alla Polizia locale provenienti da numerose realtà italiane.

Nel corso di un intervento a “È sempre Cartabianca”, affrontando il tema dell’impiego dei militari nelle città, il Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale Antonio Tajani aveva sostenuto che, per rafforzare la sicurezza sul territorio, si potrebbe utilizzare maggiormente la Polizia locale, aggiungendo che nelle grandi città questa finirebbe talvolta per essere «un po’ imboscata negli uffici». Le dichiarazioni hanno provocato reazioni da parte delle rappresentanze della categoria e sono state riportate dalla stampa nazionale.

Da quella frase è nata una diversa iniziativa: una nota indirizzata direttamente al Ministro Tajani e, per conoscenza, alla redazione della trasmissione televisiva condotta da Bianca Berlinguer, avente per oggetto le dichiarazioni sulla Polizia locale e la richiesta di «rispetto istituzionale e di un confronto sul ruolo, sulle funzioni e sul futuro della categoria».

A sottoscriverla sono stati 171 appartenenti e rappresentanti della Polizia locale, con una presenza particolarmente significativa di comandanti e responsabili di Corpi e Servizi provenienti da territori diversi del Paese e alla prima nota raccolta nell’immediatezza delle dichiarazioni si sono aggiunte tante altre sottoscrizioni.

Ed è proprio la composizione delle adesioni a conferire all’iniziativa un significato che supera la reazione individuale a una dichiarazione ritenuta offensiva: nell’elenco compaiono grandi e piccoli Comuni, Corpi provinciali, realtà associate e operatori provenienti da aree geografiche differenti, restituendo almeno in parte quella frammentazione territoriale che rappresenta contemporaneamente una delle caratteristiche e uno dei problemi strutturali della Polizia locale italiana.

«Non è una contrapposizione politica»

La scelta compiuta dai sottoscrittori è significativa anche nel linguaggio utilizzato. La nota evita di trasformare la vicenda in una contrapposizione partitica e afferma esplicitamente che il problema «non attiene a contrapposizioni di natura politica», ma riguarda il riconoscimento delle funzioni effettivamente esercitate e il rispetto dovuto a chi quotidianamente le svolge.

È una distinzione importante perché consente di separare due questioni che rischierebbero altrimenti di sovrapporsi. Una riguarda la legittima discussione politica sull’organizzazione della sicurezza urbana e sull’opportunità di rafforzare la presenza della Polizia locale nelle strade; l’altra riguarda invece la rappresentazione di chi presta servizio negli uffici dei Comandi come personale in qualche modo sottratto all’attività operativa. La nota non contesta la prima questione. Contesta la seconda e lo fa partendo dalla concreta organizzazione del servizio.

La Polizia locale è sulla strada, ma è anche negli uffici

La rappresentazione di una contrapposizione tra una Polizia locale operativa sulla strada e una Polizia locale confinata negli uffici non tiene conto della natura stessa dell’attività svolta dai Comandi.

Gli operatori sono impegnati nella sicurezza stradale, negli incidenti, davanti alle scuole, durante manifestazioni ed eventi, nelle emergenze, nei controlli commerciali, edilizi e ambientali, nella sicurezza urbana e nelle attività di polizia giudiziaria; collaborano inoltre con Forze di polizia dello Stato, Autorità giudiziaria, Prefetture e altre amministrazioni.

Ma una parte di quelle stesse funzioni deve necessariamente proseguire negli uffici.

È qui che vengono redatti gli atti di polizia giudiziaria e le informative destinate all’Autorità giudiziaria, ricostruiti gli incidenti stradali, predisposti verbali, ordinanze, accertamenti e relazioni e istruiti i procedimenti amministrativi conseguenti all’attività operativa. Come sintetizzano efficacemente i sottoscrittori, «la strada e l’ufficio non sono due Polizie Locali diverse. Sono due momenti dello stesso servizio».

È probabilmente questo il passaggio che meglio consente di comprendere il senso dell’iniziativa. Non si rivendica il diritto a rimanere negli uffici né si nega l’esigenza di una maggiore presenza sul territorio laddove questa sia necessaria; si contesta invece che il lavoro amministrativo, investigativo e procedimentale inevitabilmente collegato all’attività esterna possa essere rappresentato come una forma di sottrazione al servizio.

Ogni incidente rilevato, ogni attività di polizia giudiziaria, ogni sequestro, ogni accertamento amministrativo e una parte consistente degli interventi effettuati sulla strada generano infatti atti, responsabilità e procedimenti che qualcuno deve necessariamente completare.

Il problema degli organici e la distanza tra i territori

La questione diventa ancora più complessa se osservata attraverso la struttura estremamente eterogenea della Polizia locale italiana.

