Dal coordinamento tra giustizia civile e penale alla valutazione del rischio, la tutela dalla violenza domestica richiede di distinguere il conflitto dalla sopraffazione e di riconoscere i minori come vittime anche quando la violenza non è esercitata direttamente su di loro

Abstract: La violenza domestica e di genere non esaurisce i propri effetti nel rapporto tra autore e vittima, ma può coinvolgere profondamente i figli minori che assistono direttamente o indirettamente alle condotte violente, ne percepiscono gli effetti e crescono all’interno di relazioni caratterizzate da paura, sopraffazione e controllo. La distinzione tra conflitto familiare e violenza rappresenta pertanto il primo presupposto per una tutela efficace, poiché assimilare fenomeni strutturalmente differenti può condurre alla minimizzazione delle condotte e alla vittimizzazione secondaria di chi le subisce. In questo quadro assumono particolare rilievo la valutazione del rischio, la tempestiva protezione della vittima e dei figli e il coordinamento tra autorità giudiziaria civile e penale, rafforzato dalla disciplina introdotta dalla riforma del processo civile per i procedimenti nei quali siano allegati abusi familiari o condotte di violenza domestica o di genere. La violenza assistita impone, inoltre, di superare lo stereotipo secondo il quale un uomo possa essere violento nei confronti della partner e, indipendentemente da tale comportamento, continuare a essere considerato un buon padre: l’esposizione dei figli alla violenza costituisce essa stessa una forma di pregiudizio che deve essere valutata nelle decisioni relative alla responsabilità genitoriale, all’affidamento e alle modalità di frequentazione. Prevenzione, ascolto, valutazione multidisciplinare e coordinamento istituzionale diventano così parti di una medesima strategia di tutela, nella quale riconoscere tempestivamente la violenza rappresenta il primo strumento per interromperne la trasmissione all’interno delle relazioni familiari.
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