Esistono grandi Corpi metropolitani con articolazioni specialistiche, Comandi di medie dimensioni e una quantità di piccoli enti nei quali pochissimi operatori — in alcuni casi persino uno soltanto — devono assicurare contemporaneamente funzioni che spaziano dalla circolazione stradale alla polizia giudiziaria, dall’edilizia al commercio, dall’ambiente alle manifestazioni e alle emergenze. È la stessa nota a richiamare questa distanza organizzativa tra territori, sottolineando come, soprattutto nelle realtà minori, il Comando rappresenti spesso uno dei primi riferimenti dell’amministrazione per il cittadino.

Il documento non nega le criticità. Al contrario, i sottoscrittori dichiarano di conoscere «le difficoltà del sistema, le differenze organizzative esistenti sul territorio nazionale, le carenze e ciò che può e deve essere migliorato», sostenendo però che proprio questa complessità richieda un confronto sulla sicurezza urbana più rigoroso delle semplificazioni. È qui che la protesta per una frase assume una dimensione più propriamente istituzionale.

La protesta arriva mentre la riforma entra nella fase decisiva

La vicenda cade infatti in un momento particolare per il futuro della categoria.

La Polizia locale continua ad avere nella legge 7 marzo 1986, n. 65 il proprio fondamentale riferimento ordinamentale, mentre funzioni, responsabilità, tecnologie e modelli di sicurezza urbana sono profondamente cambiati nei quarant’anni successivi.

Proprio l’attuale legislatura ha avviato un nuovo percorso di riforma. Il disegno di legge governativo A.S. 1903, “Delega al Governo per il riordino delle funzioni e dell’ordinamento della polizia locale”, è stato approvato dalla Camera il 14 maggio 2026 e trasmesso al Senato. Il 22 settembre la Commissione Affari costituzionali ne ha concluso l’esame, conferendo al relatore Costanzo Della Porta il mandato a riferire favorevolmente all’Assemblea sul testo proveniente dalla Camera senza modificazioni.

Il provvedimento è una legge delega: una parte decisiva del nuovo assetto sarà quindi definita attraverso i successivi decreti legislativi, qualora il percorso parlamentare della delega venga completato.

La concomitanza rende inevitabile la domanda posta nella nota: se alla Polizia locale viene richiesto di contribuire sempre più incisivamente alla sicurezza delle città, con quali uomini, risorse, strumenti e tutele le si chiede di farlo e quale collocazione lo Stato intende riconoscerle nel sistema della sicurezza?

È un interrogativo che sposta il confronto dalla quantità degli operatori presenti sulla strada alle condizioni che rendono possibile quella presenza.

Dalla protesta alla richiesta di confronto

L’iniziativa non si conclude con la richiesta di rettifica o con una censura delle parole del Ministro.

I sottoscrittori si rivolgono anche alla redazione di “È sempre Cartabianca” proponendo esplicitamente un confronto pubblico, dichiarandosi disponibili a illustrare, senza slogan e contrapposizioni politiche, funzioni, responsabilità e condizioni operative della Polizia locale italiana.

È forse questo l’elemento politicamente e istituzionalmente più interessante dell’iniziativa: trasformare una frase che ha provocato una forte reazione nella categoria nell’occasione per discutere di quale Polizia locale il Paese voglia costruire.

La questione, infatti, non può essere ridotta alla scelta tra agenti «in strada» o «negli uffici». Riguarda la consistenza degli organici, la formazione, le dotazioni, la sicurezza degli operatori, l’accesso alle informazioni necessarie allo svolgimento delle funzioni, l’organizzazione dei Comandi, le tutele professionali e contrattuali e, più in generale, il rapporto tra autonomia locale e sistema nazionale della sicurezza.

La riforma attualmente all’esame del Parlamento rende questo confronto ancora più attuale.

Perché chiedere alla Polizia locale una presenza maggiore significa inevitabilmente decidere quale ruolo attribuirle. Ed è su questo terreno che la protesta dei 171 sottoscrittori supera la contingenza delle dichiarazioni televisive: non una richiesta di sottrarsi alle responsabilità, ma la rivendicazione che responsabilità già assunte quotidianamente siano conosciute, sostenute e riconosciute dalle istituzioni.

Come conclude la nota, dietro l’uniforme, sulla scena di un incidente come davanti a una scuola, durante un’emergenza come nella redazione degli atti conseguenti al servizio, c’è un servitore pubblico che sta svolgendo il proprio lavoro.

E proprio mentre il Parlamento prova finalmente a ridisegnarne l’ordinamento dopo quarant’anni, conoscere quel lavoro rappresenta il presupposto necessario per decidere seriamente come riformarlo.

IL TESTO DELLA PROTESTA E LE PRIME SOTTOSCRIZIONI: Nota di protesta Polizia Locale


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